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Lettere da Laconinas
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E-book297 pagine4 ore

Lettere da Laconinas

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Info su questo ebook

Un luogo particolare, un tempo passato non troppo lontano ed un insegnante di Genova; questi sono i tre ingredienti principali di Lettere da Laconinas, un libro solo parzialmente epistolare, che racconta le sfumature di un piccolo borgo della provincia di Crotone, San Nicola dell’Alto, popolato da abitanti appartenenti alla cultura arbëreshë, la minoranza etnica albanese del sud Italia. Se inizialmente l’impatto con la nuova realtà lascia Sandro, il protagonista, interdetto e confuso, ci vorrà del tempo per iniziare a comprendere gli usi, i costumi e il particolare idioma parlato nel borghetto, ma per ogni tassello che trova una giusta collocazione, un pezzetto di radice affonda in quella terra quasi straniera. È così che, giorno dopo giorno, Sandro si rende conto di aver instaurato un legame con la popolazione di Laconinas. E ovviamente, quando l’amore ci mette lo zampino, la faccenda diventa sempre più complessa ed interessante…

Carlo Rizzo è nato a San Nicola dell’Alto, paese di origine arbëreshë della provincia di Crotone. 
Laureato in Lettere, presso l’Università di Genova, è docente di materie letterarie nelle scuole superiori. 
La sua tesi di laurea, dal titolo L’apprendistato a Genova nei contratti rogati dai notai Simone Bigna e Quilico Serravalle, si inseriva in una ricerca su cui lavorava un gruppo di studiosi dell’Istituto di Storia Moderna e Contemporanea dell’Università di Genova e del Centro di studio sulla storia della tecnica del C.N.R. 
Ha curato i testi nella biografia a fumetti dedicata a Giuseppe Gangale, dal titolo Gangale a trentasei anni dalla sua morte, Ed. Centro Stampa, 2014. 
Ha fatto parte del gruppo operativo e di ricerca testi della pubblicazione Vivendo la Magna Grecia: tra Kroton e Krimisa - Scambi di genti e culture nel nostro territorio,  Vol. 2, Ed. Centro Stampa, 2015. 
Ha ricoperto la carica di Sindaco di San Nicola dell’Alto e di Presidente della Comunità Montana Alto Crotonese. 
Ha ideato e organizzato, insieme allo scrittore Carmine Abate che presiedeva la giuria, il Concorso nazionale di narrativa per ragazzi dell’alto crotonese che ha avuto sei edizioni, a partire dal 2004.
LinguaItaliano
Data di uscita11 mag 2018
ISBN9788893845700
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    Lettere da Laconinas - Carlo Rizzo

    © 2018 Europa Edizioni s.r.l. | Roma

    www.europaedizioni.it - info@europaedizioni.it

    ISBN 978-88-9384-570-0

    I edizione gennaio 2018

    Questo romanzo è opera di invenzione e, come tale, personaggi ed eventi sono frutto della fantasia. Ogni riferimento alla vita reale e a fatti realmente accaduti è casuale e involontario.

    Lettere da Laconinas

    Prefazione

    Alle pendici del monte Picuta (Pizzuta), a nord, e del monte San Michele, a sud, se ne sta adagiato un piccolo paese che, da lontano, getta il suo sguardo verso l’azzurro profondo del mare Ionio e le verdi montagne della Sila. Tra arbusti di lentisco e cespugli di rosmarino, tra querce e pini, si dipana la vegetazione del luogo: benvenuti a Laconinas, indaffarato borgo in provincia di Crotone.

    C’è via Nazionale che, come una bisettrice, divide in due parti le aree del paese, tutto raggomitolato verso il suo cuore pulsante: il rahji, la piazza principale.

    A Laconinas c’è tanta luce, dall’alba al tramonto il sole bacia gli abitanti del posto grazie alla sua esposizione a Occidente. Ma le stradine del paese sono impervie e scoscese, i vicoli stretti: «Una serie di strade interne, strette, a tratti ripide, con vicoletti angusti a volte sormontati da archi, si sviluppano a raggiera e negli incroci si formano delle piazzette rionali, le gjitonie. Le case sono addossate le une alle altre. Molte sono a piano terra».

