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La povertà pensata: Punto d’appoggio del pensiero francescano per una società conviviale

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La povertà pensata: Punto d’appoggio del pensiero francescano per una società conviviale

valutazioni:
5/5 (1 valutazione)
Lunghezza:
260 pagine
4 ore
Pubblicato:
9 dic 2017
ISBN:
9788893844352
Formato:
Libro

Descrizione

Sono trascorsi secoli da quando Francesco d’Assisi ha compiuto quel celebre gesto di restituire i propri abiti a suo padre per abbracciare un cammino di fede nella rinuncia, o almeno in quella che sembra una rinuncia. Il francescanesimo nasce così, diffondendo i propri precetti di povertà e di semplicità. Ma che tipo di povertà? Predicavano forse l’indigenza? In realtà il concetto è ben più complesso, più interessante e più affascinante. Il percorso che porta alla sua conoscenza è più simile ad una scoperta che ad un vero e proprio “apprendimento”. Tuttavia, superando la superficie dell’immediatezza ed andando a fondo in questa ideologia, fin nelle sue sfumature, si può cogliere qualcosa di molto più grande e più vasto del semplice significato del termine “povertà”. Un’idea estremamente attuale che potrebbe costituire la base di un nuovo modo di pensare, utile all’umanità ed al suo progresso evolutivo in ambito sociale. Il saggio di Oreste Bazzichi approfondisce questo argomento in modo chiarissimo e puntuale, stimolando nuove ed interessantissime riflessioni.
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9 dic 2017
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9788893844352
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Prefazione

Dario Antiseri

È un piacere presentare al lettore italiano questo ulteriore saggio di Oreste Bazzichi, centrato sul pensiero socio-economico della Scuola francescana medievale e tardo-medievale, di cui anche noi, in varie occasioni ed a più riprese, abbiamo scritto e commentato¹. L’autore non è nuovo nella ricerca delle radici dello spirito del capitalismo moderno, dimostrando - documenti alla mano – come, in realtà, la scienza economica affondi saldamente le sue radici nel basso Medioevo, allorquando la Scuola francescana, continuando il percorso riformatore dell’oeconomia salutis dell’Ordine benedettino - nella forma vitae dei Cistercensi (sec. XI) - spostò il baricentro sull’usus pauper, personale e collettivo, da cui è scaturito, allargando la prospettiva, quello spiccato senso e interesse per i problemi sociali del proprio tempo. L’attento spirito di osservazione dei seguaci di san Francesco, sotto i cui occhi andavano trasformandosi la società, la politica e l’economia, si compie non solo l’eccezionale elaborazione di un linguaggio socio-economico, ma si pone a tema la relazione, volto originario dell’essere che - insieme alla libertà creativa, alla verità, alla gratuità e alla fraternità - costituiscono le radici della linea teoretica della Scuola francescana, dal cui fascino filosofico-teologico e sociale scaturisce una riflessione su un modo di essere e di stare nel mondo.

Il frutto del denaro dato dai ricchi (o capitalisti) a favore dei poveri, aveva lo scopo di blindare la pigrizia parassitaria e assistenziale, recuperando creatività e liberando energie socio-economiche. I frati francescani, non essendo obbligati alla stabilitas loci dei monaci, vivono ovunque, in ogni città, borgo o castello, in mezzo alla gente, ottenendo subito grande successo, perché, rigettando personalmente il denaro dalla propria vita, vivevano i disagi e le sofferenze del popolo e, costatando le carenze dei mezzi necessari per vivere dignitosamente, non si accontentarono dell’aiuto agli indigenti e del fare l’elemosina, ma invitarono tutti, ricchi e poveri, a studiare iniziative, individuali e collettive, per il ben-essere collettivo. Da qui il lungo elenco dei maestri francescani, presi in rassegna e studiati dal Bazzichi – da Bonaventura da Bagnoregio a Pietro di Giovanni Olivi, da Giovanni Duns Scoto a Alessandro Bonini di Alessandria e Astesano di Asti, da Gerardo di Odone a Bartolomeo da Sassoferrato e Francesco da Empoli, per citarne solo alcuni del XIII secolo – i quali, iniziando ad elaborare lessici sociali ed economici (utilità sociale della mercatura, fecondità del denaro, interesse, mercato, valore economico e giusto prezzo, funzione sociale del mercante, ecc.), formarono la prima scuola economica, da cui è emerso il moderno spirito del capitalismo etico e dal volto solidale. Quindi, altro che reddito di cittadinanza o assistenzialismo di varia natura; il pensiero elaborato dalla Scuola francescana propone l’ascesa dalla miseria verso il possesso del necessario, la vittoria sui conflitti sociali, l’ampliamento delle conoscenze, l’acquisizione della cultura, il rispetto della dignità umana, la cooperazione al bene comune, la volontà di pace e di fraternità. Questo in estrema sintesi l’obiettivo del saggio del Bazzichi.

