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Arabesque

Arabesque

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Arabesque

Lunghezza:
367 pagine
6 ore
Pubblicato:
Apr 25, 2018
ISBN:
9788828314967
Formato:
Libro

Descrizione

Non è la giornata fortunata di Bentley Flores.
L’esame per cui si era dato tanto da fare è stato improvvisamente rimandato, la ragazza per cui ha una cotta non ha tempo da dedicargli, e piove. In più ecco spuntare una donna un po’ hippy e un po’ santona che lo usa come facchino prima di regalargli una lampada di dubbio gusto come ringraziamento. Tornare a casa gli pare la salvezza, e invece… e invece chi è quello strano ragazzo tutto sorriso che Bentley non ha mai visto prima? Perché sembra così affezionato a lui? Ma soprattutto, com’è che ha la capacità di esaudire desideri?
Bentley non ha idea di cosa inizi a succedere nella sua vita, e tenterà di trovare il modo di cavarsela attraverso una storia impregnata di realismo magico, dove suo malgrado sarà eletto il padrone di un inaspettato genio della lampada…
Pubblicato:
Apr 25, 2018
ISBN:
9788828314967
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Arabesque - Livin Derevel

esistiti.

1

Una tragedia.

Una maledizione.

La notizia più orribile che avessero potuto dargli in quei quattro anni.

L’esame di arte barocca era stato annullato.

Disperazione.

Bentley se ne stava davanti ai tabelloni all’entrata della facoltà assieme a un’altra dozzina di studenti, tutti con la stessa espressione allibita: bocche spalancate e occhi allucinati nel leggere e rileggere a oltranza il foglietto appeso alla porta dell’aula.

" L’esame di Arte Barocca della professoressa White di oggi è stato annullato e rimandato a data da destinarsi, a causa di problematiche personali della docente".

E loro che avevano sprecato settimane, mesi della loro insulsa vita di collegiali per studiare la bellezza di tre tomi di trecento pagine l’uno, impararsi a memoria ogni linea, ogni colore, ogni possibile definizione che chiunque avesse dato sul barocco nel corso del tempo.

Nottate in bianco con la testa china, intere giornate di sole chiusi in casa pur di non rimanere indietro, imprecazioni, sudore, lacrime, speranze, incubi. Tutto in fumo per colpa di quella maledetta comunicazione.

Ley sospettò di condividere con gli altri presenti la speranza che fosse successo qualcosa di davvero tragico per causare questo brutto scherzo, siccome si erano presentati con la bellezza di due ore di anticipo e gli occhi arrossati e infossati, segno di una notte passata nel ripasso selvaggio.

Fatica inutile.

L’esame era saltato.

Dannazione.

«Merda... Vaffanculo!» sbottò qualcuno, alla fine, riscuotendo tutti dallo shock.

Una ragazza scosse la testa ancora incredula e si allontanò a passo molle, diretta al bar più vicino.

Pian piano il gruppetto riacquistò vita e le invettive non mancarono: esclamazioni di stupore, di rabbia, malocchi lanciati a un qualsiasi parente della White, al suo cane e anche i suoi eventuali nipoti.

«Che palle...» sibilò Kora. «Tanto tempo buttato nel cesso.» Bentley sospirò frustrato, facendo spallucce.

Quella sì che era una stangata. Da tre mesi studiava per quell’esame, il più complesso e corposo del corso, tenuto dalla docente più stronza dell’intera facoltà. Quella mattina si era svegliato, dopo una misera ora di sonno, carico e prontissimo, giurando a se stesso che non sarebbe uscito da quelle aule senza essere certo di aver sfiorato il massimo... E puntualmente il proposito era andato a puttane.

Quando mai avrebbe racimolato di nuovo abbastanza fiducia in se stesso per affrontare l’esame con quella verve?

«‘Fanculo, e io che ho lasciato passare il test di disegno per questo!» imprecò Kora masticando forsennatamente la gomma. «Andiamo? Ho bisogno di qualcosa che mi faccia mandar giù questo schifo.»

Ley annuì, ancora immerso nella più nera delusione.

Si allontanarono insieme lungo il parco.

