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Benzina sul fuoco : Serie di Ryan Lock vol. 6: Serie di Ryan Lock

Benzina sul fuoco : Serie di Ryan Lock vol. 6: Serie di Ryan Lock

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Benzina sul fuoco : Serie di Ryan Lock vol. 6: Serie di Ryan Lock

Lunghezza:
398 pagine
9 ore
Editore:
Pubblicato:
26 ago 2021
ISBN:
9781507197165
Formato:
Libro

Descrizione

Ingaggiati per un incarico di protezione personale a Los Angeles, gli ex-militari Ryan Lock e Ty Johnson finiscono sulle tracce di una misteriosa organizzazione criminale. Le indagini li porteranno a delle scoperte inquietanti: gli improbabili adepti di questo culto sanguinario hanno intenzione di diffondere il loro messaggio in tutto il mondo, nella maniera più devastante possibile.

“Eccezionale. I paragoni con Lee Child sono ben meritati: anche Black ha origini inglesi, ambienta i suoi romanzi negli Stati Uniti, crea personaggi altrettanto affascinanti ed ha perfino il suo stesso editore.” ‒ Sarah Broadhurst, Bookseller

“Teniamolo d’occhio: qui abbiamo un vero scrittore, ed un vero eroe. ” ‒ Geoffrey Wansell, Daily Mail

“Lo stile di Sean Black è grandioso: agile e fluido.”‒ Jeremy Jehu, Daily Telegraph

“Il ritmo di Lee Child, unito al cuore di Harlan Coben.” ‒ Joseph Finder, autore dei New York Times Bestsellers Paranoia e Buried Secrets.

Editore:
Pubblicato:
26 ago 2021
ISBN:
9781507197165
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Benzina sul fuoco - Sean Black

PARTE PRIMA

Capitolo 1

Sangue che entra, sangue che esce. Era questo il patto. Per unirti a loro, dovevi togliere la vita a qualcuno. Per andartene dovevi rinunciare alla tua, oppure aspettare che qualcuno te la strappasse. A dire il vero, nessuno se n’era mai andato di volontà propria. Né aveva mai espresso il desiderio di farlo. Che senso avrebbe avuto?

Andarsene equivaleva ad ammettere una sconfitta. Ritornare alla tua vecchia vita, una vita che non era più degna di quel nome.

Chi poteva essere così stupido da accettarlo? Tornare a far parte dei maschi beta? Rientrare tra quelle persone che ormai avevi imparato a chiamare MZF, mediocri zerbini frustrati?

No. Non era nemmeno da prendere in considerazione. Una volta che avevi ingoiato la pillola rossa e avevi preso contatto col tuo maschio alfa interiore, non potevi più tornare indietro. Cominciavi a vedere il mondo in maniera diversa. Lo vedevi per quello che era davvero, rendendoti libero da qualsiasi condizionamento.

Ma vedere non era abbastanza. O almeno, non per Krank. Senza l’azione, la conoscenza era inutile. Avrebbe dovuto essere più egoista, forse allora si sarebbe accontentato. Dopo quella notte al covo di San Diego, aveva tutto ciò che un uomo potesse desiderare – anche se molti non erano abbastanza onesti da ammetterlo. Denaro, prestigio e così tante donne che ormai era diventata quasi una seccatura. Come era già successo a molti prima di lui, uomini che avevano piegato il mondo ai propri desideri, stava cominciando a stancarsi delle cose materiali. Ciò che era esteriore, superficiale, non gli bastava più. Krank voleva lasciare un segno. Sapeva che prima o poi avrebbe dovuto compiere il proprio destino.

Per farlo, aveva iniziato un nuovo corso di studi. Aveva abbandonato il covo. Si era trasferito in Europa, alloggiando per qualche tempo a Londra prima di spostarsi verso sud, e poi ad est. Aveva vissuto a Parigi, Roma, Praga e Budapest. Nel frattempo, era diventato un avido lettore. Divorava due, a volte tre libri in un solo giorno. Storia, politica, scienze, antropologia. Soprattutto antropologia. Prima di andarsene, Gretchen gli aveva fatto una lista, selezionando i titoli più interessanti che aveva conosciuto grazie al suo corso di laurea in sociologia: femminismo e studi di genere. Krank se li era procurati tutti. Li aveva studiati con rigore e diligenza. Bisognava conoscere il nemico.

