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Viaggi a Eilean: Iniziazione

Viaggi a Eilean: Iniziazione

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Viaggi a Eilean: Iniziazione

Lunghezza:
407 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
21 apr 2018
ISBN:
9781547523924
Formato:
Libro

Descrizione

Quando Luna va a trascorrere l'estate con la zia Emma, ​​scopre che questa è una strega con poteri reali, discendente da una stirpe di streghe che risale a secoli prima. Emma confessa che sono settimane che sente che un essere cerca di entrare nella sua mente e che, nonostante abbia usato i suoi più potenti incantesimi contro di lui, non può espellerlo. Una notte, durante l'esecuzione di un rituale, qualcosa non funziona correttamente ed Emma cade morta, colpita da un fulmine, davanti agli occhi di sua nipote. Luna promette di cercare l'essere che ha tormentato sua zia e vendicare la sua morte, scrivendo quel giuramento nel Libro delle Ombre di Emma, ​​il luogo in cui ha annotato tutti i suoi incantesimi. Settimane dopo, Luna scopre, sotto quello che ha scritto, tre nuove parole, scritte con la calligrafia di Emma, ​​che scuoterà il suo intero mondo: "Io non sono morta". Una storia di magia e stregoneria, mondi paralleli, avventure, romanticismo... Immergiti con Luna in un mondo di draghi e ippogrifi, elfi e driadi, potenti maghi e pericolosi stregoni. Hai il coraggio di accompagnarla nel suo viaggio a Eilean?

Editore:
Pubblicato:
21 apr 2018
ISBN:
9781547523924
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Soy licenciada en Psicología pero siempre me ha gustado escribir. Busco lectores que se dejen llevar a los mundos que he creado y disfruten con mis historias tanto como yo he disfrutado escribiéndolas.


Anteprima del libro

Viaggi a Eilean - Gemma Herrero Virto

DEDICATO A LUANA DA TUA ZIA GEMMA,

PERCHÈ TU CREDA SEMPRE NELLA MAGIA.

Iniziazione

Indice

Prologo: Agnes

I. L’incontro:

1. Il viaggio

2. Il primo giorno

3. Rivelazioni

4. Sogno dell’altro mondo

5. La promessa

II. Il Libro delle Ombre:

1. Piano fallito

2. Deneb e Olwen

3. Griannoc

4. Un’amica inaspettata

5. Aradia

6. Un ponte tra due mondi

7. Nei domini di Daiva

8. Gli ultimi giorni di Avalon

9. Disperazione

III. Verso un nuovo mondo:

1. Decisioni

2. Conversazioni nell’oscurità

3. Tradimento

4. Festa a Fasghaid

5. La fuga

6. Un unico favore

7. Una visita scomoda

8. Il Parco de los Desvelados

9. Il rituale

10. L’Isola del Passaggio

11. Nuovi piani

IV. Il riscatto:

1. I guardiani della porta

2. La barriera

3. Draghi e ippogrifi

4. Attraverso il mare di nebbia

5. Statue di fango

6. Falsa apparenza

7. Nella pelle di Daiva

8. Combattimento nei cieli

9. Un regalo sognato

10. Senza uscita

Altre opere dell’autrice

PROLOGO

Agnes

Laigin (Irlanda)

Anno 514 D.C.

Il rumore delle corse furtive nella frondosa foresta fece alzare lo sguardo ad Agnes e cercare qualcosa in cui nascondersi. Prese da terra il cesto che stava riempendo di funghi e si rifugiò dietro un boschetto.

Poco dopo, riconobbe dalle voci i suoi scomodi compagni nei boschi. Erano Eremon, Niall e Finegas, tre ragazzini del villaggio. Per un momento pensò di lasciare il suo nascondiglio per continuare a cercare i funghi, ma preferì aspettare che le voci svanissero in lontananza. Aveva paura di Eremon. Il robusto figlio del fabbro non era una buona persona. Molte volte le aveva fatto lo sgambetto mentre passava, o la colpiva quando pensava che nessuno potesse vederli. Gli altri due ragazzini non erano così cattivi, ma lo seguivano come pecore e avrebbero fatto tutto quello che gli chiedeva. E anche loro ridevano ogni volta che la vedevano. Sarebbe stato meglio non cercare problemi.