Il tempo non era dei migliori, nonostante fosse marzo. C’era un’aria gelata che metteva i brividi, piovigginava ogni tanto e il cielo era di un sinistro color perla che preannunciava una temporale imminente. La giornata adatta per starsene rintanati a letto, altro che svegliarsi alle cinque di mattina per ripassare per un esame che era evaporato all’ultimo minuto!

Ley e Kora andarono a riscaldarsi nel bar della facoltà. Ai tavoli erano già seduti ragazzi e ragazze dalle espressioni decisamente scazzate, vittime anche loro dei problemi di famiglia della White. Trovarono un tavolino appartato, alla destra della vetrata che dava sulla via principale, e ordinarono due caffè, tanto per darsi una svegliata e levarsi di dosso il cattivo umore.

«Che stronza... Giuro che se lo rimandano oltre la prossima settimana sporgerò denuncia!» esclamò Kora agitando le mani.

«E a chi?»

«Non lo so... Non esiste una polizia studentesca?»

Ley si mise a ridere e trasse un sorso dalla tazza a motivi sferici, godendosi il sapore di caffè che gli scendeva lungo l’esofago. Rimase a guardarla sciorinare una sfilza infinita di proteste.

Kora non era una bella ragazza. Era secca, dinoccolata, con un viso un po’ troppo affilato e scarno. Non aveva fianchi né sedere, un seno accennato che però puntualmente veniva coperto da quelle felpe improponibili di band e gruppi alternativi che Bentley non conosceva neanche per sentito dire.

Aveva il polso destro ricoperto di bracciali di osso di tutti i colori che tintinnavano a ogni sua mossa e una chioma di dreadlocks castani acconciati sulla nuca che le lasciavano scoperta la fronte ampia, mettendo bene in vista gli zigomi sporgenti. Sarebbe stata sicuramente più appetibile se avesse messo su qualche chilo, che le avrebbe addolcito il viso e modellato le forme.

Ma a Bentley piaceva anche così com’era. Kora era irripetibile. Kora era l’alternativa per eccellenza, la classica tipa che quando si sentiva addosso gli occhi di qualcuno si girava con uno sguardo truce domandando senza tante storie: « Che cazzo vuoi?»

Non si truccava, nemmeno un filo di fondotinta o di matita. Praticava kickboxing e non se la cavava neanche male malgrado il suo fisico minuto. Era una forza della natura, incontenibile, indipendente, con un carattere forte, dirompente, che trascinava.

Aveva due anni più di Ley, frequentava la sua stessa facoltà di Arte e quell’esame l’avevano preparato insieme, pregando che andasse bene a entrambi.

Mentre Kora stava ancora spedendo anatemi alla White, Bentley annuiva ogni tanto fingendo di ascoltare i suoi sproloqui e intanto pensava a cosa dirle.

Si conoscevano da due anni e da uno si era reso conto che tra loro sarebbe potuto nascere qualcosa. Forse. Certo, Ley aveva una paura fottuta. Kora era la sua antitesi: stabile, decisa, non tornava mai sui suoi passi e non si faceva mettere i piedi in testa da nessuno, non era affatto timida né si faceva problemi a dare del cretino a uno sconosciuto.

Lui invece era riservato, introverso, intimidito da quello che non conosceva, rifletteva giorni interi su una cosa anche se questa aveva poca importanza, gli piaceva avere il controllo totale della situazione e studiare ogni eventualità prima di agire.

Ma ormai il momento era arrivato. Ci aveva pensato mesi e mesi, ogni minuto che aveva passato con lei a studiare, passeggiare, a lezione o a fare qualsiasi altra cosa. Kora gli piaceva ed era giunto il momento di dirglielo. Almeno si sarebbe messo il cuore in pace se anche gli avesse detto di no.

Bevve l’ultimo sorso di caffè in un fiato, prese un profondo respiro, attese che la smettesse di bestemmiare e la guardò negli occhi scuri.

«Kora.»

«Dimmi.»

Ley fece un altro respiro. «Io...»

Un cellulare fece vibrare il tavolino su cui era posato.

