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Noctis Labyrinthus Il giorno della sfida

Noctis Labyrinthus Il giorno della sfida

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Noctis Labyrinthus Il giorno della sfida

Lunghezza:
320 pagine
4 ore
Pubblicato:
22 mag 2018
ISBN:
9788825406054
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - romanzo (253 pagine) - Per un'umanità ormai senza ambiziosi e senza speranze l'unica possibilità di riscatto è una sfida che viene dal passato: la conquista del pianeta Marte

Alla fine del secondo Millennio c'era un sogno che sembrava a portata di mano, ma che venne cancellato dalla politica del profitto a ogni costo. Ma Graham O'Neill a quel sogno crede ancora e grazie al suo impero finanziario riesce a coinvolgere nel vecchio progetto marziano le superstiti strutture della Nasa e dell'Esa. Scopre che a Bajkonour esiste ancora, addormentato in un ciclopico hangar, il più grande razzo mai costruito dall'uomo, il mitico "Energija". Ma basteranno i superstiti della Nasa, il potentissimo vettore e il denaro di O'Neill per realizzare il sogno della conquista di Marte? Comincia così una sfida epica che porterà Graham O'Neill sull'orlo del ridicolo e del baratro economico. Ma il Pianeta Rosso aspetta sin da quando Schiaparelli credette di vedere i canali; da quando le sonde di fine millennio rivelarono fiumi estinti, incredibili canyon, fondali di antichi oceani. E inoltre strani indizi: tracce di qualcosa di incomprensibile, vecchio di milioni di anni, che la Nasa non aveva mai divulgato. Forse l'impossibile sfida di O'Neill incontrerà sul pianeta rosso un mistero profondo, soltanto sfiorato dalla mente degli uomini: un mistero capace di cambiare il volto dell'umanità.

Paolo Aresi è nato a Bergamo nel 1958. Laureato in Lettere, giornalista a L’Eco di Bergamo, ha debuttato nella narrativa con il romanzo di fantascienza Oberon, l’avamposto fra i ghiacci. Nel 1992 ha ottenuto il premio Courmayeur con il racconto Stige. Nel 1995 ha pubblicato Toshi si sveglia nel cuore della notte, un romanzo realistico, dai toni noir. Nel 2004 ha vinto il Premio Urania con Oltre il pianeta del vento. Con Ho pedalato fino alle stelle (Mursia, 2008, due edizioni) è tornato al romanzo realistico con un’opera di sentimenti e passione per la bicicletta. Nel 2010 per l’editore Mursia nella collana di letteratura ha pubblicato il romanzo post-apocalittico L’amore al tempo dei treni perduti. Nel 2011 è apparso in Urania Korolev, appassionato omaggio al “progettista capo” del progetto spaziale sovietico che diventa una sorprendente epopea fantascientifica.
Pubblicato:
22 mag 2018
ISBN:
9788825406054
Formato:
Libro

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Noctis Labyrinthus Il giorno della sfida - Paolo Aresi

9788865306765

A Isaac Asimov, Clifford Simak, Ray Bradbury, Robert Heinlein e a tutti quelli che fecero adulto il sogno.

Parte prima. Bajkonour

1

12 aprile 1965

Sulla rampa lontana poteva scorgere uno Zemjorka puntato contro il cielo che grondava foschia: il missile era piccolo come un palo della luce in mezzo alla steppa bianca di neve. Ma, quel giorno, lo Zemjorka avrebbe divelto le sbarre della gravità e sarebbe uscito fuori dal pianeta come un bambino dalla culla.

Il giovane tenente Vladimir Rostov era seduto in tribuna e pensava che quelli fossero soltanto i primi passi e che non si sarebbero più fermati, che grandi mete li attendevano. Sbatteva le ciglia per via del chiarore mentre fissava il razzo e le mostrine scintillavano. Dovevano studiare nuovi materiali, nuove propulsioni, propellenti potenti, interagenti, efficienti, integranti… Rostov si trovava a Bajkonour da pochi mesi e aveva l’impressione di essere arrivato al centro del mondo, esattamente nel luogo più importante del pianeta Terra.

