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L'anima che aspetta

L'anima che aspetta

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L'anima che aspetta

Lunghezza:
192 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Feb 9, 2018
ISBN:
9788827566602
Formato:
Libro

Descrizione

Un romanzo scritto al femminile per esaltare le straordinarie capacità delle donne in grado di qualunque cosa se dovutamente motivate. Sofia, la protagonista, sogna l’amore, lo immagina e lo insegue nonostante le vicissitudini della vita, confermando lo straordinario potere dei sogni sulla realtà. Pur con gli inevitabili dubbi, timori, non vuole arrendersi alla normalità della vita e ha l’esatta percezione che quello sia il tempo giusto, il suo tempo. L’uomo dei suoi sogni, letteralmente, infatti, si materializza come per incanto. Scoprirà i suoi segreti, lo aiuterà, indagando su di una serie di omicidi avvenuti nel mondo del circo rimanendo sempre donna con le fragilità e l’intuito innato di cui dispone.
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Feb 9, 2018
ISBN:
9788827566602
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Libro

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Antropoetico

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Indice dei contenuti

Breve introduzione

Romanzo

Breve introduzione

Un romanzo scritto al femminile per esaltare le straordinarie capacità delle donne capaci di qualunque cosa se dovutamente motivate. Sofia, la protagonista, sogna l’amore, lo immagina e lo insegue nonostante le vicissitudini della vita, confermando lo straordinario potere dei sogni sulla realtà. Pur con gli inevitabili dubbi, timori, non vuole arrendersi alla normalità della vita e ha l’esatta percezione che quello sia il tempo giusto, il suo tempo. L’uomo dei suoi sogni, letteralmente, infatti, si materializza come per incanto. Scoprirà i suoi segreti, lo aiuterà, indagando su di una serie di omicidi avvenuti nel mondo del circo rimanendo sempre donna con le fragilità e l’intuito innato di cui dispone.