Aspettò molto tempo, seduta a terra, sfogliando fiori finché non le sembrò prudente uscire. Decise che la cosa migliore sarebbe stata quella di addentrarsi nel bosco. Conosceva quei luoghi molto bene, e sicuramente i ragazzini non avrebbero osato avventurarsi tanto. Le vecchie donne raccontavano che i popoli di Shide vivevano nelle viscere della foresta. C'erano molti racconti di incontri con fate ed elfi, ma Agnes non aveva paura. Non credeva che gli esseri magici potessero essere più crudeli di quelli del paese, e dentro di lei, aveva il desiderio di trovarli, che avessero pietà di lei e potessero cambiare la sua triste vita. Perché no? Dicevano che controllavano il tempo. Forse avrebbero potuto riportarla a quel giorno quando la capanna aveva preso fuoco e fare in modo che suo padre la tirasse fuori in tempo, prima che quella trave crollasse sulla sua culla e lasciasse il suo corpo bruciato e deformato per il resto dei suoi giorni.

Prese il cestino e uscì dal suo nascondiglio. Mentre entrava nel bosco, si sentiva più sicura e felice. Non c'era nessuno che avrebbe riso, nessuno che la guardasse con disgusto o dolore. C'erano solo lei e gli antichi alberi, il suono dell'acqua corrente, l'aria... Inoltre, la foresta oscura e umida sembrava accoglierla con più doni, dato che i funghi erano molto più grandi e abbondanti in quella zona. Sorrise, pensando all’espressione di gioia di sua madre, quando le avrebbe mostrato il suo cesto pieno.

Improvvisamente sentì un suono strano. Sembravano gemiti, il pianto di un piccolo bambino. Si avvicinò tranquillamente, spinse alcuni rami e sorrise alla vista. Due piccoli cuccioli di volpe erano usciti dalla tana e singhiozzavano nervosamente, probabilmente chiamando la loro madre. Agnes si avvicinò senza timore. Si era sempre trovata bene con gli animali. I due piccoli si avvicinarono lentamente, e quando si sedette a terra, l'annusarono incuriositi. Passò un po’ di tempo a giocare con loro fino a quando il suono furtivo dei rami secchi che si rompevano e la fece trasalire e ritirarsi.

Riconobbe immediatamente le voci. Erano di nuovo i bambini del villaggio, e sembravano andare direttamente verso di lei. L’avevano seguita? Si chinò ancora di più e aspettò, pregando che se ne andassero. Le voci si fecero più forti fino a quando i tre ragazzi apparvero davanti ai suoi occhi.

— Non so cosa facciamo qui— diceva Niall ai suoi compagni—. Sicuramente finiremo per perderci.

— Niall ha ragione— lo assecondò Finegas.

—Tacete entrambi— ordinò Eremon—. So perfettamente dove siamo. Siete dei codardi.

In quel momento i tre si azzittirono. Agnes guardò un po’ e vide con orrore che avevano scoperto la tana davanti ai quali i due cuccioli aspettavano ancora la madre. Eremon si chinò, prese una pietra e la tirò. I cuccioli spaventati, corsero qualche metro ma non osarono andare oltre.

— Andiamo, aiutatemi ad ucciderli— gridò Eremon.

— Ma se sono solo dei cuccioli— protestò Niall.

— Questo raccontalo a tua madre quando cresceranno e si mangeranno le vostre galline— disse Finegas, prendendo anche varie pietre—. Sono solo bestie.

I tre ragazzini continuarono a gettare pietre, abbattendo i due cuccioli. Continuarono ad attaccarli per un tempo che ad Agnes divenne eterno. Con gli occhi pieni di lacrime, osservò come il sangue scorreva dai piccoli corpi indifesi, come cadevano ancora le pietre su di loro anche se non si muovevano da qualche tempo. Era tentata di uscire e di difenderli, ma aveva paura dei ragazzi. I loro volti erano distorti dall'odio, i loro occhi sembravano riflettere un bagliore cattivo. Sembravano mostri, demoni terribili, e Agnes non dubitò che sarebbe diventata la loro prossima vittima se fosse uscita in quel momento. Dopo tutto, sapeva che era considerata poco più di una bestia.

Eremon smise di lanciare pietre e si avvicinò ai cuccioli. Ne afferrò uno per la coda e lo scosse, dimostrando ai suoi compagni che era morto. I tre ragazzi scoppiarono in selvagge grida di gioia. Eremon gettò il piccolo corpo sanguinante e si avvicinò ai suoi compagni, che gli diedero delle pacche sulla schiena come se fosse un eroe che tornava da qualche battaglia gloriosa. I tre si allontanarono attraverso la foresta urlando e correndo.

