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Stalin vs. Šostakovič
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E-book337 pagine3 ore

Stalin vs. Šostakovič

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Info su questo ebook

Fra il 1926 (anno della Prima Sinfonia) e il 1953 (anno della Decima, e della morte di Stalin), Šostakovič fu un sorvegliato speciale del regime sovietico, a volte lodato per avere applicato con diligenza le direttive imposte, a volte oggetto di attacchi furiosi e di minacce fino a rischiare il Gulag e a perdere in poco tempo il lavoro e tutti i privilegi precedentemente acquisiti.

La sua personale storia di resistenza viene, qui, narrata in modo interattivo, con ascolti da Internet e filmati storici, più la possibilità di accedere in ogni momento a un glossario con tutti i termini tecnici di più difficile comprensione.
LinguaItaliano
Data di uscita9 gen 2018
ISBN9788827805060
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    Stalin vs. Šostakovič - Marco Ravasini

    Copertina

    Copyright

    Titolo originale: Stalin vs. Šostakovič

    Prima edizione: giugno 2016

    © 2016 Marco Ravasini,

    Via Carlo Boucheron 14,

    10122 Torino, Italia

    ISBN 9788827805060

    Prefazione

    «Il potere della buona musica di influenzare le masse è stato sacrificato a un tentativo piccoloborghese e formalistico di creare originalità per mezzo di buffonate a buon mercato. È un giochino di furba ingenuità che potrebbe finire assai male…»

    (dalla recensione di Lady Macbeth, Pravda, 28 gennaio 1936, pubblicata senza firma e attribuita da molti a Josif Stalin)

    «Se mi tagliano le mani, scriverò musica lo stesso, tenendo la penna fra i denti…»

    (Dmitrij Šostakovič citato da Isaak Glikman, suo segretario e confidente, Piśma k drugu, Lettere a un amico)

    Fra il 1926 (anno della Prima Sinfonia) e il 1953 (anno della Decima, e della morte di Stalin), Šostakovič fu un sorvegliato speciale del regime sovietico, a volte lodato per avere applicato con diligenza le direttive imposte, a volte oggetto di attacchi furiosi e di minacce fino a rischiare il Gulag e a perdere in poco tempo il lavoro e tutti i privilegi precedentemente acquisiti. Il compositore più dotato dell’intera nazione dovette, per conseguenza, operare scelte prudenti e differenziate al puro scopo di sopravvivere alla tempesta.

    Questa cronistoria intende ricostruire, in modo sintetico ed essenziale, la sua vicenda umana con pochi paragoni nella storia delle arti e della cultura. Allo scopo di rendere giustizia a un piccolo-grande uomo che, con le sole armi della sua musica, riuscì a tener testa ad una delle più sanguinarie dittature del secolo passato,

    All’interno dell’eBook, suddiviso in 5 capitoli con 9 sezioni più 2 appendici, sarà possibile attivare al tocco i termini tecnici più difficili, per leggerne la spiegazione – si spera – esauriente. Mentre altri link (ASCOLTI) condurranno ad apposite pagine Web dove sarà possibile ascoltare, appunto, le composizioni citate. Va da sé che, a differenza delle voci del glossario, questi link di ascolto (come pure quelli di ASCOLTO-VISIONE) richiederanno una connessione a Internet, via cavo, in Wi-Fi ovvero con SIM di qualche operatore di telefonia mobile… 

    Infine, pagato il giusto tributo di riconoscenza a Paolo Guardiani che, rivoltando questo testo in lungo e in largo, mi ha molto aiutato nella caccia ai refusi e alle mancate corrispondenze grafiche, vorrei rivolgere due ringraziamenti. Uno, ammirato, a Elizabeth Wilson, esperta sciostakoviciana di fama mondiale, che mi onoro di conoscere di persona, la cui monografia – mai apparsa in italiano – è stata utilizzata per alcuni stralci da me tradotti per l’occasione; e uno, affettuoso, all’amico musicologo Franco Pulcini, autore del più importante libro su Šostakovič pubblicato in Italia, senza il quale non mi sarei mai appassionato al compositore e alle tematiche storiche ed estetiche che ne hanno contrassegnato l’esistenza. Questo eBook, in buona parte, si deve anche a lui.