«Perdonami.» Kora gli lanciò uno sguardo di scusa e scattò in piedi, correndo fuori per rispondere. Bentley svuotò i polmoni. Per affossare definitivamente la situazione ci mancava soltanto che Kora prendesse la sua dichiarazione nel modo peggiore e gli tirasse uno schiaffo nel bel mezzo del bar facendogli una scenata.

Che giornata di merda.

Kora gesticolava mentre parlava al telefono di fronte alla vetrina, andava avanti e indietro per il marciapiede come una fiera in gabbia. Era probabile che stesse parlando con sua madre, con cui non era esattamente in buoni rapporti. Dunque chiuse la conversazione e tornò dentro.

«Ley, scusami... Devo andare» sospirò prendendo la tracolla. «A mamma è venuta la brillante idea di andare al supermercato e perdere le chiavi dell’auto. Devo andarla a prendere. E meno male che hanno rimandato l’esame o tornava a casa a piedi.» Sospirò ancora e gli scoccò uno sguardo sconsolato.

«Non ti preoccupare...» Ley fece un sorriso stentato. «Ci sentiamo dopo.»

«Prometto che presto passeremo una giornata da soli, senza scocciature, a telefono spento» assicurò. Lasciò sul tavolino una banconota da cinque dollari, gli stampò un bacio sulla guancia e fuggì. Aveva iniziato a piovere sul serio.

Bentley si infilò una mano tra i capelli, frustrato.

In quel periodo non gliene andava bene una. Osservò la banconota un po’ usurata che aveva lasciato Kora. Pagava sempre lei, quando uscivano insieme. E lui non aveva ancora trovato il modo di impedirglielo.

‘Fanculo...

Si alzò rimettendosi la giacca, non aveva proprio voglia di starsene da solo a un tavolino a rimuginare su tutte le sue sfighe. Ci mancava soltanto la depressione da caffeina a coronare i suoi insuccessi.

Pagò al bancone lasciando il resto e si alzò il cappuccio sulla testa nell’uscire. Diluviava. Può andare peggio di così?

«Mi scusi!»

Ley alzò gli occhi al cielo piovoso.

Certo che poteva andare peggio.

La tentazione fu di ignorare quella voce e continuare a camminare a testa bassa, ma il suo senso civico glielo impedì, ordinandogli di voltarsi e guardare quella donna stranissima che gli stava correndo incontro.

«Mi scusi!» ripeté la sconosciuta quando lo raggiunse. «Mi può aiutare? Devo trasportare delle tele e non vorrei che si bagnassero, io non riesco a...»

Da sotto la maglia leggera Ley intravide la fasciatura che le copriva l’avambraccio destro. Sembrava faticasse persino ad articolare le dita.

Chiamato anche a fare il cavaliere senza ombrello.

Cos’aveva fatto di male?

«L’aiuto» acconsentì nonostante tutto. Lei rispose con un luminoso sorriso a trentadue denti. Almeno la gratitudine se la meritava.

Lo condusse all’auto parcheggiata poco lontano – una Ford color acquamarina che aveva visto tempi migliori – aprì il baule e indicò a Ley un grosso scatolone che conteneva una ventina di quadri. Lui lo afferrò e lo sollevò: pesava uno sproposito. Con una certa dose di forza riuscì a issarselo tra le braccia e la seguì in un vicoletto laterale finché non si arrestò di fronte a una porta di vetro. Estrasse dalla tasca della gonna vaporosa una chiave, faticò a inserirla nella serratura – non doveva essere abituata a usare la mano sinistra – e finalmente entrarono.

Buio. C’era un dannato buio. Ley, tanto per essere ottimista, si figurò già morto stecchito in quel locale pieno di tenebre, attirato da una donna che aveva usato un diversivo soltanto per poterlo uccidere.

Le luci si accesero e quella fantasia svanì nell’immediato.

Sembrava un negozio. Un negozio pieno di cianfrusaglie di ogni tipo.

Carabattole orientali, di quelle che si vedevano nei bazar o nei mercatini delle pulci. Un sacco di oggetti inutili di cui tanta gente non riusciva a fare a meno: elefanti color rame, acchiappasogni dai ricami più strani, miniature, pupazzi, monili di ogni possibile sfumatura, lampadari, mappamondi. Una cosa sopra l’altra, una confusione incredibile e un fastidioso odore di umidità e di chiuso.

