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Vie islamiche alla nonviolenza

Vie islamiche alla nonviolenza

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Vie islamiche alla nonviolenza

Lunghezza:
149 pagine
2 ore
Editore:
Pubblicato:
13 apr 2018
ISBN:
9788899720261
Formato:
Libro

Descrizione

Una sfida islamica alla violenza nell’Islam. Said fonda il suo pensiero sull’idea dell’azione pacifica come unico mezzo per operare la transizione da una società basata sulla coercizione e sulla forza a una società basata sulla giustizia, sul diritto, sulla pace e sulla dignità umana. “La shari’a di Dio si realizza quando la giustizia si realizza”, afferma Said, per il quale la via da seguire è quella del ‘figlio buono’ di Adamo, che si è rifiutato di alzare la mano contro suo fratello. Questa è la via dei profeti, che hanno ripudiato la violenza pur di trasmettere, con la persuasione e senza coercizione, il messaggio di cambiamento affidato loro da Dio: “Deponete le armi, attendete alla Preghiera e fate l’Elemosina!”, si legge nel Corano. Una forma di esegesi, quella di Said, che non lascia spazio ad altre letture: per il Gandhi dei musulmani la nonviolenza è l’unica opzione possibile.
Anche papa Francesco nella Evangelii Gaudium dichiara che “il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza”.
Editore:
Pubblicato:
13 apr 2018
ISBN:
9788899720261
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Libro

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Vie islamiche alla nonviolenza - Jawdat Said

Jawdat Said

Vie islamiche alla nonviolenza

A cura di Naser Dumairieh

Prefazione di Adnane Mokrani

Traduzione dall’arabo e note di Paola Pizzi

Zikkaron

Collana Altrimondi

Iniziativa dell’Associazione Zikkaròn a.p.s.

Editing: Maria Caterina Bombarda

In copertina: l’autore a Istanbul nel 2014 (per gentile concessione di Sa‘d Said)

ISBN cartaceo: 978-88-99720-15-5

ISBN digitale: 978-88-99720-26-1

© 2017 Edizioni Zikkaron

40043 Marzabotto BO

e-mail: koinonia.montesole@gmail.com

www.zikkaron.com

Tutti i diritti riservati

Sommario

Prefazione (Adnane Mokrani)

Introduzione (Naser Dumairieh)

La vita

Le opere principali

La nonviolenza

La profezia degli angeli e la sapienza di Dio

I figli di Adamo: il metodo dimenticato

Dalla predicazione allo stato

Il jihad e la guerra

La morte della guerra

L’uccisione dell’apostata

La devozione e la direzione giusta

Vie islamiche alla nonviolenza

La dottrina del primo figlio di Adamo e i suoi presupposti storici

Il figlio di Adamo e il metodo dei profeti nel rifiuto della violenza

Il metodo profetico nella missione e nel cambiamento

L’intento della dottrina del figlio di Adamo

Il jihad e le sue condizioni

Abbandonare ogni forma di violenza

La violenza è una sconfitta ideologica basata sull’idea di uccidere il malato anziché guarirlo

Il diritto di veto

I vantaggi del metodo della nonviolenza

L’importanza della diversità e come agire con le diversità

Il concetto di giustizia

Il rapporto tra le idee e la realtà

I risultati sono la prova della Verità

La morte della guerra: vivere nel tempo abrogato

Appendice

Jawdat Said e la rivoluzione siriana (N. Dumairieh)

Il passaggio a una nuova epoca (Jawdat Said)

Nel nome di Dio, il Clemente, il Misericordioso

Note sulla traslitterazione e indici

Note sulla traslitterazione

Glossario dei termini arabi

Indice dei nomi

Indice tematico

Prefazione

Adnane Mokrani

Nell’attuale dibattito sulla posizione dell’Islam rispetto alla violenza, papa Francesco, nella sua esortazione apostolica Evangelii gaudium promulgata il 24 novembre 2013, ne propone una radicalmente pacifica:

«Di fronte ad episodi di fondamentalismo violento che ci preoccupano, l’affetto verso gli autentici credenti dell’Islam deve portarci ad evitare odiose generalizzazioni, perché il vero Islam e un’adeguata interpretazione del Corano si oppongono ad ogni violenza» (n. 253).

