Goditi milioni di eBook, audiolibri, riviste e tanto altro ancora con una prova gratuita

Solo $11.99/mese al termine del periodo di prova. Cancella quando vuoi.

Il canto delle nuvole: Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933
Il canto delle nuvole: Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933
Il canto delle nuvole: Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933
E-book551 pagine8 ore

Il canto delle nuvole: Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933

Valutazione: 0 su 5 stelle

()

Leggi anteprima

Info su questo ebook

L’Avana. In una afosa notte del 1933 il primogenito dei Gutierrez, Pinar, viene ammazzato nei pressi del porto della capitale cubana. Tocchera' al terzogenito Santiago, scoprire il mistero che si nasconde dietro questo omicidio. Si dovrà confrontare con la realtà havanera tra militari, politici corrotti, gangster e giornalisti al soldo del Potere. 
Il canto delle Nuvole non è solo il racconto appassionante e impeccabile della società cubana del 1933, ma un affresco di una rivoluzione che ha per protagonista un personaggio che ha segnato la storia dell’isola caraibica: Tony Guiteras. Il romanzo, narrando le vicende della società habanera, si muove nella linea di confine tra ciò che è legale e ciò che non lo è. Sullo sfondo la politica imperialista degli Stati Uniti e il suo sfruttamento dell’isola. Come già in Tabacco (primo volume della saga) e Luna Nuova, (secondo volume) anche il Canto delle nuvole tratta della famiglia dei Gutierrez, tutti personaggi che si muovono in un gioco di maschere dove il cinismo e l’arrivismo sono la regola di chi detiene il Potere a cui si oppongono i rivoluzionari cubani idealisti e mai domi.
Al “Canto delle Nuvole” seguiranno le vicende di Yara Gutierrez, l’ultima erede della dinastia, nel volume intitolato “Il vento prima del vento”, ambientato negli ultimi giorni della dittatura di Fulgencio Batista con Castro e Guevara a pochi chilometri da l’Avana. 
LinguaItaliano
Data di uscita31 dic 2017
ISBN9788827513675
Il canto delle nuvole: Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933
Leggi anteprima

Leggi altro di Roberto Fraschetti

Correlato a Il canto delle nuvole

Recensioni su Il canto delle nuvole

Valutazione: 0 su 5 stelle
0 valutazioni

0 valutazioni0 recensioni

Cosa ne pensi?

Tocca per valutare

La recensione deve contenere almeno 10 parole

    Anteprima del libro

    Il canto delle nuvole - Roberto Fraschetti

    Roberto Fraschetti

    Il canto delle nuvole

    Storia cubana al tempo della rivoluzione del 1933

    UUID: 507673c6-ecbf-11e7-ba24-17532927e555

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Tributi e ringraziamenti

    Questo libro è il terzo di una saga iniziata con Tabacco, proseguita con Luna Nuova e che terminerà con Il vento prima del vento. Ogni volume può essere letto in modo separato o in sequenza ma è importante sapere che in ognuno racconto una rivoluzione che il popolo cubano ha realizzato per sconfiggere il malaffare, la prepotenza degli invasori e che marchia con il fuoco della ribellione la storia dell’isola caraibica. Per collocare storicamente le vicende di questo terzo volume, ho attinto dal libro di Paco Ignacio Taibo II Un hombre guapo – edizioni Tropea (2010) che ha narrato, con rara maestria, la vita di Tony Guiteras. Lo scrittore racconta, oltreché la vita del lungimirante Tony, anche le vicende della dittatura cubana del 1933, degli omicidi, della ingerenza degli Stati Uniti d’America e di un gruppo di ribelli che lottarono per la libertà dell’isola. Ho scomodato José Martì per raccontare il desiderio di libertà dei cubani e alcuni grandi intellettuali italiani del ‘900 per raccontare la solitudine di chi lotta senza arrendersi. Tributi non meno importanti arrivano dai miei amici cubani, puri ideologicamente e rivoluzionari nella pratica di ogni giorno, che sanno trasmettere, come nessuno, la necessità di una rivoluzione, un canto oggi più che mai necessario. Grazie ai loro consigli ho ricreato l’atmosfera delle lotte degli studenti, del movimento operaio e di una rivoluzione iniziata negli anni ’30 del ‘900 e non ancora terminata. Sui loro pensieri ho innestato la storia dei Gutierrez, personaggi inventati che mi rappresentano in quanto, se è vero che per motivi anagrafici non ho potuto essere presente nel tempo da me raccontato, è anche vero che lo avrei voluto vivere appieno, cibandomi di fermenti culturali e rivoluzionari che solo un popolo, come quello cubano, ha saputo sviluppare. Ai miei amici rivolgo come sempre un saluto alla cubana: Hasta la victoria…

    Ringraziamenti:

    Come spesso mi è capitato di dire, un libro non è mai opera di una sola persona. Per questo mi corre l’obbligo, e soprattutto il piacere, di ringraziare coloro che hanno messo a disposizione tempo e cervelli per la riuscita di questa opera. Prima tra tutti Paula Filipe de Jesus che si è sobbarcata l’onere e l’onore delle correzioni e continua a spronarmi e a credere in questo mio lavoro. Un grazie particolare a Daniele Mignone infaticabile editor, Elisa Palchetti per la realizzazione grafica, ad Annita Benassi e Donato Di Stasi per i preziosi consigli.

    In un libro si raccontano eventi solo in apparenza di fantasia. Se mai il lettore dovesse ravvisare, in queste pagine, scene a lui molto vicine sappia che è solo frutto di un abbaglio. Naturalmente vale anche per i personaggi con i loro nomi, cognomi, soprannomi e le loro attività. Tutto frutto evidente di casualità.

    Del resto, come sempre dico, un libro ci porta dove lui decide … a volte lontano, altre meno.

    Ad maiora semper!

    www.robertofraschetti.blogspot.it

    Un popolo non è indipendente quando ha eliminato le catene dei suoi padroni, ma comincia ad esserlo quando ha eliminato dal suo essere i vizi della vinta schiavitù.

    José Martì

    Perché la Rivoluzione fu, per Guiteras, come una febbre dell’immaginazione. E per questo visse terribili deliri, potenti allucinazioni, affascinanti fantasie e sogni meravigliosi. Era come un uomo che, al risveglio, voglia realizzare ciò che ha concepito in sogno.