Adesso si rendeva conto di quanto fosse cambiato il mondo negli ultimi tempi. Riconosceva i danni che questo cambiamento aveva provocato e poteva identificarne i responsabili. Cominciò a formulare i suoi progetti, ad elaborare un piano per ristabilire l’equilibrio. Non ce l’avrebbe mai fatta da solo, se ne rendeva conto benissimo. Anche con l’aiuto di qualcuno, ci sarebbe voluto del tempo. Però, pensò Krank, da qualche parte si doveva cominciare. Avrebbe acceso un barlume di speranza per quei coraggiosi che volevano seguire i suoi passi.

Col passare dei giorni, le sue letture cominciarono a orientarsi verso argomenti di maggiore attualità. Fu allora che scoprì, per puro caso, i rituali iniziatici delle bande di strada. Per essere ammessi in alcune gang di Los Angeles bisognava versare del sangue. Si trattava di un rito di passaggio dalle origini antichissime, lo sapeva anche un idiota, ma l’idea gli sembrò terribilmente affascinante. Poteva essere piegata a uno scopo più alto. Non per controllare dei mediocri soldatini addetti allo spaccio della droga, ma per creare un legame indissolubile tra i suoi devoti.

Quello che Krank aveva in mente non era un’associazione criminale, anche se la società moderna, inquinata dal pensiero femminista, l’avrebbe giudicata come tale. No, aveva pensato Krank, si trattava di qualcosa di più nobile – il ritorno a un ordine naturale che era rimasto in vigore per migliaia di anni.

Quella sera, lo aspettava un’altra iniziazione. Sangue che entra. La terza cerimonia, da quando era tornato a casa.

Seduto dietro al volante di una BMW serie 5 nera, percorreva le vie del centro col motore al minimo. A quell’ora le strade di Los Angeles erano lastre color blu notte. Le tre di mattina. I locali e le discoteche stavano appena cominciando a svuotarsi.

Fu allora che la vide. La pelle bianca, i capelli biondi. Camminava sui tacchi alti, barcollando leggermente. Non sembrava troppo sicura di sé. Era da sola, un animale separato dal gregge. Proprio quello che stava cercando.

Allungando un braccio, la ragazza cercò di abbassare la gonna che era scivolata un po’ troppo in alto. Per poco non perse l’equilibrio. Riuscì ad evitare una brutta caduta appoggiando una mano sul muro. Fece un respiro profondo, aprì la borsetta e tirò fuori il suo iPhone. Senza alcun dubbio aveva bisogno di un passaggio, ma non stava telefonando a un amico. No, la ragazza stava utilizzando Uber, o qualche altra applicazione della concorrenza. Cercava un autista su internet. Era molto più economico, rispetto a una normale corsa in taxi. Nel giro di qualche anno, i tassisti sarebbero rimasti senza lavoro.

Krank accostò al marciapiede e tirò fuori il cellulare. Schiacciò il pulsante della chiamata rapida. L’hai vista? Disse, parlando dritto nel microfono. Ho scelto lei.

La vedo, disse qualcuno dall’altra parte della linea. La voce era carica di tensione. Era nervoso. Naturalmente, pensò Krank. A parole erano bravi tutti, ma la caccia vera e propria era un altro paio di maniche. In ogni caso, i nervi non sarebbero stati un problema. A Krank piaceva la gente nervosa, era quella che viveva più intensamente.

Va bene, disse Krank. Adesso tocca a te. Non farti beccare, d’accordo? Se arrivi prima di un minuto, potrebbe avere dei sospetti. Quarantacinque secondi è il tempo minimo. Niente fretta.

Lo so.

La sua improvvisa suscettibilità provocò il sorriso di Krank. Non è vero, pensò. Tu non sai un cazzo. Sei un verginello come tutti gli altri. Non puoi sapere niente di niente, finché non lo hai fatto. Nessuno è mai pronto abbastanza, per la sua prima volta.

È come ingoiare una pasticca rossa. Ma l’effetto è moltiplicato per mille. Insieme alla spinta dell’adrenalina, si prova un senso di terrore che continua a salire. E poi, quando tutto è finito, ci si sente male. Proprio come quando assaggi l’eroina per la prima volta.

È arrivato il momento. Sangue che entra.