La donna sparì dietro una porticina, oltre il bancone.

«Li poggi pure per terra» la sentì dire.

Facile a dirsi, per terra dove? Il pavimento era coperto di altri scatoloni o casse, che traboccavano libri o strani strumenti che Ley non aveva mai visto prima. Trovare uno spazio libero sembrava complicato.

Appoggiò piano la cassa dei quadri su di un’altra contenente bastoncini di legno di dubbia utilità, sperando che non si rompesse nulla.

Sentiva di avere i capelli bagnati, i vestiti incollati alla pelle e un fastidioso freddo pungente alle gambe. Gli faceva male la testa per la notte semi-insonne e gli dolevano le spalle per essere rimasto piegato sui libri per quattro ore. Voleva solo andarsene a casa e mettersi sul divano sotto una coperta.

«Eccomi...»

L’estranea risbucò in tutti i suoi abiti sgargianti. Alla luce delle varie lampade del negozio Ley riuscì a vederla meglio. Doveva aver superato la quarantina da un po’ ma emanava ancora un fascino che attirava l’attenzione. Lunghi capelli biondi, mossi e fluenti; molto alta, avvolta in una sottospecie di tunica arancio e giallo. Tutto di lei sembrava rispecchiare ciò che li circondava, lei stessa somigliava a un elemento di arredamento etnico.

«È stato molto gentile ad aiutarmi.» Gli sorrise facendo lo slalom per raggiungerlo.

«Si figuri.»

Aveva gli occhi di una tonalità a cavallo tra l’azzurro e il turchese e il suo sorriso era radioso, accomodante, bizzarramente, eccessivamente conciliante.

«Vuole un tè? Un caffè? Qualcosa?» gli offrì, e affondò la mano sinistra in uno scatolone. «Da qualche parte dovrei avere una miscela che viene da Uji, in Giappone. È qualcosa di stupendo, se solo riuscissi...»

«Non si disturbi, grazie. Sono a posto.» Sperò di fermarla prima che facesse crollare qualcosa. «Adesso devo andare, è stato un piacere...»

«Non posso lasciarla andare senza averla ripagata del favore» squittì tornando a sorridere. «Ma si figuri, non è stato...»

«Assolutamente, non mi sentirò a posto con la coscienza se la lascerò andare senza averle dato qualcosa in cambio.» E si mise a girare su stessa lanciando occhiate a destra e manca.

Doveva proprio essere la giornata nera di Bentley, ora anche la simpatica picchiatella gli era toccata. Di bene in meglio.

«Signora, non ho bisogno di...»

«Chiamami Selene» lo interruppe e gli porse malamente la destra. Poi ci ripensò, sostituendola con la sinistra, che Ley strinse con garbo ma senza entusiasmo. «Ormai siamo amici, no? Essere formali è così demodé.» Gli fece l’occhiolino.

«Eh, già... Selene, io devo...»

«Ti piacciono gli incensi? Uhm, no, non mi sembri il tipo. Forse una macchina da scrivere dell’ottocento? Sono una chicca negli studi, fanno la loro figura!»

Oddio, ma come si spegne?

«...e gli elefanti? Ho le riproduzioni sia di quelli indiani che di quelli africani: sono bellissimi, ottimi da regalare alle nonne, li adorano! No, aspetta...» Selene lo squadrò come se gli stesse facendo una lastra. «Forse... Forse ho qualcosa di adatto a te. Sì, proprio adatto. Aspettami, torno subito.» E svanì nel caos del negozio, dietro uno scaffale ricolmo di chincaglierie.

Bentley cercò di scrollarsi dai capelli le gocce d’acqua, sperando con tutto il cuore che quella donna lo lasciasse andare presto.

La sentì gettare all’aria stoffe, scavare, spostare e poi esultare.

«Ecco qui!» Altro rumore di contenitori che venivano accantonati e tornò visibile agli occhi di Bentley «Ecco! Questa è per te.»

Ley le fece un tiepido sorriso, fissando l’oggetto che aveva tra le mani.

«È... Wow... Non ho parole...» Non ne aveva proprio.