    Quando Alessandro (Sandro) Morandini, giovane maestro ligure, giunge a Laconinas da Genova, all’inizio rimane sconcertato dal luogo: «Il paese è molto diverso da quelli che siamo soliti incontrare dalle nostre parti». Questa è la prima delle tante lettere che Sandro scriverà alla madre, un po’ per tenerla aggiornata su quella che è ormai la sua quotidianità, un po’ per sfogarsi con lei delle difficoltà che incontrerà sulla sua strada a causa di questo trasferimento.

    Al maestro Morandini viene affidata una classe di quarta elementare composta da venticinque ragazzini – tanti ripetenti – figli di contadini analfabeti, figli di migranti, di surfari, di gente umile e concreta che non si è mai potuta permettere il lusso di un’ambizione.

    A Laconinas non esiste un edificio scolastico, le classi sono sparse per il paese, sono stanze un po’ fatiscenti che fanno parte di abitazioni private e che vengono date in affitto al comune. Non ci sono bagni agibili, tanto che agli alunni è concessa una pausa per recarsi nelle proprie abitazioni, per poi fare ritorno all’aula di fortuna.

    Sandro, appassionato di fotografia, gira per il paese scattando istantanee a luoghi e persone che, seppure così diverse dalle sue abitudini, destano in lui sentimenti contrastanti di stupore e ammirazione. È una terra difficile che però sembra essere in grado di regalare momenti di autentica bellezza: «Le difficoltà che incontro sono notevoli, ma la gente di Laconinas mi affascina».

    Siamo all’inizio degli anni Sessanta, il boom economico è una realtà più tangibile nelle città industrializzate e nel Nord del Paese, mentre Laconinas, estremo Sud, sembra tuttora ancorata al passato, ferma nei confronti di un progresso che è realtà altrove. La provincia calabrese di quegli anni è povera, le opportunità di lavoro sono talmente scarse che i giovani si vedono costretti a partire con le loro valigie di cartone e un mare di sogni infranti. Emigrano verso il nord, verso i centri industriali, verso la Germania e la Francia, verso il Belgio e la Svizzera.

    «Mi sono chiesto: Di cosa vive la gente in un posto come questo? Le case, viste dall’esterno, sembrano case di contadini, con le stalle e i pollai attaccati alle abitazioni. Dalla fermata della corriera fino a casa dove abito ci sono circa cento metri. La strada è polverosa».

    Già, di cosa vive la gente in un posto apparentemente desolato come Laconinas? L’unica fonte di sostentamento per i paesani sembra essere una miniera, l’ultima rimasta in zona, la parrera di Comero. E quando nell’aria serpeggia la notizia di una sua possibile chiusura, i surfari, gli zolfatari del posto, indicono una riunione d’urgenza: «Se chiude anche la parrera Comero è la fine, Laconinas scomparirà».

    In Lettere da Laconinas i temi trattati sono molti, non è un semplice romanzo di evasione, ma si tratta di una storia che rende in modo vivido uno spaccato dell’Italia meridionale di quegli anni. Una storia che per la sua intensità rimane marchiata a fuoco, una storia che incide le carni del lettore per lasciarne, marcata e visibile, una cicatrice nelle sue memorie.

    E tra i tanti tasti suonati in questo accordo, tra poesia e realtà, l’autore ci parla della provincia, dei problemi della gente povera e tenace, di una classe operaia antica come i surfari.

    I surfari calabresi derivano dai famosi zolfatari siciliani, che furono i primi tra i contadini e gli operai delle miniere di zolfo del Meridione a organizzarsi in sindacati. La prima vera rivolta degli zolfatari avvenne tra il 1890 e il 1896 quando, a causa di una durissima crisi che in quegli anni aveva colpito il settore solfifero, migliaia di lavoratori rimasero senza occupazione. I pochi che invece non furono licenziati videro inasprite in maniera considerevole le condizioni di lavoro: abbassamenti drastici del salario e aumento del numero giornaliero delle ore di lavoro.

    Nel corso degli anni, gli zolfatari travalicarono i confini regionali per insediarsi in altre miniere di zolfo del sud Italia, come a Laconinas, portando però con sé l’esperienza aggregativa e rivendicativa degli anni precedenti.

    Sandro non solo verrà coinvolto, volente nolente, dagli eventi che colpiscono gli abitanti di Laconinas, ma si troverà addirittura catapultato nella vita pulsante della gente con la quale entrerà a contatto.