    Pablo de la Torriente

    Prologo

    Prologo

    Santiago arrivò nelle prime ore del pomeriggio a Sendero Rico, la finca dove i suoi risiedevano ormai abitualmente. Fu informato da un maggiordomo che suo padre lo attendeva nello studio e desiderava avere un colloquio con lui. Immediatamente. Indossò una camicia pulita, cravattino e giacca, si pettinò e lo raggiunse. Da­vanti alla porta dello studio respirò a fondo e bussò. Quando entrò, l’odore del cuoio lo inebriò come ogni volta. Trovò suo padre intento nel versare il ron in due bicchierini. Ne accettò uno mentre il vecchio alzò il secondo per un brindisi che non aveva bisogno di parole. La luce, proveniente dall’esterno, illuminava il volto dell’anziano dall’espressione severa. Il vestito scuro e la camicia bianca abbot­tonata fino al collo senza cravatta, completava un quadro da resa dei conti. Sapevano entrambi di avere tutto il tempo del mondo.

    Salvador, per tutti jefe Gutierrez, prese posto dietro la scrivania, sulla poltrona di cuoio. Alle sue spalle c'era il ritratto a olio dei nonni di Santiago, jefe Hadar e sua moglie Luna.

    Sono lieto di sapere che non ti hanno ammazzato – disse il vecchio con un sorriso amaro.

    Toccò a Santiago, sorridere.

    Non voglio trattenerti, figlio mio ma ... credo che entrambi abbiamo bisogno di chiarimenti e devo chiederti alcune cose.

    E’ un vostro diritto – e si sedette di fronte a suo padre.

    Quando sono arrivati gli americani hanno usato le stesse parole… E’ un vostro diritto...

    Ma voi siete mio padre e non siete nordamericano.

    01

    L’Avana 1898

    I dollari arrivarono alla fine del secolo. Insieme ai Marines, alle paillettes e all’emendamento Platt. E quando gli statunitensi si insediarono, le uniche cose che cambiarono furono i vessilli sulle facciate dei palazzi pubblici, lasciando sventolare le bandiere a strisce blu e rosse al posto di quelle rosse e gialle della nazione iberica. Il resto non cambiò. Non cambiarono le aziende in grado di sfruttare al meglio le terra e gli uomini, i politici corrotti che prendevano bustarelle dai proprietari dei casinò, dalle bische e dalle puttane. Non cambiarono le voci dei cittadini rispettabi­li che tuonavano di giorno contro ogni tipo di sfruttamento e poi chiudeva­no un occhio, orgogliosi nel loro intimo, che la città in fatto di vizio e corruzione, non fosse seconda a nessuna.

    Salvador salì per ultimo, mentre la sirena annunciava la partenza.

    Seňor Gutierrez, benvenuto a bordo – lo salutò l’ufficiale.

    Il Casinò Maritimo de l’Habana era in realtà un grande battello a vapore riadattato della prima metà dell’ottocento, per permettere ad un centinaio di fortunati, ricchi e con le giuste credenziali, di passare una notte tra i tavoli verdi, le cosce di alcune belle donne o per qualche riunione informale lontano da occhi indiscreti.

    Salvador controllò che la valigia fosse stata consegnata nella solita cabina extra lusso con l’ampio oblò dal quale si poteva scorgere la baia di l’Avana e sullo sfondo il Morro. Soddisfatto, chiuse la porta e si recò al bar per un aperitivo. Un came­riere lo guidò verso un tavolo, il suo preferito nel caffè–fumoir, vicino a una ampia finestra, dove prese posto. Il sole illuminava un grande rettangolo del parquet ai piedi del tavolo. Il vociare copriva la musica bassa di sottofondo, suonata da un trio. Una grande porta a vetri isolava la sala da quella in cui si trovavano i tavoli da gioco, roulette e black jack. In fondo era posizionato il ristorante. I camerieri lavoravano indifferenti al tocco della dea bendata. Oltre il ponte si poteva vedere il bel panorama del golfo di l’Avana. Il pomeriggio era gradevole. Una brezza leggera stemperava l’aria e le acque della baia iniziavano a essere avvolte da una luce sempre più orizzontale che le rendevano argentata. Alcune eleganti coppie sorseggiavano l’aperitivo in attesa della cena. Pochi i giocatori in sala. Molti erano ancora nelle loro cabine. Salvador ne vide alcuni abbigliati con abiti costosi, adeguati al luogo e all'ora, e dall’accento intuì che fossero turisti nordamericani.

    Un cameriere interruppe i suoi pensieri: Desidera un aperitivo jefe Gutierrez? – chiese con un tono al limite del confidenziale.

    Vino bianco. Molto freddo, grazie.

    Salvador Gutierrez, uomo dal fisico asciutto e dalle idee chiare aveva accettato di buon grado l’appellativo di Jefe, il capo, secondo la tradizione, appartenuta ai suoi predecessori. Universo prima e Hadar, suo padre, avevano sempre rifiutato l’etichetta di padrone e gestito la finca, Sendero Rico, con metodi rivoluzionari senza mai far ricorso alla violenza.

    Salvador attese che il cameriere poggiasse il calice sul tavolo prima di afferrarlo.

    Scaramanzia tipica dei giocatori d’azzardo, al tavolo di gioco come nella vita. Gesti e consuetudini di chi, inseguendo il canto delle nuvole all’imbrunire, ama il rischio, capace di fermarsi e fare una puntata improvvisa al tavolo del Black jack con un gesto istintivo. Il gesto di chi ama la casualità, il fato e sa aspettare, come un animale aspetta la preda: immobile in attesa, calmo, senza perdere la pazienza, consapevole della sua forza mentre attende con quieta eleganza che la biglia di avorio decreti la vittoria o la sconfitta. Sempre pronto, però, a rilanciare la sfida al sorgere del nuovo giorno. E la sua forza prorompeva in ogni sua attività. Al tavolo da gioco come negli affari, lo si poteva incontrare all’alba, nei campi di tabacco, mentre discuteva con i vagueros o negli uffici della sua azienda mentre contrattava sulle migliorie da apportare ai salariati o nella borsa del tabacco dove dettava le linee delle esportazioni o per le strade della capitale dove era stato anche capace di prendere a pugni un uomo che picchiava una donna.