    M.R.

    Torino, maggio 2016

    Capitolo 1

    La quiete prima

    della tempesta

    Sezione 1

    Antefatto (1906-1926)

    L’infanzia del futuro compositore

    Šostakovič nacque a S. Pietroburgo il 25 settembre 1906 (calendario gregoriano occidentale), secondo dei tre figli di Dmitrij Šostakovič senior e Sof’ja Kokoulina (Fig. 1). Sua sorella maggiore, Marija, era di tre anni più vecchia di lui; la minore, Zoja, di tre anni più giovane (Fig. 1b). Il padre, ingegnere chimico, lavorava all’Istituto Pesi e Misure (nella locale Facoltà di Matematica e Fisica), diretto dal vecchio Dmitrij Mendelev, l’ideatore della tavola degli elementi. La madre, casalinga, era diplomata in pianoforte, strumento che anche il marito suonava da dilettante. I genitori di Šostakovič provenivano tutti e due da famiglie liberali e democratiche di provata fede antizarista. Di fatto, solidarizzarono quasi subito perché, in entrambi casi, i rispettivi genitori avevano sperimentato a lungo la durezza del confino in terra siberiana…

    Figura 1: i genitori del futuro musicista

    Figura 1b: il bambino Dmitrij fra le due sorelle, Zoja, a sinistra, e Marija

    Dmitrij, chiamato spesso dai familiari (e in seguito anche fuori dalla famiglia) col diminutivo di Mitja, era un bambino assolutamente normale, a detta della madre, e, pur avendo denotato sin da piccolo una straordinaria attrazione per la musica, Sof’ja Kokoulina non volle forzarlo più di tanto, e iniziò a dargli i primi rudimenti di pianoforte solo dopo il compimento dell’ottavo anno d’età. Intanto, le frequentazioni culturali degli Šostakovič, che avevano aperto la casa a intellettuali, scrittori e musicisti, affinavano sempre di più i gusti e il senso estetico del bambino.

    Nel 1915, quando la Russia era in guerra già da un anno con gli Imperi Centrali e a fianco di Inghilterra, Francia e Italia, il futuro musicista venne mandato a scuola di pianoforte da Ignatij Gljasser, famoso didatta dello strumento, e iniziò pure a comporre musica ispirata ai tempi che correvano (es. il Poema per pianoforte Il soldato, corredato di spiegazioni e dettagli illustrativi).

    L’arrivo in famiglia di un rivoluzionario, lo zio acquisito Maksim Kostrikin, che aveva sposato una sorella del padre, fece sì, poi, che il giovane Mitja partecipasse, con lui, ad alcune importanti manifestazioni di piazza, nel 1917, successive alla Rivoluzione di Febbraio che aveva deposto lo Zar e precedenti la successiva Rivoluzione d’Ottobre (fra esse, il famoso discorso di Lenin alla folla della stazione Finlandia, dove il capo bolscevico era giunto avventurosamente dal suo esilio svizzero)… In quelle settimane, l’undicenne Šostakovič fu anche testimone di avvenimenti luttuosi che in qualche modo avrebbero segnato la sua sensibilità di ragazzino e di uomo per gli anni a venire. E compose altri brani ad hoc quali, ad esempio, una Sinfonia rivoluzionaria e una Marcia funebre in memoria delle vittime della Rivoluzione d’Ottobre.

    Nota storica: Le rivoluzioni del 1905 e del 1917. La nascita dell’URSS.