Crisi e progresso: due parole significative che si presentavano, in forma diversa ma nella quasi identica intensità all’uomo del XIII, XIV e XV secolo. Altro che secoli bui: erano i tempi in cui nelle Università (Parigi, Oxford, Tubinga, Bologna, Salerno, ecc.), nelle Corti, nei mercati, nei monasteri e nelle prediche nelle Chiese e nelle piazze si dibatteva e si ragionava su come e se era possibile tenere unite le tre più grandi aspirazioni dell’uomo: la salvezza, il benessere personale e il bene comune. In quei tempi occorreva trovare delle ragioni profonde per giustificare cristianamente ciò che stava accadendo. La ricchezza esplodeva, accentuando le disuguaglianze; i traffici in Europa si moltiplicavano; i commerci erano floridi; gli scambi commerciali assumevano la dimensione internazionale; fiumi di monete circolavano sui mercati e tra le città e nazioni; il divario tra ricchi e poveri si allargava costantemente; le possibilità di guadagno erano appannaggio dei grandi mercanti e delle Compagnie; le economie di scala dell’industria tessile e della lana occupavano con la divisione del lavoro intere popolazioni, dall’Inghilterra e dalla Scozia alle Fiandre, dalla Francia alla Lombardia e alla Toscana, dando origine all’associazionismo economico: l’Ordo Novissimorum. In termini moderni diremmo che la globalizzazione era realtà quotidiana e il progresso in continua ascesa.

L’espandersi della ricchezza mobiliare e dell’economia monetaria provocò l’intreccio del potere economico con quello politico, suscitando un nuovo attore protagonista, cioè il mercato. Poiché il primato della salvezza nell’economia era indiscusso per la cultura e le leggi del tempo, era logico che intervenisse la teologia sulle questioni legate all’utilità sociale della mercatura, alla remunerazione del capitale, al prestito e all’interesse, allo scambio monetario, ecc. Tutte domande che sono ancora aperte oggi e che l’attuale crisi economico-finanziaria ha fatto riemergere. L’Europa allora si salvò grazie anche agli studi dei pensatori della Scuola francescana, che svilupparono una teologia sociale; e lo poterono fare – come spiega Bazzichi - più di altre Scuole per tre motivi. Anzitutto, il voto di povertà li aveva messi al riparo dalla critica di analizzare teorie per arricchire l’Ordine. In secondo luogo, la povertà, scelta personalmente, permetteva di vedere le cose del mondo con tale libertà e distacco da poterle analizzare, spiegare, condannare o giustificare o correggere con grande senso della realtà e poterle diffondere in modo da inquadrare eticamente le funzioni e le azioni dei mercanti, degli artigiani, del cambiavalute, degli operatori industriali (conciatori di pelli, tavernieri, fabbri, lanaioli, mugnai, tessitori, calzolai, ecc.). Infine, la loro vicinanza alla gente, li portò a studiare soluzioni innovative per stimolare iniziative di sviluppo economico.

I francescani, dunque, distinguendo tra miseria e povertà, hanno favorito quel processo di accumulazione del capitale necessaria a produrre risorse per ristabilire la giustizia sociale e lo sviluppo economico integrale, introdurre la buona economia, che è un mezzo per fondare la fraternità, e combattere la miseria, che è il principale fattore dell’esclusione sociale degli scarti.

Nella storia del pensiero ci sono spesso piste interrotte, o addirittura metamorfosi talmente radicali da rendere difficile il riconoscimento dell’origine di idee contemporanee o di processi di cambiamento di teorie. Certamente il francescanesimo ha formulato alcune delle idee politiche, filosofiche, economiche che danno avvio alla modernità. È proprio vero che un classico è un contemporaneo del futuro. E, quindi, classici sono stati per il nostro presente intellettuali francescani vissuti nei secoli XIII-XV. Francesco d’Assisi ha voluto far comprendere che la vita di una persona ha valori molto più alti, che vivere per la ricchezza. Da questa prospettiva pauperistica sono venute fuori idee o attività economiche come aiuto ai fratelli più sfortunati. Basterà ricordare l’esperienza dei Monti di Pietà e dei Monti Frumentari, nati per calmierare il costo del denaro a favore delle forze del lavoro: una sorta di minicredito a bassissimo interesse per liberare i contadini dall’usuraio, nel caso dei Monti di Pietà; una anticipazione del grano e dell’orzo per la semina, da restituire a raccolto avvenuto, con una lievissima maggiorazione rispetto al prestito avuto, nel caso dei Monti Frumentari.