    Ma se non avesse ereditato la finca avrebbe rivestito in modo impeccabile i panni sartoriali del perfetto tombeur de femmes.

    Osservò compiaciuto il calice lievemente appannato. Finì di sorseggiarlo, si allentò leggermente il papillon e il collo inamidato, fumò una sigaretta accanto al finestrone dal quale, tra i riflessi delle luci interne, si indovinava la not­te, con la luna che inondava il mare. Raggiunse la roulette dove il croupier invitava i giocatori a tentare ancora la sorte nel nuovo giro. Il panno verde era coperto di fiches.

    Osservò le persone in piedi fra le sedie. Uno scriveva i numeri usciti su un foglietto, altri, anziani puntavano forte. Poggiò una manciata di monete sul numero ventisei osservando la pallina rimbalzare tra le caselle, rilasciando nell’aria il suono di possibili destini, della casualità, delle numerose possibilità. Erano quei pochi secondi che accomunavano i giocatori e li legavano al rischio lungo un tempo che ogni volta sembrava infinito, fino all'istante in cui, con un piccolo balzo conclusivo la sfera di avorio segnava l'entrata definitiva nella casella. Non era il ventisei. Da giocatore esperto qual era, Salvador non aveva mostrato rimpianti. Aveva ripetuto la giocata ancora tre volte per decidere poi di passare a un altro tavolo. Erano arrivate altre persone. Li aveva osservati, salutandone un paio. In quel giro di occhiate qualcosa di insolito aveva attirato la sua attenzione. Qualcosa che aleggiava nell'aria con leggerezza, tra tavoli da gioco, accompagnando i suoni della pallina e la voce stentorea del croupier che ripeteva: Faites vos jeux il vostro gioco, con accento nordamericano, simulando il francese. Una donna, più giovane della media dei presenti. Era lei, la leggerezza che aveva avvertito. La osservò meravigliato. Non succedeva spesso che una donna si aggirasse da sola tra i tavoli e i ponti. Vestiva in modo semplice, con una eleganza che sembrava indolenza: una gonna scura ampia, con una cintura larga che circondava la vita di una camicetta di seta bianca e stivaletti di pelle dal tacco moderatamente alto. Teneva sollevata la mano, sostenendo il bocchino di avorio con il medio e l'indice. Le unghie erano lunghe e curate, laccate nell'esatta tonalità rossa delle labbra. Di tanto in tanto lasciava cadere la cenere a terra con sfacciata noncuranza. Insolitamente non portava orecchini né gioielli ma solo un vecchio orologio da uomo. Gli sguardi si incrociarono rapidi, velati di quell’indifferenza casuale solo in apparenza.

    Pochi secondi e Salvador vide comparire al suo fianco un militare che la prese sottobraccio per dirigersi al bancone del bar. L’uomo sembrava orgoglioso del trofeo che esibiva. Salvador si chiese se la avrebbe lasciata ancora sola ai tavoli con un bel mucchio di fiches nelle mani, per partecipare a qualche incontro nelle sale interne. Seguì la coppia con lo sguardo. Studiò l’uomo. Giovane, non bello. L’aspetto baldanzoso ma non gradevole. Mostrava in ogni sua posa la rigidità imposta dalla abitudine alle gerarchie. La divisa tirata a lucido, più alto della media dei cubani, i capelli radi, i baffi curati, lo sguardo indagatore e gli occhi vivi che non si erano persi un dettaglio di quanto accadeva nel casinò, sembrava avvezzo a impartire ordini nonostante fosse all’inizio della carriera.

    ***

    La sera successiva, le speranze di Salvador non andarono deluse. Sapeva che sarebbe stato impossibile non incrociarla. Avvenne nel caffè fumoir durante una pausa tra una emozione e l’altra. Ordinò un caffè nero e doppio in tazza. La vide che stava ritoccandosi le labbra con un rossetto rosso scuro che esaltava la pelle chiara del viso, donando ai suoi lineamenti un attraente aspetto femminile. I capelli raccolti in uno chignon, esaltavano gli occhi dalle ciglia lunghe. Indossava una giacca di lino chiara e una camicia dalla quale risaltavano i seni generosi.

    Di nuovo sola e non ha ancora tentato la fortuna al tavolo verde, pensò Salvador ammirando la sicurezza con la quale si muoveva. L'ultimo sguardo lo lanciò con deliberata lentezza, mentre lei si accingeva a lasciare la sala. Salvador notò un cameriere che attraversava la sala con un vassoio pieno di bicchieri.

    Che diavolo, pensò. Non ci perdo nulla a tentare. Ne afferrò due e si avvicinò.

    Cosa voleva dirmi? – chiese lei.

    Salvador tardò un istante a rispondere, sorpreso da quelle parole. Inclinò il capo, lasciando intendere che, per un momento, era stato colto in fallo. La donna emanava un profumo intenso. Lo stesso che lo aveva inebriato la sera precedente quando, dopo essersi seduti al tavolo del black jack, i loro sguardi si erano più volte incrociati, complici nei loro assalti contro il banco, nemico comune. Avevano sorriso, annuito, si erano confrontati con gli occhi e imprecato sottovoce quando il punto era del nemico. Infine, con un discreto numero di fiches in mano, avevano lasciato al banco la soddisfazione di rimpinguare la cassa ai danni di alcuni malcapitati.

    Che non ho mai visto nessuno giocare come lei – rispose.

    Un silenzio di tre o quattro secondi mentre lei, compiaciuta, aveva cercato il suo sguardo nei riflessi dei grandi spec­chi appena illuminati da una luce fioca: Davvero? Accidenti. È molto gentile da parte sua, signor … Gutierrez… Salvador, vero?

    Sì … ma possiamo darci del tu – aveva sorriso mentre aveva la sensazione di ascoltare suo padre che gli aveva spesso ripetuto: Salvador ricorda che se vuoi piacere alle donne, devi sembrare un bravo ragazzo. Devi saper parlare, non ostentare la ricchezza e sorridere, sorridere sempre.

    Cerca di non approfittare del tuo sorriso – aveva aggiunto sua madre Luna – le donne si innamorano facilmente degli uomini che sanno sorridere. Ma non per questo le dovrai ingannare.

