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La Saggezza degli dei
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La Saggezza degli dei
E-book430 pagine6 ore

La Saggezza degli dei

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Info su questo ebook

“Il salto nel buio, della morte, che appare tanto
terrificante, è soltanto un passaggio
nella stanza attigua”
La comunicazione con i defunti, il contatto con gli spiriti guida, il channeling. Non sono una meraviglia dell’universo, ma bensì una Verità dell’Universo.
La comunicazione con esseri di altre dimensioni ha origini antichissime ne abbiamo esperienza nelle visioni degli sciamani e dei profeti.
“Oggi, noi siamo, sulla terra, ancor dei neonati, ma domani possiamo cominciare l’ascesa verso le sublimi regioni del pensiero.
Dopo tutto quanto io lessi ed appresi, sono convinto di due cose: che la medianità non è un idolo misterioso e che questo potere, o questa forza, o come chiamar si voglia, è in ognuno di noi.
Tutti, uomini, donne, fanciulli, hanno facoltà medianiche, ma i più non sanno di possederle, pochissimi s’accorgono di averle, e sono vere mosche bianche coloro che, scoperte che l’abbiano, si curino di coltivarle.
L’umanità si trova ora al cospetto del meraviglioso Tempio d’una nuova Conoscenza, inesplorato ancora, tutto smagliante di purità e di candore, ed il di cui Altare eccelle, in maestà, bellezza e seduzione, quant’altri mai siano stati ideati da genio umano”
“Io so ormai che non c’è morte, ma infinite gradazioni di vita. Sono gli spiriti che vivono realmente, noi siamo invece nel sonno”
          H.D.Bradley
LinguaItaliano
Data di uscita11 gen 2018
ISBN9788869372841
La Saggezza degli dei
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    Anteprima del libro

    La Saggezza degli dei - H. Dennis Bradley

    CAPITOLO

    note preliminari

    Per raggiungere la sapien­za conviene esplorare tutte le profondità e tutte le altezze e la Verità deve ave­re per sua base, non il mito, non la fede, ma le solide fondamenta della scienza.

    ​PREFAZIONE

    Non mi pare il caso di presentare ai lettori l’illustre autore del libro che qui si pubblica in edizione italiana; e ciò in quanto avevo adempiuto a tale compito nella prefazione alla traduzione del­l’altro suo libro intitolato: Verso le Stelle.

    Questa seconda opera di H. Dennis Eradley è complementare della prima, e in essa si considera il medesimo ordine di manifesta­zioni medianiche. Nondimeno vi si rileva una grande novità, ed è che nella prima sezione del volume si contengono le relazioni delle esperienze del Bradley con la propria personale medianità, sviluppa­tasi in lui rapidamente, in guisa da fargli raggiungere in poche se­dute la méta bramala: quella di ottenere per conto proprio il feno­meno della voce diretta . E il fatto di aver egli raggiunto lo sco­po, rende questa serie di esperienze addirittura risolutiva in rapporto all’eterna, quanto balorda, ipotesi della frode universale ; tenuto conto che questa volta colui che sperimentava, indagava la medianità di si stesso, o, per essere precisi, indagava la medianità di si stesso combinata a quella della propria consorte, poiché risultò che quest’ultima contribuiva efficacemente all’ estrinsecazione dei fenomeni.

    La seconda parte del volume è dedicata interamente alle sedute con l’ oramai famoso medium a voce diretta Giorgio Valiantine ; e già si comprende che in essa si contengono gli episodi più mera­vigliosi del volume.

    Come già nella prima opera, anche in questa si rilevano nu­merosi episodi in cui le personalità comunicanti con let voce di­retta parlano lingue totalmente ignorate dal medium (XenoglossiaJ. Nella prima opera : Verso le Stelle , si contenevano conversazio­ni di entità di defunti nelle lingue tedesca, italiana, spagnola, e nei dialetti basco e gallese; in questa seconda, si contengono altre conversazioni nelle lingue francese, tedesca, danese, russa, italiana, Cinese e giapponese. In due occasioni i consultanti, col proposito di mettere alla prova l’identità del comunicante, il quale aveva iniziato la conversazione in lingua inglese, lo invitarono a proseguire nel linguaggio natio; ciò che venne fatto immediatamente; e in altra circostanza, una signora russa, maritata in Danimarca, rivolse la parola in danese a uno spirito comunicante; ma questi, rivelatosi per il di lei fratello, osservò : Sono Oscar, parliamo in russo , E la conversazione fu continuata in russo.