Max Weber, in L’etica protestante e lo spirito del capitalismo², era ben consapevole del fatto che è «pazzamente dottrinaria» la tesi stando alla quale «lo spirito capitalistico [...] sia potuto sorgere solo come emanazione di determinate influenze della Riforma o che addirittura il capitalismo come sistema economico sia un prodotto della Riforma. Già il fatto che alcune importanti forme di aziende capitalistiche sono notoriamente assai più antiche della Riforma si oppone una volta per sempre a una tale opinione». E quel che a lui stava a cuore era di «portare in chiaro soltanto se e in quale misura influenze religiose abbiano avuto parte nella formazione qualitativa e nella espansione quantitativa di quello spirito nel mondo e quali lati concreti della civiltà che posa su basi capitalistiche derivino da tali influenze»³. E, pur tuttavia, per decenni e decenni, la tesi di Weber fu interpretata quasi come un dogma inattaccabile, anche se Bazzichi sa benissimo che, con la sua tesi, il grande sociologo tedesco non voleva stabilire un nesso privilegiato fra protestantesimo e capitalismo, ma solo evidenziare gli influssi teologici sulle dottrine economiche. Mentre è ormai da tempo ben noto il contributo dato dalla Tardo-Scolastica spagnola alla storia delle dottrine economiche e politiche (Francesco de Vitoria, Domingo de Soto, Luis de Molina, Francesco Suarez, Juan de Mariana, Juan de Lugo, Leonardo Lessio), fino a non molto tempo fa, invece, sono stati trascurati gli itinerari aperti dalla Scuola francescana. Così, per esempio, sull’idea di produttività del capitale monetario – tema indubbiamente centrale della teoria economica – Joseph Schumpeter scrive in Storia dell’analisi economica: Già prima adombrata, essa fu per la prima volta espressa da sant’Antonino, il quale spiega che, sebbene il danaro circolante possa essere sterile, il capitale monetario non lo è, perché esso rappresenta una condizione necessaria per intraprendere affari⁴. Ora, è ben vero che il domenicano arcivescovo fiorentino sant’Antonino (1389-1459) accoglie nella sua Summa l’idea della funzione del prestito di danaro sia per i consumi sia per gli investimenti vantaggiosi, richiamandosi all’autorevole proposta di san Bernardino da Siena (1380-1440); solo però che costui, da parte sua, ripeteva le idee di tre francescani: in primis Pietro di Giovanni Olivi (1248-1298) e, a seguire, Alessandro di Alessandria (1270-1314) e Astesano di Asti (+ intorno al 1330).

L’analisi economica di Pietro di Giovanni Olivi è contenuta nell’opera ormai conosciuta come Tractatus de emptione et venditione, de contractibus usurariis et restitutionibus. Ebbene, uno dei problemi di fondo affrontati da frate Pietro fu il seguente: di fronte alla proibizione canonica dell’usura, è lecito distinguere fra il prestito di una somma di danaro qualsiasi e il prestito di una somma di danaro inscritto o da inscriversi nel processo produttivo, cioè impiegato in un programmato o già realizzato investimento produttivo? Ed ecco la risposta: «Ciò che con ferma decisione (firmo proposito) è destinato a qualche probabile lucro, non solo ha il significato di semplice danaro o di qualsiasi merce, ma possiede anche in sé un qualche seme di lucro, che comunemente chiamiamo capitale. Perciò esso non solo deve rendere il suo stesso valore, ma anche un valore aggiunto (sed et valor superadiunctus)». Commenta Oreste Bazzichi nel suo Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica (2003): "Mentre ogni incremento di danaro preteso in forza del mutuo, vi mutui, non poteva configurarsi altro che come usura, la ricompensa, invece, che il mercante, o chiunque altro avesse avuto progetti di investimento economico realisticamente fruttifero, pretendeva per distrarre il proprio danaro dagli affari e consegnarlo in prestito, veniva piuttosto considerata come un risarcimento del danno subito. E tale danno, nelle sue componenti di lucro cessante e di danno emergente, si esprimeva con la parola interesse, derivata, nello stesso significato, dal diritto romano"⁵. Dunque, perché una somma di denaro possa venire qualificata come capitale è necessario che essa sia destinata a un processo produttivo e che questa destinazione sia l’esito di un fermo proposito del proprietario.