    La Russia nell’Ottocento era un’autocrazia assoluta ancora caratterizzata da un’enorme estensione delle proprietà agricole e da piccole aree industriali, soprattutto intorno a S. Pietroburgo e Mosca. Le poche industrie erano per lo più a capitale straniero e le campagne si trovavano a un livello tecnologico e sociale arretratissimo (la servitù della gleba fu abolita solo nel 1861 dallo zar Alessandro II, ma i contadini dovevano comprarsi la libertà e, quasi trent’anni dopo, solo la metà di loro era riuscita ad affrancarsi…). Oltretutto, l’assassinio dello stesso Alessandro II, che era un cauto riformista, ad opera di anarco-populisti, nel 1881, aprì la strada ai regimi reazionari dei successori, Alessandro III e Nicola II, che annullarono in gran parte le riforme intraprese soffocando ogni contestazione. I partiti politici, dunque, nella Russia dell’epoca avevano più che altro l’aspetto di movimenti di opinione, o erano costretti alla clandestinità…

    In una domenica di gennaio del 1905, anche per le privazioni e delusioni patite dopo la sconfitta nella guerra coi giapponesi, a S. Pietroburgo, contadini stremati ed altre frange di popolazione, dopo uno sciopero che aveva bloccato la città, si recarono in corteo al Palazzo d’Inverno per consegnare allo zar una petizione che chiedeva maggiori libertà politiche ed equità sociale. La principale organizzazione alle spalle di questo pacifico corteo era il Partito Socialista Rivoluzionario (PSR) di ispirazione non marxista, derivato dai populisti ottocenteschi, che voleva il socialismo soprattutto nelle campagne, contando un gran seguito fra i contadini. Ma anche frange della Chiesa Ortodossa sostenevano apertamente le rivendicazioni popolari in disaccordo coi loro stessi vertici (arroccati a difesa dell’ancien régime). Tant’è che alla guida della manifestazione si trovava il Pope Gapon. Lo zar, Nicola II (v. figura seguente), non era in città e le guardie di palazzo, sentendosi in pericolo, aprirono il fuoco sui manifestanti facendo più di cento morti e migliaia di feriti (Domenica di sangue). Così, la fedeltà da sempre nutrita dai Russi nei riguardi dei loro zar, considerati padri benigni e protettori del popolo, subì un grave colpo… Scioperi e manifestazioni dilagarono in tutto il paese e nella capitale e a Mosca sorsero spontaneamente soviet di autogoverno costituiti da cittadini e operai, dove tutti – per la prima volta – potevano far sentire la propria voce. A Odessa, si ebbe il famoso ammutinamento della corazzata Potemkin, immortalato dal celebre film di Ejzenštejn…

    Nicola II, intimorito, concesse una costituzione, rinunciando ai diritti divini, e venne istituito un parlamento, la Duma, che avrebbe dovuto rappresentare l’intera nazione. Ma, dopo qualche tempo, la sua composizione fu progressivamente limitata ai ceti più ricchi, oltre che ovviamente ai soli individui di sesso maschile, e ciò implicò naturalmente l’inanità e la paralisi dell’organismo stesso, che finì per appiattirsi sul governo diventando una struttura di pura consultazione e consenso. Alle formazioni che, da varie posizioni, si battevano per la fine dell’autocrazia (il Partito dei Cadetti, di ispirazione borghese moderata, il già nominato PSR e il Partito Operaio Socialdemocratico Russo, di ispirazione marxista) non rimase che attendere tempi migliori. Negli anni immediatamente precedenti la Guerra Mondiale, il regime zarista sembrava aver ripreso completamente il controllo della situazione, e della tentata rivoluzione del 1905 si era, ormai, quasi perso il ricordo. Ma, nel 1914, lo scoppio della guerra, cui la Russia dovette partecipare per proteggere la Serbia e in qualità di alleata di Francia e Inghilterra (i paesi con cui intratteneva il maggior numero di relazioni economiche), contro gli Imperi centrali di Germania ed Austria, comportò una situazione affatto nuova. Nonostante l’enorme massa di combattenti arruolati per il conflitto, la Russia non possedeva una rete di comunicazione tale da consentire i rapidi spostamenti e gli approvvigionamenti necessari a una guerra moderna. Per giunta, i suoi armamenti erano in buona parte obsoleti, tanto che, dopo alcune vittorie iniziali, gli eserciti zaristi dovettero ripiegare, soprattutto a nord, dove l’offensiva tedesca portò alla perdita del Regno della Vistola (Polonia) e della Lituania minacciando direttamente il territorio metropolitano russo. L’impressionante mole di perdite subite (6 milioni fra morti, feriti e prigionieri) e le privazioni crescenti che la guerra comportava per una popolazione poverissima, già stremata da lungo tempo, resero sempre più precarie le sorti della monarchia. Per la prima volta, anche la maggioranza dei soldati al fronte solidarizzava con l’idea di porre fine allo zarismo e alla guerra che lo zarismo aveva voluto e sostenuto…   