    Non è chi non vegga come, dal punto di vista teorico, tali episodi rivestano, un grande valore dimostrativo in favore dell' ipotesi che spiega i fatti nell'unico modo ragionale in contingenze simili, vale a dire riconoscendo la presenza reale sul posto delle personalità spirituali comunicanti. Nondimeno, vi sono oppositori i quali trova­no ancora il modo di contrapporre all'ipotesi spiritica le loro inter­pretazioni sofistiche, nonché gratuite e fantastiche. Mi propongo per­tanto di ragguagliare in proposito i lettori, facendo precedere al li­bro una breve discussione intorno alle ipotesi naturalistiche formu­late al riguardo da due notissimi metapsichicisti irriducibilmente av­versi a qualunque spiegazione la quale sottintenda la sopravvivenza dello spirito umano. In tal guisa i lettori avranno modo dì giudi­care in argomento con sufficiente cognizione di causa.

    Rèné Sudre, nella sua recentissima opera : Inlroduction à la Métapsychique Moderne , accenna ai fenomeni di Xenoglossia in questi termini:

    I casi in cui il soggetto medianico parla in una lingua stra­niera ch'egli dice di non conoscere, debbono esaminarsi con la pre­sunzione di scoprire in essi dei fenomeni di ‘ criptomnesia ' (cogni­zioni apprese, dal soggetto, e poi dimenticate). Flournoy ne cita al­cuni esempi, tra i quali è notevole il caso di una vecchia signora che in una crisi di delirio, si mise a parlare l’indostano. Ora essa non aveva più sentito parlare tale lingua dall’età di quattro anni, epoca in cui aveva abbandonato l'India. Elena Smith aveva assi­milato ciò che sapeva di ‘ sanscrito ’ sfogliando una grammatica od altri documenti riferentisi a tale lingua. Il soggetto del Richet scriveva delle frasi in greco moderno le quali erano dei paradigmi del dizionario di Bizantini. Gli errori in cui cadde, erano d'ordine visuale e non già grammaticale, come se i caratteri tipografici fos­sero stati visti da lontano e superficialmente trascritti da qualche­duno che non sapesse il greco '... Infine, nel caso rarissimo in cui un soggetto risponda a domande rivoltegli in una lingua ch'egli assolutamente ignora, bisogna ammettere ch'egli si valga dei ricordi della personalità che incarna ".

    Così il Sudre; e in base a quanto osserva, emerge eh’egli non si è curato di approfondire il tema intorno al quale discute, visto che si limita a contemplare le due modalità di Xenoglossia le quali non presentano valore teorico in senso spiritualista: quelle, cioè, spiegabili con la criptomnesia (e che io gli abbanaono com­pletamente), e quelle in cui il medium risponde a domande rivoli tegli in lingue ch’egli ignora. Il Sudre considera questi ultimi casi come assai rari, laddove si riscontrano ogni qual volta un ipnotiz­zatore si trovi in condizione di stretto rapporto psichico col proprio soggetto ; e il fenomeno si spiega col fatto che il soggetto chiaroveg­gente non comprende le parole che gli si rivolgono, ma legge nel cervello del suo ipnotizzatore il pensiero da lui espresso in parole; giacchi il pensiero, nella sua modalità psicofisica di "stato vibra­torio ’’ della sostanza cerebrale, deve naturalmente risultare identico in tutte le individualità pensanti, all’infuori di qualsiasi rapporto con la lingua in cui l’individualità pensante lo traduce esteriormente.

    La difficoltà insuperabile per la spiegazione naturalistica dei fenomeni di Xenoglossia, comincia quando il medium, non solo com­prende le domande rivoltegli in una lingua che ignora, ma risponde e conversa spigliatamente nella lingua medesima. Su questo punto il Sudre non ha osato pronunciarsi; e mi esprimo in questi termi­ni giacche non può supporsi ch’egli non conosca i casi di tal natu­ra, i quali si realizzarono in buon numero in passato, e si realiz­zano odiernamente con raddoppiata frequenza. Si è visto che col me­dium Valiantine - il quale non conosce altra lingua che la propria, cioè l’inglese - si manifestarono personalità di defunti le quali con­versarono spigliatamente in sette lingue e in due dialetti difficilissi­mi. È ovvio pertanto che nel caso in discorso risulta del tutto esclusa l’ipotesi della criptomnesia. Ora, basta riflettere adegua­tamente sul tema per convincersi che, all’infuori della criptomne­sìa ’’, non esiste altra ipotesi a disposizione degli oppositori. Si con­sideri infatti, che, se per comprendere una lingua non è necessa­rio che il medium la conosca, perchè gli basta di percepire il pen­siero del consultante, non è più così quando si tratta di parlare una lingua; nel qual caso occorre tassativamente che il medium co­nosca la lingua, giacché la chiaroveggenza telepatica ( lettura nelle subcoscienze dei presenti) è impotente a fargliela conoscere; e tale impotenza deriva dal fatto che la struttura organica di una lingua è pura astrazione, e in conseguenza non si pub nè vedere, nè percepire nel cervello altrui. Il sostenere il contrario, equivar­rebbe ad ammettere che il medium, in virtù della propria lucidità, pervenga istantaneamente ad apprendere il valore di tutti i vocaboli di una lingua, nonché di tutte le regole grammaticali con cui rag- grapparli, disporli, coordinarli in frasi razionali, variando i voca­boli stessi secondo i generi, i numeri, le declinazioni, le coniugazioni ; come pure equivarrebbe ad ammettere, ch’egli pervenga ad appren­dere fulmineamente la fonetica " particolare ad ogni parola, nonché l’accentuazione caratteristica ad ogni lingua o dialetto, e le locuzio­ni e gli idiotismi innumerevoli che. costituiscono il fermento vivente di ogni linguaggio. È ciò possibile ? Non posso immaginare che si trovino oppositori i quali, all’ unico scopo di evitare un’altra spie­gazione piana, semplice, naturale, emergente spontanea dai fatti, o- sino sostenere una tesi pazzesca di tal natura.

