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The Machine: 20 anni di Cifra: dalle reti agricole all’hi-tech 3D knit
The Machine: 20 anni di Cifra: dalle reti agricole all’hi-tech 3D knit
The Machine: 20 anni di Cifra: dalle reti agricole all’hi-tech 3D knit
E-book304 pagine1 ora

The Machine: 20 anni di Cifra: dalle reti agricole all’hi-tech 3D knit

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Info su questo ebook

L’innovazione per me nasce da un’attenta osservazione della realtà attraverso una profonda conoscenza della tecnologia del proprio settore di competenza. Competenza e osservazione sono utilizzati per individuare nuovi bisogni e le applicazioni del futuro.”

La storia di un uomo e della sua azienda che, in vent’anni di avventure imprenditoriali, hanno cambiato l’idea di maglieria arrivando a vendere le loro idee e i loro prodotti con le marche di moda e sport più famose del mondo.
Un esempio di ricambio generazionale di successo stimolante per tutti, a partire dagli imprenditori alle prese con la competizione internazionale e con le opportunità che si profilano su scala globale.

L'autore
Cesare Citterio, ingegnere, da vent’anni CEO di Cifra S.p.A, leader mondiale nella produzione di abbigliamento WKS (warp knitting seamless), per private brands.
L’azienda di famiglia produceva reti tecniche per usi agricoli (ombreggianti, sacchi patate, raccolta olive, nasse).
Negli anni l’autore dopo aver preso in mano le redini dell’azienda rivoluzionando la produzione per tre volte, seguendo i trend di mercato: prima tessuti 3D per calzature, collant e leggings, fashion, sportswear / atheisure.
LinguaItaliano
Data di uscita15 dic 2017
ISBN9788827534465
The Machine: 20 anni di Cifra: dalle reti agricole all’hi-tech 3D knit
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    Anteprima del libro

    The Machine - Cesare Citterio

    d’Oro

    Nota dell’Autore

    Io e i miei genitori ci parliamo poco, ma ciò non significa nulla, anzi, a volte non è poi così necessario.

    Ognuno manifesta il proprio affetto come può.

    Da bambini li vediamo lavorare, in alcuni casi lo fanno per necessità, in altri per gloria personale, ma spesso lo fanno per i figli.

    Il loro lavoro è svolto anche nella speranza che un giorno qualcuno magari lo porterà avanti.

    Non deve certo essere un’imposizione seguire la stessa strada di mamma o papà, credo però che, prima di intraprendere strade nuove, il frutto del lavoro di una vita vada almeno osservato e capito, se non altro per una forma di rispetto.

    Seguire percorsi diversi da quelli solcati dai genitori, per incompatibilità di carattere, per spirito di ribellione o per fascino della scoperta, senza nemmeno capire a cosa si sta rinunciando, si può rivelare un comportamento sbagliato nel lungo termine.

    Spesso quello che la famiglia ci ha lasciato non è né perfetto né attuale, a volte la piccola azienda o il piccolo negozio utilizza macchinari vecchi, obsoleti.

    Ma forse il tutto si può anche trasformare in un punto di partenza per qualcosa di nuovo.

    L’idea di scrivere un libro sui miei primi vent’anni in azienda, e sul passaggio generazionale, mi è venuta nel corso degli interventi che ho tenuto presso il Politecnico di Milano, alla luce dell’interesse che questa storia generava negli studenti. Ho voluto mantenere lo stesso stile sintetico che mi caratterizza anche nella scrittura. È il modo in cui parlo, con cui ragiono. Poche parole, quelle che servono. Ho un amico, Maurizio, che ci ride sopra e scherzosamente mi chiama Twitter. Ha ragione. Sono così. Un istintivo che non ama sprecare fiato. Forse questa è l’eredità che mi hanno lasciato i dialoghi essenziali che ho sempre avuto coi miei genitori. A loro, non a caso, è dedicato questo libro: a mia mamma, in primis, perché è sempre stata la mia consulente preferita – anche se lei non ha mai saputo di esserlo – e a mio papà, per l’esempio che mi ha dato e per l’eredità cui mi ha chiamato a partecipare e che io ho deciso di accogliere, trasformandola fino a renderla mia.

    Questa autobiografia professionale sarà l’occasione per raccontargli di come, da quando sono entrato alla Cifra, siamo passati dalla produzione di una rete arancione per la raccolta delle olive e dai sacchi per le patate ai rivoluzionari capi di abbigliamento hi-tech prodotti per i principali brand sportivi.

    Spero che questo semplice testo possa essere uno spunto per coloro che si trovano di fronte alla decisione: continuare l’attività familiare oppure no?

    Introduzione

    È martedì 20 gennaio 2015: sto partendo per Tel Aviv, è la terza volta negli ultimi dodici mesi.

    Oggi almeno non pago il volo.

    Sono ospite, altrimenti non ci sarei andato.

    Non ho più soldi da buttare.