Capitolo 2

In quel momento Kristina Valeris desiderava soltanto tornare a casa, buttarsi sul letto e mettersi a dormire. Sbloccò lo schermo del suo iPhone e fece partire un’applicazione chiamata SafetyCar. Proprio come Uber, utilizzava il GPS del telefonino per rintracciare gli autisti nelle vicinanze. Ma la particolarità di SafetyCar era che il software cercava sempre di procurarti un autista del tuo stesso sesso. Un dettaglio importante, se avevi bisogno di un passaggio a quest’ora della notte. Costava leggermente di più, ma ne valeva la pena.

Qualche secondo più tardi, il telefono emise un trillo. Un messaggio la avvertiva che un’automobile stava venendo a prenderla e le indicava la cifra che avrebbe dovuto pagare. Schiacciò il pulsante per accettare l’offerta e, mentre aspettava, appoggiò la schiena alla parete e lasciò cadere la testa in avanti.

Dall’interno del locale filtrava il suono martellante del basso. Kristina aveva un principio di mal di testa e stava morendo di sete, forse aveva davvero esagerato coi cocktail. I piedi le facevano malissimo. A farla stare male davvero, però, era il pensiero di quello che era successo poco prima: aveva rotto con la sua migliore amica, e forse stavolta sarebbe stato per sempre. Un piccolo diverbio per un tizio appena conosciuto al bar era degenerato in una lite furibonda. Si sentiva una vera idiota per non essere riuscita a controllarsi.

Mentre il sudore le si asciugava addosso, si alzò una folata di vento che la fece rabbrividire. In fondo alla strada c’era una berlina scura. L’aveva notata appena era uscita dal locale ed era abbastanza sicura che ci fosse qualcuno seduto dietro al voltante. Una presenza maledettamente inquietante.

Avanti, stupido taxi, quanto tempo ti ci vuole?

Socchiuse le palpebre e alzò di nuovo lo sguardo verso la BMW. I suoi occhi si stavano abituando all’oscurità della strada. Adesso riusciva a vederlo, teneva le mani sul volante e continuava a fissarla.

Patetico.

Aveva voglia di avvicinarsi alla macchina, bussare sul finestrino e chiedergli che aveva da guardare. Controllò l’orologio – un regalo del padre per il suo diciottesimo compleanno. Le aveva comprato un Cartier, convinto che il denaro bastasse a compensare il fatto che era sempre via per lavoro.

Il rumore di un motore la fece voltare. Un’automobile era comparsa in fondo alla strada. Grazie al cielo, pensò Kristina. Sperava solo che la proprietaria dell’auto non cominciasse a tempestarla di domande.

Fece qualche passo verso l’automobile, una Honda dalla carrozzeria blu scuro. Quando la macchina si fermò, anche Kristina rimase immobile: il conducente era un uomo. Era molto giovane, sembrava appena uscito dal liceo. I suoi capelli neri erano folti e ricci, aveva la pelle grassa e il volto pieno di brufoli. Ha richiesto un passaggio?

Deve esserci un errore. SafetyCar avrebbe dovuto mandarmi una donna.

Il ragazzo distolse lo sguardo e scrollò le spalle. Beh, ti hanno mandato me. Immagino che non ci sia molta gente, disponibile a quest’ora. Se non vuoi salire, dovrai aspettare altri venti minuti.

Al diavolo, pensò Kristina. Avrebbe corso il rischio. Dopotutto, quel ragazzino non sembrava una minaccia. Aveva meno muscoli di lei, e poi c’era sempre lo spray al peperoncino. Per diventare un autista di SafetyCar, dovevi portare i documenti a una centrale di polizia. Tutti i tuoi movimenti venivano registrati dall’applicazione – le persone che andavi a prendere, il punto in cui le incontravi e la loro destinazione. Un passaggio SafetyCar era più sicuro di un taxi vero e proprio: in fin dei conti, anche i tassisti erano degli sconosciuti, ma non c’era nessuno che seguisse i loro spostamenti attraverso il GPS.

Qualche metro più avanti, l’uomo della berlina continuava a fissarla. Kristina aprì la portiera della Honda e si infilò dentro. Mentre si abbandonava sul sedile posteriore, strinse a sé la sua borsetta e aprì la cerniera. Le sue dita si mossero rapidamente, in cerca della minuscola bomboletta di spray al peperoncino. La trovò in fondo alla borsa, sepolta da un mare di cianfrusaglie. La sfilò da sotto il mucchio e la appoggiò in cima, in modo da poterla raggiungere facilmente. Quindi richiuse la cerniera.