Romanzo

Non sapevo cosa la vita mi avrebbe riservato. Non avevo certezze ma speranze, tante. Mi sentivo farfalla dal leggero volteggiare, sospinta nel cielo dal calore di un sole meraviglioso. Negli occhi le fiabe, nel cuore l’amore. Lo sento. Lui sta arrivando Chiusi gli occhi per dare spazio alla mente e tutte le volte, come sempre, lo vedevo. Vedevo lui. Il mio principe azzurro, guerriero splendente dentro la sua corazza cromata. Il viso nascosto da un paio di occhiali scuri, nobile, fiero, a cavallo di una moto rombante e, come al solito senza casco. Ribelle e selvaggio, avvolto nel vento a sfilare via sulla pelle, incurante delle regole. Io l’uomo della vita lo volevo così. Capace di uscire dagli schemi, affidabile ma non monotono e ripetitivo. Lo volevo con un pizzico di mistero dentro, con il sapore del sale addosso. L’attesa della sua venuta per me equivaleva all’avvento del Cristo. Sentivo a pelle, che, fuori, da qualche parte, il mio personale Terminator mi stava cercando con tanto di chiodo e stivaloni. Mi avrebbe ucciso d’amore, rapinata di tutti i miei sentimenti e saremmo fuggiti via, in un’altra dimensione. Sarei stata felice di aver perso tutto, con lui vicino. Una sensazione piacevole ma l’incantesimo venne interrotto dalla voce gracchiante che dominava in ogni dove a casa mia, tanto quanto quella di un sergente dell’esercito americano dei Marines. - Sofia, alla porta c’è Angelica. Dice se l’accompagni al parco. La mia amica del cuore, sorella delle emozioni più intime era sempre puntuale come un orologio svizzero a differenza mia che, invece ero irregolare in ogni cosa. - Arrivo mamma. Solo cinque minuti. - Mi raccomando. Lo sai che mi fido di te. C’è gente strana in giro. Non metterti in situazioni complicate e rientra puntuale. Anzi lo dico ad Angelica, tanto con te non serve. - Come al solito. Sai che sono una brava ragazza anche se perdo la coscienza del tempo. Fidati di me. Ti voglio bene assai. Era un rumore familiare e piacevole per me quel suo ritmico ciabattare sul pavimento, trascinando gli zoccoli che mi preavvertiva del suo arrivo in camera. La vidi buttare dentro l’occhio come sapeva fare, alla ricerca di qualche dettaglio capace di svelarle i miei segreti. Un rovistare la camera come un calzino, senza farlo realmente, fino ad arrivare a squadrarmi dalla testa ai piedi passando in rassegna il mio vestiario. Più era consono al suo modello mentale, figlio di un’epoca andata, più le si addolciva il sopracciglio, mentre in caso contrario mostrava il pollice giù, una, due volte nel gesto tipico degli imperatori al Colosseo senza aggiungere altro e senza impormi diversamente. Insomma manifestava il suo disappunto ma rispettava la mia personalità e perciò la stimavo. Mio padre invece stava vivendo la mia fine adolescenza con una sorta di gelosia verso tutti gli altri maschi che ronzavano intorno. Non sopportava che finissi preda di qualcuno se non dell’uomo che, rigorosamente prima di farlo, mi avrebbe portato all’altare. Quando poi capitava di uscire in qualche occasione insieme il suo sguardo era il miglior deterrente, peggio del DDT. Lo definivo arma letale per lo sguardo tagliente come un rasoio. In un certo senso però condividevo e approvavo questa sua irrazionale tendenza, un po’ perché mi faceva sentire amatissima e protetta, un po’ perché toglieva dalla scacchiera di gioco tanti uomini senza gli attributi o privi di un vero interesse nei miei confronti. L’uomo incapace di fronteggiare mio padre non avrebbe mai e poi mai potuto diventare l’uomo del destino, del mio destino. Mezz’ora dopo abbracciai Angelica, che paziente come un cagnolino, se ne stava sul muretto a guardare i messaggi del suo cellulare. - Scusa il ritardo. - Come al solito. Oggi sei davvero splendida con quel filo di rimmel sugli occhi. Vorrei un decimo della tua bellezza. Sei un tesoro. La natura quanto era stata generosa con me così aveva manifestato tutta la sua taccagneria con Angelica. Non era una brutta ragazza ma l’insieme non risaltava. Le doppie lenti non giovavano come pure le scarpe basse e la camminata dinoccolata a schiena leggermente curva. Eppure il suo carattere era d’oro in senso