Agnes aspettò finché non smise di udirli e uscì dal suo nascondiglio, singhiozzando. Un rumore tra i cespugli vicini la avvertì. Una volpe più grande apparve nel boschetto e corse verso i cuccioli. Li odorò per un po’, colpendoli con il naso per farli muovere, incapace di capire che erano morti. Agnes si avvicinò lentamente, con le palme distese per dimostrare che non voleva farle del male. La volpe mostrò i denti, ringhiando minacciosa. Non sapendo bene cosa stava facendo, Agnes continuò ad avvicinarsi. Si sedette tra i due piccoli corpi e stese una mano su ciascuno dei cadaveri.

La volpe si allontanò qualche passo, fissando la luce bianca che proveniva dalle mani di Agnes. Non si spaventò. Anche se nessuno lo sapeva, lo aveva fatto altre volte, come quando la sua unica mucca si ammalò e morì e lei non voleva che sua madre fosse triste. Si concentrò sui due corpi sdraiati al suolo, rendendo la luce che usciva dalle mani più potente e pura. Le ferite cominciarono a chiudersi e il pelo tornò a crescere nei punti in cui le pietre lo avevano strappato. Uno dei cuccioli cominciò a muoversi e gemette di nuovo, risvegliandosi dal freddo sonno. Pochi secondi dopo, anche l'altro cucciolo cominciò a muoversi. Entrambi i cuccioli si alzarono e andarono verso la loro madre, che li ricevette leccandoli con affetto.

Improvvisamente i tre animali scappano terrorizzati e scomparvero nel bosco. Agnes li fissò, chiedendosi cosa li avesse spaventati. Una pietra le colpì la testa prima di capire cosa stesse succedendo.

— Strega! È una strega!— gridò la voce di Eremon alle sue spalle.

Lei strisciò, cercando di rivolgersi verso di loro, mentre la pioggia di pietre continuava a colpire il suo corpo. I tre ragazzi erano in piedi sul bordo della radura, guardandola con odio e paura mentre continuavano a lapidarla. Agnes allungò un braccio, cercando di chiedere misericordia, ma riuscì solamente ad aumentare la forza dei loro attacchi.

— Rapido o ci lancerà un incantesimo. Dobbiamo ucciderla— pianse Finegas, spaventato.

Eremon si guardò intorno e trovò una pietra grande. La sollevò con fatica e si rivolse a Agnes, mettendo la pietra sulla sua testa

— Per favore, no...— riuscì a pronunciare Agnes.

— Uccidila, uccidila...— gridarono isterici i suoi due compagni.

Agnes fissò il volto di Eremon, cercando un'ombra di compassione, ma trovò solo il sorriso crudele e selvaggio del ragazzo.

Quando aprì gli occhi e si trovò in quel tunnel di luce bianca, si sentì spaventata e sola. Cercò di ricordare quello che era successo e rabbrividì mentre il sorriso di Eremon si faceva strada nella sua mente. Cosa era successo? Dov'era?

Si alzò lentamente e cercò di osservare le sue ferite, ma non c'era niente. Non riusciva a vedere il suo corpo e non lo sentiva. Sentì il terrore invaderla. Cosa significava tutto quello? Come poteva uscire da quel tunnel se non aveva gambe? C'era un modo per uscire da quel posto o era quello che li aspettava dopo la vita?

Scoprì di poter avanzare attraverso il tunnel semplicemente pensandolo. Decise di muoversi, cercando di trovare qualcuno che potesse aiutarla, spiegarle cosa stava succedendo... Avrebbe dato qualsiasi cosa per un abbraccio da sua madre.

Sembrava che la luce cambiasse alla fine del tunnel. Quando fu più vicina, vide un cielo azzurro, un prato verde, alberi enormi come quelli che circondavano il suo villaggio... Lasciò la galleria e si guardò di nuovo, cercando il suo corpo, ma non trovò niente.