Le tribune erano ormai affollate, i suoi compagni vociavano, scherzavano e Rostov sorrideva e guardava il palco e le grandi torri lontane e lo Zernjorka che avrebbe portato una sonda automatica verso la Luna. I megafoni attaccarono l’Inno dell’Armata Rossa; tutti scattarono in piedi. Rostov era in buona posizione: riconobbe chiaramente il segretario del Pcus, Leonid Breznev, e accanto a lui Alexej Leonov, Pavel Belyayev e Serguei Pavlovitch Korolev e sentì il cuore battergli forte.

Presero la parola Belyayev e Leonov, Leonov parlò con una voce chiara, forte e Rostov restò ad ascoltarlo rapito perché Leonov era un eroe, era stato il primo uomo ad avere galleggiato nello spazio aperto.

Era accaduto meno di un mese prima, il 18 marzo del 1965 e anche quella era una data da segnare, come il 12 aprile 1961 che stavano festeggiando: l’impresa di Gagarin compiva quattro anni. – Non ho avuto paura, compagni – diceva Leonov perché la sensazione di fare parte del vuoto era troppo carica di bellezza. Non ho avuto paura perché la sicurezza della nostra tecnologia è completa. Non ho avuto paura perché sotto di me c’era la Terra e le sue nubi bianche e gli oceani così azzurri e… io non posso spiegare veramente quel senso di avere tutto davanti ai miei occhi, un tutto che è lì, sotto di te, e potresti abbracciarlo.

Galleggiando nello spazio ho pensato che dobbiamo andare avanti, che dobbiamo ritrovare l’universo che ci ha generato e di cui l’umanità fa parte. E sono orgoglioso che il mio Paese sia protagonista di questa pagina fondamentale della storia dell’uomo.

Poi prese la parola Breznev. Rostov pensò ai suoi genitori che stavano a Mosca, al papà operaio, alla mamma commessa in uno spaccio di generi alimentari, Che cosa avrebbero dato per vederlo lì.

– … Un compagno delle Repubbliche Socialiste Sovietiche – stava dicendo il segretario del Pcus – è stato il primo essere umano a varcare la frontiera dello spazio. Un compagno del nostro Paese è stato il primo a galleggiare nello spazio. Noi siamo orgogliosi di tutto questo e pensiamo che il significato sia chiaro: all’Urss è affidato il compito storico, epocale, di portare l’umanità verso lo spazio. Il primo gradino si chiama Luna, il secondo Marte. Il popolo sovietico sarà all’altezza del suo formidabile destino…

Rostov si unì all’applauso scrosciante. La Luna e Marte. Il giovane tenente pensò al vettore N1 Super Cosmos in costruzione a Bajkonour.

10 febbraio 1967

– Hanno fatto fuori Konchalovsky.

Il capitano Vladimir Rostov guardò sorpreso il maggiore Valery Ryurnin. Disse: – È ufficiale?

Ryumin annuì. – Sai come vanno le cose. L’hanno promosso.

– Spedito a Plesetsk.

– Esattamente.

Rostov si sfregò gli occhi, stava lavorando da ore davanti a quel minuscolo video in bianco e nero e le attese erano lunghe, i computer lenti, i risultati dei calcoli non arrivavano mai. Al contrario dei problemi che invece fioccavano rapidi e numerosi e quando si veniva a capo di uno, se ne presentava subito un altro. Guardò il video, pensò a quelle maledette valvole dell’ultimo stadio dell’N1. Disse: – Perché?

Ryumin fece una smorfia. – Lo sai.

– N1.

– Il Cremlino ha stabilito delle date. Il progetto lunare è pronto. Hanno scelto anche gli astronauti: Leonov e Makarov. – Rostov lo guardò incredulo.

– Davvero – fece Ryumin. – Sono ben informato. Leonov scenderà con il modulo sulla Luna, Makarov lo attenderà in orbita nella capsula Soyuz.

– Perché proprio Leonov?