    Il 23 febbraio del 1917, dopo che alcune manifestazioni a ricordo dei morti del 1905 erano state represse con ulteriori uccisioni e un inevitabile seguito di scioperi spontanei, venne indetto uno sciopero generale che, a partire dalla capitale, si estese a tutto il paese. Nicola II dette ordine di reprimerlo, ma, nella stessa Pietrogrado (il nuovo nome panslavista di S. Pietroburgo), le guarnigioni dell’esercito si rifiutarono di sparare sulla popolazione solidarizzando, invece, coi soviet di operai nuovamente costituitisi. Fu l’inizio di una reazione a catena. Privo della forza dell’esercito, lo zar abdicò e venne arrestato con la famiglia, mentre si costituiva un governo provvisorio a maggioranza borghese e aristocratica, presieduto dal principe Lvov, in cui confluirono anche rappresentanti dei contadini e degli operai (Rivoluzione di Febbraio). Questo governo aveva il compito principale di varare una serie di riforme sociali ed economiche ma soprattutto quello di continuare la guerra tranquillizzando, in merito, gli alleati occidentali. Ciò fece la fortuna dell’ala rivoluzionaria e dissidente del Partito socialdemocratico, quella che si faceva chiamare bolscevìca (maggioritaria), in contrapposizione all’ala menscevìca (minoritaria), anche se all’epoca i rapporti di forza erano esattamente opposti e la pretese dei bolscevìchi si dovevano unicamente al fatto che avevano vinto le elezioni del direttivo del quotidiano di partito, Iskra (La scintilla), nel 1903… Dal suo esilio in Svizzera, il loro capo riconosciuto, Vladimir Ul’janov, più noto con lo pseudonimo di Lenin (v. figura seguente), seppe cogliere l’occasione propizia. Il suo partito era nettamente in minoranza nel paese ma era anche l’unico a far propria, senza esitazioni, la volontà di uscire quanto prima dalla guerra, volontà perseguita dalla gran maggioranza dei Russi, cui il governo provvisorio non voleva dare ascolto…