    E infatti non vi fu mai alcuno il quale abbia osalo propu­gnarla. Il che non impedisce che vi siano oppositori tanto irriduci­bili, da non ritenersi affatto vinti e sgominati di fronte a un osta­colo teoricamente insormontabile qual’è quello in esame. Per esem­pio, in occasione della pubblicazione in Francia di un mio articolo su tale argomento, vi fu un eminente e simpaticissimo uomo di scien­za (di cui non faccio il nome perchè le sue opinioni furono espresse privatamente), il quale mi scrisse nei termini seguenti: Le vostre argomentazioni sono praticamente inconfutabili ; il che però non si­gnifica che abbiano virtù di farmi cambiare opinione, e la ragione è sempre la stessa : Siccome il pensiero è funzione del cervello, o, in altri termini, siccome l’anima non esiste, essa non può sopravvivere alla morte del corpo. E così essendo, deve per porga concludersi che nel caso delle manifestazioni medianiche in cui una voce diretta " conversa in una lingua ignorata dal medium, quest’ ultimo, malgra­do tutto, debba ricavare in qualche modo le sue cognizioni lingui­stiche dalla subcoscienza del consultante „.

    Nel brano citato è da rilevarsi anzitutto il preconcetto aprio­ristico espresso nella frase: Siccome il pensiero è funzione del cer­vello, o, in altri termini, siccome l’ anima non esiste, essa non può sopravvivere alla morte del corpo . - Chi gliel’ ha detto all’emi­nente amico mio che l’anima non esìste? Nessuno pervenne mai a risolvere il mistero dell’anima: e le scuole materialista e spiritua­lista non seppero far altro, in trenta secoli, che fornire in proposito delle pure induzioni letteralmente indimostrabili. Il quesito pertanto rimane aperto, ed è certissimo che non potrà mai risolversi in altro modo che sulla base dei fatti. Ora la grande importanza delle ri­cerche metapsichiche consiste appunto nella circostanza, che solo esse possono fornire, come forniscono, una moltitudine imponente di fatti complessi ed eterogenei i quali convergono tutti come a centro verso la dimostrazione sperimentale - quindi scientifica - dell’ esistenza e sopravvivenza dell’ anima. Esorto pertanto l’eminente uomo di scien­za sopra riferito, nonché gli altri suoi colleghi i quali ragionano come lui, a voler liberare la loro mentalità da tutti gli apriorismi scientifici e filosofici che ne intralciano il libero esercizio, per indi dedicarsi serenamente e spassionatamente alla ricerca della Verità per la Verità, in base all’ analisi comparata dei fatti, e alle indu­zioni e deduzioni dai fatti, come prescrivono i metodi d’indagine scientifica.

    Ciò premesso, osservo all’eminente mio contradditore che la sua argomentazione consistente nel presupporre che, malgrado tutto, il medium deve ricavare in qualche modo le sue cognizioni linguistiche dalla subcoscienza del consultante , non regge di fronte alla prova dei fatti; giacche si conoscono in buon numero i casi in cui il me­dium, o la voce diretta, o la forma materializzata parlaro­no o scrissero in lingue ignorate da tutti i presenti.

    In servizio dei lettori i quali non fossero sufficientemente ver­sati nella casistica metapsichica, riferisco un esempio del genere, in cui una forma materializzata scrisse un messaggio in lingua ignorata dal medium e dai presenti. Il caso è classico, quindi assai noto ; ma non sarà inutile rie­vocarlo, giacche si tratta di un episodio che resiste a tutte le prove, visto che si produsse in piena luce, e in presenza di una trentina di sperimentatori, in massima parte personaggi illustri, i quali pub­blicarono separatamente le loro relazioni in proposito.