    Uno degli ostacoli principali che il maestro genovese dovrà fronteggiare, sarà proprio quello della lingua. Sì, perché a Laconinas giovani e anziani parlano in arbëresh, una lingua del tutto sconosciuta al povero Morandini.

    «Comunque la difficoltà maggiore che ho incontrato è stata questa: il modo di parlare dei ragazzi. Tra di loro parlano in arbëresh, dicono le parole in fretta e a bassa voce. Non capisco nulla! Ciò che più mi turba è che ho l’impressione che anche loro si trovino in una difficoltà analoga. Penso, cioè, che non capiscano tutto quello che dico quando spiego. Una bella situazione!».

    La lingua arbëreshe è un particolare dialetto parlato dalla minoranza etno-linguistica albanese d’Italia. Originaria del sud dell’Albania, è la lingua di quelle comunità albanesi che, a partire dalla seconda metà del 1400, migrarono verso l’Italia meridionale.

    La struttura di questa lingua è particolare, è un idioma che foneticamente e morfologicamente ha subito, nel tempo, poche evoluzioni, mantenendo sostanzialmente il suo assetto originario, contaminato quasi solamente dai dialetti meridionali di quei paesi in cui le varie comunità sono andate a stanziarsi nel corso dei secoli.

    Vive e totalizzanti sono anche le tradizioni che questo popolo "mescidato porta con sé, come avrà modo di vedere anche il maestro Morandini. Come ad esempio il particolare linguaggio" dei capelli per mezzo del quale una donna segnala agli altri il suo status: vedova, sposata o in cerca di marito. Ma anche la particolare commemorazione dei defunti.

    La commemorazione dei defunti, nei paesi albanesi, presentava le peculiarità di una vera e propria festa popolare, nel corso della quale i morti si mescolano con i vivi.

    Come tradizione vuole, dopo la processione al cimitero i parenti dei defunti si appartano nei pressi della tomba del proprio caro scomparso per consumare cibo e bevande, chiunque passi nelle vicinanze viene invitato a partecipare al banchetto. Questa particolare tradizione affonda le sue radici in ritualità antichissime, usanze che per secoli hanno messo in rilievo i valori di solidarietà e di amicizia all’interno della comunità arbëreshe.

    Tra tradizioni e quotidianità, la vita di Sandro comincia a prendere un’inaspettata piega nel momento in cui conosce Giulia De Crilesci, una giovane collega che insegna nella classe accanto alla sua. Giulia è una donna forte e ribelle, dolce e sensibile, una donna che pur di inseguire il sogno dell’insegnamento e l’autorealizzazione non scende a compromessi con nessuno.

    Così, durante la pausa invernale per le vacanze, nell’animo di Sandro inizierà a maturare una strana smania: la voglia di riprendere il treno verso Laconinas. Il treno verso i suoi alunni, il treno verso quegli abitanti rustici e genuini, verso quella terra aspramente accogliente, verso quella giovane collega che l’attrae fortemente.

    «Così si trovò di nuovo immerso in quell’ambiente che gli sembrava magico e da sogno, ma nello stesso tempo crudele e reale».

    Lettere da Laconinas è un viaggio nelle tradizioni, nei ricordi, nella storia dei luoghi e delle popolazioni. È un viaggio che procede a tappe, tra buche e intoppi, tra lutti dolorosi ed emozioni improvvise. Un viaggio che termina inevitabilmente nei luoghi del cuore.

    Cataldo Calabretta

    Ai miei figli: Mariangela, Luigi e Alberto

    Un paese ci vuole, non fosse che per il gusto di andarsene via.

    Un paese vuol dire non essere soli,

    sapere che nella gente, nelle piante,

    nella terra, c’è qualcosa di tuo,

    che anche quando non ci sei

    resta ad aspettarti.

    Da La luna e i falò di Cesare Pavese

    Col patrocinio del Comune di San Nicola dell’Alto

    Con grande piacere accolgo l’invito che mi viene rivolto per la stesura di queste brevi note di presentazione di Lettere da Laconinas opera prima di Carlo Rizzo.