Tra gli alberi apparvero sfere di potente luce bianca. Agnes le fissava, sentendosi paralizzata mentre si avvicinavano. Sembravano composte dalla stessa luce che aveva formato le pareti del tunnel. Quando si avvicinarono, capì che all'interno di ognuna delle sfere vi era una piccola figura nascosta. Il suo corpo era traslucido, molto sottile e con estremità allungate. I suoi capelli sembravano i raggi che riempivano la sfera. All'interno di quel bianco, i suoi occhi, molto grandi e argentati, brillavano. Agnes si voltò cercando di tornare al tunnel.

— È chiuso, cara— le voci cristalline suonarono nella sua testa. Sembravano dolci e affettuose, come la voce di una madre. Non riusciva a capire quanti gli parlavano allo stesso tempo. Sembravano un coro ben sintonizzato, come se avessero passato anni di formazione per trasmettere quel messaggio senza alcuna dissonanza. Non hai niente da temere da noi o da Eilean.

— Eilean? Cos’è questo?— chiese Agnes.

— È il nuovo mondo che abbiamo creato per voi. Tu sei il suo primo abitante. Benvenuta— rispose il coro di voci.

— Siete fate?— le chieste meravigliata.

— Beh, a volte ci avete chiamato così— riposero loro tra le risate—. Speriamo che questo nuovo mondo ti piaccia.

— Aspettate, non ve ne andate— supplicò Agnes—. Sarò qui da sola?

— Sfortunatamente crediamo che presto avrai molti compagni. Devi solo aspettarli.

— E non avrò un corpo?— chiese meravigliata.

— Sì, se lo vuoi... Non avevamo considerato che gli esseri umani non si sentono bene ad essere incorporei. Come siamo la maggior parte del tempo...— le voci sembravano confuse—. Come credi dovresti essere?

Agnes prese tempo per rispondere. Aveva sofferto tutta la sua vita per essere intrappolata in un corpo che gli altri consideravano orribile. Come avrebbe potuto scegliere per tutti coloro che sarebbero venuti? E se non gli fosse piaciuta la sua decisione?

— Credo che ognuno dovrebbe essere come desideri, come immagina sé stesso nei suoi migliori sogni— rispose alla fine.

—Sarà così, ma tu?— chiesero le voci—. Non troviamo nella tua mente un'immagine di te stessa, non ci sono ricordi del tuo corpo sulla Terra.

Agnes annuì mentre continuava a pensare. Era vero, tutta la sua vita era fuggita da ogni riflesso che mostrava il suo corpo o il suo volto. Non aveva mai immaginato come sarebbe stata se il fuoco non l'avesse imprigionata. Era troppo doloroso... Ed ora aveva la possibilità che aveva sempre sognato di essere bella come voleva e non riusciva a trovare una risposta. Forse poteva chiedere il corpo di Tea, la più bella ragazza del paese. Ma non si sarebbe sentita comoda, non si sarebbe mai sentita sé stessa in un corpo rubato. Pensava amaramente che non si sarebbe mai sentita a suo agio dentro un corpo umano e poi le venne un'idea.

— Posso essere come voglio? Qualsiasi cosa?

— Ma certo. Concentrati solo nell’immagine.

Agnes pensava al potere, alla grandezza, alla magnificenza del suo corpo desiderato mentre sentiva una calda luce bianca che l'avvolgeva. Quando tutto finì, aprì i suoi nuovi occhi e aprì le ali in modo che il sole le facesse brillare di lampi argentati.

I. L’incontro

1. Il viaggio

Le sagome dei genitori stavano diventando più piccole e offuscate, fino a diventare macchie colorate sfocate contro la stazione di Atocha. Luna si appoggiò allo schienale e chiuse gli occhi, cercando di trattenere le lacrime che era riuscita a non far uscire durante il lungo addio. Era sciocco piangere. Li avrebbe visti alla fine dell'estate, tra tre mesi. Sicuramente sarebbero volati, ma non era mai stata lontano da loro per così tanto tempo. L'immagine della madre con la mano appoggiata contro il finestrino che cercava un ultimo contatto mentre il treno partiva, riempì la sua mente. Sembrava veramente preoccupata, quasi sconsolata, e la mano di suo padre che le teneva la spalla le diede l'impressione che fosse più un tentativo di contenerla perché non corresse a tirarla giù dal treno, che un gesto di sostegno. Per alcuni secondi si era sentita obbligata a scendere e correre al suo fianco per rassicurarla. Ma non era stato solo quello. Per un momento le sembrò che i suoi genitori sapessero qualcosa che non sapeva e che fare quel viaggio era una cattiva idea.

