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Misfatto in crosta (con cane fetente)

Misfatto in crosta (con cane fetente)

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Misfatto in crosta (con cane fetente)

Lunghezza:
165 pagine
2 ore
Pubblicato:
10 mag 2018
ISBN:
9788833280905
Formato:
Libro

Descrizione


In una Milano in cui non piove mai, il corpo di una donna giace accanto a un antiquato telefono. Poco distante, nell'appartamento al terzo piano, un brutto quadro immortala una seconda donna; e se la prima è una perfetta sconosciuta, quella ritratta potrebbe essere la madre di Luchino Girondi, fotografo ferrarese in forze alla Scientifica. Se è davvero lei, allora ha posato senza veli e quella crosta è finita nella casa di un morto. Un morto? Ma non avevamo detto che accanto al telefono c'era il corpo di una donna? Il mistero s'infittisce, le donne diventano tante e lavorano a L'amore corre sul filo. A investigare sull'omicidio saranno Luchino e Poirot, pastore belga a cui manca solo la parola. E forse è meglio così. Ma i due dovranno anche venire a capo del mistero del ritratto, per tacitare gli sfottò in ufficio e per rimettere ordine in famiglia.
Pubblicato:
10 mag 2018
ISBN:
9788833280905
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Misfatto in crosta (con cane fetente) - Gaia Conventi

biografiche

Quando l’indagine era scomoda e il cane fetente

Prima d’avere questo testo e questa copertina, Misfatto in crosta era Una scomoda indagine e un cane fetente. Si trattava di un giallo breve, tanto breve da restare nei settantaduemila caratteri richiesti dal concorso a cui partecipò. Lo vinse e fu quindi pubblicato da Caravaggio Editore, ne vinse un secondo e fu incluso nell’antologia di Piemonte Noir 2008.

Possiamo quindi dire che avete tra le mani la terza versione di questa delittuosa vicenda, completamente rivista e decisamente ampliata.

Che sia di nuovo tra noi in carta e ossa è quasi un caso. Mi accingevo a terminare Delitto Padano – terza avventura di Luchino e Poirot – quando a Le Mezzelane Casa Editrice è saltato in mente di ridare ossigeno a tutta la saga. Qualche amico mi chiedeva da tempo di poter leggere la trilogia del cane fetente, e per non fare la parte di chi si nega – sembro altezzosa, in realtà è pigrizia – ho reso disponibile sul mio blog il PDF del libercolo. O meglio, ho passato allo scanner l’unica copia che ancora mi girava per casa. Più che un autore sono un bricoleur.

Si poteva fare di meglio, ma occorreva che lo staff di Le Mezzelane ci mettesse lo zampino. E se l’uscita di questa trilogia vi fa un tantino preoccupare, sappiate che godo di ottima salute. Di solito queste faccende succedono postume, poi però le presentazioni letterarie necessitano di un medium.

1 - Quel mattino d’un giorno da cani

Quel mattino di un giorno fatto così non sapevo in cosa mi sarei infilato, il mio cane invece lo sapeva benissimo: si era infilato sotto al piumone e non avrebbe lasciato il letto nemmeno sotto minaccia. L’oroscopo prevedeva che sarebbe stato un giorno da cani per molti, ma non per tutti. Al mio cane, infatti, quel giorno non avrebbe provocato alcuno sconquasso. Ed è giusto così, per carità; se è vero che la sfiga ci vede benissimo, il fatto che scansi qualcuno – animale, vegetale o minerale – è da ritenersi una cortesia più che un caso fortuito.

E non è un caso nemmeno il fatto che la ièlla avesse dovuto scegliere se rovinare l’umore all’uomo o al cane: in casa siamo in due e il manto peloso indica in maniera chiara chi cammina a due zampe e chi raddoppia la trazione.

Salve, sono Luchino Girondi, ferrarese di nascita, milanese d’adozione – Ti devo tanto come uomo, lavoro insieme ai figli tuoi, oh Milano, fa’ di me quello che vuoi cantava Fortis – e divido la mia vita tra la Polizia Scientifica e la ravvicinata frequentazione di un pastore belga. Se glie lo chiedete, vi dirà che è stato lui ad adottare me. Il mio cane non parla, ma si vede che si fa capire bene quando vuole, e stavolta sul palco c’era Vasco Rossi.

Non avendo voluto intraprendere la professione di babbo – che fino a qualche tempo fa era uno stimato direttore di banca –, di mamma – apprezzatissima impiegata del catasto – e del resto della famiglia, librai nel centro storico della cittadina estense, ho scelto la carriera di pulotto. Sto alla Scientifica di Milano e fotografo cadaveri. La mia passione per la fotografia è iniziata quando ero piccolissimo. Non avendo mai avuto il fisico da giocatore di calcio o da atleta di qualsivoglia disciplina, mio padre mi aveva messo in mano la sua macchina fotografica dicendomi: «Toh, prova con questa, magari ne tiri fuori qualcosa e non ti fai neanche male.»