    Dalia – disse lei porgendo la mano – ma non so se prenderlo come un complimento.

    E’ la verità, non un complimento.

    La donna lo fissò, studiandolo. Curiosità, era forse la parola giusta.

    È da molto che giochi in questo modo?

    Quale modo?

    Sembri una professionista?

    Pochi mesi. È un passatempo ...

    … divertente? – la interruppe.

    Il mio accompagnatore è un ufficiale e nel frequentare certi posti spesso ci si annoia. Cerco solo quel certo rischio che mi faccia ricordare la serata – annuì, riflessiva.

    Sì, capisco questo tuo desiderio.

    Frequenti spesso i casinò?

    No – rispose Salvador con la noncuranza da uomo impegnato – li frequento quando il lavoro me lo permette.

    E di cosa ti occupi, se posso?

    Tabacco…

    Ah, il migliore tabacco del mondo…

    Salvador annuì: Un regalo della nostra terra e la saggezza dei nostri lavoratori.

    E su al nord, negli States, hai frequentato buoni casinò?

    Salvador sorrise con ironia: I casinò difficilmente sono buoni.

    Può darsi che qualche volta ci siamo visti.

    Ancora quel sorriso come un segnale, nell’aria: No. Me lo ricorderei.

    Ancora quello sguardo negli occhi della donna che indagava quel sorriso come chi disseziona una novità gradevole e pericolosa. Poi di colpo disse: E stato piacevole.

    Salvador sorpreso, la seguì con lo sguardo mentre si allontanava per dirigersi verso l’accompagnatore che era entrato in sala, iniziando a riflet­tere sulla svolta imprevista che tutto ciò dava, o poteva dare. I suoi pensieri si fermarono sulle labbra di quella donna e sui denti bianchi e perfetti che aveva visto risplendere quando lei aveva sorriso. Salvador aveva avuto l’impressione che tutte le luci della sala si fossero accese di colpo.

    E poi sulla linea del col­lo nudo che partiva dalle spalle, fino alla nuca. Gli venne voglia di fischiettare.

    Portò il bicchiere alla bocca. Lo fissò prima di sorseggiarlo. Il sapore del caffè amaro e forte gli sembrò un dolce presagio di conquista e di avventura. Si alzò e incrociando un cameriere domandò: Per favore mi dice l’ora?

    Le ventitré in punto.

    Grazie. Si diresse alla roulette. Puntò sul 23. E vinse.

    ***

    Il giorno seguente Salvador sentì crescere dentro di sé l’urgenza di incontrarla e, perché no, un pizzico di ingiustificata gelosia. Dopo la colazione aveva passato il tempo tra il tavolo della roulette e quello del poker. La vide in una sala interna del battello poco prima di pranzo e ordinò due coppe di vino. Fu lei a iniziare la conversazione come a scusarsi della fuga della sera prima: Gli svantaggi di essere accompagnata ad un militare.

    E quando ordina… – rispose ironico.

    Dalia sostenne il suo sguardo, impassibile e lasciò cadere di nuovo la cenere a terra: Ogni giorno è una guerra.

    Ma ogni guerra ha in sé il rischio della sconfitta.

    Preferisco rischiare e perdere piuttosto che non giocare.

    Quindi rischieresti tutto quello che hai pur di vincere la tua guerra?

    Dalia lo guardò compiaciuta.

    Anche al tavolo verde?

    Dalia sorrise con aria di sfida: Certo. E soffiò fuori una boccata di fumo.

    Black Jack?

    Perfetto.

    Salvador spense la sigaretta, lisciandosi poi il gilet. Lei rimase immobile qualche istante. Non sorrideva più. Lo osservava pensierosa dalla poltrona, come se volesse assicurarsi che non scherzava. Alla fine schiacciò la sigaretta nel portacene­re, infilò il bocchino con il segno del rossetto nella borsetta e guardandolo sempre negli occhi, poggiò la sua mano in quella di Salvador che la aiutò ad alzarsi. Rimasero per un momento immobili, uno di fronte l’altra, serissimi. Poi si diressero al tavolo. Decisi come due alleati che vanno alla guerra. Il croupier tagliò il mazzo e servì le carte. I due giocarono e vinsero. Non si scambiarono nemmeno una parola, completamente abbandonati all’ebbrezza del rischio, del punto che si mostra, concentrati nel sollevare appena la carta dal panno con un timore reverenziale che un nemico invisibile e invidioso potesse leggere il segreto della loro fortuna, senza contare mai le fiches che andavano a gonfiare le loro vincite, che passavano di mano, per accarezzarle come fossero la pelle dell’unica dea seduta al fianco.

    Nella pausa necessaria al croupier per mischiare le carte, rimasero immobili l'uno di fronte all'altra, apparentemente incuranti dei movimenti dell’uomo, sperando che ricominciasse il nuovo canto della dea bendata. Faceva particolarmente caldo e Salvador notò le minute gocce di sudore sul labbro superiore. Sfilò il fazzoletto dalla tasca interna del frac e glielo offrì con naturalezza. Lei accettò e lo poggiò sulle labbra, restituendolo appena umido, con una lieve macchia di rossetto. Anche lui si asciugò il sudore, iniziando dalla bocca, cosa questa che non sfuggì a Dalia.

    Salvador ripose il fazzoletto. Iniziò il secondo giro. Ancora silenzio. Attenti alle carte in mano al banco. E vinsero. Con una perfetta scelta di mosse. Con leggeri colpi sul panno verde per chiedere carta e con sicuri cenni per dichiarare passo.

    Spesso, dopo un raddoppio o una vittoria, per un istante, i due si guardavano fis­si prima di passare alla mano successiva e osare di nuovo, chiedendo aiuto alla fortuna, oltre che alla loro abilità di giocatori. Dopo due ore Salvador si accorse che lei di tanto in tanto fissava lo sguardo verso il fondo della sala. Alla fine il banco perse tutto quello che aveva e sul tavolo verde fu steso un panno nero. Avevano vinto fino all’ultima fiches. Per la prima volta da quando aveva cominciato a frequentare i casinò, Salvador provò la forte tentazione di avvicinare le labbra all’unica giocatrice con la quale aveva condiviso e vinto una battaglia. Per celebrare la vittoria e, se possibile, prolungarla oltre il banco, nella sua cabina di prima classe.