L’autista se ne stava seduto immobile come un manichino. Kristina riusciva a sentire il suo sguardo su di lei, attraverso il retrovisore. Cominciava a chiedersi se non le fosse uscito un seno dalla scollatura o qualcosa del genere. Che i ragazzi la guardassero non era una novità. Ma la situazione stava diventando imbarazzante.

L’autista si voltò verso di lei. Sembrava spaventato. Aveva le pupille dilatate, era rosso in volto. Tornò a guardare avanti. Non ce la faccio. Mi dispiace, disse, con la voce poco più alta di un sussurro.

In un primo momento, Kristina credette di aver sentito male.

Poi lo disse di nuovo. Mi dispiace. Devi andartene.

Questo la mandò su tutte le furie. Stammi a sentire, io devo tornare a casa il prima possibile. C’è un tizio in quella macchina che mi sta fissando e io... niente, lascia perdere. Ho soltanto bisogno che tu mi porti a casa. Puoi schiacciare il piede su quel cazzo di acceleratore, per favore? Avrebbe potuto limitarsi a questo, ma lei era davvero fuori di sé. E per di più il ragazzo continuava a guardarla con gli occhi spalancati, come se non l’avesse sentita. Allora si chinò in avanti e, parlando sottovoce, gli disse: Toglimi gli occhi di dosso e guida, pezzo di merda.

Capitolo 3

Aveva deciso di risparmiare la vita della ragazza, ma lei non se ne era resa conto. Lo aveva chiamato pezzo di merda. Adesso le avrebbe mostrato di che pasta era fatto. Allungò una mano verso il cambio e schiacciò l’acceleratore. L’auto partì così in fretta che la ragazza fu sbalzata contro il sedile.

Ti ho chiesto di guidare, non di rompermi il collo.

Ignorandola completamente, lui si diresse a tutta velocità verso la fine della strada, poi svoltò su Olive Street puntando dritto verso la superstrada. Krank lo seguiva nella sua BMW, stupito per la partenza improvvisa del suo ragazzo. Dietro di loro, il furgoncino arrugginito del suo amico Mezzasega faticava a tenere il passo e si stava allontanando sempre di più.

La Honda divorò Olive Street in un batter d’occhio. La ragazza afferrò il poggiatesta del sedile davanti e si tirò su. Datti una calmata, d’accordo? Non volevo offenderti, davvero. Ho avuto una serata di merda.

L’autista la ignorò, le mani serrate sul volante, le spalle bloccate da una tensione muscolare che non aveva mai sentito prima, forse generata dalla consapevolezza che avrebbe tolto la vita a quella giovane donna. Ormai si sentiva pronto. La rabbia continuava a crescere dentro di lui. Gli tornarono in mente tutte le volte che era stato respinto, tutte le ragazze che lo avevano ignorato, umiliato o trattato come immondizia. Si teneva stretta la sua collera, come se dovesse farne una scorta, preparandosi al momento in cui l’avrebbe lasciata libera di infuriare contro di lei.

Perché stiamo andando verso la superstrada? Chiese la ragazza. Adesso sembrava a disagio, la sua voce era diventata tremante.

Sentire quell’incertezza lo rese euforico. È il tragitto più veloce, disse.

Il telefono della ragazza emise un breve trillo. Lei aprì la borsetta e tirò fuori il cellulare. La sua vera autista le aveva mandato un messaggio, chiedendole che fine avesse fatto. Lui si voltò sul sedile, e la vide mentre fissava lo schermo. L’espressione che aveva sul volto non lasciava nulla all’immaginazione. La ragazza aveva capito.

Dopo un momento di shock iniziale, avrebbe cercato di chiamare qualcuno in suo aiuto. Lui non poteva permetterlo. Diede uno strattone al volante, lanciando l’auto di lato. Dietro di lui, Krank rallentò e fece lampeggiare gli abbaglianti in segno di protesta.

L’improvviso cambio di direzione la sbalzò contro la portiera e le fece cadere il telefono di mano. Si chinò subito a cercarlo sotto il sedile del conducente. A quel punto lui rallentò, staccò una mano dal volante e la infilò sotto quello stesso sedile, cercando in maniera altrettanto frenetica. Ci arrivò prima lui. Strusciando la punta delle dita contro il bordo del cellulare, lo avvicinò e riuscì ad afferrarlo.