Ho sempre goduto della fiducia dei miei genitori: fosse stato per mia madre mi avrebbe costretto a dormire in un letto con le sponde fino ai diciotto anni.

Mentre vi racconto di me, oltre i vetri c’è Milano, che pare una spugna. Assorbe malumori, malesseri e fumi vari, con la madunina che li rimescola con un mestolo di legno. Da brava zdora di pianura, reggitrice di casa e di cose, ci tiene uniti in questo stagno di gas serra e ci permette di scambiare quattro chiacchiere con la gente in metro: «Secondo lei pioverà?»

Il parere di qualcuno è che non pioverà mai più. La nebbia ha nascosto la madunina, dandole modo di svignarsela dal Duomo. Forse la ritroveremo alla Malpensa, mentre tenta d’imbarcarsi su di un volo per le Maldive.

Prima però vi stavo raccontando che quel giorno pareva il solito giorno e anche il mio cane era fetente come sempre – sotto le lenzuola aveva ingaggiato una lotta con un osso di gomma e non era chiaro chi stesse vincendo – mentre già dal primo mattino il karma mi stava suggerendo qualcosa: datti malato. Trova una scusa, non uscire. Fingiti morto.

Chissà perché finiamo sempre per considerare la nostra voce interiore un segnale di schizofrenia e non, invece, un modo carino e simpatico con cui Gesù Cristo ci dice che prevede una pioggia di santi e beati, che chiamerai a raccolta quando capirai che le successive ore ti saranno parecchio sfavorevoli. E dunque dai, Luchino Girondi, sparisci. Dio lo vuole! Oppure pioveranno santi e madonne, ma solo quelli. Acqua niente, nemmeno la brutta pioggia rossa che scappa dal deserto per imbrattare Milano. Niente di niente. Questa città finirà per soffocarci, ma ce ne renderemo conto quando sarà troppo tardi, come succede alle rane bollite.

«Mi faccio un caffè e vado. Sei sicuro che non vuoi due biscottini per ingentilirti il carattere?»

Il cagnaccio fetente è fatto così: se lo lascio a letto a pancia vuota, quando si alza apre tutti gli sportelli della cucina alla ricerca di schifezze. Anche i suoi croccantini sono schifezze, ma almeno sono schifezze da cane. I biscotti no, sono schifezze che mangio io. Del resto se la spesa la facesse il cane io mi adatterei a mangiare ciò che compra lui. Non sono particolarmente schizzinoso, né a tavola né con le donne. In un caso o nell’altro si tratta comunque di fame.

Il cane si scosta il piumone dal grugno; la lingua a penzoloni mi suggerisce che l’osso ha perso. Dovrò comprargli l’ennesimo giochino: certi passatempi durano meno delle mie storie d’amore. E badate che io sono single piuttosto spesso, me ne intendo, sono del ramo. Anche se ne farei volentieri a meno.

A volte mi dico che non è tutta colpa mia, la mia anima gemella è da qualche parte, là fuori, ma, mentre lei è là, io sono qui col cane, o in ufficio. O sto fotografando la scena di un crimine. È raro che io veda belle donne sul lavoro, e se le vedo non sono vive.

«Poirot, ultimo avviso!»

Ah, sì, il mio cane si chiama così. Trattasi di pastore belga, un quasi cane poliziotto; ha pure il caratterino antipatico del personaggio inventato da Agatha Christie. Dunque il nome gli casca a pennello, meglio di quanto farebbe un cappottino per cani.

Il mio docile cagnolino si accosta al tavolo e ci appoggia il grugno. Venti centimetri di lingua si distendono sul piano in betulla come un tappeto persiano nel salone dei ricevimenti. Manco a farlo apposta le misure del mio cane coincidono con quelle dell’Ikea, deve trattarsi di un complotto tra Svezia e Belgio ai danni della mia dispensa.

Poirot smangiucchia un biscottino sottratto in modo indebito, poi si mette in posa davanti alla ciotola. Trattengo il fiato per non essere investito dal tanfo e gli servo una bella porzione di croccantini. Il mio cane apprezza la dieta umana quel tanto che basta a divorare la mia roba e anche la sua. Non è un cane, è un tritarifiuti che abbaia.

«Ci vediamo stasera!» lo saluto uscendo. «Bada che ho preso nota dei danni all’impagliatura delle sedie, se al rientro riscontrassi peggioramenti faremo i conti.»

