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Il manifesto del comunismo digitale

Il manifesto del comunismo digitale

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Il manifesto del comunismo digitale

Lunghezza:
119 pagine
1 ora
Pubblicato:
21 mag 2018
ISBN:
9788869826467
Formato:
Libro

Descrizione

“IL MANIFESTO DEL COMUNISMO DIGITALE”, è un tentativo di valorizzare e mettere in luce l'attualità del marxismo in una veste nuova e avveniristica.
L’economia mondiale è retta da regole convenzionali, stabilite a piacimento dai potenti che accumulano denaro e manipolano i destini dell’umanità allo scopo dell’arricchimento di pochi.
Il sistema capitalistico tuttavia si rivela sempre più una bolla di sapone, dal funzionamento instabile e somigliante al meccanismo delle scatole cinesi.
La ricchezza ottenuta è spesso vacua e artefatta. Quella reale è invece concentrata nelle mani delle oligarchie finanziarie, detenuta alle spalle dei popoli e sulla miseria delle moltitudini. 
Ma, fortunatamente, la facilità delle comunicazioni attraverso la rete internet determinerà un sistema di relazioni sociali nuovo, che svilupperà una coscienza digitale rivoluzionaria tra i poveri e i bisognosi.
Le nuove avanguardie digitali  saranno protagoniste della rivoluzione che, stavolta, forse non si combatterà con le armi, conducendo inevitabilmente l’umanità verso una dimensione diversa, fondata sull’eguaglianza sostanziale, sulla pace e sulla solidarietà tra i popoli più deboli. 
Nel mondo di oggi e di domani, infatti, le nuove tecnologie informatiche, associate ai principi di trasparenza e di autogoverno strutturati sul protocollo Blockchain, soppianteranno la cosiddetta “democrazia per delega” che lascerà spazio alla partecipazione diretta di tutti gli individui alle decisioni comuni ed alle scelte politiche. Le piattaforme “collaborative” digitali e, dentro di esse, la “condivisione organizzata” saranno le basi di partenza per rifondare la società civile e ricostruire i rapporti umani e sociali, secondo principi di condivisione, di etica pubblica, di giustizia sociale, ovvero i valori collettivi propri del comunismo.


 
Pubblicato:
21 mag 2018
ISBN:
9788869826467
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Il manifesto del comunismo digitale - Michele Tripodi

volume.

UN MONDO SOTTOSOPRA

"Proletari di tutti i paesi, unitevi! "

Con queste parole cariche, Karl Marx e Friedrich Engels concludevano il manifesto del Partito Comunista.

Un appello alla lotta ed alla rivoluzione che avrebbe ispirato intere generazioni alla ricerca di una società più giusta, equa e solidale.

Nel 1848, però il proletariato non era organizzato e la coscienza di classe di milioni di lavoratori sparsi in Europa e nel mondo rimaneva ancora atomizzata.

La Rivoluzione industriale, a quell'epoca stava producendo un esercito di poveri, mandati a lavorare in condizioni disumane, a ritmi frenetici e stressanti.

L’individuo mortificato e sfruttato nella mente e nelle forze, avrebbe conosciuto da lì a breve il nemico della classe dei lavoratori: il capitalismo.

Esempi di coscienze ribelli nella storia del genere umano, se ne contano a centinaia, molti dei quali lontani, nei tempi e nelle idee, da quella che fu poi la vera innovazione di analisi, di metodo e di organizzazione rivoluzionaria, elaborata da Marx ed Engels.

Nell’età classica un esempio di coraggioso ribelle fu Spartaco, leggendario gladiatore trace e schiavo nell’antica Roma.

Fu lui per la prima volta ad impersonare la rivincita di classe degli schiavi, considerati cose e non persone, nell’avida società romana del tempo.