Nella Prima Quaestio del Tractatus l’Olivi analizza, invece, il valore economico di una cosa, che nasce dalla concorrenza di tre cause: quelle proprietà che la rendono adatta meglio di un’altra a soddisfare i nostri bisogni; la scarsità e quindi la difficoltà ad essere reperita; la preferenza individuale di coloro che intendono usarla Nella terminologia di san Bernardino da Siena, nella trascrizione che egli fa dei passi dell’Olivi, il valore di una cosa è data dalla raritas, dalla virtuositas e dalla complacibilitas. La raritas sta a significare la scarsità del bene economico rispetto alla domanda; la virtuositas la sua capacità oggettiva di rispondere ad un bisogno; e la complacibilitas è la preferenza che un soggetto dà ad un bene in vista dell’appagamento di un bisogno piuttosto che di un altro, stabilendo una gradualità tra questi. Con la complacibilitas l’Olivi introduce nella concezione del valore un elemento che risulterà poi nevralgico per il marginalismo e nella successiva e contemporanea teoria economica. In sintesi, annota ancora il Bazzichi, "il valore economico si determina in funzione dell’utilità – sia nella sua forma oggettiva (virtuositas) sia nella sua forma soggettiva (complacibilitas) – e in funzione della rarità. E precisa: è questa veramente la migliore e la più moderna tra le teorie del valore del Medioevo"⁶.

Ebbene, la riflessione socio-economica francescana diventa paradigma concreto nei Monti di Pietà e nei Monti frumentari, dove la differenza tra le due istituzioni sta nel fatto che i Monti di Pietà servivano a calmierare il costo del denaro a vantaggio delle forze lavoro, mentre con i Monti frumentari si intese favore la parte povera della classe degli agricoltori, prestando derrate di cereali per la semina, che venivano restituite maggiorate a seconda del rendimento dell’annata.

Attenti agli aspetti concreti dell’evangelizzazione, i francescani si erano resi conto dell’impossibilità per le famiglie meno abbienti di avere accesso al credito a un equo tasso di interesse ed erano testimoni del dramma di tante famiglie precipitate in miseria perché strangolate da usurai – ebrei e cristiani – senza scrupoli. Fu frate Barnaba Manassei da Terni a fondare a Perugia il 13 aprile del 1462 il primo Monte di pietà. Frate Barnaba, tra il 1460 e il 1462, insieme a frate Michele Carcano da Milano, aveva predicato a Perugia contro l’usura, e riuscì a convincere gli amministratori della città a dar vita a un banco di prestito su pegno, che usasse il tasso di interesse unicamente per conservare il cumulo di denaro necessario a mantenere il flusso dei prestiti. L’istituzione si formò con i proventi di donazioni e di elemosine [...]. Faceva prestiti a mercanti e artigiani ed escludeva prestiti per spese di lusso. Il tasso di interesse non superava il 6%⁷.

Subito dopo quello di Perugia, l’istituzione dei Monti di Pietà si diffuse in Umbria e nelle Marche, per estendersi successivamente soprattutto nell’Italia del Nord. Nel 1463 il Monte di pietà fu fondato a Orvieto e a Gubbio; nel 1464 a Pesaro e l’anno dopo, nel 1465, a Foligno; nel 1466 a Norcia, a L’Aquila e Borgo San Sepolcro; nel 1467 a Terni; e il 14 giugno del 1468 ad Assisi. Lì, a dare man forte al Monte di pietà fu fra Giacomo della Marca, il quale dimorò nell’eremo delle Carceri tra il 1468 e il 1471. Nell’estate del 1485 arrivò ad Assisi fra Bernardino da Feltre, il cui impegno di predicatore si profuse nella difesa dei Monti di pietà; pochi mesi prima, nel 1484, aveva fondato il suo primo Monte a Mantova. Monti di pietà sorsero nel 1469 a Spoleto e a Trevi, nel 1471 a Viterbo, nel 1473 a Bologna, nel 1483 a Milano e Genova, nel 1484 a Brescia e Ferrara, nel 1486 a Vicenza. In un secolo, dal 1462 al 1562, si contarono 214 Monti di Pietà.

Con l’istituzione dei Monti di Pietà, i francescani si immersero nella concretezza della vita quotidiana della gente. Scrive il Bazzichi in Alle radici del capitalismo. Medioevo e scienza economica: Il francescanesimo, insomma, si sporcò le mani nella storia (perché questa immersione non è immune da rischi e inconvenienti) tra mille ostacoli e nemici (dagli umanisti laici ai religiosi concorrenti), ma lasciò un segno indelebile nel tessuto politico e sociale del tardo Medioevo, contribuendo non poco allo sviluppo economico, sociale e politico⁸.