Quelle di papa Francesco non sono semplici parole di facciata o di abile diplomazia, ma nascono da una profonda convinzione e da una vera conoscenza di persone di fede musulmana. Esse implicano, infatti, una certa definizione della religione: se consideriamo l’Islam come una religione e non come un’ideologia di potere e di dominio, allora, secondo questo criterio e unicamente in questo caso, «un’adeguata interpretazione del Corano si oppone ad ogni violenza».

È di estrema importanza, nel nostro contesto storico, dare credibilità alla maggioranza assoluta dei musulmani che credono alla pace e alla misericordia, come partner della vita e del dialogo, e viceversa negare ogni credibilità ai terroristi. Il papa ha saputo scegliere i suoi interlocutori: se il suo esempio non trova seguito, prevarranno le rivalità mimetiche e le esclusioni reciproche sulla scena mondiale.

Questa visione che attribuisce alla religione una missione di pace, potrebbe essere identificata in ciò che i mistici dell’Islam chiamano la religione dell’amore, menzionata da Ibn ‘Arabi (m. 1240) nelle sue poesie:

«Io professo la religione dell’amore: qualunque sia il luogo verso cui volge la sua carovana. Amore è la mia religione, la mia unica fede»¹.

Rumi (m. 1273) spiega questo principio diversamente:

«La religione dell’amore è differente da tutte le religioni;

per gli innamorati la religione è Dio»².

La religione dell’amore, non è una religione separata, ma è l’essenza dell’esperienza religiosa che troviamo in tutte le religioni.

C’è anche la religione dell’odio, la religione del potere e del dominio; la religione degli egoismi individuali e collettivi; il tribalismo religioso e la religione dell’identità. Alcune persone preferiscono non chiamare questo atteggiamento religione, perché è antireligioso per essenza stessa e definizione, anche quando si chiama religione.

Non c’è in realtà distinzione chiara e dualistica: questi due aspetti sono mescolati in gradi diversi nelle religioni e nelle culture, sono le luci e le ombre delle religioni e dell’essere umano stesso. La confusione tra questi due aspetti rende a volte difficile la distinzione; ecco perché la presa di coscienza della missione nonviolenta della religione non è presente con la stessa chiarezza nello spirito religioso: è addirittura totalmente assente dove la delinquenza e la criminalità sono vestite di abiti religiosi.

Nel suo messaggio per la celebrazione della Giornata mondiale della pace del 1 gennaio 2017, papa Francesco menzionò Khan Abdul Ghaffar Khan (m. 1988):

«La nonviolenza praticata con decisione e coerenza ha prodotto risultati impressionanti. I successi ottenuti dal Mahatma Gandhi e Khan Abdul Ghaffar Khan nella liberazione dell’India, e da Martin Luther King Jr contro la discriminazione razziale non saranno mai dimenticati».

Khan Abdul Ghaffar Khan, conosciuto anche col soprannome Bacha Khan, è un musulmano di origine afghana, che ha dato la vita per la pace e la nonviolenza, lottando pacificamente accanto al Mahatma Gandhi contro il colonialismo britannico in India. La volontà del papa di inserire questo nome ha suscitato la sorpresa degli estensori, stando a quanto mi riferiva un amico che sa cosa si cela dietro le quinte di questo messaggio. L’intenzione del papa era forse quella di dare un esempio positivo e concreto, confermando ciò che già aveva detto nella sua esortazione Evangelii gaudium sugli autentici credenti dell’Islam.

In verità, l’esempio dell’afghano Bacha Khan non è unico né isolato: egli è infatti solo uno dei tanti pensatori e attivisti musulmani, tra cui il nostro autore Jawdat Said, che hanno inaugurato una nuova via nel pensiero islamico contemporaneo, la via del pacifismo radicale. Una via che affonda le sue radici nella Tradizione, ma apre nuovi orizzonti interpretativi. È vero che nel Corano troviamo la scelta preferenziale della pace: la guerra deve essere sempre difensiva e mai offensiva, preventiva o espansionista, e questo nonostante l’ideologia imperialistica post-coranica, che nel corso della storia ha cercato di giustificare le conquiste e le guerre espansioniste in termini religiosi.

Il momento gandhiano – per usare il termine del filosofo iraniano Ramin Jahanbegloo³ – rappresenta nella storia mondiale una nuova presa di coscienza: la guerra non è più accettabile, e allo stesso tempo la resistenza pacifica non è solo possibile, bensì è anche efficace. Dire che Gandhi ha portato una novità richiede una precisazione. Khan Abdul Ghaffar Khan credeva e applicava la nonviolenza prima d’incontrare Gandhi, ma l’incontro con il Mahatma ha dato al movimento una dimensione interreligiosa o meglio meta-religiosa, un momento di chiarezza contagiosa e trans-culturale.