letterale. Fin dalle elementari mai uno screzio, una parola fuori posto. Mi adorava benché la condannassi sempre ad un ruolo di secondo piano. La mia bellezza la oscurava, la costringeva alla penombra, tuttavia quel ruolo da gregario, in fondo, le piaceva. Poteva osservare la vita dalle retrovie traendo spunti da ciò che combinavo io. E di cose imbarazzanti ne avevo già combinate parecchie, compreso fare l’amore con un paio di ragazzi che, oggi definirei sbagliati. D’altronde non potevo sfuggire alla mia natura essendomi convinta che non si può amare una persona a priori, per partito preso o solo perché il cuore prende a battere forte. L’amore ha bisogno di tempo per verificare che tutto funzioni, di prove di compatibilità sotto ogni punto di vista, anche quello sessuale e il mio principe azzurro tardava ad arrivare. Pur giovane avvertivo, comunque la secondarietà del sesso rispetto all’amore. Poteva e doveva essere solo un accessorio, comunque irrinunciabile, a una bella storia. L’unico che mi sballava tutti i ragionamenti era il guerriero dei miei sogni. Con lui tutte le mie barriere, i miei pregiudizi, la mia logica sparivano in un batter d’occhio. - Sai, Angelica, l’ho sognato ancora, oggi pomeriggio. Magnifico, forte, libero, selvaggio. - Il tuo Pierrot dagli occhi dolcissimi e tristi come l’autunno? - Sì, aveva dietro il fuoco di un tramonto di fine estate e si guardava in giro a destra e sinistra. Cercava i miei occhi. - Aveva la barba? - No, la barba vera, no. Solo un accenno, giusto per rendergli il viso ruvido. La mia amica guardava trasognata l’espressione che avevo assunto, cercando di visualizzare la mia storia d’amore immaginaria. Voleva condividere le emozioni come se stesse guardando un film e io non la privai di questo piacere rispondendo alle sue domande. - E i suoi capelli? Le mani? Le labbra? - I capelli come crine di cavallo, neri corvini e lucidi sfumati d’infinito, mossi dal vento come piccoli sorrisi di luce in un quadro. Le mani invece lunghe, affusolate dal tocco delicato e vellutato ben diverse da quelle di mio padre invece grosse e incallite dal lavoro svolto per tanti anni nell’edilizia. Le definirei eleganti e immaginarle a sfiorare la pelle già mi eccita! - Wow! Per te sono fondamentali le mani di un uomo. - Assolutamente sì. Il mio corpo è un’arpa sensibilissima e la leggerezza di un polpastrello lungo le sue vie di fuga, diventa un soffio di piacere armonioso capace di farlo vibrare. In una mano sottile e raffinata insiste una sorta di musicalità, una percezione del contatto. Angelica si portò le mani alle guance, arrossendo un tantino, quasi vergognandosi di dirmi il suo parere sul tipo d’uomo ideale ma poi non si trattenne, si aprì come lo scroscio del temporale estivo. - A me invece, sentire il ruvido nelle mani di un uomo piace. Mi conferma la sua mascolinità, credo sia l’attrazione per gli opposti. Lo vorrei grande e grosso e con tanti muscoli! Alto, robusto, pieno d’energia come un supereroe, con lo sguardo capace di penetrarmi e di parlarmi dei suoi desideri. Vorrei che fossimo in sintonia senza parole, caldo come il fuoco nel letto, rinfrescante nei giorni d’estate, instancabile nel fare l’amore! Ecco, sì. - Angelica! – la guardai spalancando gli occhi e i battenti della ragione – Quanta passione che tieni in quel corpicino, quanto ardente desiderio. Mi sorprendi e mi piace questo tuo lato più segreto. Mi piace da matti. Arrossì di nuovo, questa volta sorridendo e spingendosi gli occhiali un po’ più su lungo il setto nasale. - Sono legna in attesa solo del fuoco per bruciare in un falò straordinario. Trovassi il mio boscaiolo, il lavoro non gli mancherebbe. Ma non parliamo di me, dai. Non mi hai ancora descritto le sue labbra. - Aspetta, chiudo gli occhi così riesco a focalizzarle meglio. Ben fatte, non grosse ma nemmeno troppo sottili, color di pesca a nascondere i denti di un bianco perla. E poi l’espressione. Ecco sì, quando lo guardo sembra sorridere, per metà ironico come se ti prendesse in giro e per metà come se ti chiedesse di baciarlo. Adoro quell’espressione che nessun altro uomo ha. - Ti ha mai parlato? Vi siete baciati? Angelica vide cambiare la mia