Non capiva per quale motivo gli stesse rifilando la lampada di Aldino che sembrava provenire dal magazzino smesso della Disney.

Di ottone, foderata di uno strato spesso di polvere grigiastra e un filamento di ragnatela che si librava nell’aria.

«È una lampada» gli spiegò porgendogliela. «Una lampada a olio, si usavano in Medio Oriente nell’antichità per riscaldarsi nelle fresche notti d’estate.»

«Bella... » Qual era il numero del manicomio? «Non so se posso, è preziosa...» Più che altro era inutile, ma sarebbe stato maleducato dirlo.

«È preziosa, sì. Ma tu te la meriti.» Selene gliela ficcò in grembo e lo guardò felice. «Ti ringrazio molto per l’aiuto e questa lampada, beh, è un pensierino che ti faccio.»

«Grazie» assentì Bentley. «Io la ringrazio infinitamente per questo regalo, non avrebbe dovuto. Adesso mi dispiace ma devo scappare... Grazie ancora... Arrivederci!»

Indietreggiò stando bene attento a non sbattere contro qualcosa e sfoderando il suo miglior sorriso, pur di tenerla tranquilla e impedirle di bloccarlo di nuovo. Ma Selene sembrava non averne l’intenzione e, anzi, lo salutò con un cenno della testa, ritta nel suo spazio sgombro di manufatti e aggeggi. Ley uscì, si chiuse la porta alle spalle e tornò a respirare ossigeno, umido ma corroborante.

Quando fu fuori dal vicoletto tirò un sospiro di sollievo. Non si curò nemmeno di sollevare il cappuccio, tanto non gli serviva dato che ormai era bagnato fradicio. Corse fino alla propria auto, l’aprì schiacciando un pulsante della chiave e si ritrovò all’asciutto nell’abitacolo che profumava di casa, di libri e di Arbre Magique.

Appoggiò la lampada sul tappetino del passeggero – non voleva che gli imbrattasse il sedile di polvere – e si sfilò la tracolla liberandosi dal peso.

Accese il riscaldamento, che lo fece sentire un po’ meglio. Era stanco, gli bruciavano gli occhi ed era già stufo di quel mercoledì del cazzo. Erano le undici di mattina.

2

Chiuse sbuffando la porta di casa con il piede, si trascinò nel soggiorno e buttò lampada e borsa sul divano. La spalla scricchiolò in segno di riconoscenza.

Dave non c’era, non ricordava mai se il mercoledì tornasse per pranzo o no. Non che a Bentley importasse granché: suo fratello era grande abbastanza da potersela cavare da solo.

La pioggia si era intensificata. Ley osservò sconfortato i vetri delle finestre a ovest, completamente rigati dalle gocce. Lui non aveva bisogno di un ciondolo portafortuna.

Aveva bisogno di un furgone di ciondoli portafortuna.

Lasciò perdere le finestre, prima o poi le avrebbe lavate. Non aveva proprio voglia di occuparsi di niente in quel momento. Appese la giacca all’attaccapanni all’ingresso e andò al piano di sopra a cambiarsi. Fu felice di levarsi felpa e jeans bagnati e di mettersi addosso qualcosa di asciutto. Ormai doveva essere mezzogiorno passato. Tornò al pianoterra, indeciso se prepararsi qualcosa da mangiare o infilarsi direttamente sotto le coperte e mandare affanculo il mondo.

Bighellonò un po’ per il corridoio soppesando pro e contro delle due opzioni, quando lo sguardo gli cadde di nuovo sulla lampada da Le mille e una notte gettata in malo modo accanto alla tracolla.

Ripensò a quella donna, a Selene. Gli venne da ridere. Certo che se ne incontrava di gente strana a San Francisco.

Si avvicinò e la riprese in mano. Non aveva la minima idea di come funzionasse, la rigirò più volte. Era coperta di un sottile strato di polvere che gli macchiava i polpastrelli. Era pesante, probabile che contenesse olio combustibile vecchio di chissà quanti anni. Selene gliel’aveva rifilata perché non sapeva cosa farsene di un’anticaglia simile, poco ma sicuro.

