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Volteggi. Orizzonti di immagini e parole

Volteggi. Orizzonti di immagini e parole

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Volteggi. Orizzonti di immagini e parole

Lunghezza:
137 pagine
1 ora
Editore:
Pubblicato:
24 apr 2018
ISBN:
9788827827550
Formato:
Libro

Descrizione

Un libro di suggestioni fantastiche, in cui i racconti della siciliana Gabriella Vergari sollecitano le immagini del piemontese Franco Blandino, e viceversa, in un 'volteggiare' reciproco di orizzonti creativi e sinestesie artistiche.

Scrittura e pittura si intrecciano nelle pagine di questo libro, con risultati di grande raffinatezza, fra temi, ambienti sociali e tecniche narrative diverse, in una ricerca inquieta e insaziabile, tesa a sondare la realtà umana.
Editore:
Pubblicato:
24 apr 2018
ISBN:
9788827827550
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Volteggi. Orizzonti di immagini e parole - Gabriella Vergari

633/1941.

Prefazione

Scriveva Umberto Eco nel 2001: «La vita letteraria, almeno dai tempi di Catullo sino a oggi, è fatta di gruppi, di persone anche giovanissime che s'incontrano e si scambiano i loro lavori, poi li pubblicano su una piccola rivista, poi su una più nota, e passano, per così dire, una prima selezione da parte dei loro pari».

Ecco, Margutte, non-rivista online di letteratura e altro, nata nel 2013, è diventata con gli anni uno di questi gruppi, ha permesso di tessere una rete di rapporti tra redattori e collaboratori da cui sono germogliate produzioni artistiche come questo libro, dove i racconti della catanese Gabriella Vergari hanno ispirato i disegni del torinese Franco Blandino e viceversa, in un circolo virtuoso di stimoli e sollecitazioni creative. Internet poi ha fatto il resto, cioè ha annullato le distanze e permesso la comunicazione in tempo reale e lo scambio di idee necessari per mettere insieme quest’opera, di cui chi scrive, in quanto redattrice di Margutte, si sente con un pizzico di orgoglio ‘madrina’.

Volteggi è il bel titolo scelto dagli autori, a sottolineare non solo i ‘volteggi’ che due arti diverse, scrittura e pittura, intrecciano nelle pagine di questo libro, con risultati di grande raffinatezza, ma anche il volteggiare della scrittura fra temi diversi, ambienti sociali diversi, tecniche narrative diverse, in una ricerca inquieta e insaziabile, tesa a sondare la realtà umana anche quando i protagonisti del racconto sono degli animali (Margherita, Rifrazioni, Politically correct): perché gli animali – come avveniva nella precedente raccolta, Species. Bestiario del terzo millennio – sono specchi per l’uomo, o sue allegorie…

Per questo i racconti della Vergari sono tutti dei casi, tra il clinico e il poliziesco: la molla che fa scattare la sua scrittura è l’anello che non tiene, il granello di sabbia che inceppa l’ingranaggio – qualcosa che per qualche ragione si stacca dallo sfondo della ‘normalità’, della quotidianità e colpisce la sua attenzione, facendo nascere nella scrittrice l’interesse, se non a risolvere il caso, per lo meno a capirlo. La scrittura si trasforma quindi in uno scavo al di sotto delle apparenze, della superficie, in un’indagine filosofica per mettere a nudo un problema, e finisce quasi sempre con l’assumere i toni della denuncia, sommessa, magari obliqua, ma lucida e ferma. Sia che indaghi i rapporti famigliari e amicali (Venature, Ricorrenze, Più in alto più veloce, Morto che parla, Lezioni), sia che si confronti con problemi sociali (Il vento delle pialle, Customer care, Percorsi, Lo strappo del sorriso), i suoi personaggi sono tutti in qualche modo ‘onde anomale’ nel mare della moderna società liquida.

E il lettore è coinvolto direttamente nella soluzione del caso: perché con sapienti ellissi e inversioni temporali la scrittrice crea una suspense che trasforma la lettura in un piccolo giallo. Tanto che usi la narrazione in terza persona, quanto che ceda la parola a un personaggio che parla quindi in prima persona, i racconti sono molto teatrali, in uno sforzo di mimesis totale, che comporti la sparizione della voce narrante, secondo la lezione del Verismo ottocentesco, per cui "l’opera deve sembrare essersi fatta da sé".