    È un romanzo ambientato prevalentemente a San Nicola dell’Alto nel periodo degli anni ‘60 del secolo scorso. Il libro descrive le sensazioni di un giovane maestro di Genova che si ritrova, per motivi di lavoro, catapultato in una piccola realtà del Meridione d’Italia, caratterizzato da una precisa identità linguistica arbëreshe.

    Sandro, il protagonista del romanzo scopre a poco a poco un mondo completamente diverso dal suo, colto attraverso acquisizioni di immagini fotografiche e descritto in lettere inviate alla madre nelle quali emerge un quadro della cultura arbëreshe dalle mille sfumature: i riti, l’idioma, i costumi e le tradizioni.

    Le scoperte del giovane maestro aiutano il lettore a introdursi nella cultura arbëreshe attraverso la descrizione del matrimonio tradizionale, delle peculiarità linguistiche, della commemorazione dei defunti, della festa patronale, della descrizione dei piatti tipici, dei particolari personaggi che incontra, dei rapporti di vicinato nella gjitonia.

    Analogamente viene descritto, in dettaglio, l’ambiente circostante e la connotazione urbana di San Nicola dell’Alto; il quadro che ne viene fuori è quello di una terra difficile dove però è possibile cogliere sprazzi di bellezza estrema. Il paese si offre agli occhi di Sandro in un incontro ricco di storia e di storie, misterioso, ma in grado di rivelare legami inaspettati. Soprattutto coglie il senso dell’accoglienza che caratterizza la popolazione di Laconinas.

    Carlo Rizzo con questo romanzo traccia, con grande maestria e abilità, uno spaccato autentico della vita arbëreshe a cavallo tra gli anni ‘50 e ‘60 in un piccolo paesino della Calabria.

    L’impegno civile e politico dell’autore ha permeato il romanzo di acute riflessioni socio economiche sul boom economico e di sviluppo industriale dell’Italia del nord, in contrapposizione alle aree meridionali che, al contrario, vivono un’economia arretrata e ferita da una emorragia demografica infinita. Vengono così raccontati nel libro significativi momenti di lotte operaie, di minatori appoggiati da tutta la comunità in difesa dei loro diritti fondamentali e protesi verso una irrinunciabile emancipazione.

    Lettere da Laconinas è, dunque, un romanzo in cui il ruolo da protagonista è assunto in verità da San Nicola dell’Alto; una comunità ricca di genuine tradizioni, di riti popolari, fatta di persone che la vivono giornalmente con tutte le problematiche e contraddizioni. Si tratta quindi di un grande atto di amore che Carlo Rizzo ha voluto fare al paese natio.

    Mi accingo a concludere questa breve presentazione evidenziando come questo romanzo si aggiunga a tante opere letterarie che, in maniera diversa, rappresentano una sorta di risveglio culturale volto a restituire alla gente di San Nicola dell’Alto una sorta di orgoglio di appartenenza a una comunità avente una precisa dignità storica.

    Per queste ragioni, l’Amministrazione Comunale di San Nicola dell’Alto che oggi rappresento, apprezza e sostiene con convinzione il lavoro di Carlo Rizzo in quanto prezioso contributo intellettuale per il mantenimento della identità storico-culturale di minoranza linguistica.

    Francesco Scarpelli

    Sindaco di San Nicola dell’Alto

    PARTE PRIMA

    Laconinas, settembre 1960

    La sera a tavola Sandro parlava poco, si trovava con due persone che non conosceva. La padrona di casa aveva preparato una gustosa cena: cavatelli con sugo di pomodoro fresco e basilico, formaggio pecorino, provola, prosciutto, sardella piccante, peperoni fritti con patate.

    Sandro era una buona forchetta e mangiava tutto con appetito. Aveva fame, e ciò rendeva ancor di più saporito il cibo.

    Armando, il padrone di casa, per metterlo a proprio agio, parlava in continuazione. Raccontava fatti curiosi accaduti ai passeggeri che lui trasportava a Crotone o a Catanzaro. Parlando riempiva i bicchieri di vino, prima quello di Sandro poi il suo.

    «Bevi» diceva, «è buono, lo produco io. Senti che sapore lascia in bocca, bevilo dopo aver assaggiato il formaggio» e gli porgeva un pezzetto di pecorino infilzato nella punta del coltello.