Dammelo! Gridò la ragazza.

Lui schiacciò il tasto per abbassare il finestrino e lanciò il telefono sulla strada. La ragazza si gettò contro di lui, le sue unghia gli graffiarono la faccia. Sentì un bruciore pungente avvampargli sulle guance, mentre lei continuava a muovere le mani e cercava di colpirlo agli occhi. Sollevando una mano le afferrò il polso e lo fece ruotare, abbastanza forte da farla gridare per il dolore.

L’improvvisa eccitazione provocata da quel suono lo sorprese. Dunque era questo il potere, si disse. La meravigliosa sensazione che si provava quando avevi il completo controllo della situazione. Ne voleva ancora. Presto sarebbe diventato un ultra-alfa. Krank diceva sempre che esistevano maschi alfa e ultra-alfa. A dividerli c’era una sola barriera: la violenza.

Strinse la presa sul polso e lo fece girare ancora un po’. La ragazza emise un gemito. Magnifico, pensò lui. Era più facile di quanto avesse immaginato. La donna era debole. Lui era più forte. Non c’era nulla da temere.

Un attimo dopo sentì una specie di sibilo e un getto liquido che gli bagnava la faccia. Quindi un bruciore intenso negli occhi. Così intenso che non riusciva più a respirare. Lasciò andare il braccio della ragazza per strofinarsi il viso, ma era inutile: invece di diminuire, il dolore aumentava.

Non riusciva più a vedere la strada. Schiacciò il pedale del freno. L’auto cominciò a rallentare. Non si era ancora fermata del tutto, quando una delle portiere posteriori si aprì. Lui si voltò di scatto e allungò un braccio per afferrare la ragazza. Si stava lanciando fuori dall’automobile, mentre era ancora in movimento. Sentì una gamba scivolargli contro la mano. L’aveva persa. La sua preda adesso era là fuori, nelle strade buie e deserte del centro di Los Angeles.

Capitolo 4

Krank vide l’auto frenare di colpo e la ragazza saltare giù, un attimo prima che il veicolo si fosse fermato del tutto. Atterrò su un ginocchio e per un secondo rimase immobile sulla strada. C’era ancora speranza, pensò Krank. Il furgone li aveva quasi raggiunti. Dovevano recuperarla e tagliare la corda, prima che i residenti si accorgessero di quello che stava succedendo.

La ragazza si alzò, tenendo una mano stretta sul ginocchio. Cominciò a muoversi verso il marciapiede, cercando di ignorare il dolore, finché l’adrenalina entrò in circolo e la spinse ad accelerare. Si mise a correre, facendo forza su una gamba e zoppicando sull’altra.

Krank fermò la sua automobile a pochi centimetri dalla Honda e scese sulla strada. Se una volante della polizia fosse passata per sbaglio da quelle parti, avrebbero creduto che si trattasse di un tamponamento. La ragazza si era già allontanata di un centinaio di metri. Krank non aveva nessuna paura di perderla. Ma prima doveva controllare una cosa.

Aprì la portiera della Honda. Che è successo? Domandò al conducente. Il ragazzo alzò lo sguardo, continuando a strofinarsi la faccia con le mani chiuse a pugno, come un lattante che combatte col sonno. Mi ha spruzzato con una bomboletta. Quella puttana aveva lo spray al peperoncino nella borsetta.

Riesci a guidare? Gli chiese Krank.

Penso di sì, disse il ragazzo, strizzando gli occhi.

Krank fece un cenno al furgone. Mezzasega spense il motore e uscì fuori, con la sua solita espressione stordita che lo rendeva identico a Shaggy di Scooby Doo. Se non fosse stato per il suo abbigliamento ricercato, sarebbe stato difficile trovare qualche differenza col personaggio dei cartoni animati.

Dobbiamo trovarla in fretta, gli disse Krank, quando si fu avvicinato. Quindici minuti a partire da adesso. Allo scadere del tempo, saremo costretti a dividerci.

Krank tornò alla sua auto e spense il motore. Chiuse gli occhi per un momento e cercò di visualizzare la ragazza nella sua mente.