Aprì gli occhi e fissò il paesaggio che scorreva velocemente attraverso il finestrino. Respirò profondamente e un ampio sorriso illuminò il suo viso. Non c'era niente di cui preoccuparsi, tutto sarebbe stato perfetto. Finalmente stava uscendo da Madrid per conoscere nuovi posti, per incontrare la sua zia dopo tanti anni che lo aveva desiderato... Indietro lasciava l'anno scolastico, le discussioni con sua madre, il fumo grigio del cielo di Madrid, la gente arrabbiata e sempre di corsa nelle sue strade... Tutto quello era quasi come andare a conoscere un nuovo mondo e, nonostante i nervi la rodessero dentro, non ricordava l'ultima volta che si era sentita così eccitata.

Il ricordo della faccia preoccupata di sua madre la fece sentire colpevole per un secondo, ma subito allontanò il pensiero dalla sua mente. Non le sarebbe successo nulla. I suoi genitori non le avrebbero permesso di andare da nessuna parte in cui ci fosse un pericolo per lei. Non si sarebbe unita a alcuna setta, e non viaggiava come volontario in un territorio in guerra. Stava per passare l'estate in un piccolo villaggio della Navarra con la zia Emma. Sicuramente erano preoccupati che lei non la controllasse tanto quanto facevano loro e avrebbe finito per tornare ubriaca di mattina, dopo essersi innamorata di un ragazzo del villaggio con cui avrebbe cercato di fuggire all'arrivo di settembre in modo da non doversene separare. Sorrise al pensiero e sentì i nervi alleviare la tensione che avevano sullo stomaco.

Mentre il treno lasciava alle spalle la periferia di Madrid, si accomodò nel sedile e tirò fuori l'MP3, alla ricerca di una stazione a caso che la distraesse. Erano quasi quattro ore di viaggio e aveva già visto il film che stavano mettendo. Passò lo sguardo per il vagone guardando i pochi viaggiatori che avevano lasciato Madrid a quell'ora. Una coppia di innamorati seduti un paio di file più avanti, che guardavano il film tenendosi le mani. Una donna con tre bambini piccoli che lottavano per cambiare continuamente di posto. Un uomo dai capelli bianchi che leggeva un libro. Una giovane manager che digitava qualcosa su un computer portatile...

Si distrasse un attimo guardandoli, cercando di immaginare che tipo di vita facevano, perché facevano quel viaggio, i loro pensieri... Sicuramente erano passeggeri che come lei si stavano dirigendo al nord per un paio di giorni di vacanza, ma era divertente immaginare altre storie: la manager stava usando quel viaggio per andare ad incontrare un nuovo amore che aveva conosciuto on-line e gli stava scrivendo una e-mail per dirgli quanto era nervosa. L'uomo più anziano tornava al villaggio dove era nato per incontrare i suoi amici d'infanzia. La giovane coppia era scappata di casa perché il padre di lei non gli permetteva di vedersi e volevano fare i clandestini su una nave che li avrebbe portati verso un porto lontano e sconosciuto in cui ricominciare... E la donna con tre figli... Era la più complicata. Vedendo il suo volto sopraffatto pensò che forse volesse mettere i bambini nella stessa barca in cui sarebbero scappati gli amanti per perderli di vista per sempre. Pensò che la donna avesse notato che la osservava, così trattenne il suo sorriso e tornò a guardare il paesaggio.

Gli edifici alti avevano lasciato il posto ai campi gialli che si estendevano all'orizzonte. Di tanto in tanto appariva un piccolo villaggio, circondato da colture di grano dorato o di girasoli che già piegavano la testa alla luce serale. Pensò a come sarebbe stato il posto dove stava andando. Non era mai stata dalla zia Emma. Infatti non sapeva nemmeno se viveva in una casa in mezzo a un villaggio come quelli che stava contemplando o se avesse un appartamento in una piccola città o in un appartamento moderno. Tutto quello che sapeva era che viveva vicino a Estella, e non importava quanto avesse cercato su Internet, aveva talmente poche informazioni che non aveva potuto farsi un'idea. Aveva pensato di tirare fuori l'argomento per molti giorni a cena, ma sapeva che sua madre non amava la zia Emma. I suoi genitori avevano discusso molto per lasciarle trascorrere le vacanze con lei, così, di fronte alla paura che le discussioni tornassero e che alla fine non la lasciassero andare, aveva preferito sopportare la curiosità e tacere tutte le domande che aveva dentro.