espressione in un battito di ciglia e capì al volo. - No, eh? - No. Quando arriviamo al dunque, puntualmente mi sveglio con le labbra spiaccicate sul cuscino. Che delusione! A volte mi metto a piangere, altre infilo le mani sotto la coperta cercando le sue. Purtroppo no. La cosa più fastidiosa, a te posso dirlo, è che mi ritrovo eccitata e tu sai cosa voglio dire vero? La mia amica, con uno scatto repentino si coprì la bocca, manco avessi pronunciato l’impronunciabile, per frenare il fremito sornione che le veniva spontaneo. Poi avvicinò la bocca all’orecchio, bisbigliando sottovoce: - E a quel punto che combini? Scoppiai a ridere e lei con me. Due bambine ancora, in prossimità di diventare donne che ogni giorno scoprivano qualcosa in più della loro natura, del sesso, del corpo femminile. Così eravamo, con un pizzico di malizia, mischiato alla curiosità. Amiche da sempre e con la prospettiva di rimanerlo all’infinito. Continuando a chiacchierare arrivammo alla nostra meta. Andare al parco era sempre un’esperienza interessante per la varietà di persone che vedevamo frequentare quel posto nell’intento di stare a contatto con la natura. C’era tutto, il bagaglio completo della varia umanità, dalle mamme col bambino nella culla che scrutavamo con curiosa gelosia e immenso affetto, agli anziani con il loro fare lento di chi non ha più fretta e vuole gustarsi ogni momento, parlando di questo o di quello. E in mezzo i giovani come noi suddivisi fra gli sportivi e quelli che noi chiamavamo i riflessivi in quanto spesso seduti sulle panchine e immersi nei loro pensieri se non nei libri. Solitamente facevamo il gioco degli sguardi io e Angelica calcolando chi di noi riceva più attenzione dai coetanei, fra un ciao e l’altro di sfuggita a chi già conoscevamo. Poi inquadravamo i musoni e le stronzette. I primi sempre privi di sorrisi da mostrare, immersi nel loro pessimismo di fondo, le seconde, invece, le ragazze a cui stavamo antipatiche senza un vero motivo, una reazione istintiva a pelle. E noi non eravamo certo da meno nel mostrare il naso storto a chi non ci andava a genio. Le donne, le ragazze con qualche anno in più, insomma già cresciute, le dividevamo invece fra le befane e le vamp. Non tutte, solo quelle che si spingevano agli estremi in un senso o nell’altro. Le racchie o quelle trasandate nel vestirsi o anche con dei brutti modi di fare finivano nella prima categoria e non erano certo un modello a cui ispirarsi. Le seconde, al contrario, di spunti ne fornivano fin troppi con il loro acconciarsi alla moda, il tacco a spillo anche in nel parco ad affondare nel terreno, i jeans strettissimi per far risaltare la siluette non sempre perfetta, il trucco carico e a volte anche le sopracciglia finte. Io e Angelica non avremmo mai voluto diventare come loro ma dai loro eccessi ricavavamo informazioni utili su come acconciarci pur se a un livello più consono. Qualcosa di carino lo mostravano e poi notavamo quanto riuscissero ad attirare le attenzioni dei ragazzi. Un dato di fatto, dimostrazione della stupidità del maschio medio. Peccato mancassero loro la classe e l’eleganza. Di lì a poco raggiungemmo la nostra panchina, la solita. Posizionata sul passaggio, non troppo al sole ma nemmeno completamente in ombra e vicino alla fontanella dove tutti i maschietti prima o poi sarebbero venuti a dissetarsi. Di certo non avrei immaginato cosa sarebbe successo di lì a poco a turbare la quieta monotonia in cui ci sentivamo immerse. La gente prese a correre urlando spaventata Una tigre libera! mentre noi rimanemmo impietrite sulla panchina, vedendola arrivare di corsa dopo aver emesso un ruggito terrificante. - Oh mio Dio Lucia. Per l’amor di Dio. Sentii le mani di Angelica serrarsi alle mie con una forza incredibile e la sua agitazione mi costrinse a mantenere i nervi saldi. Se hai di fianco qualcuno più debole di te per istinto e necessità finisci per trovare la forza e il coraggio che non hai. La tigre veniva proprio verso di noi, spalancando le fauci e con l’occhio lucido dell’assassino. Una manciata di secondi lunghi come il respiro corto nella paralisi delle gambe. Eravamo ipnotizzate e in balia della magia degli occhi