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La luce calda della notte

La luce calda della notte

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La luce calda della notte

Lunghezza:
175 pagine
2 ore
Pubblicato:
Feb 13, 2018
ISBN:
9788825404920
Formato:
Libro

Descrizione

Romance - romanzo (122 pagine) - Non importa dove tu ti nasconda, l’amore riesce sempre a trovarti...


È tutto pronto per il grande giorno ma, dietro la porta di casa, c’è una brutta sorpresa ad attendere Giulia a un passo dall’altare: Stefano, il suo fidanzato, a letto con un’altra donna. Andata in frantumi ogni certezza, Giulia cerca di ricomporre i pezzi della sua anima, giurando a se stessa di non innamorarsi più di nessun altro uomo. L’incontro con Rosco, scaltro proprietario di un night club, le regalerà, però, l’opportunità di voltare pagina e di crearsi una doppia identità, dando vita a Lulù, ingenua ballerina di lap dance, che si spingerà oltre ogni limite del pudore. Ed è proprio qui, nella perversione della notte, tra giochi proibiti e piacere, malavita e perdizione, che Giulia cercherà la sua rivincita contro l’universo maschile, anche se sarà costretta a fare i conti con il destino che ha deciso di giocare con lei, e di mettere sul suo cammino chi sarà in grado di farle battere ancora forte il cuore.


Loredana Ronco è nata nel 1977. Originaria di Torino, vive a Cuneo da undici anni. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo: Ricucire se stessi (2012), Aiuto! Sono diventata mamma! (2013), Spighe di grano tra i capelli (2014), Il paradiso mi scrive (2016) e due racconti brevi La slitta è fuori che aspetta in 365 Racconti di Natale (2013) e Milioni di stelle nella raccolta 365 Racconti d’estate (2014).

Pubblicato:
Feb 13, 2018
ISBN:
9788825404920
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La luce calda della notte - Loredana Ronco

9788865306550

A te che sai illuminare la mia notte.

Prefazione

E verrà la notte in cui il buio non sarà più tale

ma una luce calda da accarezzare,

dove trovarti non sarà illusione

e cercarti una vana distrazione.

Ci sarà la notte in cui saprò abbandonarmi,

quella in cui riuscirò a donarmi,

la notte per perdonare e dimenticare,

e quella per liberarmi di chi non posso accettare.

Verrà la notte, una notte infinita

durante la quale giocare una nuova partita,

e quella notte in cui saprò riconoscerti

e nella luce raggiungerti e stringerti.

Capitolo 1

Oggi, 26 novembre

Giulia non riusciva a calmarsi. Continuava a camminare su e giù per casa senza smettere di pensare a lui.

Aveva giurato a se stessa che non ci sarebbe più ricascata, non dopo tutto il dolore, l’umiliazione e la rabbia che aveva provato.

Lo aveva giurato.

A se stessa.

Ma quella sera sentiva vacillare la certezza che sarebbe stato così per sempre.

Respirò a fondo, cercando di trovare una soluzione che le sfuggiva. Tirò un pugno contro il tavolo e continuò a girovagare per la sala.

Non era possibile, non adesso. Non dopo che con grande fatica era riuscita a ricostruire un equilibrio nella sua mente e nella vita.

– Merda! – mormorò disorientata.

Perché non le aveva dato ascolto?

Lo aveva pregato di non cercarla più e di dimenticarla, e invece aveva rovinato tutto con un semplice sms. Si versò dell’acqua da bere, con un gesto meccanico accese la radio e ripartì zigzagando nel suo viaggio senza meta.

Not really sure how to feel about it

Something in the way you move

Makes me feel like I can't live without you.

Se avesse dato ascolto al cuore non avrebbe fatto altro che complicare ancora di più le cose, ma di tutto aveva voglia tranne che di complicazioni. Afferrò il cellulare appoggiato sul tavolo e rilesse quel messaggio: "Mi manchi". Con rabbia scaraventò per terra il telefono, che andò in pezzi proprio come la sua anima. Trattenendo le lacrime si accasciò per terra, stringendo forte le ginocchia al petto.

– Accidenti a te! – In quel momento si sentì con le spalle al muro.

– Miao. – Figaro le si avvicinò facendo le fusa.

– Mi sono cacciata in un bel guaio. – Lo accarezzò, poi si guardò i piedi nudi e si rese conto di avere freddo: – Si è fatto tardi, meglio che mi sbrighi. – Si alzò traballante, con la testa che le scoppiava.

Aveva giusto il tempo di mettere qualcosa sotto i denti, fare un lungo bagno rilassante e prepararsi per uscire.

Mi manchi.

Quello che le si prospettava era davvero un bel problema.