Cercò di ricordare cose sulla zia Emma. Quando era piccola andava a trovarli spesso. Ma un giorno, molti anni prima, smise di visitarli. Lei chiamava solamente per telefono di tanto in tanto, e anche se aveva sempre chiesto di lei, Luna sapeva che sua madre le diceva che non c'era. Non funzionava quasi mai. Sua zia insisteva finché non si avvicinava al telefono, come se fosse sicura che sua madre stava mentendo.

Aveva una voce dolce e silenziosa, quasi sussurrante. Quando parlavano, Luna dimenticava che per lei era una completa sconosciuta di cui non riusciva nemmeno a ricordare il suo volto e le raccontava i suoi sogni, le sue preoccupazioni più profonde, le sue paure... Avrebbe potuto passare ore al telefono a parlare con lei, il dolore sempre presente di non sapere quando sarebbe avvenuto nuovamente il contatto, quando avrebbe potuto sentire quella voce che la rassicurava e faceva scomparire tutte le sue preoccupazioni. Soprattutto perché Luna non poteva decidere quando parlare con lei. Non si poteva chiamare zia Emma: non aveva telefono, né fisso né mobile. A meno che non fosse un'altra delle bugie di sua madre e che sua zia non avesse voluto contraddirla.

A parte il suono della sua voce, non si ricordava altro di lei. Il suo ricordo era sfocato nel corso degli anni, e in casa non aveva potuto trovare nessuna fotografia in cui appariva. Ricordava la pelle pallida, i lunghi capelli castani, lunghi e vaporosi vestiti neri e il brillio d'argento su tutte le dita. Nella sua memoria era quasi un’oscura fata madrina, una donna misteriosa e lontana, i cui tratti si perdevano nella nebbia. Sospirò sapendo che la realtà non sarebbe stata come lei ricordava e che quella immagine idilliaca della signora della notte si sarebbe rotta appena avesse avuto davanti una donna di carne e ossa, di circa quarant'anni, che sicuramente avrebbe indossato jeans o un tailleur e i suoi lineamenti, segnati da alcune rughe, sarebbero stati tremendamente simili a quelle di suo padre.

Aprì lo zaino e guardò il cellulare. Le sembrò strano che non ci fossero ancora chiamate da sua madre per dirle come comportarsi o chiederle di tornare a casa. Sembrava che, dopo il momento di debolezza della stazione, suo padre fosse già riuscito a rassicurarla e farle vedere che non sarebbe successo niente di male. Pensò di chiamare Cristina per dirle quanto era nervosa, ma avevano parlato del viaggio per ore negli ultimi giorni e per il momento non era successo niente di nuovo da poterle dire. Avrebbe voluto che Cristina fosse con lei quell'estate, ma ancora non aveva abbastanza confidenza con zia Emma per chiederle di invitare anche lei. Forse, più tardi, quando si fossero conosciute un po’ meglio, avrebbe potuto chiederle di farla venire e soggiornare da lei per un po'.

Immaginò quello che stava facendo Cristina in quel momento. Certamente era al computer, intrattenendosi con uno di quegli strani giochi online di cui era ossessionata, con la persiana della sua camera quasi chiusa in modo che il calore della strada non entrasse. Ricordò con un sorriso le discussioni che avevano tutti i pomeriggi cercando di convincerla ad andare in piscina per abbronzarsi un po’ e la sua espressione di orrore immaginandosi circondata da ragazze con i capelli tinti di biondo e ragazzi muscolosi che controllavano se il costume da bagno le stesse bene. Era quasi impossibile tirare fuori di casa Cristina ed in estate era anche peggio. Il suo pallore e i suoi vestiti sempre neri erano troppo stonati. Doveva concordare con sua madre che aveva scelto come amica la ragazza più strana di tutta la scuola, ma Cristina non aveva eguali nell’ascoltare gli altri e nell'essere sempre al suo fianco quando necessario. Magari avessero potuto stare insieme per alcuni giorni. La prospettiva del viaggio era entusiasmante, ma avrebbe voluto condividere con lei quei momenti invece di sedersi da sola e nervosa in quel vagone in cui l'aria cominciava a caricarsi e a scaldarsi, facendo attaccare i vestiti al sedile. Cercò di non pensarci e di mettersi comoda, lasciando che il suo sguardo andasse avanti e indietro nel paesaggio.