    «.Alludo con ciò alle celebri esperienze di materializzazione te­nutesi in Norvegia, nell’anno 1893, con la medianità di Mrs. D’Esperance (distinta e colta signora che si presto sempre gratuitamente, per amor della causa). In esse, tra l’ altro, si materializzò in for­ma femminea di grande bellezza alla quale diede il nome di Nepenthes , informando di essere vissuta ai tempi eroici dell’ antica Grecia. Conformemente, una sera essa scrisse con la propria mano un messaggio, in greco antico, sul taccuino di uno sperimentatore ; e il valore teorico dell’incidente è di gran lunga accresciuto dalla fortunata circostanza che tutti i presenti ignoravano la lingua greca classica.

    Sono a tutti note le origini di tali memorabili sedute. Un gruppo di eminenti sperimentatori norvegesi, tra i quali si annove­ravano professori di università, medici, letterati, magistrati e pastori luterani, allo scopo di accertare fino a qual punto le condizioni di preparazione fisica degli sperimentatori influissero favorevolmente sul­l’estrinsecazione dei fenomeni, si proposero di astenersi per sei mesi dalle bevande alcooliche, dal tabacco, dalle droghe, per iniziare, dopo il terzo mese, una serie di dodici sedute in cui non dovevano am­mettersi persone estranee, e alle quali ciascuno erasi formalmente im­pegnato d’intervenire ininterrottamente. Nel gruppo erano in parti uguali rappresentati ambo i sessi, e si componeva di una trentina di persone.

    A sedute compiute, parecchi fra gli sperimentatori ne pubbli­carono le relazioni in forma di opuscoli e di libri. Io desumo quanto espongo dal Diario della ‘Baronessa Teyron (Light, 1907), e da lunghe citazioni che, in occasione di una conferenza, Mrs. D’Esperance tolse dal libro: Harper i Luften , pubblicato da un magistrato formante parte del gruppo. Nella relazione norvegese, l’au­tore cita, previa autorizzazione i nomi di quasi tutte le persone che vi presero parte ; tuttavia Mrs. D’Esperance non si crede autorizzata a fare altrettanto in una conferenza (Light, 1903). - Dal Diario della Baronessa Peyron si rileva che iniziatore delle sedute fu il dottor Von Bergen, noto cultore di ricerche me­tapsichiche, e dalla conferenza di Mrs. D’Esperance si apprende che a dirigerle venne preposto Herr Siostedt, e che le sedute stesse si ten­nero in casa del prof. Herr E.

    La forma materializzata di Nepenthes si manifesto fra le prime, e continuo a manifestarsi in quasi tutte le sedute. Era una forma di donna bellissima; si mostrava in luce, contemporaneamente alla medium (la quale era sveglia e sedeva con gli altri fuori del gabinetto); si smaterializzava in mezzo al circolo; si uniformava a tutti i desideri dei presenti, ora prestandosi a farsi fotografare, ora a scrivere sul taccuino di qualche sperimentatore, ora a fornire il modello della propria mano immergendola nella paraffina liquefatta.

    Nel libro Harper i Luften così viene descritto quest’ultimo episodio :

    L’attesa era immensa ed ansiosa. Riuscirà ? Non riu­scirà ? Tale nostro stato d’animo venne avvertito dalla medium, la quale osservò: ‘Non mi parlate; io debbo star quieta; procurate di mantenervi tutti calmi e tranquilli ’. Il lieve rumore prodotto dalla mano che si tuffava e si ritraeva dal liquido, continuò per qualche minuto nell’ombra delle cortine, mentre noi scorgevamo a pieno la bianca forma curva sul recipiente. Quindi ‘ Nepenthes ’ si rizzò e si rivolse a noi... guardando attorno fino a che non scor­se Herr E., che, seminascosto, sedeva dietro ad un altro spettatore. Al­lora si diresse a lui, sospesa in aria, porgendogli un oggetto. ‘ Mi porge un pezzo di cera ’ - egli esclamò - ; poi riprendendosi : ‘ No, è il modello della sua mano. Gliela copre fino al polso; la sua mano si dissolve dentro al modello ’. Mentre ancora parlava, già la forma scivolava quietamente verso il gabinetto, lasciando il mo­dello di paraffina tra le mani di Herr E. Finalmente evasi ottenuto il tanto bramato fenomeno! Finita la seduta, fu esaminalo il mo­dello. Esteriormente appariva informe, grumoso, e constava di molti strati sovrapposti di paraffina; ma, dalla breve apertura del polso, si scorgeva, all’interno, l’impronta di tutte le dita di una piccolissi­ma mano. Il giorno dopo lo portammo a un modellatore di profes­sione (certo Almiri), affinchè ne ricavasse il getto. Egli e i suoi operai guardavano attoniti quel modello, e convinti che una ma­no umana, dopo averlo prodotto, non avrebbe potuto ritrarsi, finirono per chiamarla opera di stregoneria. Quando il getto fu compiuto, appar­ve agli occhi nostri una mano piccolissima e perfettamente modellata fino al polso, su cui si rilevavano pienamente le unghie, e si disegnavano le linee più fine delle nocche, delle giunture e del palmo. Le dita af­fusolate e perfettamente conformate stupirono l’artista sopra ogni al­tra cosa e lo convinsero dell’origine supernormale del modello, inquantochè si presentavano incurvate per modo che una mano uma­na non avrebbe potuto ritrarsene .