– Perché si muove nello spazio come se fosse sulla Terra. Perché per passare dalla Sojuz al modulo bisognerà uscire dalla capsula e muoversi nello spazio aperto fino al portello del ragno lunare. Al Cremlino hanno stabilito delle date. Ma non le stiamo rispettando.

– Hanno ragione. Non le stiamo rispettando – rifletté Rostov.

– Certo. Ma non è una responsabilità nostra. I finanziamenti sono divisi con quel gruppo di imbecilli che stanno a Mosca, Chelomei sta sviluppando il programma alternativo. Così falliremo tutti e due. E gli americani arriveranno per primi.

– Perché hanno silurato proprio Konchalovsky?

Ryumin alzò le spalle. – Non potevano fare fuori il capo dell’ente spaziale. Volevi che licenziassero Mishin? Hanno scelto un capro espiatorio. – Ryumin scosse la testa. – Ci vorrebbe Korolev. È morto troppo presto.

– Ci vorrebbe che Gloushko si decidesse a costruire motori a ossigeno e idrogeno. Invece no. È fissato con ossigeno e fluoro. Fissato.

Rostov si alzò, disse a Ryurnin che si sentiva stanco. Uscì dal centro, si calcò bene in testa il colbacco dell’Armata Rossa, sistemò i paraorecchi, infilò i guanti. Erano le tre del pomeriggio e c’erano dieci gradi sotto zero. Gli venne in mente che quel luogo non doveva essere poi così diverso da Marte: a parte il colore del cielo che lì era grigio come il ferro, espressivo come un muro di cemento e che su Marte invece doveva essere arancio. Rostov era sicuro che il cielo su Marte fosse di colore arancio sebbene nessun satellite artificiale avesse inviato immagini o dati che potessero confermare quell’idea. Salì sulla sua autovettura nuova, una Niva 1600, sapeva bene che non era una sensazione di cui vantarsi, che possedere un oggetto era anche un po’ riprovevole a meno che fosse di pubblica utilità. Ma non riusciva a fare a meno di avvertire una sensazione piacevole quando saliva sulla sua auto e si metteva in viaggio per i viali immensi del cosmodromo e si sentiva solo e libero. La Niva diventava parte di sé. Un’estensione. Come un braccio in più. Rostov scosse la testa. Mise in moto e ripensò a Marte. Si disse che ci sarebbero arrivati, su Marte, e presto: le sonde Mars 2 e Mars 3 erano a buon punto, sarebbero discese sul Pianeta Rosso entro gli Anni Settanta. Sarebbero arrivati prima degli americani. Sebbene loro avessero ottenuto un bel successo con Mariner 4.

Infilò il viale principale della grande Y che costituiva il cosmodromo di Tyuratam, trenta chilometri per ciascun braccio. Con una mano teneva il volante e con l’altra massaggiava il mento. Era pensieroso. La nuova navicella Soyuz sarebbe salita in orbita grazie alla spinta di un razzo A2 Zemjorka perché N1 ancora non era pronto. In confronto a N1, l’A2 era un nano.

La Niva viaggiava sotto il cielo color del cemento. Ancora un paio d’anni e Leonov avrebbe camminato all’interno di Clavius, certo. Anche se mandare via Konchalovsky era stato un errore, anche se il più grande dei progettisti, Sergei Koro1ev, era morto l’anno precedente.

Rostov scalò la marcia, le grandi rampe si stagliavano davanti all’auto. Pensò che quella sera sarebbe uscito, sarebbe andato a Leninsk, avrebbe incontrato Sonja. Sorrise. Desiderava incontrarla.

4 luglio 1969

Rostov restò a guardare l’immensa rampa nell’aria tremolante. Per la prima volta quel castello ospitava nel suo abbraccio d’acciaio N1, il missile sovietico più potente mai costruito.

Sentì una mano sulla spalla. Si voltò. – Ce l’abbiamo fatta

– disse il maggiore Ryurnin.

– Con due anni di ritardo – commentò il capitano Rostov.

– Sono arrivati prima loro.

– Sembra.