Spartaco guidò la rivolta, che partì da Capua, nel Mezzogiorno e ricevette, strada facendo, la simpatia delle popolazioni italiote, anch’esse considerate dal senato romano popoli dominati, inferiori, apolidi, perché privi della cittadinanza. Spartaco morì, da valente gladiatore quale era, sul campo di battaglia a Strongoli, in Calabria, ove si era rifugiato per opporre insieme ai suoi commilitoni le ultime resistenze alle milizie di Pompeo.

Oscurata dal medioevo, l'idea di lotta di classe ricomparve molti secoli dopo. I primi frammenti di comunismo furono rinvenuti nei Levellers (I Livellatori), movimento che rivendicava un egualitarismo di tipo politico, basato sull’estensione dei diritti elettorali e di rappresentanza anche ai ceti più poveri. Poi a seguire per mano di Gerard Winstanley, nacque il movimento dei cosiddetti Zappatori. Furono questi ultimi, ad introdurre per primi il concetto di uguaglianza economica fondata su diritti sostanziali, differenziandolo dalle rivendicazioni quasi esclusivamente politiche dei Livellatori, quest’ultimi considerati sì radicali, ma non comunisti.

L’intuizione di Winstanley fu quella di comprendere che la proprietà privata costituiva la causa principale delle diseguaglianze anche politiche e dell’impoverimento di larghi strati della popolazione. Gli Zappatori compresero dunque che solo cambiando i rapporti economici tra i consociati, si sarebbe potuto aspirare ad un’autentica libertà politica ed all’eguaglianza sostanziale tra gli individui.

Con Marx, tali concetti raggiunsero la loro più completa espressione. L’abolizione della proprietà privata e il determinismo economico divennero necessità storiche, scienza esatta.

Secondo Marx l’umanità avrebbe conosciuto stadi diversi di organizzazione dei rapporti di produzione. L’economia avrebbe costituito la sovrastruttura di ogni altra branca della vita associata e i rapporti politici ne sarebbero stati subordinati. Nell’incessante moto dialettico della storia, vi sarebbe stato un momento in cui i mezzi di produzione sarebbero passati, dal monopolio privato, direttamente in mano ai lavoratori sfruttati che, dopo la rivoluzione, ne avrebbero organizzato l’esproprio e poi fondato la nuova organizzazione del potere sulla produzione pianificata.

Già il 16 agosto del 1819, sempre in Inghilterra, a Manchester, la folla radunata per chiedere rappresentanza attraverso una riforma elettorale, veniva massacrata dalla cavalleria inglese. Bilancio: quindici morti e quattrocento feriti. Era l’esordio violento, militare, conservatore del liberalismo politico ed economico, una filosofia che, per oltre un secolo, sarebbe stata considerata come unico e possibile metodo di governo della storia.

Più avanti, il 1° maggio del 1886 la rivolta nella fabbrica di mietitrici McCormick a Chicago, negli Stati Uniti, repressa nel sangue, fissò le origini della Giornata che oggi è segnata in rosso in quasi tutti i calendari del mondo: il 1° maggio, la Festa dei Lavoratori.

Quell’evento consacrò la coscienza di classe dei lavoratori e la esportò nel mondo, come esempio di lotta per la liberazione dallo sfruttamento.

Lo sfruttamento dei lavoratori consentiva l'arricchimento di pochi capitalisti che concentravano nelle loro mani gran parte delle risorse produttive nazionali. Questi ultimi possedevano a quel tempo le fabbriche emergenti di manifatture, detenevano le industrie siderurgiche e belliche predestinate a rifornire gli stati attraverso commesse di guerra.

La profezia di Marx ed Engels si sarebbe avverata più tardi. In Russia, dove il dominio degli zar aveva logorato il sistema economico, producendo povertà e stagnazione, si sollevarono le masse popolari, ma solo dalle campagne però.

I protagonisti della Rivoluzione d’Ottobre, con grande sorpresa per il movimento operaio, furono i contadini poveri. Non già un blocco sociale di operai nell’occidente industrializzato, come in modo quasi scientifico Marx prefigurava settant’anni prima, ma a fare la rivoluzione i poveri di Russia cresciuti in una società quasi feudale, la cui economia prevalentemente si fondava sulla conduzione familiare di un piccolo appezzamento di terra.