    In quest’altro brano e descritto il modo con cui Nepenthes si smaterializzava in mezzo al circolo:

    ... Essa restava quieta in mezzo a noi reclinando lenta­mente il capo, sul quale brillava il consueto diadema. In pochi minuti, senza che si avvertisse il più lieve fruscio, la sovrumana, la spirituale ‘ Nepenthes ’, così bella, così reale, così vivente, erasi convertita in una piccola nubecola luminosa non più grande di una testa umana, sopra la quale brillava ancora il diadema. Indi quel­la luminosità si affievoliva, il diadema si dissolveva e spariva a sua volta : tutto era finito .

    Le citazioni riportate parvero a me necessarie onde fornire ai lettori dati sufficienti a convincerli sulla serietà e l’incontestabile ge­nuinità delle esperienze in questione. Vengo ora all’episodio che ci riguarda, il quale è descritto in questi termini nel libro accennato:

    " ... - Nepenthes - si presentò più bella che mai. Con tutta l’ammirazione e il rispetto ch’io professo per le amabili e leggiadre signore di mia conoscenza, io non posso non ripetere che i miei oc­chi mai videro un essere comparabile a tale sublime creatura - donna, fata, dea, chiunque essa fosse - ; e così affermando, non sono che l’interprete dell’ammirazione generale. Scorgendo Herr E. curvo sul taccuino intento a prendere note, essa ristette a contemplarlo; que­sti allora la invitò a scrivere una frase per lui, e le offerse il tac­cuino e la matita, ch’essa accettò. Herr E. si alzò, e postosi dietro di lei attese osservando. Noi guardavamo quel gruppo con ansiosa aspettativa. - ‘ Essa scrive ’ - annunciò Herr E. - Noi vedevamo le due teste curve sopra le dita scriventi, di cui si avvertivano distintamente i movimenti. ‘Poco dopo il taccuino e la matita furono restituiti a Herr E. che sedette trionfante. Esami­nammo quella pagina, su cui trovammo tracciati caratteri greci in forma chiarissima, ma inintelligibili per tutti i presenti. Il giorno dopo li facemmo tradurre dal greco antico al greco moderno, e da questo nella nostra lingua. Eccone il contenuto : ‘ Io sono - Nepen­thes -, l’amica tua. Quando avrai l’animo oppresso per soverchio dolore, invoca me - Nepenthes - ed io prontamente accorrerò a le­nire le tue pene felice mortale! pensavamo noi tutti, congratu­landoci con lui.

    E qui mi arresto con le citazioni. A proposito delle esperienze esposte, occorre anzitutto richiamare l’ attenzione dei lettori sulle con­dizioni probative eccezionali in cui si svolsero. Si noti che l’ambiente, era costantemente illuminato con luce sufficiente per riconoscersi l’un l’altro, nonché per prendere note e per distinguere tutto ciò che avveniva nella camera. Inoltre si noti, che la medium sedeva con gli altri nel circolo, a tutti visibile, e si manteneva costantemente sveglia. Essa dava le spalle al gabinetto medianico, entro al quale si formavano i fantasmi, per indi uscirne e mostrarsi agli sperimen­tatori. Quanto a Nepenthes, essa quasi sempre si materializza­va e si dematerializzava in mezzo al circolo. Ne consegue che le condizioni di esperimentazione risultavano addirittura ideali, visto che in simili circostanze qualsiasi forma di frode diveniva letteral­mente impossibile.

    In merito al significato teorico del memorabile episodio di una forma materializzata la quale scrive un messaggio in lingua igno­rata da tutti i presenti, mi pare superfluo analizzarlo e commen­tarlo in modo speciale, visto che il suo grande valore dimostrativo in senso spiritualista emerge spontaneo dall’ episodio stesso. Mi li­mito pertanto ad osservare che gli episodi di tal natura annullano in guisa definitiva l’ipotesi formulata dall’eminente professore ami­co mio, secondo il quale, e malgrado l’assurdità del presupposto, non rimarrebbe altra spiegazione possibile dei fatti che quella di am­mettere che il medium ricavi in qualche modo le sue cognizioni linguistiche nella subcoscienza del consultante . Or ecco, invece, che i fatti intervengono ad infliggere una solenne smentita all’ ipotesi fan­tastica, dimostrando come i fenomeni di Xenoglossia si realizzino ugualmente anche quando non siano presenti subcoscienze provvedi­trici di cognizioni linguistiche ai mediums. Stando le cose in questi termini, dovrà riconoscersi che se si vogliono spiegare razionalmente i fenomeni di Xenoglossia, occorre ammettere che L’anima esiste, che sopravvive alla morte del corpo, e che pub manifestarsi ai vi­venti pel tramite dei mediums; vale a dire, occorre concludere in senso diametralmente contrario a quello dell’ eminente fisiologo ami­co mio.