della bestia feroce. - Angelica non muovere un muscolo – le suggerii sottovoce- Ho letto da qualche parte di non far capire alle bestie di aver paura ma di stare fermi e fronteggiarle con aria decisa. - Ma io me la sto facendo sotto. Non vedi com’è grosso quel coso? Restammo ferme così per alcuni minuti con la tigre a pochi passi, indecisa sul da farsi, se non nel muoversi da un lato all’altro della strada. Tutti erano spariti, lasciandoci alla mercé della belva che non avevamo mai visto dal vivo ma solo alla televisione. Eravamo sole, impotenti, carne fresca per la bestia affamata e prossime a pregare il Creatore affinché ci concedesse il nostro personale paradiso. E fu proprio in quel silenzio insolito e innaturale che sentimmo il rombo di una motocicletta di grossa cilindrata. L’arrivo dei nostri, la cavalleria pronta ad intervenire per salvarci poco prima della fine. Un rumore assordante, rimbombante capace di impaurire anche la tigre. - Angelica, hai visto chi è? La vidi girarsi verso me con la faccia stranita di chi è sbalordita dalla tua affermazione. - E’ lui. Gridai. - Lui? Lui chi? - L’uomo dei sogni. Occhiali scuri, spalle dritte a disegnare un fisico ben tornito, lo sguardo deciso, la pelle abbronzata e i capelli al vento. In più aveva in mano una lunga frusta nera. Un particolare che mai prima di allora avevo notato. Venne verso di noi, accostandosi alla panchina. - Non abbiate paura, Lussy è innocua. Adesso l’abbraccio e si calma. La sua sicurezza mi fece capire che doveva essere un addetto di qualche circo di passaggio in città. Pensai ad un domatore di bestie feroci, visto la destrezza con cui la muoveva nell’aria senza mai colpire davvero la tigre. La faceva cadere ai lati scudisciando il terreno e disegnando di fatto un gabbia intorno a Lussy. Tutt’a un tratto, inaspettatamente la lanciò ben distante da lui lasciandola cadere come una foglia secca sul terreno e si avvicinò piano ma al tempo stesso deciso alla tigre, accarezzandole la testa e il pelo della schiena. Una volta o due fino a quando la sentimmo fare le fusa proprio come i gatti. Dallo stupore io e Angelica restammo alcuni secondi letteralmente senza parole e con la bocca aperta. - Lo spettacolo è finito ragazze mie. Questo è stato gratis ma, se volete vedere qualcosa di spettacolare, di molto più spettacolare venite stasera. Alle 20,30 comincia l’esibizione e non ve ne pentirete. Io sono Dante del Circo delle Meraviglie. - Dante? – Un nome insolito pensai- - I miei genitori erano appassionati del grande autore, sapete… In mezzo del cammin ci ritrovammo in una selva oscura… ecc.ecc., ecco, quello lì. - Altisonante direi. Piacere, sono Sofia e la mia amica si chiama Angelica. - Due fiori meravigliosi sbocciati nel parco della vita! Siete gioia che parla con gli occhi. - Vedo che non te la cavi male a parole. Grazie. - Il destino è nel nome. Credo che nulla sia casuale, che niente avvenga senza motivo. Ci guardammo con lo stesso sguardo curioso, come se già ci conoscessimo, come se fossimo parte dello stesso destino. O almeno questo era ciò che sentivo io nel cuore e le farfalle nello stomaco si stavano librando ormai a migliaia. Non riuscivo a distogliere lo sguardo e non mi sentivo minimamente imbarazzata anzi cresceva la voglia di stringerlo a me. Una sensazione bellissima perché le barriere della mia mente e i ponti levatoi della mia anima erano abbassati, sicuri di non finire preda del male. - Verremo stasera. Come potremmo non farlo dopo che ci hai salvato la vita? Sorrise, ironico e sornione ma dolce e accattivante. Uno sguardo da baci e morsi. Qualche minuto dopo arrivarono altri addetti del circo con una grossa gabbia, facendo in modo che Lussy vi entrasse. Dante risalì sulla sua motocicletta facendone rombare di nuovo il motore. Stava per andarsene lasciandomi alle sue spalle e invece in una frazione di secondo si girò e mi fece cenno di salire dietro di lui, tirando fuori un casco dalla sacca laterale. - Vuoi venire con me? Andiamo a fare un giro. Il cielo ci aspetta. La domanda secca e dolce, precisa e inaspettata mi fece generare una vera rivoluzione capace

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