La Rivoluzione d’Ottobre revisionò involontariamente il pensiero marxista e lo rielaborò, offrendolo all’umanità in una versione nuova.

Per paura di essere contagiate, le democrazie liberali d’occidente cercarono di correre ai ripari. Non fecero in tempo, perché l’ascesa dei fascismi usurpò quel che rimaneva delle istituzioni liberali ancora sorde e restie ad ascoltare i mutamenti sociali in corso.

Mentre i parlamenti liberali discutevano se rendere universale il suffragio, l’avvento dei totalitarismi avrebbe travolto i governi e causato la seconda guerra mondiale, non disdegnata anche dalle democrazie occidentali, in attesa di riprendersi, attraverso la fabbricazione di materiale bellico, dalla crisi economica del 1929.

Dopo la guerra, il capitalismo nei paesi più progrediti, cercò di recuperare le posizioni perdute gestendo la ricostruzione dei paesi distrutti e, dovendo competere con l’Est comunista emergente, non esitò a fare uso dapprima della forza, come metodo interno, per domare i poveri immiseriti ed infuriati dalle fatiche di guerra.

In Italia, a Portella della Ginestra il 1° maggio 1947, in occasione di uno sciopero di contadini e braccianti proclamato per festeggiare l’anniversario della Festa dei lavoratori, il bandito Salvatore Giuliano sparò sulla gente, uccidendo undici persone e ferendone altre ventisette. Fu la saldatura tra mafia e repressione di Stato, ma anche la premessa per un cambio di strategia, allargato a tutte le democrazie nate dalla guerra, nel modo di trattare la questione sociale. Il piano Marshall, infatti, anticipò l’invenzione dello stato sociale (welfare state), ideato proprio per prevenire l’esportazione dei sintomi contagiosi della Rivoluzione d’Ottobre e dell’ascesa sovietica. Il capitalismo si mostrò dunque al mondo con un volto nuovo, più umano, riformista, possibilista.

Come nell’Ottocento, i primi Statuti concessi dalle monarchie ai popoli in rivolta si dissero ottriati, così tutti i diritti concessi dal dopoguerra in avanti, per ammansire l’avanzata dei comunisti sui temi del lavoro, furono indulgenze verso i ceti operai più deboli. La promessa di salari più adeguati, di orari di lavoro ridotti, di garanzie sulla durata e la stabilità dell’occupazione, segnarono i tratti somatici del welfare state.

Completò l’opera lo stato-imprenditore, che creò posti di lavoro nella pubblica amministrazione, gestendo servizi essenziali per la popolazione, come la scuola e la sanità, a tariffe bassissime o nulle. Ciò portò a riconoscere ai lavoratori sempre maggiori diritti, prima nelle leggi-contratto, poi nei contratti collettivi nazionali, poi in veri e propri compendi, come gli Statuti dei Lavoratori.

Insomma il capitalismo in Europa, a momenti funzionò come imbonitore delle masse, spostando così le speranze di rivoluzione dei pensatori marxisti altrove. Gli embrioni della rivoluzione non si sarebbero trovati dentro le fabbriche europee, dove le lotte e i conflitti si tradussero, invece, in conquiste e diritti per i lavoratori, bensì si spostarono verso i paesi in via di sviluppo, feriti dall’imperialismo neocoloniale.

La profezia di Marx subì ancora una volta un riadattamento. La saldatura tra autodeterminazione dei popoli, alla ricerca della propria indipendenza, e riscatto sociale dallo sfruttamento, determinato dall’occupazione delle forze imperialiste, divenne elemento centrale per l’esplosione di una coscienza ribelle. Cominciarono le rivoluzioni, le guerre civili, i colpi di Stato, in molti territori africani, latino-americani, asiatici, che ancora oggi sono caratterizzati da un’elevata instabilità politica, purtroppo spesso funzionale a processi fasulli di decolonizzazione.

Le rivoluzioni del Novecento furono combattute con blocchi sociali

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