    * * *

    Tornando, dopo questa lunga digressione, al libro del Bradley, osservo come la discussione esposta concorra a ridare tutta la sua efficacia teorica al contenuto del libro stesso, nel quale sono riferiti numerosi episodi in cui le personalità medianiche conversano con la voce diretta in lingue ignorate dal medium ; episodi che in base alle conclusioni a cui si giunse, riacquistano integralmente il loro valore di ottime prove d’identificazione spiritica.

    Rilevo infine che nel libro del Bradley si contengono in buon numero episodi svariati e meravigliosi d’altra natura, i quali risul­tano altrettante prove - dirette o indirette - d’identificazione perso­nale dei defunti comunicanti ; dimodoché tali episodi, unitamente ai casi di Xenoglossia, concorrono a convalidare mirabilmente la tesi spiritica, secondo la quale si è pervenuti - o, se si vuole, si per­verrà, un giorno - a dimostrare sperimentalmente l’esistenza e la sopravvivenza dell’anima. Ora, se si considera che le raccolte di fatti analoghe a quelle del Bradley si contano in gran numero nella let­teratura mctapsichica, vi è da rimanere meravigliati dell’ ostilità,, non giustificata, che taluni uomini, di scienza,, sufficientemente versati in argomento, dimostrano contro la spiegazione spiritualistica di una speciale sezione, della fenomenologia metapsichica. Senonchè ogni me­raviglia si dilegua qualora si rifletta, che la medesima forma di ostilità misoneista .si verifico costantemente attraverso i secoli ogni qual volta, spunto sull’orizzonte del progresso umano l’alba di una Grande, Idea.

    Savona, Agosto 1926.

    E. BOZZATO

    ​CAPITOLO I

    Esordio

    Maggio - Luglio 1924.

    La vita, per quello che ne sappiamo, nonostante le sue gioie ed i suoi dolori, altro non è che un’ombra della nostra reale e definitiva esistenza. Davanti a noi s’estende un vasto campo di conoscenza, di cui abbiamo a malapena sfiorato i margini.

    Proprio così : quando l’esploratore s’accinge a scoprire u­na terra sconosciuta, non può prevedere i sentieri che dovrà battere, nelle traversie che lo attendono. Così pure colui che si addentra nel ginepraio degli studi psichici, non può sapere sin dove verrà trascinato dalle sue indagini, nè che cosa lo atten­da. A mano a mano che uno s’avanza in quei misteriosi recessi, viene a convincersi, con sempre maggior certezza, che la den­sa tenebra può essere penetrata a fondo, che il progresso non è solo possibile, ma inevitabile e che ogni passo in avanti ci conduce sempre verso nuove scoperte meravigliose.

    Il fascino dell’ignoto che spinge l’uomo verso i ghiacci del Polo e le perigliose vette dell’Everest, lo si comprende e lo si spiega. Nessuno sforzo di scienziato, diretto a scoprire nuove forze e nuovi elementi, vien deriso in quest’epoca in cui im­pera il materialismo e nessun nuovo Galileo deve ora temere di venir schernito o perseguitato semprechè le sue scoperte re­stino circoscritte nel campo materiale-fisico. Soltanto chi inda­ga l’oltre vita, soltanto chi studia i fenomeni dello spirito, de­ve subire, per alcun tempo ancora, le beffe e sopportare la lotta contro i pregiudizi di menti fossilizzate, o caparbiamente iner­ti, o segretamente sgomente.

    Si era nel Giugno dell’anno 1923, quand’io, colla dispo­sizione d’animo d’uno scettico un po’ seccato e curioso per puro svago, assistetti, per la prima volta, ad una seduta me­dianica. Da allora le mie esperienze furono molteplici, profon­de e strabilianti.

    Queste esperienze durarono nove mesi consecutivi, cioè sino al Marzo 1924.

    I resoconti delle stesse furono da me pubblicati nel mio libro Verso le Stelle e siccome la presente narrazione è una continuazione ed uno svolgimento di quel mio lavoro, tro­vo necessario di riepilogare la storia della mia iniziazione alla Grande Verità della sopravvivenza.

    In occasione di un mio viaggio in America, una sera, ospite del Sig. Giuseppe De Wyckoff nella sua villa ad Arlena Towers, Ramsay, New Jersey, assistetti ad una prima seduta coll’intervento del medium Giorgio Valiantine. Oltre a me, vi partecipava pure il padrone di casa con suo nipote. Io mi tro­vavo in un paese straniero ed i miei affari domestici e privati erano del tutto sconosciuti alle tre persone che sedevano con me nella stanza.