Il suo sesto senso gli diceva che stava cercando di nascondersi. Pessima strategia. La peggiore possibile. Avrebbe dovuto cercare di distanziarli, di raggiungere un posto dove qualcun altro poteva vederla. Nascondersi significava l’esatto contrario. Trovare un angolino riparato nelle immediate vicinanze, rannicchiarti al buio e sperare che tuoi aggressori non ti avrebbero vista, con un’unica certezza: che i soccorsi non sarebbero arrivati.

Capitolo 5

Era talmente scossa dall’accaduto che quasi non lo vide. Non aveva mai sentito parlare di quel posto. C’erano due uomini accanto al portone d’ingresso, riparati da una piccola tettoia. Pensò che avrebbe dovuto tenere la testa bassa e passare oltre. Forse erano due spacciatori, rintanati in un posticino sicuro per condurre le loro trattative senza essere disturbati. Fu soltanto quando la porta alle loro spalle si aprì, che realizzò di cosa si trattava. Due uomini uscirono dal locale tenendosi a braccetto. Erano talmente presi l’uno dall’altro che per poco non inciamparono sul gradino.

Grazie al cielo, pensò lei.

Rallentò il passo e cercò di controllare il respiro. Era successo tutto così in fretta. Un attimo prima stava entrando nell’automobile che doveva riportarla a casa, e poi all’improvviso... Cosa volevano farle? Rapirla? Violentarla e poi ucciderla?

Quella gente era ancora là fuori. La stavano cercando. I due buttafuori adesso la guardavano, con le braccia incrociate e una punta di curiosità sul volto. Facendo del suo meglio per apparire calma e disinvolta, Kristina andò verso di loro, prese fiato e cominciò a raccontare quello che le era appena successo. Non funzionò. Quello che le uscì di bocca, era un ammasso di parole confuse.

Dovete aiutarmi. Stanno cercando di uccidermi. Ho chiamato un taxi, ma non era un vero taxi. Sono entrata lo stesso. È partito a tutta velocità.

Il più basso dei due buttafuori si mise a sghignazzare. Signorina, è proprio quello che ci si aspetta da un taxi – che arrivi a destinazione il più velocemente possibile. Non ci vedo nulla di strano.

Non è questo il problema. L’autista voleva rapirmi. Mi ha preso il telefono e lo ha buttato fuori dal finestrino, così ho dovuto...

Si interruppe senza completare la frase. La stavano guardando come se fosse pazza. Era meglio tagliare corto e tralasciare i dettagli. Avete un telefono? Farò una chiamata soltanto.

Il tizio più grosso fece finta di controllare le tasche. Mi dispiace, tesoro. Devo averlo lasciato a casa. Perché non vai a chiederlo a qualcun altro? Qui abbiamo già abbastanza sciroccati, disse, sollevando un pollice sopra la spalla per indicare la porta del locale.

Non mi avete ascoltata? Sono stata aggredita?

Il più basso fece un passo verso di lei. I suoi bicipiti che si incordavano sotto la giacca le fecero capire che aveva esaurito la pazienza. Stammi a sentire, zuccherino. Prosegui in quella direzione per un isolato e sbucherai direttamente su Verdugo Road. C’è sempre una pattuglia della polizia, a quest’ora. Puoi chiedere aiuto a loro. Noi non siamo pagati per queste cose.

La mia solita fortuna, pensò lei. In una notte come quella, era riuscita a trovare i buttafuori più stronzi di tutta Los Angeles. Dal modo in cui la guardavano, era chiaro che non sarebbe mai riuscita a convincerli. Però, finché loro potevano vederla, nessuno avrebbe tentato di farle del male.  In fondo al vicolo c’era Verdugo Road, dove avrebbe trovato altra gente. Doveva trovare quella pattuglia. La polizia l’avrebbe aiutata di certo.

Addio, ragazzi. E grazie per avermi trattata come uno straccio.

Il più basso la salutò facendo ondeggiare le dita di una mano. Tanti saluti.

Lei si voltò e cominciò a camminare.

Capitolo 6

Dopo aver spento i fanali, Krank uscì dall’auto e rimase a guardare la ragazza che si allontanava dall’ingresso del night club. Premette un tasto sul cellulare e aspettò che gli rispondessero. Viene verso di te. Fai attenzione, devi prenderla appena gira l’angolo. Veloce e brutale, se fosse necessario. Ci vediamo al punto di ritrovo.