– Il Saturno 5 tra venti giorni porterà gli americani sulla Luna.

Rostov ebbe un sorriso. – Ci sono delle voci.

– Quali voci?

– Fa terribilmente caldo.

– Trentasei gradi. Tasso di umidità novantuno per cento.

Rostov si toccò il nodo della cravatta. Ryumin insistette: – Quali voci?

Rostov alzò le spalle. – Se questa prova generale va per il verso giusto, l’N1 potrebbe volare molto presto. – Sollevò lo sguardo verso il missile che svettava oltre il castello di travi d’acciaio. Era come un grattacielo di quaranta piani, aveva un diametro massimo di dodici metri.

Ryurnin scosse la testa. – Non volerà così presto. E tra venti giorni gli americani saranno sulla Luna.

– Non è detto che debbano farcela, E se anche arriveranno per primi sulla Luna, siamo sempre tre a uno – Rostov rise. – Noi abbiamo la prima sonda nello spazio, il primo uomo e il primo pedone spaziale.

– E la partita è ancora lunga.

Rostov annuì.

Avvertirono un rumore profondo, una vibrazione del terreno. Il pubblico tacque, Rostov e Ryumin fissarono il ciclope. Videro le fiammate alla base del primo stadio e poi il tuono esplose e cominciarono a innalzarsi i vapori dalle trincee di raffreddamento inondate d’acqua. Rostov prese il binocolo e scrutò tra le fiamme.

– Dannazione! – gridò fra i denti. Ryumin non lo sentì. C’erano le fiamme e il ruggito rabbioso del gigante. E Rostov imprecò di nuovo e nel giro di qualche secondo il tuono si spense.

Ma le fiamme non cessarono di divampare.

– Che cosa vedi? – gridò Ryumin. Ma Rostov restò con il binocolo incollato agli occhi.

– Le fiamme si stanno alzando – rispose poi. Sono al di sopra del secondo stadio.

Impossibile.

Deve esserci un grosso guaio.

– Fammi dare un’occhiata.

Porse il binocolo a Ryumin.

– È il secondo stadio che brucia – gridò Ryumin. – È il secondo stadio!

10 gennaio 1973

L’ordine arriva direttamente dal Cremlino. – Il generale Anatolij Volkov lasciò correre lo sguardo sui presenti. Si aggiustò gli occhiali; le decorazioni gli sbocciavano sul petto. – Nell’ambito della nuova strategia – disse l’ufficiale – la vostra funzione è fondamentale. Il nostro Gigante N1 ha collezionato una lunga serie di fallimenti consentendo agli americani di arrivare primi sulla Luna. Con risultati scientifici e sociali assai modesti per l’umanità. L’impresa americana è stata un grande spettacolo, ma un sostanziale fallimento. Sono arrivati sulla Luna e poi si sono stancati del giocattolo. Questo dimostra ancora una volta la necessità della missione storica del Popolo Russo e del Socialismo. – Il tono di Volkov contrastava l’enfasi delle parole. Parlava quietamente, come se facesse quattro chiacchiere in un salotto di Mosca. – Se fossimo arrivati sulla Luna, noi ci saremmo rimasti, avremmo costruito un avamposto dell’umanità, un trampolino verso l’universo. Avremmo realizzato una base spaziale, grandi laboratori scientifici. – Bevve un bicchiere d’acqua. Riprese: – Non siamo arrivati sulla Luna perché il Gigante ha fallito. Per quattro volte è stato acceso sulla rampa. Ricordate: luglio 1969, giugno 1971, agosto 1971, novembre 1972.

Il generale fece un sospiro. Fissò la platea del piccolo auditorium dove erano riuniti i responsabili dei numerosi uffici legati al progetto spaziale. – Dobbiamo ammettere francamente che il progetto N1 è fallito. Ma la partita non è chiusa. Occorre da parte nostra un immane sforzo di tecnica e di fantasia. Dobbiamo tornare ai tempi di Korolev. È necessario preparare al più presto un nuovo razzo facendo tesoro del fallimento del progetto. Lo stesso compagno Leonid Breznev, ha espresso il suo autorevole pensiero in merito. Il Popolo Sovietico crede nella conquista del cosmo. Il compagno Breznev ha chiesto ai responsabili del progetto spaziale sovietico che per l’inizio degli Anni Ottanta il nostro Paese disponga di un vettore ancora più potente del Super Cosmos.