    Durante i primi venti minuti di seduta non avvenne nulla.

    Poi il silenzio venne rotto da una gentil voce di donna ch’io riconobbi per quella della mia amata sorella Annie, mor­ta già da dieci anni e colla quale ero stato legato da un af­fetto profondo c da una rara affinità di pensiero.

    Essa si annunziò col suo nome e mi parlò con grande af­fetto e tenerezza. Per oltre quindici minuti ci parlammo come soltanto due persone grandemente affezionate ed intellettual­mente armonizzanti possono farlo. La più gran parte della con­versazione fu piena di accenni di natura intima, che un estra­neo non avrebbe potuto capire e la conversazione non era te­nuta sottovoce, ma in un tono chiaro e percettibile da tutti. La voce non usciva dalla bocca del medium, ma sembrava che fosse Annie stessa che parlasse a circa sei metri di distanza da me.

    Non risentii sgomento nè sorpresa. Parlammo con natu­rale scioltezza di soggetti ed eventi privati, passati e recenti, che soltanto noi due potevamo sapere. Ella accennò ad inci­denti d’or son vent’anni che nessuno dei presenti poteva co­noscere e poi, spontaneamente, m’intrattenne su avvenimenti tristi e lieti decorsimi dall’epoca della sua dipartita.

    La sera successiva, mia sorella Annie, - la chiamerò Sem­pre così per quanto essa non esista che in spirito - parlò nuo­vamente con me per circa venti minuti, durante i quali, ri­cevetti da lei meravigliose rivelazioni sulla vita futura.

    In queste due serate, altri dodici spiriti ci parlaro­no. Ogni voce era distinta ed individualizzata, nell’accento, nel tono, nel fraseggiare, nella maniera e nel soggetto delle conversazioni.

    Sonvi parecchie forme di medianità, ma la forma più rara e la più intensamente drammatica è, incontestabilmente, quella merce la quale si riesce a udire le voci indipendenti ed indi­vidualizzate degli spiriti. Oggi, dopo due anni di studio e di riflessione, riconosco quant’io fui fortunato nel ricevere questa stupefacente dimostrazione fin dalla mia prima seduta che mi coglieva ancora nel pieno della mia fatuità e leggerezza, aven­do per unico obiettivo il divertimento, ma dubitando dell’effi­cacia del divertimento offertomi.

    No, non fu il caso che mi condusse a questa rivelazione; io sono sicuro, come lo fui in poche circostanze della mia vi­ta, che la cosa fu voluta da intelligenze superiori alla mia.

    Da quella notte ho raramente interrotto i miei studi su questo colossale soggetto. Non solo lessi un’enorme quantità di trattati referentisi alle ricerche psichiche, ma ho visitato e studiato quasi tutti i mediums del mio paese, molti fra i quali, devo confessarlo a malincuore, furono per me una delusione.

    Io sostengo decisamente che il resoconto delle mie espe­rienze, riprodotto spesso senz’alcun mio commento, in Ver­so le Stelle, è la prova la più efficiente e convincente che sia stata mai data sulla sopravvivenza. Quanto affermo non è un’esagerata vanità; che valore volete che abbia il mio piccolo Io di fronte all’infinito?

    Anche a rischio d’esser tacciato di egotismo, credo utile, per aiutare il lettore ad apprezzare nel loro giusto valore le prove contenute in quel mio libro e nel presente che mi ac­cingo a scrivere, di soffermarmi a parlare un po’ di me stesso.

    Io temo di possedere un senso critico della vita oltremodo frigido, rasentante il cinismo. Un adolescente nel cuore del West End di Londra ha la tendenza di sfrondar la vita delle illusioni.

    Nel corso della mia esistenza ho incontrato e conosciuto parecchi furfanti d’ambo i sessi, taluni divertenti, ma in gran parte stupidi e intollerabili; fortunatamente per la mia borsa e per la pace della mia coscienza, la maggioranza non ebbe presa su di me, ed i pochi loro successi furono compensati dal­l’esperienza ch’io ne ricavai. Invecchiando, le facoltà critiche nell’uomo si sviluppano ed il cinismo si rafforza, ma io riten­go che, anche in gioventù, si possa esser idonei a risentirsi di qualsiasi imposizione ed a sdegnare il rozzo inganno.

    I dilettevoli furfanti squattrinati che frequentano le piste, i palcoscenici, i ritrovi notturni e gli innumerevoli rendez-vous semi-eleganti in cerca dei piccioncini da spennacchiare, non mi sono sconosciuti e credo di non adularmi dicendo, eh’essi mi usano la cortesia di lasciarmi solo.

    Inoltre, un aspro incitamento alle emozioni, esercita su di me il deplorevole effetto di offendere il mio senso artistico e mi lascia frigidamente indifferente.