Anche se a guardarla bene non sembrava brutta. Il colore era dorato, sfavillante della sfumatura del sole appena prima che tramontasse, e la forma ricordava quasi una lacrima allungata. Il beccuccio aveva una graziosa forma arcuata, mentre il manico sottile era ricamato ad arabeschi dettagliati, finissimi e minuscoli. Era... esotica. Faceva a pugni con lo stile moderno di casa sua, ma era pittoresca. Se non altro dava un tocco di originalità.

La portò in cucina, bagnò uno straccio e le diede una ripulita. Sfregò con forza nei punti in cui la polvere si era sedimentata, levò le ragnatele che si erano incollate al fondo. La lucidò con calma, armeggiando con delicatezza il piccolo coperchio tondo sormontato da un picciolo di metallo che ricordava la sagoma di una fiamma.

Quando l’asciugò, Bentley convenne che era davvero un oggetto curioso, da film di fantasia. Un soprammobile eccentrico.

Non sapeva nemmeno da dove cominciare per accenderla, ma non gli importò più di tanto. Dubitava che avrebbe mai avuto occasione di usarla.

La riportò in soggiorno e la posò sul tavolinetto. Nel pomeriggio l’avrebbe portata a sua nonna. Lei adorava quelle cose inutili, di sicuro avrebbe fatto spazio nella sua vetrina delle meraviglie per farci entrare anche quella lampada.

Ley guardò l’orologio: era l’una e stava iniziando ad avere fame.

Sospirò tornando in cucina. Aprì il frigorifero e cercò con gli occhi qualcosa da mettere sotto i denti che, possibilmente, gli togliesse di dosso la pressante sensazione di essere preso di mira dalla sfortuna. In quelle settimane gliene erano capitate di tutti i colori e aveva voglia di prendersi una vacanza.

Magari in Medio Oriente.

Posò sul ripiano della tavola del formaggio, un paio di uova, qualche verdura, con l’intenzione di fare un misto di tutto. Per poco, però, non gli venne un colpo nel sentire una specie di tonfo, qualcosa che cadeva facendo un rumore infernale.

C’era solo lui in casa. Chi diavolo era?

Ci mancano solo i ladri che vogliono portarmi via gli acquerelli e siamo a posto.

Forse la sua borsa era solo finita sul pavimento. O forse il cane dei vicini era scappato per l’ennesima volta.

Andò a vedere, tanto per esserne sicuro. Sbirciò nel corridoio, senza vedere nulla di anomalo. Si guardò intorno avanzando dubbioso, passò davanti alla porta del soggiorno e lì si bloccò a occhi spalancati.

C’era un tizio disteso a faccia in giù sul suo tappeto.

Ley rimase immobile per un attimo. Era molto perplesso.

Se quello era un ladro, era veramente pessimo. Se non lo era... Chi cazzo era?

La sua mente stava cercando di capire che diamine stesse succedendo, quando il tipo in questione emise uno sbuffo, issandosi sulle mani e massaggiandosi la fronte che probabilmente aveva sbattuto. Lo vide passarsi le dita nella zazzera di spettinati capelli castano scuro e la frangia coprirgli le sopracciglia. Poi il ragazzo si sistemò la maglietta a maniche corte bianca e rossa sopra un paio di jeans troppo larghi. Ley notò le braccia tappezzate di tatuaggi neri dalla trama a ricami, sottili e intrecciati.

«Oh... Che botta...» mormorò il tizio. Non pareva propriamente minaccioso.

«Ehi» lo chiamò.

Lui alzò gli occhi. Ley rimase interdetto di nuovo, senza parole.

Aveva un volto grazioso e androgino, due occhi languidi a metà tra il nocciola e il verde, rotondi e grandi come quelli di un cucciolo. C’era qualcosa di imprescindibile, inafferrabile e inspiegabile nei suoi lineamenti. Quando i loro sguardi si incontrarono, lui sorrise.

Un sorriso incredibile, che sprizzava felicità e che spiazzò Ley all’istante facendolo arrossire.

«Ehm... Ciao... » Bentley appoggiò una mano allo stipite della porta, perduto in quel sorriso incantevole che gli aveva tolto persino la voglia di fare domande.