L’umanità doveva aspettare il ventesimo secolo per avere questa lucidità etica. Lo sviluppo tecnico, il colonialismo, le guerre mondiali, l’olocausto, le bombe atomiche… tutti questi fatti tragici hanno tolto l’ultima foglia di fico ai pretesti nobili e cavallereschi della guerra premoderna. Un tempo, la guerra era legata a una serie di valori umani e sociali, quali il sacrificio, il coraggio, la generosità, l’ascesi, la fedeltà, la difesa dei deboli, e i soldati s’incontravano faccia a faccia e su un piede di parità. Questo tipo di romanticismo bellico ha lasciato le sue tracce in una certa letteratura religiosa musulmana e cristiana: basterebbe menzionare che le torri di controllo lungo i confini, ribāt, erano i luoghi preferiti per il ritiro dei sufi, ossia i mistici musulmani, senza dimenticare la futuwwah, l’ideale di virilità e di cavalleria e che può essere considerato la somma dei valori menzionati prima. Lo stesso discorso è valido per alcuni ordini militari cristiani. Un lungo cammino abbiamo fatto per arrivare alla conclusione che «nessuna guerra è giusta. L’unica cosa giusta è la pace»⁴.

Senza voler idealizzare il passato che ha conosciuto guerre atroci, dobbiamo constatare che oggi tutto è cambiato: la guerra è diventata vigliacca per natura. Si uccide a distanza, spingendo i bottoni e guardando lo schermo. Non si guarda più nessuno negli occhi, ma si parla di danni collaterali, per usare un termine politically correct, che significa poi evitare di guardare in faccia la realtà scioccante delle vittime civili, che sono ormai inevitabili, anzi sono spesso la maggioranza. La violenza contro l’uomo e la natura non ha conosciuto livelli così alti e devastanti come oggi. Per tutti questi motivi il momento gandhiano è più che attuale e più che necessario.

Tra i discepoli musulmani di Gandhi, troviamo anche Maulana Abul Kalam Azad (m. 1958), compagno di lotta anticoloniale, ministro dell’Educazione dell’India indipendente per dieci anni, grande teologo ed esegeta. Il suo commento coranico in urdu, Turjuman al-Qur’an, è stato scritto due volte: la prima era in carcere, poi è andato perduto durante le inquisizioni e ha dovuto riscriverlo a memoria. L’approccio esegetico è ciò che accomuna Maulana Azad e Jawdat Said: per essi non si tratta solo di una questione di attivismo politico, che è comunque necessario, ma anche di una questione ermeneutica che tocca il cuore del pensiero religioso.

È importante sottolineare che Azad e Bacha Khan, così come tanti altri musulmani, consideravano la partizione dell’India una follia e la creazione di uno stato per i musulmani un’idea assurda! Lo stato laico, ossia lo stato che tratta i cittadini in modo equo, che rispetta tutti senza discriminazioni, che considera il pluralismo un dono e non un problema, questo tipo di stato democratico, inclusivo e comprensivo, rappresenta l’unica forma politica possibile per garantire l’uguaglianza e la giustizia. Jawdat Said aderisce a questa visione e la Siria, dove egli è nato nel 1931 e dove ha vissuto fino al 2013, non è meno ricca dell’India sul piano culturale, sociale e religioso, a prescindere dalle sue dimensioni. Jawdat Said fa parte di questo colorato mosaico, vista la sua origine circassa caucasica.

I seguaci della nonviolenza in ambito musulmano non sono tutti compagni di Gandhi, così come non sono tutti indiani o sud asiatici. Per questo c’è bisogno di scrivere una storia più inclusiva di questa corrente. Il lettore italiano già conosce il pensatore sudanese Mahmud Mohamed Taha (m. 1985) grazie alla traduzione italiana del suo libro Il secondo messaggio dell’Islam (EMI 2002). Anche in Taha la questione dell’interpretazione del Corano è molto presente.

È giunto il momento che il lettore italiano, e occidentale in generale, conosca un altro pensatore musulmano che propone una via islamica alla nonviolenza, e questa volta dal Medioriente, precisamente dalla sofferta Siria, un altro punto di vergogna e di scandalo della nostra coscienza contemporanea.

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