    S’io adunque, dopo calma ponderazione, decisi d’imbarcarmi nello studio del gigantesco soggetto che mi si era cosi improvvisamente e drammaticamente presentato, spero che il lettore vorrà ammettere che non era un investigatore impres­sionabile, facilmente suggestionabile e privo d’esperienza che si assumeva un simile compito, ma un uomo fornito di sva­riata conoscenza della vita nelle sue fasi tristi e liete, un in­timo conoscitore di quel curioso piccolo mondo che si chiama il West End.

    Se la mia fosse stata una semplice illusione, l’avrei per­duta durante le ricerche fatte, mentre stavo scrivendo Verso le Stelle.

    I mediums, da noi, son pochi - se la medianità fosse una professione ben rimunerata, come asseriscono i fanatici oppo­sitori di qualsivoglia rivelazione d’oltre vita, la schiera di que­sti professionisti sarebbe più numerosa - e fra questi pochi, ho sempre scoperto il balordo, l’incompetente, o lo stupidamente disonesto. Ma, come l’esistenza di banchieri disonesti non in­tacca l’onorabilità del ceto bancario, così pure l’occasionale frode d’un falso medium non può modificare la mia convin­zione nella sopravvivenza.

    Le mie ponderate conclusioni in séguito ad una serie pro­lungata di esperimenti ed a ricerche implicanti parecchi contrat­tempi e difficoltà, mi portano a stabilire in modo incontrover­tibile, due fatti di capitale importanza per la razza umana. Pri­mo: la sopravvivenza. Secondo: che è possibile ai viventi di mettersi in diretta comunicazione con i trapassati.

    Nel corso delle mie investigazioni, i mediums più potenti coi quali venni a contatto furono, la Sig.ra Osborne Léonard e Giorgio Valiantine, ed il procedimento col quale essi esplica­vano il loro potere era press’a poco identico.

    E qui mi si consenta di rimuovere alcune erronee conce­zioni che si hanno intorno al potere medianico. Il medium è, nè più nè meno di quanto suona la parola stessa : un mezzo di comunicazione coll’invisibile. Tutto è possibile ai ciarlatani ed ai ciurmadori, ma, per congegnare un macchinismo tale da far veder lucciole per lanterne ad uno scienziato esperimentato che mira solo a sceverare il vero dal falso, senza lasciarsi in­fluenzare dai preconcetti, occorrerebbero somme enormi. Ora, dal lato economico, quella dei mediums è una delle carriere più miserabili aperte ai cavalieri d’industria che mirano a far denaro lestamente.

    La Signora Léonard, all’età di io anni, era chiaroveggen­te; a 15 anni assistette alla prima seduta medianica, ma i suoi genitori le proibirono d’intervenire ad ogni altra seduta. A 19 anni si decise di vederci un po’ addentro e nel 1909, assieme ad altre tre signore, iniziò delle sedute al tavolo. Ventisette sedute si susseguirono senza risultato ed appena alla ventotte­sima si fecero sentire dei picchi ( raps). Giorgio Valiantine eb­be il primo sentore del suo potere medianico soltanto all’età di circa quarant’anni, a mezzo di raps.

    Uno dei risultati dei miei studi fu di convincermi che la medianità è essenzialmente una questione di allenamento; ognuno, ne sono certo, può acquistare una medianità più o me­no sviluppata; è questione di studio e di applicazione. Non voglio dire con questo che ognuno possa raggiungere la po­tenza della Sig.ra Léonard o di Valiantine, ma sono convinto che ognuno di noi possiede della medianità...

    Riflettendo sui risultati dei miei primi esperimenti, io mi chiesi perchè, dal momento che la Léonard e Valiantine erano persone perfettamente normali, non avrei potuto anch’io, dopo aver superato i primi stadi d’incertezza e di delusioni, raggiun­gere eguali risultati e così anche mia moglie e chiunque altro si fosse dedicato a lungo a consimili esercizi.

    E questo, ove s’avverasse, segnerebbe un bel passo avanti, giacché il cómpito difficilissimo di convincere gli scettici sarebbe agevolato dall’accertamento diretto, senza l’intervento di mediums di professione, che sono la bestia nera degli sciocchi che si mettono ad indagare colla convinzione, già bell’e fatta, che tutto sia una mistificazione. Francamente, m’irrita il chias­so che si fa attorno a certi mediums professionisti; sembra a certuni che ciò getti un’ombra anche sui più meravigliosi ri­sultati. Un medico, un avvocato, o un agente di cambio, non sono denunciati come frodatori per il fatto che ricevono com­pensi per le loro prestazioni; ora, le propine dei più celebri mediums, sono un’inezia rispetto alle parcelle dei professioni­sti di grido. Però, il solo fatto d’esser pagato, basta ad offu­scare l’opera d’un medium e son persuaso, che una volta che si potesse abolire l’intervento del medium ed ottenere prove dirette, si farebbe davvero un bel salto in avanti.

    Le forme e le gradazioni

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