    La signora Maria, invece, lo invitava a mangiare la sardella spalmata sul pane: «Si gusta di più mangiandola con questo pane che inforno io stessa» diceva orgogliosa.

    Sandro assaggiava e apprezzava tutti quei cibi gustosi e saporiti.

    Aveva già bevuto tre bicchieri e cominciava a sentirne gli effetti, non essendo abituato a quel vino che era piacevole, ma per lui troppo forte. A Genova beveva vino piemontese. Preferiva il Barbera che comprava in corso Sardegna, da Giorgio, un astigiano che si era trasferito in città subito dopo la guerra e aveva aperto uno spaccio di vini piemontesi.

    Sandro per non sembrare scortese non rifiutava.

    Come reagirà se dico che non voglio più bere? pensava.

    Così, continuò a mangiare e a bere quel vino che il padrone di casa, con la premura tipica di chi non vuol lasciare scontento un ospite, continuava a versare.

    Improvvisamente si udì un colpo di fucile, dopo una frazione di secondo un altro.

    Maria si alzò di scatto, e avviandosi all’uscita disse: «Torno subito».

    Aprì la porta e, mentre il cane abbaiava, si sentì un altro colpo. La chiuse alle sue spalle e sparì mentre il cane continuava ad abbaiare.

    «Sparano! Ma dove va? È pericoloso!» disse Sandro con un’espressione preoccupata.

    Armando lo aveva osservato, nel suo volto aveva visto anche un po’ di paura.

    Sorridendo sotto i baffi: «Non è niente, non ti preoccupare, è nato Antonio».

    «Non capisco» rispose Sandro, ma già quelle parole e il tono rassicurante del padrone di casa lo avevano tranquillizzato.

    «Quando nasce un maschietto» proseguì Armando, «si sparano tre colpi di fucile in aria, per manifestare la propria gioia e annunciare agli altri il lieto evento. Se nasce una femminuccia si sparano solo due colpi. Il bambino si chiamerà Antonio perché è il primo figlio maschio e porterà il nome del nonno paterno. Brindiamo ad Antonio».

    Prese il bicchiere, lo avvicinò a quello di Sandro: «Qui da noi si dice "Me shëndet, che significa alla salute"».

    Si sentì il tintinnio dei bicchieri.

    La curiosità di Sandro, sul perché della fuga di Maria, fu subito soddisfatta da Armando che aveva letto il suo pensiero.

    «La mamma del bambino è stata battezzata da mia moglie, si chiama Pina e le ha voluto sempre bene, come se fosse una figlia, perché è rimasta orfana di madre all’età di dieci anni. La mammana ha finito il suo lavoro, adesso ci sarà bisogno di aiuto, così mia moglie è andata a dare una mano».

    Si alzarono dal tavolo e si sedettero su due sedie vicino alla finestra. Faceva caldo, avevano bisogno di un po’ di aria.

    Armando riprese a raccontare le sue storie. Sandro faceva finta di essere interessato, ma pensava al giorno dopo, all’incontro con il direttore scolastico, ai colleghi che avrebbe conosciuto, agli alunni che avrebbe visto tra qualche giorno.

    Dopo più di un’ora rientrò Maria.

    «Tutto bene, è un bel bambino, sono molto stanca, vado a dormire, domani sarà una giornata faticosa» disse frettolosamente, senza dare la possibilità ai due uomini di chiedere altro.

    Sandro si alzò e, con passo veloce, si avviò verso la sua camera dando la buonanotte.

    Il balcone era stato lasciato socchiuso, per far circolare l’aria. Entrava nella camera la luce bianca della luna.

    Era stanco. Si era coricato dicendo a se stesso: «Ci vuole una bella dormita!».

    Ma non riusciva a chiudere occhio. Si girava e rigirava nel letto, cercando un lembo di lenzuolo fresco.

    Pensava ai fatti accaduti durante la giornata.

    L’arrivo alla stazione di Crotone con più di due ore di ritardo, il caldo afoso e l’odore acre proveniente dalle fabbriche poco distanti che sbuffavano nuvole di fumo.

    Ripensava a quel tipo strano che si era presentato come tassista e gli aveva proposto di condurlo a Laconinas al prezzo di cinquemila lire. Lui aveva risposto che aspettava la corriera.

    Si era informato al bar della stazione, dove aveva preso un caffè, appena sceso dal treno.