    ***

    Dopo cena Salvador la cercò senza incontrarla. Dalia aveva cenato in cabina e ora, fasciata di raso nero, aveva attirato tutti gli sguardi degli uomini presenti in sala. Uscita all’esterno del battello, notò la vibrazione cupa trasmessa dalle macchine a forza ridotta. Cercò con lo sguardo il suo nuovo amico e lo trovò appoggiato alla frisata umida. Sembrava in attesa di qualcosa o di qualcuno.

    Dove eravamo rimasti? – gli domandò.

    Salvador estrasse dalla tasca interna il portasigarette: Sigaretta?

    Più tardi, magari, Grazie.

    Aromatizzate – disse, attirando l’attenzione della donna.

    Marocco? – chiese incuriosita.

    Iran …, e con un chicco di miele e hashish.

    Beh, allora non mi lascerò sfuggire l’occasione …ma dimmi anche come te le procuri?

    Un amico … al barrio chino.

    Se mi vede fumare in pubblico, mi uccide – disse, accompagnando le parole con un cenno del capo.

    Salvador allungò la mano con l’accendino d’oro, proteggendo la fiamma con l’altra, osservando la donna mentre soffiava via il fumo, dilatando le piccole narici delicate, mentre la massa dei suoi capelli scuri ondeggiavano nell’aria.

    E tu fai tutto quello che dice?

    Ohhh Salvador…solo quello che lo fa sentire forte – rise lei, franca, schietta. La stessa risata che aveva rilasciato nell’aria quando Salvador l’aveva scambiata per una diciottenne. Poi accese la sua.

    Un brivido la fece tremare. Un vento piacevole rimandava nell’aria il suo profumo che si mescolava al fumo dolciastro delle sigarette aromatizzate.

    Dov’è ora?

    È in una sala con i suoi amici militari.

    Di cosa si occupa in particolare?

    Potere, soldi, progetti segreti, trame oscure…niente di nuovo – disse annoiata.

    Le cose che contano – la provocò Salvador.

    Non sono tra le mie priorità.

    Salvador pensava che fosse la ragazza più adorabile che avesse mai incontrato in tutta la sua vita, mai banale. Avevano trovato complicità fin dal primo momento. Sapeva tutto quello che succedeva nel mondo. Conversava di qualsia­si cosa, era persino capace di lasciarsi andare a un linguaggio colorito. Una donna emancipata che non si scandalizzava. E si chiedeva come mai il marito non fosse geloso.

    Non sono sua moglie – disse Dalia. La nostra è solo una frequentazione di convenienza. Senza gelosie, senza drammi.

    Non credo.

    Gli piace trattare con la gente dal suo punto di vista.

    Un’espressione interrogativa si disegnò sul volto di Salvador.

    Le persone le possiede. Per questo ama apparire in divisa. E’ un buon pulpito ed eleva la condizione, così dice lui.

    Salvador sorrise, sicuro che la bella Dalia amava bluffare: Non mi sembri una avvezza a strisciare.

    Fece una pausa come se volesse spiegarsi meglio, ma concluse dicendo: Ma tu sai cosa intendo.

    Si avvicinarono al tavolo della roulette. Un barman con alcuni calici sul vassoio si fermò per servirli e fu allora che Salvador notò, con un'occhiata casuale, che il giovane ufficiale era apparso in sala e, con una sigaretta tra le dita, li osservava inespressivo. Infine avanzò verso il tavolo da gioco.

    Gutierrez, se non sbaglio. Mia moglie mi ha parlato di voi.

    Capitano Laurent… – e allungò il braccio per depositare due fiches sul diciassette.

    Volevo invitarvi domani al nostro tavolo. Un pranzo informale – disse l’ufficiale.

    Salvador non fu entusiasta dell’invito ma in quel momento il croupier annunciò il numero. Diciassette, nero, dispari.

    Io e mia moglie vi aspettiamo al nostro tavolo. Anche a me piacciono gli uomini vincenti. Poi estrasse un orologio d’oro e guardò l'ora con fare svogliato: Cara è ora di tornare al nostro tavolo. Allora…domani a pranzo. Buona serata". Se ne andarono senza aspettare la risposta.

    Salvador li seguì finché vide il militare scontrarsi sulla porta con un uomo che ad alta voce esclamò: Capitano Laurent. Che piacere incontrarla qui. La credevo in caserma.

    In quei giorni l’agitazione in città cresceva di minuto in minuto.

    La mia presenza non è richiesta e anche noi militari abbiamo diritto a un po’ di svago, non crede? – rispose Laurent secco, al limite della scortesia, accompagnato da una contrazione appena percettibile della mascella.

    Poi, infastidito, si rivolse alla sua accompagnatrice ed esclamò: Il tuo amico Gandrè! Non capisco come faccia a lavorare per El Dia.

    Poi fece una pausa e continuò: Forse perché è uno dei ficcanaso molto ben inserito in città.

    E cosa fa in un posto come questo? – domandò Dalia.

    Laurent non rispose, perso nei suoi stessi pensieri.

    Il giornalista, fisico minuto e movenze rapide, indossava un paio di occhiali da intellettuale. Un paio di baffi spuntavano sul volto affilato, mentre una zazzera gli attraversava la fronte, scendendo fin sugli occhi che si muovevano veloci, dopo lo scontro, alla ricerca di un volto amico. Lo trovò in Salvador. Si salutarono calorosamente, segno di una vecchia amicizia, rinforzata dal tempo e dalla stima reciproca. Proseguirono verso il fondo della sala dove sedettero a uno dei tavoli.

    Lo conosci? – domandò Salvador mentre un cameriere serviva da bere.

    Quello che ho incrociato poco fa? Sì. Decisamente. Una carriera in grande ascesa.

    Non ho mai sentito una voce su di lui.

    Horacio Laurent. E’ habanero ma è stato inviato a Santiago de Cuba. Quando viene in città si incontra con i suoi amici qui, al casinò.

    E lei? La donna con cui sta?

    Quando lui viene a l’Avana, lei lo accompagna e alloggia qui. Frequentano sempre i posti giusti.