Poche ore dopo, la vista dall'altra parte del finestrino era completamente cambiata. Si era fatto buio, e i campi d'oro erano stati sostituiti da alte montagne che si estendevano senza fine all'orizzonte. Enormi prati scuri occupavano entrambi i lati delle rotaie e, di tanto in tanto, passavano davanti a piccoli villaggi di case in pietra. Il treno si faceva strada attraverso quelle montagne, attraverso lunghe gallerie, per uscirne di nuovo molti minuti dopo. Luna sentiva che il suo nervosismo cresceva. Era già al nord, quindi doveva mancare molto poco. I villaggi apparivano più frequentemente. La voce metallica di una donna annunciò attraverso gli altoparlanti che avrebbero raggiunto la fine del viaggio in cinque minuti. Luna abbassò i bagagli dagli scaffali superiori e li posò al lato del corridoio.

Mentre il treno entrava nella stazione, premeva la faccia contro il vetro, cercando di intravedere la silhouette della zia tra le persone in attesa. Sull'altro lato del finestrino si succedevano persone sconosciute, ma non riusciva a vederla. Sicuramente, come aveva temuto, la donna che l'aspettava non era per niente simile a quella che appariva nei suoi ricordi e pertanto non riusciva a trovarla. Il treno si fermò e le porte si aprirono. Luna uscì dal vagone, con una pesante valigia in ogni mano e lo zaino in spalla, rimase ferma in mezzo alla piattaforma, guardando gli abbracci delle persone che si incontravano, i sorrisi, i baci, le grida di gioia. Cercò di trovare una donna sola che sembrasse cercare qualcuno come faceva lei. Era possibile che neppure sua zia l'avesse riconosciuta, e per questo nessuno era venuto a salutarla.

I gruppi si allontanarono verso l'uscita della stazione. C'erano sempre meno persone sulla piattaforma. Luna mise le valigie sul pavimento e si girò su sé stessa, chiedendosi cosa fosse successo. Forse era solo in ritardo. Doveva solo calmarsi e aspettare un po’. Pensò spaventata che forse sua zia si era sbagliata di giorno e non aveva modo di comunicare con lei. Cosa avrebbe potuto fare? Chiamare i suoi genitori e dirgli che stava tornando?

Prese di nuovo le valigie, che sembravano pesare sempre di più e si avvicinò a una panchina per sedersi e aspettare. La stazione si stava svuotando. Sicuramente l’avrebbero chiusa in poco tempo, quindi non aveva la possibilità di aspettare troppo a lungo. Consultò il pannello degli orari. Non c'era nessun treno per Madrid fino alle sette della mattina successiva. L'idea di dover trascorrere la notte da sola in giro per una città sconosciuta le diede un brivido freddo lungo la schiena. Non era possibile che sua zia si fosse dimenticata. Sembrava eccitata come lo era lei al pensiero di trascorrere l'estate insieme.

Guardò di nuovo per la stazione. Non c'era più nessuno, a parte due vigilanti che stavano parlando tra loro e che sicuramente le avrebbero chiesto di andarsene fra pochi minuti. In quel momento sentì alcuni passi veloci che entravano nella stazione. Si alzò e fissò la sorgente del rumore, ma si sedette subito, disillusa. La persona che si avvicina di corsa era un uomo anziano, con indosso una maglietta rossa troppo stretta sopra la sua pancia sporgente. L'uomo raggiunse l’inizio delle piattaforme e guardò in tutte le direzioni, come se cercasse qualcuno. Quando il suo sguardo si posò su Luna, riprese a correre verso di lei. Si fermò davanti alla panchina e cercò di parlare ma il suo respiro era così agitato che agitò la mano, pregandola di aspettare mentre si riprendeva. Lo guardò, cercando di decidere se alzarsi e andarsene o ridere dell'aspetto dell'uomo. Le sue guance grasse rivaleggiavano in intensità con la camicia e dalla sua ampia calvizie scivolavano grosse gocce di sudore.

Mezzo minuto dopo l’uomo sembrò recuperare il respiro e, con una voce ancora spezzata, si diresse a lei:

— Sei Luna, vero?