«Ciao!» Il ragazzo scattò in piedi. Era piuttosto basso, ma a intuito doveva avere la sua età o giù di lì. Si accostò a Ley, posizionandosi di fronte a lui, fissandolo con aspettativa. «Io sono Frank, e sono un genio!»

Momento di silenzio totale.

«Ah.» Ley lo squadrò cercando di capire da quale manicomio fosse scappato. «E... dimmi, genio, come sei entrato in casa mia?»

«La lampada!» esclamò voltandosi verso il regalo di Selene, che ora giaceva scoperchiato su un fianco sul tavolino.

Bentley guardò prima la lampada, poi lui, a bocca socchiusa.

«La lampada...» ripeté in tono monocorde. «Certo...»

«Sì, e tu sei il mio nuovo padrone!» riprese Frank con un sorriso gongolante. «Come ti chiami?» «Bentley.» E in quel momento Bentley aveva una gran voglia di chiamare la polizia. «Senti...»

Non fece in tempo a dire una sillaba in più che Frank gli saltò addosso, abbracciandolo con forza e affondando il viso nel suo petto. Per poco furono sul punto di finire entrambi gambe all’aria nel corridoio.

«Sono così felice che tu mi abbia liberato, stavo là dentro da non so quanto tempo, avevo perso le speranze!» esultò tutto d’un fiato, appiccicoso come colla. Ley ebbe la tentazione di stenderlo con un cazzotto e in effetti si chiese perché non l’avesse ancora fatto.

Ma chi cazzo era quel pazzo?

«Frank! Frank... per favore ... » Tentò di levarselo di dosso ma l’altro non sembrava proprio voler sciogliere quella stretta. «Frank, ti potresti... Mi puoi lasciare andare?!»

«Sì, scusa, padrone!» Sorrise, scostandosi ma tenendo sempre le unghie ben piantate nella maglia di Ley. «Mi fa piacere essere qui!»

«Ottimo, ma posso sapere chi sei?» Quella situazione stava diventando imbarazzante.

«Te l’ho già detto!» replicò corrucciando la bocca. «Sono il genio e tu mi hai appena liberato. E adesso puoi esprimere i tre desideri che preferisci!»

«Oh, cielo...» Ley sospirò incredulo. Perché non esisteva un interruttore per fermare il mondo? In quel momento l’avrebbe premuto mezza dozzina di volte. Squadrò il ragazzo, che intanto aveva ripreso a sorridere e guardarlo con quegli occhi luminosi e adoranti. Ma che voleva? «Aspetta... sei un amico di Dave?»

«Chi è Dave?»

Ley lo fissò da capo a piedi cercando di ricordare se per caso l’avesse già visto, magari era un compagno di liceo di suo fratello o forse uno che bazzicava per North Beach. Quel visino non gli diceva niente, ma chissà. Non aveva gran memoria per la fisionomia.

«Non mi credi, padrone?» sibilò il ragazzo in tono offeso. «Non credi che io sia un genio?» «Dalla faccia non ci giurerei.»

«Non ti sto prendendo in giro!» sbottò con una serietà inaspettata.

Bentley represse una smorfia, mettendo le mani sui fianchi. Adesso basta giocare.

«Non so chi tu sia ma non sono nato ieri e sono abbastanza grande per non cadere in questi scherzi del cazzo» chiarì senza mezzi termini. Frank lasciò la sua felpa, indietreggiando di qualche passo e sospirando. Sembrava quasi esasperato.

«Tre desideri» disse di nuovo. «Questo non è uno scherzo, so...»

«Desidero fare l’esame di arte barocca domani mattina e prendere il massimo» lo interruppe Ley sostenendo il suo sguardo con un sorriso di scherno. «Questo è il primo desiderio, genio

Frank chiuse la bocca, inclinando leggermente la testa.

«Desiderio un po’ sprecato, padrone» commentò schioccando le dita.

Ley stava già per ribadire in tono acido, quando il telefono prese a squillare.

«Non ti muovere» gli ordinò lanciandogli un’occhiata truce.

«Non me ne vado, padrone» sorrise di nuovo Frank.

Adesso lo sbatto fuori di casa. Bentley attraversò il corridoio fino ad arrivare alla specchiera dov’era il telefono, la voglia di

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