    Quanto mistero – disse Salvador che poi aggiunse con aria furbesca: Ma, insom­ma, siamo o non siamo amici?

    Voci, solo voci…

    Ebbene?

    ... lui appare sempre da queste parti con amici potenti, nei giri che contano.

    E insieme si divertono.

    Gira voce che … come posso dire… sembra che siano stati visti rientrare in albergo a tarda notte. Spesso in tre.

    Salvador sorseggiò il suo whisky e accese una sigaretta: Il numero perfetto?

    E’ solo una voce…ma insistente.

    Salvador si alzò e si diresse alla roulette. Poggiò cinque fiches sul panno verde e rimase in attesa del verdetto.

    Tre. Pieno e Cavalli – annunciò il croupier.

    Il canto della fortuna – disse Salvador, tornato al tavolo. Alzarono i calici alla dea bendata e Salvador riprese il discorso lasciato in sospeso: Dunque non è sua moglie ma lo segue ovunque.

    E’ così. Ma cuidate, fai attenzione. Con certi personaggi è meglio non scherzare.

    Salvador annuì. Aveva cercato il suo nome sulla lista delle prenotazioni e il maître aveva confermato: suite di prima classe e tavo­lo riservato nella sala da pranzo principale, il che, a Cuba significava potere e possibilità di carriera, eccellente posizione sociale e quasi sempre entrambe le cose insieme.

    Conosci anche lei, oltre che il capitano?

    Molto bene – confermò Gandrè – e su di lei si raccontano cose mirabolanti!

    Che sa giocare come un uomo…

    C’è molto altro – disse l’amico strizzando l'occhio e scoppiando a ridere mentre la donna si stava avvicinando con il suo caratteristico incedere sinuoso. I due uomini si alzarono.

    Armando afferrò la mano che Dalia gli tendeva e la sfiorò con le labbra: Permettimi di presentarti il mio amico Salvador.

    Ci siamo già conosciuti e il tavolo del Black jack è ancora coperto – disse Dalia.

    Dopo i convenevoli di rito, Salvador decise che era giunto il momento di sfidare la sorte: Avevamo deciso di fare due tiri alla roulette.

    Andate pure signori. Tornerò da voi fra pochi minuti.

    Dalia si allontanò mentre Armando studiò l’amico che adesso sì, mostrava gli occhi indagatori, da cacciatore, velati da falso disinteresse. Lo vide studiare l’ufficiale verso cui Dalia si era diretta, indifferente al suono della pallina e avvertì un brivido freddo lungo la schiena. Anche Salvador avvertì un presagio che sembrava una dichiarazione di guerra. Non quella al panno verde ma oscura e sotterranea. E considerò che certi uomini, troppo presi dalle cose del mondo, di solito si accompagnavano a certe donne con arroganza, gusto del comando e dello sfoggio. C'erano molte informazioni utili negli occhi delle donne che passeggiavano sotto braccio a certi uomini. Nelle occasioni come quelle gli tornavano in mente le parole della prostituta che lo aveva introdotto nel mondo del vizio quando, insieme al suo amico, che ora sedeva al suo fianco, si erano intrufolati in un bordello. Erano ancora due ragazzini alle prime sbronze, in quei momenti in cui si entra nel mondo degli adulti passando per il collo di una bottiglia o tra le gambe di una prostituta, che Salvador aveva ascoltato le parole che non avrebbe mai dimenticato. Chico, una donna non è mai soltan­to una donna. È anche e soprattutto gli atteggiamenti, i sorrisi, le smorfie che compie, che ha e che potrebbe avere. Dietro le loro movenze nascondono i sogni, le aspirazioni e le delusioni. Non sarai mai in grado di capirle se non sarai in grado di leggere nei loro occhi.

    Non ricordava nulla di lei tranne che fosse un’orientale e le sue parole.

    Ora, mentre le fiches sul panno verde sembravano aver perso consistenza, Salvador continuò a fissare Dalia. I suoi sospiri, il guardare lontano mentre l’uomo parlava, il modo con cui si toccava i capelli e come portava le labbra al calice per assaggiare il vino. Perfino nel modo di ridere, nervoso o accondiscendente. Era tutto materiale che permetteva ad un uomo di stabilire se una donna valeva i soldi da spendere in una notte, una battuta di caccia o un nuovo nemico da sconfiggere.

    Quella sera tornò sull’argomento con il suo amico Armando: Sono curioso di sapere che cosa possa volere da me, Laurent. Voglio dire, lo hai mai incontrato in privato?

    Armando non aveva aperto bocca. Aveva estratto un pistola dalla tasca. Era minuscola. Poco più di una scacciacani e l’aveva passata a Salvador. Te la regalo. Non perché tu la debba usare ma perché ti serva come monito.

    Oh Oh…– aveva sorriso Salvador – un monito. Siamo in vena di scherzare?

    No. – rispose serio il giornalista. Non si scherza con il fuoco. Anche se certi individui sono come gli zolfanelli. Durano un momento ma se non li sai accendere rischi di rimanere segnato.

    ***

    Salvador aveva conquistato Dalia con il suo fascino e con una fuga rocambolesca dagli sguardi indagatori dei militari che fungevano da guardie del corpo e spie per conto del capitano. Due mesi dopo quel primo incontro, si erano sposati, partendo poi per un lungo viaggio in Europa. Adesso sulla plancia della nave, Dalia osservava la città in attesa di sbarcare: L’Avana! Dio, quanto mi sei mancata!

    Scesero a terra. La confusione era assordante, un caos di persone che si agitavano sulla banchina: negri con brac­cia possenti che spostavano casse, odori pregnanti di fatica, qualche americano appena sbarcato dallo sguardo spaesato, vetturini, agenti del commercio e della dogana: tutti gridavano. C'erano dozzine di boleros, venditori di biglietti della lot­teria che assicuravano vincite da sogno; piccoli lustrascarpe dalle facce sudicie e imploranti. Dovunque, vistosi cartelli pub­blicitari reclamavano mercanzia e vendevano qualità. Loteria! Cerveza! Ron!

    Salvador le strinse con forza la mano e si chinò a parlar­le all'orecchio perché potesse sentirlo in mezzo a quel fra­stuono. Non ti allontanare. Non voglio perderti.