    «All’una e un quarto, proprio qui di fronte c’è la fermata del postale che va a Savelli e si ferma anche a Laconinas, dove arriva alle tre» aveva risposto il barista mentre poggiava la tazzina sul piattino.

    Si alzò dal letto, uscì sul balcone, accese una sigaretta.

    La luna era alta e bianca. Osservava una parte del paese che si allungava in discesa, era attratto dalle tegole dei tetti che avevano assunto un colore argenteo.

    In lontananza, sulla sua sinistra, guardava le luci di Crotone che si riflettevano sul mare. Di fronte seguiva con lo sguardo l’orizzonte oscuro delle montagne della Sila e ammirava il cielo stellato che continuava oltre.

    Sotto l’orizzonte era come se ci fosse una tela oscura sulla quale, qua e là, luccicavano i paesi disseminati nella fascia presilana.

    Intanto, ripercorreva mentalmente, il viaggio da Crotone a Laconinas.

    Un volto faceva spesso capolino nella sua mente. Era quello di una ragazza che aveva visto sul postale. Stava seduta due posti più avanti nella fila sinistra, mentre lui nella fila destra vicino al finestrino.

    Si era girata quando aveva sentito Sandro che diceva: «Laconinas» rispondendo al fattorino che gli aveva chiesto dove andasse.

    Per un attimo aveva incrociato il suo sguardo.

    Osservava un po’ il panorama, ma molto la ragazza che parlava sottovoce con una signora seduta accanto.

    A Strongoli il postale si era fermato. Il fattorino, un uomo sui quaranta, con baffi folti e sguardo curioso, gli aveva detto: «Aspettiamo la coincidenza che arriva tra dieci minuti».

    Sandro era sceso e aveva acceso una sigaretta. Quattro vecchietti seduti su un muretto non molto distante parlavano gesticolando. Dalla custodia aveva tirato fuori la macchina fotografica e fatto uno scatto.

    Portava sempre con sé la macchina che aveva ricevuto in dono per il diploma. Il nonno l’aveva acquistata a Cairo Montenotte, direttamente in fabbrica.

    «Voi siete un fotografo?» aveva chiesto il fattorino.

    «No, la fotografia è la mia passione. Sono un insegnante e vado a Laconinas».

    «Io mi chiamo Fortunato e abito a Savelli, se non sapete dove alloggiare possiamo chiedere a Salvatore, il portalettere di Laconinas, è una brava persona e vi aiuterà a trovare una sistemazione».

    «Sì, volentieri, grazie, molto gentile» aveva risposto Sandro.

    Da Strongoli a Laconinas, una distanza di circa dieci chilometri, aveva osservato il panorama e il paesaggio.

    Per un breve tratto, la strada procede su un crinale dal quale, sulla destra, si intravede l’azzurro del mare Jonio. La vegetazione cambia man mano che ci si avvicina a Laconinas. Gli eucalipti lasciano il posto alle querce, ai pini, agli elci. La strada è costeggiata da arbusti di lentisco, agave con steli che si innalzano alti, ginestre spoglie di fiori, cespugli di rosmarino.

    Aveva notato una poiana che stava maestosa sull’estremità di un palo della luce elettrica e, in alto, su una montagna una casetta bianca, non molto distante un traliccio altissimo. Non capiva bene di cosa si trattasse, ma il fattorino aveva subito soddisfatto la sua curiosità: «Quella è la chiesetta di San Michele e il traliccio è della rai» aveva detto indicando la montagna con la mano.

    Nella testa aveva ancora il rombo del motore. In salita il postale sbuffava fumo nero dalla marmitta e procedeva lentamente. Soprattutto nella salita del Rindinello, dove, in alcuni tornanti faceva talmente fatica che l’autista dovette inserire una marcia ridotta.

    Dopo le curve che costeggiano il cozzo di Strambello cominciarono a vedersi le prime case.

    «Tra due minuti arriviamo a Laconinas» disse il fattorino rivolgendosi proprio a Sandro.

    Infatti, dopo due minuti precisi l’autista fermò il postale e spense il motore.

    «È meglio farlo riposare un po’, la fatica vera deve ancora arrivare» disse.

    Scesero alcuni passeggeri tra cui la ragazza e la signora. Il

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