Lo guardò incuriosito, chiedendosi come mai quell'uomo potesse conoscerla. Forse era il marito di zia Emma, anche se non aveva nessuna notizia che lei fosse sposata. Finalmente annuì, senza pensare a nient'altro. L'uomo sorrise, afferrò le due valigie con uno sforzo e tornò a dirigersi verso l'uscita. Luna esitò alcuni secondi, non sapendo come comportarsi, e finalmente camminò rapidamente dietro l'uomo, deciso a sapere cosa stava accadendo o, almeno, recuperare le valigie.

— Scusi— le disse dopo essersi posto al suo fianco—. Potrebbe dirmi chi è lei?

— Juan Márquez— rispose lui senza rallentare il passo—. Sono un tassista. Tua zia mi ha chiesto di venirti a cercare.

— Lei è rimasta nel taxi?— chiese Luna, speranzosa.

— No, devo portarti fino a casa sua— l’uomo uscì dalla stazione e camminò verso un taxi parcheggiato in doppia fila. Mise le valigie dietro e si sedette al volante—. Andiamo, si sta facendo tardi.

Luna rimase al centro del marciapiede, non sapendo cosa fare. Non le piaceva l'idea di salire nell'auto dello sconosciuto ed era molto delusa del modo in cui si stava comportando sua zia. Perché non era andata a riceverla? Si preoccupava così poco di lei per non andare a prenderla dopo più di dieci anni che non la vedeva? E se era così poco importante per lei, perché l'aveva invitata a trascorrere l'estate insieme? Aprì la porta della macchina e si sedette dietro. Non aveva scelta. Portava tutti i suoi soldi in una delle valigie che l'uomo aveva appena messo nel taxi.

— Mi spiace essere in ritardo— disse l’uomo non appena accese—. Il viaggio che ho dovuto fare prima ha preso più tempo del previsto. Sono venuto più rapidamente che ho potuto.

— Non si preoccupi— rispose lei—. Non importa.

— Ancora manca parecchio per arrivare a Estella— continuò il tassista—. Vediamo se riusciamo di arrivare prima che siano le dodici.

Luna si limitò ad annuire mentre osservava attraverso il finestrino. L'uomo si rese conto che non voleva parlare e accese la radio mentre si allontanava rapidamente dalla città. Mentre gli edifici passavano velocemente davanti ai suoi occhi, aveva continuamente gli stessi dubbi. Si sentiva insicura, persa, spaventata... e anche arrabbiata. Non era giusto come sua zia la stava trattando, facendole credere che fosse una visita voluta e importante e poi comportarsi in quel modo.

Il taxi lasciò la città e proseguì su una strada circondata da basse montagne e profonde foreste scure. Luna cercò di dimenticare il suo cattivo umore guardando il paesaggio, ma anche se una splendida luna piena brillava in alto, la sua luce e quella dei lampioni che costeggiavano la strada non bastava per farle apprezzare nulla. Inoltre, il piacere del viaggio e di conoscere quel nuovo posto era scomparso. Sembrava che la strada fosse circondata da ombre minacciose, che i fari della macchina indagando tra le profondità della foresta le facessero intravedere delle figure nascoste e frenetiche... Chiuse gli occhi per un attimo, desiderando che aprendoli tutto sarebbe stato solo un sogno. Avrebbe voluto svegliarsi nella tranquillità della sua camera da letto a Madrid invece di andare in un luogo strano dove una donna che ora sembrava lontana e minacciosa la attendeva.

Si avvicinarono a un gruppo di basse colline e, passando tra loro, le luci brillanti di una piccola città apparvero dal nulla. Luna si chinò in avanti per parlare con il conducente:

— Che città è quella?— gli chiese indicando.

— È Estella, siamo quasi arrivati— rispose lui, cercando di sovrastare la musica.

— Un momento fa non sembrava esserci— commentò Luna, meravigliata.

— Sì, lo dice anche il detto...— il tassista si girò per sorriderle mentre recitava—. Non si vede Estella fino ad arrivarci. Tua zia vive nei dintorni, arriveremo fra cinque minuti.

Luna si appoggiò indietro mentre fissava il luogo in cui sarebbe vissuta i prossimi tre mesi. La città era tranquilla, addormentata. Anche se c'erano edifici alti, come in ogni città, dietro ogni angolo c’erano facciate di vecchie case, il bagliore dorato d'acqua alla luce di lampioni di una vecchia fontana, un piccolo ponte di pietra bianca che risaltava nell'oscurità... Era così diversa da Madrid, così silenziosa

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