    E il bagaglio?

    Ci penseranno gli uomini della finca.

    E alla dogana? Come passeranno tutti i nostri oggetti?

    Conosco un uomo, un funzionario. In cambio di pochi spicci farà passare le nostre cose senza ispezionarle. Ne avrà cura.

    Hai dato del denaro al funzionario della dogana?

    È il suo chivo.

    Una mancia al funzionario? Questo a casa mia si chiama corruzione.

    Ah! Eccolo – esclamò Salvador mentre la tirava per la mano sua moglie, gui­dandola verso un negro alto e robusto che si faceva largo a spintoni tra la folla: Juan, dove diavolo sei stato? Sapevi che saremmo arriva­ti all’alba!.

    Il volto scuro dell’uomo, in livrea e berretto grigi, quan­do vide Gutierrez, si illuminò: Mi scusi, señor, quando arriva una nave dall’Europa succede il finimondo. Le strade intorno al porto sono tutte bloccate.

    Non chiamarmi seňor.

    Sì, jefe.

    In città raramente si erano viste le automobili. I ricconi di Miramar non avrebbero tardato ad ordinarle negli States ma intanto la Curved Dash Olds rappresentò per molti un sogno ad occhi aperti. Salvador si era aggiudicato uno degli esemplari mostrati al pubblico al salone dell'automobile di New York. Una manovella montata sul lato del sedile serviva per l’avviamento. Montava un motore monocilindrico di 1.564 cm3, posizionato centralmente. Si presentava con carrozzeria in legno, due posti ed un insolito frontale incurvato.

    Per questo la chiamano Curved Dash – disse Salvador a sua moglie che non si aspettava quella sorpresa. L’autista aveva montato un terzo sedile dietro il divanetto principale in posizione contraria al senso di marcia. C’è posto per una famiglia di almeno cinque persone – aggiunse sorridendo. Il modello dotato di fanali elettrici, era stato prodotto in 2.600 esemplari e venduto a 650 dollari.

    Quella dei Gutierrez fu l’unica sull’isola per diversi mesi, rimanendo impressa negli occhi dei passanti insieme all'aria fiera dei proprietari.

    ***

    I Gutierrez vivevano a l’Avana. Da quando il trisavolo Universo aveva lasciato la Spagna in modo avventuroso, avevano ampliato le attività. Possedevano una casa, due zuccherifici e coltivazioni di canna da zucchero a Yara, nella provincia di Oriente; quattrocentodue ettari di terreno coltivato a tabacco nella ricca finca di Vuelta Aba­jo, nella provincia di Pinar del Rio, a occidente de l'Avana; una manifattura di sigari nella capitale; lotti di ter­reno e due edifici in città, titoli e obbligazioni di società americane, cubane, inglesi e spagnole. Il loro patrimonio era valutato in diversi milioni di dollari. Conducevano una vita sociale intensa frequentando gli ambienti più elevati. Tuttavia, preferivano stare da soli, cenando nei migliori risto­ranti e poi andando a teatro o in qualche cabaret della capitale, cavalcando in campagna, o facendo uno spuntino su una spiaggia isolata. Il palazzotto in vecchio stile spagnolo di Calle Obispo apparteneva alla famiglia Gutierrez dall’inizio dell’ottocento. Situato nel cuore de l’Habana Vieja era considerato il gioiello di famiglia. Il primo acquisto era stato il quarto e ultimo piano. Secundo Gutierrez ne aveva fatto la cabina di comando delle attività commerciali per poi riadattarlo ad alcova. Con il passare del tempo e il crescere delle attività, i Gutierrez avevano acquistato i restanti piani e si erano trasferiti a vivere in città dando anima e personalità al palazzotto.

    Ma ho intenzione di comprare una villa. Qui in città. E vorrei che diventasse la nostra casa – aveva sussurrato Salvador. Così avevano acquistato una villa nel ricco quartiere di Miramar dotata di ogni confort: Voglio sentire qualcosa di no­stro in ogni angolo, il nostro presente e la nostra storia.

    Lei lo fissò con espressione seria e solenne e gli disse che presto avrebbero avuto un figlio. Era una gioia quasi insopportabile. La baciò mentre gli occhi gli si riempivano di lacrime di tenerezza.

    Seguiremo la tradizione di famiglia – disse Salvador. Sarà battezzato con il nome di una città.

    La figura di un neonato dal visetto roseo, si presentò alla vista di Salvador per tre volte. A distanza di quindici mesi dal primogenito Pinar arrivò Clara.

    Il misterioso sangue dei Gutierrez, generoso con i maschi, lo era stato ancor di più con la bambina. Era davvero bella con gli occhi color del miele e i capelli nerissimi come suo padre. Dopo altri due anni, nel 1905, arrivò un altro maschietto. Venne chiamato Santiago. La tradizione dei nomi era stata rispettata.

    02

    L’adolescenza dell’ultimo dei Gutierrez fu essenzialmente divisa in due. Santiago viveva cioè due vite parallele. La famiglia e la strada. La prima improntata al rispetto delle regole, la seconda piacevole e spensierata, senza divieti o imposizioni, anarchica e felice anche grazie alla scelta dei suoi genitori che avevano optato per la scuola pubblica anziché privata con l’isolamento che ne seguiva. Questa scelta permise al giovane Santiago di relazionarsi in modo più diretto con i suoi coetanei e di iniziare a stringere amicizie che avrebbe mantenuto per il resto della sua vita. Tre su tutti: un ragazzino con gli occhi a mandorla ma più cubano di tutti, soprannominato naturalmente El Chino, il più sveglio e intelligente della classe, Miro soprannominato Flachito per il corpo esile e Ferdinand figlio di un avvocato.

    Così Santiago iniziò a osservare le strade dell'Avana con gli occhi di un girovago, sempre attento al canto poetico dei suoni, ai colori, alle parole e alle persone meno fortunate.