Capitolo 2

Immersa nella vasca da bagno fino al collo e con gli occhi chiusi, Giulia pensò all’appuntamento al quale si sarebbe dovuta presentare entro poco più di un’ora.

Non era riuscita a mangiare nulla. Aveva ingoiato troppa rabbia, tutta quella che provava verso se stessa, e nulla di più sarebbe potuto entrarle nello stomaco.

Continuava a chiedersi se sarebbe riuscita a lasciare fuori da quella stanza d’albergo il chiodo fisso che le si era piantato nella testa ma, nonostante cercasse di convincersi che lei era più forte, sapeva che sarebbe stato impossibile.

Sprofondò sott’acqua e si mise a gridare.

Doveva prepararsi, anche se l’unica cosa che desiderava era addormentarsi per non pensare a nulla.

Riemerse e restò immobile con gli occhi chiusi.

Cosa avrebbe indossato?

Di sicuro poco o nulla ma, almeno all’inizio dei giochi, qualcosa da farsi togliere e che stuzzicasse la fantasia di chi pagava per averla, avrebbe dovuto portarlo. Lei che era sempre stata attenta a ogni minimo particolare, per cercare di creare a ogni appuntamento un gioco nuovo, quella sera si ritrovava priva di energia e incapace di dare sfogo alla sua creatività.

Uscì dalla vasca senza coprirsi e rimase in piedi a gocciolare sul tappeto, sconfitta dalle sue emozioni. Pensò a Patrick e decise che per una volta si sarebbe dovuto accontentare di una sveltina come tante, ma che non avrebbe più permesso che qualcosa o qualcuno interferisse ancora con la sua vita e con il lavoro.

No.

Non lo avrebbe permesso a nessuno.

Già, nessuno.

Sospirò e chiuse gli occhi.

Purtroppo lui non era nessuno, lui era lui e resistergli sarebbe stato quasi impossibile.

Fu attraversata da un brivido che la fece sussultare e si accorse di essere ancora nuda. Afferrò l’asciugamano e si lasciò accarezzare dalla spugna morbida. Avvertì la fragranza di edera e olio di avocado della sua pelle, si guardò riflessa nello specchio e per un attimo le parve di intravedere accanto a lei il viso dell’uomo che troppo spesso occupava i suoi pensieri nelle ombre della sera.

Si voltò di scatto, per ritrovarsi da sola.

Sola come si era obbligata a vivere e come a volte era difficile restare.

Ci erano voluti tre anni per arrivare fino al punto in cui si ritrovava ora, tre anni di duro lavoro e di assoluto rigore, ma adesso la fortezza che aveva costruito intorno a lei sembrava crollare da tutte le parti.

Mi manchi.

Aprì la parte dell’armadio riservata alla notte, quella che racchiudeva le trasgressioni e i peccati che un tempo non avrebbe mai immaginato di commettere, e iniziò a cercare qualcosa che potesse andare bene.

Conosceva i gusti di Patrick, cosa gli piaceva vederle addosso e, soprattutto, cosa gli piaceva far scivolare via con abilità e perversione, quindi optò per un provocante mini abito impreziosito da piccole catenelle di cristallo scintillanti che le si adagiavano sui fianchi snelli e sulla schiena scoperta. Infilò le calze autoreggenti nere, controllando che la riga posteriore fosse posizionata alla perfezione al centro della gamba, e si infilò un paio di scarpe nere con plateau e tacco a spillo.

Mancavano solo il trucco e la parrucca.

Sì, la parrucca.

Un caschetto nero che contrastava con i suoi lunghi capelli biondi, ma che doveva indossare per assecondarlo. Sospirò mentre distendeva con cura il fondotinta, seguito dalla cipria e da un tocco di fard sulle guance. Tratteggiò una linea nera sugli occhi, disegnò un neo leggero sopra il labbro e si passò il rossetto rosso fuoco, unica nota di colore che le veniva concessa da Patrick.

Si guardò soddisfatta, si sistemò i capelli e sorrise alla donna nella quale si era trasformata: è ora di andare, Lulù. Uscì dal bagno e spense la luce.

– Ciao, Figaro. Ci vediamo tra un paio d’ore. – Lo accarezzò in modo affettuoso.

Prese la pelliccia nera di visone lunga quasi fino ai piedi e poi, con la mente avvolta dai pensieri, si dileguò sulle scale silenziose.

Le undici.

Fuori, alla guida di un taxi dai vetri appannati, Maurice la stava già aspettando: – Buonasera, Lulù. Serata nera, eh?

– Ciao, Maurice. Zitto e fai il tuo lavoro, sai dove devi portarmi.

Maurice la scrutò attraverso lo specchietto retrovisore, poi, senza dire una parola, mise in moto la Mercedes e partì spedito verso il solito capolinea.