Rostov, che stava seduto in terza fila accanto all’inseparabile Ryumin, sentì il sangue affluirgli al viso e contemporaneamente le mani raffreddarsi. Le parole del generale Volkov significavano una enorme responsabilità per il dipartimento della progettazione. Rostov si sentì come schiacciato da un peso. Avevano fallito con l’N1, come potevano sperare di creare qualcosa di ancora più potente?

– Un razzo la cui spinta – stava dicendo il generale – dovrà essere decisamente superiore a quella del Saturno 5 americano, un vettore in grado di trasportare in orbita terrestre almeno centottanta tonnellate.

Rostov lanciò un’occhiata a Ryumin.

– L’Unione Sovietica realizzerà negli Anni Ottanta imprese spaziali che cambieranno la storia dell’umanità. La preparazione è già cominciata. Mi riferisco alla stazione spaziale Salyut che la tragedia della Soyuz 11 con il sacrificio di nostri tre valorosi compagni non interromperà. – Il generale si schiarì la voce, disse: – Onore a Georgi Dobrovolsky, Vladislav Volkov e Viktor Patsayev periti il 29 giugno 1971.

Si alzarono tutti in piedi, la sala sprofondò nel silenzio, Il generale riprese:

– I nostri cosmonauti resteranno in orbita per mesi e mesi.

Il prossimo 3 aprile lanceremo il nuovo laboratorio spaziale, Salyut 2. Una casa tra le stelle. Per restarci. Le lunghe permanenze in orbita sono il presupposto fondamentale per i grandi viaggi spaziali. L’altro elemento essenziale è il vettore, un razzo che deve possedere una grandissima potenza. Che voi preparerete.

«Sappiate, compagni, che questo missile possiede già un nome e che è stato il venerabile compagno Leonid Breznev a idearlo.

Il generale Volkov ebbe un breve sorriso, Rostov si sentiva agitato, stupito, ma al tempo stesso provava una grande ammirazione per quegli uomini che guidavano l’Unione Sovietica e credevano così profondamente nelle risorse tecniche e intellettuali del Paese.

Volkov disse, e in quel momento la sua voce assunse una sfumatura di solennità: – Il missile si chiama Energija. E con Energija l’umanità raggiungerà il pianeta Marte.

10 settembre 1981

– Non rispettiamo i programmi. Siamo in ritardo. Capisci?

Sonja Rostova guardò il marito con un’espressione dolce.

– State facendo tutto quello che potete – disse.

Rostov scosse la testa. Non basta – disse. – Non basta. – Anche i buoni progetti non bastano.

Rostov guardò sua moglie lì accanto, sul divano, Sonja aveva gli occhi più azzurri che mai avesse visto. Quando l’aveva incontrata, quindici anni prima, ne era rimasto profondamente colpito, ma non era per via degli occhi che si era innamorato. Era stato perché con lei si era trovato perfettamente bene. Come quando senti per la prima volta la Nona di Beethoven. Ti senti perfettamente bene. Lei era qualcosa di bellissimo che gli mancava: lei era la sua metà femminile. Era lei. Punto e basta.

– Che cosa vuoi dire? – fece Sonja.

– Voglio dire che i progetti non bastano, se poi le saldature non sono corrette, se i materiali non sono del tutto adeguati, se le guarnizioni non resistono alle temperature…

– Tu fai quello che puoi.

Rostov si alzò di scatto, ma cercò di stare calmo. Andò nella stanza del piccolo Piotr, disse: – Vieni con il papà? – Il bimbo aveva sette anni e gli occhi di sua madre; saltò in piedi.