Da qualche giorno Poirot combina più disastri del solito, forse sente la primavera. Certo, siamo soltanto a febbraio, ma l’udito dei cani è quattro volte migliore del nostro. Magari, con un po’ di fortuna, sente un temporale in arrivo. Ad alcuni fanno male le giunture, al mio cane prudono le gengive. Così si spiegherebbe perché negli ultimi tempi abbia deciso di smussare gli angoli del tavolo.

Infilo il piumino grigio, anche se chiamarlo mimetico Milano lo fa sembrare più elegante. Mi guardo attorno e mi assicuro di non aver scordato niente. Il mio cane mi osserva serio e mi fa un cenno: mi sta dicendo che con questo freddo mi occorre il berretto di lana. Se mi ammalassi non potrei portarlo a fare la passeggiata e dovrebbe accontentarsi di brevi capatine all’aperto per i suoi eme, le emergenze che non si possono rimandare. Il mio cane ci tiene al suo bipede da compagnia; a volte pretende persino di farmi da mamma, ma almeno lei va a spasso da sola.

L’umano si copre per bene ed esce, lasciando la sua controparte canina a presidiare il matrimoniale con materasso ortopedico e struttura a doghe. Il mio cane ha problemi di nervi, nel senso che fa saltare i miei.

Appena la porta di casa viene chiusa, il cane apre le ante della cucina alla ricerca di qualcosa di sfizioso. Salatini. Sgranocchiati davanti alla televisione sono una colazione eccezionale. Prende in bocca il sacchetto, salta sul letto. Con la zampa pigia on sul telecomando ed ecco Animal Planet che trasmette uno speciale sugli scoiattoli volanti. Non ci va matto, per prenderli occorrerebbero risorse che lui sente di non avere. I conigli, invece…

Con uno strattone apre il sacchetto dei salatini, che l’umano si ritroverà nel letto fino al prossimo cambio di lenzuola. Finiranno nel filtro della lavatrice e faranno conoscenza col decalcificante. Le migliori storie d’amore nascono sempre da un inciampo del destino.

Sarà una giornata impegnativa, si ripetono l’uomo e il cane, ognuno per proprio conto. Il primo cercando di far sparire le prove del misfatto – ingurgitando patatine e aspirandone anche le briciole –, il secondo cercando le prove che di solito i mascalzoni lasciano sul luogo di un delitto. Se tutti i delinquenti fossero del calibro di Poirot, la Scientifica potrebbe anche chiudere.

Prendo l’autobus al volo, come un fuorilegge all’assalto della diligenza. Lo smog circonda persone e cose; se non si decide a piovere estenderanno il provvedimento delle targhe alterne persino alle case discografiche.

Dai, su, non fingetevi troppo giovani per cogliere la battuta, Targa italiana era l’etichetta discografica fondata da Mario Rapetto, nel 1980 fece uscire il 33 giri di Colpa d’Alfredo. Non è che io sia un appassionato di musica nostrana, tutt’altro, però mi serve a tener buono il cane. Ascolto Radio Italia così lui canta. In auto, magari, ululando i motivetti proposti; io mi limito a raccogliere informazioni su artisti, etichette e concerti. Badare a tutto, inezie incluse, fa parte del mio mestiere. Persino quando non lavoro. Così, vedendomi fermo al semaforo, con un grosso cane nero impegnato in una lotta di acuti con Marcella Bella, i pedoni attendono con calma il loro turno sul marciapiede. Senza tentare sortite suicide. Nessuno si fida di una Punto tenuta insieme con lo scotch che porta a spasso un cane evidentemente in preda ai fumi dell’alcol. Attendono diligentemente il verde prima di attraversare sulle strisce, memori del detto che il lupo perde il pelo ma non il vizio. Loro non sanno quale sia il vizio del cane, ma il cane assomiglia parecchio al lupo delle favole e quindi occorre prestare attenzione. Molta attenzione.

Ammettiamolo, come poliziotto so mimetizzarmi piuttosto bene. Quantomeno tra i casi umani.

Arrivo in ufficio e mi alzo in punta di piedi per appendere il giubbotto al pomello dell’appendiabiti. È l’unico punto ancora libero e per arrivarci occorre essere in grado di vincere gli indoor di salto con l’asta. Nel mio caso però, anche il salto con l’asma sarebbe un traguardo. Ho dei colleghi davvero amabili: mi sopravanzano di una spanna e piace loro ricordarmelo.

Op op op… e salto. Il giubbotto resta appeso e io ridiscendo con grazia, o così mi è sembrato. Forse anche gli ippopotami di

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