    Con la benevolenza di Tedeschi e Austriaci, ben consapevoli che la vittoria dei pacifisti in Russia avrebbe consentito di spostare le loro truppe in Occidente per sconfiggere definitivamente Francia, Inghilterra e Italia, egli poté attraversare in treno (nascosto nel famoso vagone piombato) i territori nemici, giungendo a Pietrogrado all’inizio di aprile, accolto da un’immensa folla di simpatizzanti, nonostante il governo avesse tentato di screditarlo come agente al soldo degli Imperi centrali. Lenin fece subito sue le tesi dei contadini (immediata ridistribuzione delle terre), degli operai (presa di possesso diretta delle fabbriche) e dei soldati, al fronte e non (pace immediata col nemico, per evitare altri disastri, e massimo impegno per la ricostruzione del paese). Frattanto, nel governo, si ebbe un rimpasto dovuto ai contrasti emergenti col soviet di Pietrogrado che, all’insegna di un tipico dualismo di potere, stava adoperandosi per la conclusione della guerra proprio mentre il governo, appunto, intendeva prolungarla a tutti i costi. Perciò, vennero cooptati ulteriori ministri di sinistra (che rimasero, comunque, in minoranza), avendo cura di sceglierli fra quelli che avevano simpatie belligeranti. Il socialrivoluzionario Aleksandr Kerenskij, ad esempio, divenne in questa circostanza ministro della giustizia. Ma, a Pietrogrado, la situazione stava rapidamente degenerando e, all’inizio di luglio, i soldati a guardia della città, che non essendo troppo fedeli al governo stavano per essere sostituiti con truppe più lealiste, si coalizzarono con gli operai dei grandi complessi industriali e coi bolscevìchi (Lenin non poté rifiutarsi, anche se riteneva l’occasione assolutamente prematura) tentando un’insurrezione antigovernativa. Questa insurrezione (Rivoluzione di luglio) venne facilmente domata, anche perché il Soviet stesso della città non si schierò apertamente in quella direzione. Come risultato, i bolscevìchi vennero messi fuorilegge e lo stesso Lenin dovette fuggire in Finlandia per evitare la cattura. Ma, all’interno del governo, esplosero contraddizioni fra la maggioranza altoborghese e aristocratica, che voleva costringere i contadini a restituire le terre occupate a febbraio, e la minoranza di sinistra che si opponeva all’idea. A questo punto, dopo l’ennesima crisi, Kerenskij (v. figura seguente) ebbe buon gioco a imporsi come unico arbitro fra i due contendenti, diventando primo ministro…

    I conservatori, allora, giocarono la carta del colpo di stato militare, affidando al generale Lavr Kornilov (richiamato appositamente dal fronte, per l’occasione) il compito di far piazza pulita delle guarnigioni ribelli della capitale e instaurando, subito dopo, una dittatura militare che annullasse le conquiste politiche e sociali di febbraio. Kornilov, dunque, marciò su Pietrogrado e Kerenskij mostrò tutta la sua impotenza a fermarlo. Così i bolscevìchi, che non avevano smantellato le loro organizzazioni paramilitari, si assunsero in prima persona il compito di difendere la città e di resistere al generale e, un po’ affiancando il Soviet pietrogradese con le proprie formazioni di resistenti, un po’ col sabotaggio delle linee ferroviarie e un po’ convincendo i soldati stessi di Kornilov a disertare unendosi a loro, riuscirono a sventare il tentativo golpista. In settembre, sconfitto Kornilov, fu chiaro a tutti che le sorti della rivoluzione erano ormai passate dalle mani di Kerenskij, totalmente screditato agli occhi del popolo, a quelle di Lenin, tornato rapidamente in patria. Così, a fronte delle intenzioni del governo di convocare l’assemblea costituente alla fine del successivo mese di novembre, Lenin decise di giocare in anticipo, per abbattere le esigue strutture governative e sostituirle coi soviet di soldati, operai e contadini, che stavano sorgendo in tutto il paese. Nell’ultima settimana di ottobre del 1917 (secondo il vecchio calendario giuliano ancora in vigore, ma in realtà a far data dal 6 novembre…), Pietrogrado venne occupata, a dire il vero senza grossi spargimenti di sangue. Kerenskij fuggì dalla città in cerca di quei rinforzi che non aveva trovato subito, mentre i suoi ministri, asserragliati nel Palazzo d’inverno, che era stato la residenza degli zar, vennero arrestati e ridotti all’impotenza dai bolscevichi. In poco tempo (a Mosca con alcuni giorni di ritardo) i soviet esautorarono in tutto il paese le vecchie strutture governative e, apparentemente, la nuova Rivoluzione d’Ottobre (all’interno della quale i bolscevìchi continuarono ad essere, inizialmente, una minoranza) trionfò su tutta la linea. All’inizio del 1918 venne fatta la pace con gli Austro-tedeschi (a Brest-Litovsk, oggi solo Brest, in Bielorussia),

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