Erede di una nobile tradizione regionale di realismo (da Sciascia a Tomasi di Lampedusa a Verga), la Vergari vi innesta una profonda empatia, un’humanitas terenziana (homo sum, humani nihil a me alienum puto) che le impedisce di ergersi a giudice dei suoi personaggi e del loro ambiente, e insieme la sottrae a un rozzo determinismo pseudoscientifico alla Taine, secondo cui l’agire dell’uomo è una funzione di race, milieu, moment…

È proprio nella dimensione letteraria, grazie agli ‘artifici’ narrativi che la sua sapienza tecnica di volta in volta le mette a disposizione, che lo spunto realistico viene illuminato e interpretato e trasceso, senza però mai ridursi a mero pretesto per un’esibizione di virtuosismo verbale fine a se stesso, per un gratuito ‘giocare’ con le parole. La scrittrice crede fermamente in una letteratura ‘etica’, cioè radicata nella vita e capace di influire su di essa, proprio attraverso il gioco di specchi che si realizza tra la vita, il testo e il lettore. Se il racconto, quando si forma nelle mani dell’autrice, rispecchia la vita, nelle mani del lettore diventa specchio in cui questi è chiamato a riconoscere se stesso e il proprio mondo: le sue irrazionalità e fragilità (Mater rixarum), le sue emozioni e i desideri inconfessabili (Merengue, Scommesse), le sue angosce e la sua solitudine (Armonia), i suoi ricordi e le sue sollecitazioni culturali (La danza di Rudra).

Ma i ‘volteggi’ non sono finiti qui: la scrittrice moderna trova un cantuccio da cui fare capolino e parlare indirettamente di sé. Sono i racconti in cui il realismo si tinge di fiabesco e affiora il discorso metaletterario: Storie di cavalli volanti, Cembali, L’azzardo della carezza e Nel segno del Granchio. La penna che in Cembali volteggia sul foglio intrecciando disegni e parole, il palloncino sfuggito a un bambino che in Storie di cavalli volanti volteggia nel cielo e da lassù tutto osserva e riferisce, si lasciano facilmente interpretare come ‘correlativi oggettivi’ dello scrittore, che nel primo racconto condanna la parola vuota, priva di amore, cioè di attenzione all’altro, e perciò risonante come un cembalo, secondo San Paolo, e che si pone di fronte al mondo da una prospettiva inusuale, al limite non-umana, come il palloncino del secondo. In L’azzardo della carezza lo scrittore diventa la guida di un mondo ipogeo che dà i nomi alle cose, mentre in Nel segno del Granchio troviamo l’applicazione di quei principi, intrisa di affettuosa ironia e autoironia. L’autrice sembra identificarsi in quell’alunno inesorabilmente attratto dalle ‘infinite e allettanti lusinghe’ del mondo di fuori mentre è alle prese con un incomprensibile testo da tradurre e condannato pertanto al fallimento scolastico – ma la versione che ne risulta è qualcosa di ‘melodioso e arcano’, come il racconto.

Anche la lingua della Vergari volteggia tra una gran varietà di registri e tonalità, ora più fredde e secche, ora più calde e musicali, muovendosi con estrema precisione tra il colloquiale e il letterario, e attingendo a una tavolozza di colori inesauribile come quella della vita.

Dal canto suo, Blandino segue le rotte dell'immaginario con meticolosa cura dei particolari, tale da rendere realistiche anche le immagini più oniriche, come in La pialla del vento, in Venature o in Scommesse. Così la realtà del mondo viene descritta come un qualcosa da inter- pretare, da leggere sotto e dentro l'apparenza. Nel libro appaiono opere al tratto, a matita e china, ma anche tempere ed oli sfavillanti di colore.

Le ultime ricerche di Blandino tendono, per parte loro, ad un personale estetismo della luce, in cui la luce scaturisce da elementi cromatico-tonali ed è scissa nelle varie componenti di colore. Secondo il critico Lorenzo Barberis, ‘la minuzia calligrafica con cui Blandino intaglia le sue immagini in un segno nitido e preciso si accompagna a un gusto marcato per il dettaglio psicologico nei volti dei personaggi, che mostra la grande passione dell'autore anche per il fumetto […] La sua pittura non può essere semplicisticamente ridotta a uno sbrigativo incasellamento nel figurativo tradizionale, ma si dimostra un’arte poliedrica, in grado di recepire in modo autonomo, facendole proprie, suggestioni da differenti tendenze artistiche, del classico e del moderno’.

Venature

Ecomunque non l’abbiamo più visto.

Come amo gli avverbi! Con quel modo tutto loro di speziare i verbi che affiancano, tirandone fuori sapori, colori, odori nuovi e perfino imprevedibili.

Quel comunque, generalmente in clausola alle osservazioni di mia madre, stava lì a concludere, ormai anche un po’ imbolsito e melenso, la ridda di ipotesi che nel tempo si erano fatte e ora si trovavano pure fantasiosamente stratificate ed intrecciate in un nodo che nemmeno a Gordio.

Ma sapeva pure di sconforto e desolazione.

O, meglio, di rassegnata presa d’atto d’un evento in capo al quale non si era in alcun modo riusciti a venire.

Né si può dire che non ci avessero provato. Tutt’altro.

All’inizio, scartata la possibilità di un malore o, perché no, perfino di un improbabile rapimento, c’era stato un corale (e non di rado compiaciuto) Cherchez la femme, ché a cercarne una non si sbagliava mai. Gira e rigira, alla fine è sempre di femme la questione, che ci siano o non ci siano o siano troppo assillanti o troppo poche o solo vagheggiate, che sono anzi le peggiori e davvero possono sconvolgere la vita…

Ma, una

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