Lulù si lasciò cadere sul sedile posteriore e guardò la città passarle sotto gli occhi mentre si domandava se davvero quella fosse la vita che voleva vivere. Appoggiò il palmo della mano in alto sul finestrino e lo lasciò scivolare fino in fondo.

Con la coda dell’occhio vide che Maurice continuava a fissarla senza osare parlare; si conoscevano da un paio d’anni e sapeva che con il tempo lui aveva imparato a decifrare il suo umore dal modo in cui apriva la portiera, e quella non si poteva certo definire serata da chiacchiere.

Quando arrivarono a destinazione, dieci minuti più tardi, Lulù scese dall’auto senza salutare e senza preoccuparsi di pagare la corsa, a quello ci avrebbe pensato di sicuro qualcun altro, e si incamminò versò l’entrata dell’hotel più lussuoso di Milano.

Il Westin Palace con le sue luci era davvero affascinante, ma lei non si soffermò su quello spettacolo ormai conosciuto, perché nel giro di pochi minuti avrebbe goduto di un panorama ancora migliore dal balcone della suite presidenziale: il Duomo visto dall’alto, illuminato e addormentato in una notte che per lei stava appena iniziando. Proseguì la corsa con passo deciso, consapevole di quello che la stava aspettando, ma lui continuava a essere così presente nella sua mente da non riuscire a smettere di chiedersi se fosse giusto essere lì.

Il lift sorrise sornione nel vederla arrivare e, porgendole i saluti di rito, la fece entrare in ascensore per accompagnarla al piano in cui era attesa: l’ottavo.

Davanti alla suite, la stessa di sempre riservata a lei, si soffermò a ripensare alla prima volta in cui vi era entrata e a come tutto avesse avuto inizio. Patrick, uno dei soci dell’hotel, era stato il primo a volere di più da lei e aveva provveduto ad allestire la stanza con cura. Come fosse passata dal palco sul quale si esibiva a un letto in cui rotolarsi le pareva un lontano ricordo, ma talvolta stentava quasi a credere di aver fatto quella scelta. Si scrollò di dosso quei frammenti di passato e aprì la porta socchiusa. Patrick, in piedi davanti all’immensa vetrata, la aspettava con un bicchiere di Rum in mano. Si voltò per guardarla e spogliarla con gli occhi, posò il liquore sul tavolino, le andò incontro nascondendo a stento la voglia che aveva di lei e si fermò a pochi centimetri dal suo viso. Allungò una mano per chiudere la porta: – Ben arrivata, sono felice di vederti. – Le accarezzò i capelli prima di scendere sulla guancia ancora gelata dall’aria invernale.

– Buonasera, Patrick.

– Hai voglia di ballare per me? – Le fece scivolare via la pelliccia, che cadde ai suoi piedi.

– Tutto quello che vuoi – mentì recitando il solito copione.

– Allora vieni – le bisbigliò all’orecchio prendendola per mano.

Il salotto era illuminato da una luce soffusa e le note di I feel love vibravano in sottofondo. Lulù andò al centro della stanza, dove ad attenderla c’era il palo per la lap dance, e iniziò a ballare in modo sensuale. Sapeva cosa fare; Patrick adorava vederla danzare e molte volte, quando la canzone terminava, lui si alzava, la chiamava a sé e, dopo averla spogliata, le leccava tutto il corpo mentre lei restava immobile.

– Hai un buon sapore. – Questa volta era stato lui ad avvicinarsi. Le morsicò un capezzolo mentre le accompagnava la mano sull’erezione.

– Cosa vuoi che faccia?

– Usa queste. – Le passò un paio di manette con le quali Lulù gli legò i polsi alla poltrona.

Non sempre le era concesso farlo. Patrick amava avere il controllo della situazione tanto quanto lei, ma di tanto in tanto la assecondava e le permetteva di invertire i ruoli. Gli sbottonò la camicia e gli graffiò il petto senza fargli male. Slacciò la cintura, infilò la mano negli slip e giocò con la punta del pene. Era gonfia e umida. Senza sfilargli i pantaloni si inginocchiò per leccarlo. Poteva sentirlo pulsare. Patrick cercò di sollevare le braccia imprigionate e gemette di piacere, e lei continuò a passare la lingua sugli slip, alternandola con delicate pressione dei denti che lo inducevano a irrigidire ogni muscolo del corpo.

– Mmm… se continui così potrei venirti in bocca. – Si passò la lingua sulle labbra.

Lulù sapeva che avrebbe voluto baciarla, ma non aveva mai permesso a nessun cliente di farlo; per quanto assurdo potesse sembrare, un bacio sarebbe stato qualcosa di troppo coinvolgente e di gran lunga

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