Andarono in bicicletta fino al grande parco di Leninsk perché era una mattina calda di sole limpido, l’ideale per uno degli ultimi pic nic dell’anno. Piotr si lanciò nello sprint per chi arrivava primo alla fontanella. Dopo la fontanella cominciava quella che i ragazzi chiamavano la salita, ma che in realtà era un chilometro e mezzo di falsopiano; Vladimir Rostov iniziò a fare l’andatura, la bici rossa fiammante di Piotr a ruota e la mamma in terza posizione. Alla curva che immetteva sull’ultimo rettilineo, Piotr scattò come una freccia.

Stesero la coperta sul prato vicino a due betulle e il cielo era azzurro come raramente accadeva in quella pianura e c’erano piccole nuvole candide come borotalco. All’orizzonte si potevano scorgere le rampe di lancio del cosmodromo.

Piotr chiese: – Quando parte il prossimo rnissile?

– Tra una settimana. Un satellite artificiale – rispose Vladimir.

– E difficile costruire un missile?

– Dipende – rispose il padre.

– Potrei costruire un missile?

Vladimir guardò il ragazzo e gli tornò in mente un giorno di tanti anni prima quando lui era adolescente e abitava all’estrema periferia di Mosca, al confine dei campi di granoturco. A scuola il professore di scienze aveva spiegato il funzionamento dei razzi, aveva parlato di Costantin Tsiolkovsky, il pioniere della missilistica. Aveva detto che costruire un razzo non era difficile, soprattutto un razzo a combustibile solido. Aveva spiegato che i razzi funzionano grazie al principio di Newton: Ad ogni azione corrisponde una reazione, uguale e contraria. Se prendi un palloncino pieno di gas e poi fai un foro il gas fuoriesce con una certa forza. È l’azione. Nel senso opposto si genera una spinta: è la reazione. E infatti il palloncino si muoverà nella direzione opposta al gas che esce.

Lo stesso vale per i razzi. Fai uscire un potente gas dall’ugello verso il basso e il missile si alzerà verso il cielo.

Semplice.

Così Rostov e due complici si misero nell’impresa. Prima di tutto occorreva procurarsi il carburante: nitrato di potassio, zolfo e carbone, ben mescolati, Ovvero: polvere da sparo. E dove potevano i ragazzi procurarsi la preziosa miscela? Nella cava a pochi chilometri dalle loro case, dove esplodevano le mine.

Con domande mirate, ma non troppo, si fecero spiegare dall’insegnante il funzionamento dei razzi cinesi, le caratteristiche della polvere da sparo e gli accorgimenti per evitare di saltare per aria. Quando l’insegnante chiese a Rostov se stava costruendo un rnissile, lui rispose con uno no deciso.

E continuarono a fare domande.

Ed esperimenti.

Andarono alla cava in un giorno di aprile di gran sole e dissero al sorvegliante che stavano facendo una ricerca per la scuola, L’uomo si rivelò persino gentile e spiegò tante cose ai ragazzi e fece loro visitare il cantiere.

Rostov e i due soci tornarono alla cava una settimana dopo, quando il sole era tramontato da un pezzo. Erano armati di torcia elettrica, zaini, palette e sacchetti. E di una serie di precauzioni dedotte dalle lezioni del professore di scienze e dal colloquio con il sorvegliante. Entrarono evitando accuratamente l’accesso principale.

Il furto ebbe successo, trovarono un nascondiglio per gli esplosivi e cominciarono gli esperimenti. Con grande prudenza, utilizzando scatolette, piccole quantità di propellente, micce, detonatori.