***

Il punto di ritrovo era una splendida casa di campagna nel quartiere di Hollywood Hills. Si trovava a metà strada tra Mulholland Drive e l’uscita della Route 101, al centro di una tenuta di due acri. Era appartenuta al nonno paterno di Krank, che gliel’aveva lasciata in eredità a condizione che non la vendesse per almeno trent’anni dalla sua morte. Bisognava aspettarselo, da un membro della sua famiglia – si prendevano gioco di lui. Gli aveva donato una proprietà dal valore di milioni di dollari, una somma che avrebbe potuto cambiargli la vita, ma nello stesso tempo si era assicurato che non potesse utilizzare quel denaro, trasformando un guadagno in un fardello. Lo avevano sempre trattato come un ragazzino.

Perciò Krank aveva deciso di vendicarsi a modo suo, oltraggiando i desideri del nonno. Vuoi che tenga la casa? D’accordo, nonnetto. Però farò in modo che nessuno voglia più venire ad abitarci.

Non c’era posto migliore per fare quello che doveva fare con le ragazze: si trovava a due passi dal Sunset Boulevard, abbastanza vicino all’uscita della superstrada, ma in una zona tranquilla e appartata. Nessuna casa nei paraggi e tantissimo spazio a disposizione. Krank aveva fatto alzare il muretto che delimitava la tenuta e aggiunto un cancello elettrico, ma non aveva voluto cambiare nient’altro.

Schiacciò un pulsante sul telecomando e appena i battenti si furono scostati abbastanza da permettere il passaggio della sua BMW, si infilò dentro. Quindi percorse il vialetto tortuoso e ormai ricoperto di erbacce, fece il giro della casa e si fermò sul retro. Gli altri lo stavano aspettando. La Honda era parcheggiata di traverso e il furgoncino bianco si trovava a mezzo metro dai gradini di legno che scendevano nel fienile. Un tempo suo nonno lo utilizzava come garage. Aveva una collezione di automobili classiche.

Krank attraversò il cortile ed entrò in casa. La porta della cucina era aperta. Bombarda era chino sul lavandino e si stava sciacquando la faccia. Krank aprì lo sportello del frigorifero e tirò fuori una confezione di latte. L’acqua peggiora le cose. Prova con questo.

Dovette avvicinarsi a Bombarda e spingergli il cartone del latte in una mano. Era completamente incapace di portare a termine qualunque cosa con le sue forze, non si sarebbe meravigliato se un giorno gli avesse chiesto di aiutarlo a pulirsi il culo. Si domandò perché continuava a sprecare il suo tempo con quel ragazzino. Poi si ricordò che una volta anche lui era come Bombarda. Anche lui aveva bisogno di qualcuno che gli insegnasse a camminare, prima di proseguire questo lungo viaggio sulle sue gambe.

Grazie, disse Bombarda mentre si versava il latte sul palmo della mano, ancora tremante per l’adrenalina del suo pietoso tentativo di rapimento. Si gettò il latte sugli occhi, ormai ridotti a due feritoie arrossate scavate sul volto.

Bisognava ammettere che la ragazza era in gamba: aveva sistemato Bombarda per le feste. Gli sarebbe servito da lezione. Mostrare pietà ed esitare in una colluttazione erano piccoli errori che potevano portare a delle conseguenze disastrose. Adesso bisognava rimediare. Quella che poteva essere una morte veloce, si sarebbe trasformata in una lunga agonia.

Raggiunse l’isola al centro della cucina e si appoggiò al pianale di granito rosso. Il suo gomito sfiorava il ceppo dei coltelli. Per qualche minuto rimase immobile, a guadare Bombarda che finiva di sciacquarsi. Siamo pronti? Gli disse alla fine.

Bombarda lo guardò, o almeno cercò di farlo coi suoi occhi in fiamme. Non lo so.

Krank si avvicinò a lui. Allungò un braccio e gli bussò con le nocche sulla tempia sinistra. Ci sono troppi pensieri qui dentro. Non c’è più tempo per pensare. Tirò fuori una citazione di Nietzsche che utilizzava sempre in questo tipo di situazioni. "Troppo spesso, di fronte a una situazione spiacevole, tendiamo ad abbandonare la prospettiva dalla quale le nostre azioni vanno

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