    I quattro, a tredici anni, conobbero il piacere della masturbazione grazie alla complicità di Belghis, l’unica ragazzina della piccola comitiva che aveva proposto un viaggio fuori del quartiere, ogni lunedì pomeriggio, per spiare la sorella maggiore che amoreggiava alternativamente con i suoi tre fidanzati. La ragazza li portava in una capanna a due piani, che ben presto prese il nome di Rifugio dei sospiri. Il piccolo gruppo si rintanava al piano superiore dove, attraverso le fessure delle tavole, seguiva le capriole amorose della coppia. Grazie a quei vagabondaggi, Santiago imparò anche a parlare la lingua non scritta dei barrios popolari che bollava ogni oggetto e ogni azione con il gergo tipico dell’isola, a distinguere i sigari buoni da quelli pessimi, a parlare l’inglese, a preferire il jazz al danzon, a girare in maniche di camicia e senza cappello, a gustare il ron, il vino e tutto quello che la vita spensierata di adolescente gli metteva davanti.

    El Chino e Miro, dal canto loro, lo trascinarono alla scoperta di mondi nemmeno immaginati. Mondi capaci di segnarlo per il resto dei suoi giorni. Con loro imparò gli infiniti segreti del tirare pugni, e fu colpito dall'incurabile passione per quello sport e dalla lega professionistica cubana. Imparò a nuotare nelle tiepide acque della baia habanera. Con loro, nelle calde serate tropicali, superò l’immaginaria frontiera della legalità senza capire dove iniziasse la virtù e finisse l’errore, nelle frequentazioni del bordello Mamita in cui, per pochi centesimi, una prostituta si prese la briga di avviarli alle pratiche amorose, e a ridere, dopo la vergogna per aver fallito l’appuntamento con la prima volta. E loro, felici di scoprire quei mondi, girovagarono ben oltre l’Havana Vieja, per scoprire una città che diventava ogni giorno più vitale e trasgressiva, ricca di novità, di musica, di cultura, di luci sfavillanti e di disuguaglianze. Così ogni strada della città divenne un ricordo, un evento. L’incontro con il campione di scacchi e l’autografo a Miramar. Un’attrice lungo il Paseo del Prado, un incontro con un campione di boxe e l’invito, sfacciato, a un combattimento nella palestra di pugilato a due passi dalla Eglisa de la Merced, in calle Cuba. Qui tutti i giorni si allenavano giovani pugili e si poteva assistere liberamente agli incontri, capire la tecnica e scoprire quanto sia doloroso un gancio sinistro al fegato o un montante destro, imparare cioè l’arte della boxe, scambiando carezze sul ring. Mentre scopriva gli angoli e le vie di una città viva e animata, a Santiago Gutierrez sembrava quasi di esplodere nella sua stessa vita e, attraverso gli occhi dell’adolescenza, si godeva il suo momento. Amava recitare a memoria alcune poesie di autori americani, leggere appunti sull’illuminismo e vivere innamorato delle labbra di una biondina tutto pepe che frequentava la sua stessa scuola e che per pochi pesos dispensava tecniche amorose nei bagni maschili o nei roventi doposcuola. E sempre con i suoi amici, non perse l’occasione di visitare le librerie della città che sorgevano a vista d’occhio. Cominciò a entrare nei musei, a frequentare le biblioteche alla ricerca dei libri di avventure, a cercare gli inviti per le prime cinematografiche grazie all’influenza del suo cognome, a desiderare di conoscere gli autori per porre domande sul significato dei versi, spesso oscuri per un adolescente. Ma cominciò anche a scoprire che in molti chiedevano uguaglianze, diritti e legalità. Se quella fosse stata tutta la sua vita, Santiago Gutierrez avrebbe potuto dire che, la sua era un'adolescenza felice.

    ***

    Il ciclo delle stagioni si ripeteva e con esso le azioni che regolano una società. Iniziava la zafra, il taglio della canna da zucchero e i Gutierrez si trasferivano nella finca di Yara, nella provincia di Oriente a sud per seguire la raccolta e passare un paio di mesi lontano dalla capitale, per bagnarsi nelle acque turchesi caraibiche che il sole, riflettendosi, faceva brillare per la maggior parte del giorno. L'unica ombra sulla loro vita, durante quel 1923, fu la preoccupazione di Salvador circa la sorte del patrimonio familiare. Suo padre, Hadar Gutierrez aveva acquistato enormi piantagioni di canna da zucchero. Salvador era sempre più preoccupato per la incerta situazione politica. Il prezzo dello zucchero era salito a dismisura e presto avrebbe imboccato la china discendente. Sarebbero stati, come sempre, i braccianti e i campesinos a dover sopportare il peso maggiore della crisi. La fila dei disoccupati si sarebbe presto allungata e sarebbero aumentati gli abusi, come i salari pagati con lettere di cambio senza valore, o il divieto di coltivare ortaggi per obbligare all'acquisto dei prodotti a credito negli spacci aziendali, compresi i medicinali, in modo che lo stipendio non arrivasse mai a coprire i debiti. Il tutto aggravato dal fatto che in quel periodo di maggior produzione, era stata permessa l’introduzione clandestina di settantamila braccianti neri provenienti dalla Giamaica e da Haiti.

    Salvador Gutierrez, prevedendo l’arrivo della crisi decise che il tabacco, piuttosto che lo zucchero, sarebbe stato il futuro, azzerando una volta per tutte i rischi finanziari alla quale la famiglia si era esposta, diversificando le attività. Quella sarebbe stata l’ultima stagione e iniziò a cercare un acquirente per il latifondo. La famiglia avrebbe mantenuto solamente il casolare e pochi ettari coltivati a frutta.

    Santiago veniva svegliato ogni mattina dal rumore delle macchine agricole. Il taglio iniziava all’alba e il canto che si sprigionava dai fumaioli dello zuccherificio accompagnava ogni ora delle lunghe giornate.

    Pinar, il maggiore dei Gutierrez, era sempre pronto con una tazza di caffè in mano: Forza pigrone – gli diceva – la canna non aspetta.

    Il batey era un brulicare di uomini, sudore e imprecazioni che si levavano al cielo.

    I tre Gutierrez si muovevano a cavallo da un campo all'altro, dove lunghe schiere di uomini tagliavano, con il machete, gli steli lunghi e sottili con colpi decisi e netti.

    La canna veniva poi caricata sui carri di legno trainati da buoi verso lo zuccherificio. L’ultimo passaggio era verso le locomotive che si fermavano nello

    Ti è piaciuta l'anteprima?
    Pagina 1 di 1