Fino a un caldissimo giorno d’agosto. Quell’estate, i tre ragazzi avevano fatto volare numerose lattine e nella cantina di Boris Ivanov, quattordici anni compiuti da pochi giorni, avevano realizzato in segreto il loro razzo smontabile a misura di bicicletta: altezza totale cento centimetri divisi in tre parti che dovevano venire incastrate e avvitate sul posto del lancio. Pedalarono sotto il sole per un’oretta e arrivarono sudati fradici a uno spiazzo in mezzo al granturco che cresceva alto e rigoglioso (e che costituiva una valida protezione da sguardi indiscreti). Era uno dei pomeriggi più caldi di quell’estate della metà degli Anni Cinquanta in cui Stalin era uscito di scena e Nikita Kruscev avviava il tentativo di cambiare l’Unione Sovietica. I ragazzi montarono il missile, lo misero in verticale e sollevato da terra con l’ausilio di una buona impalcatura di sassi accuratamente selezionati nei giorni precedenti. Restarono ad ammirare l’ogiva e l’ugello faticosamente ottenuto aprendo ad arte il fondo di un bidoncino di ferro. In verticale, con il pennello e la vernice rossa i tre scienziati avevano scritto Pioniere I. La polvere esplosiva stava nel serbatoio interno. Il progettista capo Vladimir Rostov gridò Attenti! e i ragazzi scattarono impettiti. Poi Vladimir accese la miccia e subito, come regolarmente convenuto, i tre se la diedero a gambe levate gettandosi poi a terra tra le pannocchie. Si avvertì un rumore e i ragazzi trattennero il fiato e miracolosamente il missile si alzò e salì davanti ai loro occhi attoniti e arrivò forse a cinquanta-sessanta metri e poi cambiò direzione e si tuffò verso il basso.

Esplose nel granturco a rispettosa distanza dai progettisti.

Molti anni dopo, nel parco di Leninsk, il maggiore Rostov guardò suo figlio e gli disse che di lì a qualche anno un piccolo razzo avrebbe potuto costruirlo pure lui. Piotr annuì, diede un paio di morsi al panino. Poi si rivolse di nuovo al padre, chiedendo: – A che punto è Energija?

28 marzo 1981

– Ma sapete bene che i piani governativi prevedevano il volo all’inizio degli Anni Ottanta.

– Non siamo ancora pronti.

– Non è un fatto positivo.

– Ce ne rendiamo conto – disse il generale Igor Tarkovsky, del dipartimento progettazione del cosmodromo di Tyuratam. – Ma in coscienza stiamo facendo tutto il possibile.

– Non basta – rispose in maniera asciutta il ministro della ricerca scientifica. Era seduto dietro un ampio scrittoio ottocentesco e i legni scuri, i tendoni e i tappeti davano allo studio un’atmosfera greve. Quella era precisamente l’idea che negli anni Rostov si era fatto di tutta la macchina statale sovietica. Greve e vecchia. Come il viso e i modi del ministro.

Rostov disse: – Il primo stadio di Energija è ormai pronto per le prove operative.

Il ministro assentì gravemente. – Il compagno Breznev è contrariato dai ritardi.

Tarkovsky, Goubanov – ingegnere capo del progetto Energija – e Rostov restarono in silenzio. Si sentiva odore di polvere nella stanza. I tappeti del Kazakstan. I libri vecchi. Rostov pensò che quella convocazione a Mosca sapeva di ultimatum. O ci si sbrigava o si andava a casa. Promossi in qualche base dell’Armata Rossa in Siberia. Spediti in Afghanistan. Goubanov lo avrebbero mandato a progettare caldaie.

12 febbraio 1982

– Temperatura comburente criogenico.

– Ossigeno liquido a posto.

– Temperatura combustibile.

– Kerosene a posto.

Pressione turbopompe.

– A posto.

– Iniettori.

– A posto.

Il colonnello Rostov, vicecapo della sezione combustibili del progetto Energija, aveva le mani fredde come se si trovasse in mezzo alla steppa senza guanti, Doveva andare tutto bene, tutto bene. Quel figlio di puttana doveva filare liscio come l’olio. Come un figliol prodigo che ritorna a casa. Docile e convinto.

– Pressione serbatoio ossigeno.

– A posto.

– Pressione serbatoio kerosene.

– A posto.

– Turbopornpa fluoro.

Rostov avvertì un profondo senso di preoccupazione. Era quello uno degli elementi più critici di tutto il progetto. Il fluoro consentiva di portare la temperatura di combustione a quattromila gradi realizzando un impulso specifico straordinario. Ma il fluoro era

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