    Nell’ultimo anno ho tagliato tutti i costi: le casse aziendali sono semivuote.

    La crisi morde ancora.

    La tanto ventilata ripresa di questo inizio 2015 è ancora debole, nella realtà.

    Tra i vari tagli operati, il primo è stato il mio compenso in qualità di amministratore delegato.

    In pratica da due anni lavoro gratis, ma è giusto così, qualche soldo l’ho accumulato negli anni precedenti e il mio discreto tenore di vita al momento non ne risente.

    Le altre due volte che nel corso del 2014 ero andato in Israele era stato per incontrare i miei ormai ex soci della Tefron, a Misgav vicino ad Haifa, ma ho deciso di chiudere ogni rapporto con loro dopo due anni di una joint venture che non è mai decollata.

    Eccoli. Nel mio ufficio (forse sarebbe bastato guardarli in faccia):

    Oggi, qui a Tel Aviv, ci sono vari produttori tessili invitati, tra cui l’israeliana Delta, la turca Ogretmen, la cinese Langsha e un brand di sportswear: la canadese Lululemon, che è la star del momento fra i vari brand di sportswear mondiali.

    Lululemon (https://shop.lululemon.com/), quotata al Nasdaq, Lulu ha inventato l’athleisure, ovvero l’abbigliamento hi-tech sportivo che si può indossare tutti i giorni. La Lululemon, in dieci anni, è passata da zero a 2 miliardi di euro di fatturato.

    Le altre quattro aziende sono invece produttrici, e si attestano tutte ben oltre il miliardo di euro di fatturato, generato dalla vendita ai più importanti brand del fashion e dello sport.

    Io sono tra i relatori:

    Una tecnica di maglieria innovativa e rivoluzionaria, dicono quando mi presentano.

    Innovativa per gli altri, penso io.

    In realtà alla Cifra, la mia azienda, stiamo lavorando a questo processo da almeno quindici anni.

    Comunque non credo che chi mi ha invitato sappia che la Cifra è al terzo bilancio consecutivo in perdita e ha fatturato nel 2014 la miseria di 6 milioni di euro (molto meno della metà di sei anni prima). Altrimenti forse non mi avrebbero coinvolto, nonostante mi considerino il «Creativo CEO», come indicato nella brochure dell’evento.

    Nel bilancio 2014 la voce riserve di capitale è a zero, sono servite a coprire le perdite precedenti.

    Il che, tradotto, significa che non ci potrà essere un quarto bilancio in perdita, ma solo la chiusura della Cifra dopo tre generazioni di produzione di maglieria.

    Il 2015 deve chiudere almeno in pareggio. Come ce la farò ancora non lo so.

    Prima mio nonno, tessuti in lana; poi mio padre, reti agricole.

    E io? Non posso essere quello con cui finirà tutto.

    Al momento però sono ancora vivo e vegeto, sia io che la Cifra, intendo.

    E, come ci insegnano gli orientali, conta solo il momento presente. Quindi mi concentro su questo. Come sempre.

    Inoltre, evidentemente, mi vendo molto bene, visto che tutti pensano che le cose mi vadano alla grande.

    Mi sono sempre venduto mediamente dieci volte meglio di quello che sono anche al di fuori del campo prettamente lavorativo. Sì, sono un bravo venditore.

    E comunque siamo a gennaio, ho ancora undici mesi.

    Pensiero positivo: ce la farò anche questa volta.

    In azienda la parola «crisi» l’ho vietata da tempo.

    Se qualcuno la pronuncia lo appendo al muro: e non è un eufemismo.

    Ai miei agenti ho sempre chiesto: «Comprereste un’auto nuova da un concessionario che vi dice Acquistate questo modello… è bellissimo, è il migliore, ma non ne ho venduta nessuna?».

    I pensieri negativi diventano profezie che si avverano.

    Qua però la crisi c’è già, non deve avverarsi.

    Al massimo si può usare la parola «crisi» per spiegare che dal greco non significa «qualcosa di (solo) negativo», ma sempre «qualcosa che sta nel mezzo», tra due momenti o due condizioni diverse.

    Ecco quello che servirebbe a noi: una condizione diversa.

    I nuovi prodotti Cifra per lo sport, sviluppati negli ultimi cinque anni, dal 2010, al momento sono un po’ come l’auto di quel concessionario: nella mia testa sono fantastici… ma diciamo che il mercato non li vede ancora esattamente così. Non sono capiti.

    Tutti li vogliono, ancora troppo pochi li comprano. Pochi vogliono rischiare presentando qualcosa di nuovo.

    Ma per fortuna qualcuno di grande, l’Adidas e non solo loro, nel campo dello sportswear, sta iniziando ad apprezzarli: pare ne abbia compreso il valore. E per questo sono ottimista nonostante le scarse risorse finanziarie e le banche sul collo.

    Non manca tanto alla svolta.

    Ci credo.

    Lo spero.

    Quindi mi autoconvinco di essere avanti

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