Se, da un lato, la signora, santa e altissima povertà, raccomandata da Francesco ai suoi frati perché venisse osservata fedelmente, è stata fonte di grandi tensioni, lacerazioni e gravi conflitti dovuti al modo di interpretarla, fino alla bolla Ite vos (1517) con la quale Leone X riconosce ai conventuali piena autonomia e indipendenza nel viverla secondo il mutare del tempo e delle situazioni e, nel 1528, Papa Clemente VII, con la bolla Religionis zelus concede l’autonomia alla corrente riformista degli osservanti, che prenderanno il nome di Frati Minori Cappuccini, dall’altra, secondo l’ermeneutica del Bazzichi, essa ha dischiuso un nuovo modo di abitare il mondo con un modello socio-economico che dà spazio alla reciprocità, alla giustizia, alla sussidiarietà, alla solidarietà, alla gratuità, al dono, alla relazione e alla fraternità. Confrontandosi sul concetto di povertà, i francescani trovano il punto d’appoggio per l’elaborazione di un pensiero socio-economico, adeguato ad affrontare e interpretare le problematiche del nuovo modo di fare economia.

Con questo ulteriore saggio Oreste Bazzichi documenta il contributo che la Scuola francescana ha dato alla riflessione ed alla pratica economica nei secoli XIII – XV, svolgendo un ruolo importante nella nascita della moderna economia di mercato, ispirando, con la felice invenzione dei Monti di Pietà, le moderne istituzioni bancarie e aprendo nuove prospettive di ricerca nella storia del pensiero economico.

¹ Cfr. Chiesa e libero mercato. Il capitalismo l’ha inventato San Francesco, Avvenire, 12 settembre 2003; L’attualità del pensiero francescano. Risposte dal passato a domande del presente, Rubbettino Editore, Soveria Mannelli 2008; I francescani, Weber e il capitalismo, in Newletter di Arianna, 14 novembre 2008; Se il capitalismo sano nacque con San Francesco, in Vita e Pensiero, n.6/2012; Etica ed economia, in Suppl. n.3 a La Società, maggio-giugno 2013, pp.6-39; Quel capitalista di San Francesco curava la povertà facendo impresa, in Il Giornale, 23 maggio 2017, pp. 32-33.

² Sansoni, Firenze 1955, p.162.

³ Ibid., p.163,

⁴ Boringhieri, Torino 1959, p. 129.

⁵ Effatà Editrice, Cantalupa (To) 2003, p.101.

Ivi, p.105.

O. BAZZICHI, Il paradosso francescano tra povertà e società di mercato. Dai Monti di Pietà alle nuove frontiere etico-sociali del mercato, Effatà Editrice, Torino 2011, p.114.

⁸ Effatà Editrice, Cantalupa (TO) 2003, p. 136.

Introduzione

Nel 1647, in un contesto politico sociale in cui la conflittualità aveva generato la trepidazione del vivere quotidiano, Thomas Hobbes pubblica a Parigi il De Cive⁹ in cui evidenzia il passaggio dall’aspetto sociale a quello politico. Si rinuncia al civile (alla polis), fondata sulla natura socievole dell’essere umano, e si diventa politici, delegando la mediazione dei rapporti interpersonali allo Stato; si rifiutano i fatti di libertà in favore di quelli di carattere politico. E come conseguenza si rinuncia alla fraternità per raggiungere l’uguaglianza e la libertà.

L’obiettivo di questo lavoro è porre l’attenzione su una visione politica, economica e sociale, nella quale si ritrovi la dimensione relazionale, in cui la persona sia capace di agire e venga rispettata nella sua dignità. Lo Stato del benessere, o Welfare State, frutto delle trasformazioni sociali, economiche e politiche che hanno segnato la storia degli Stati europei oggi è in crisi; l’alleanza tra Stato ed economia di mercato, così come è venuta a caratterizzarsi, sembra non essere più sufficiente per realizzare uno sviluppo equo e sostenibile. Il fenomeno della globalizzazione ha portato ad una riconfigurazione della sfera pubblica in cui lo Stato-nazione non può essere più pensato come fulcro della società a livello decisionale. Questa situazione di incertezza di vivere in una modernità liquida e sotto assedio¹⁰ fa sì che possa essere doveroso ricercare nuove vie e nuove proposte di vita in comune.

Il paradigma economico occidentale in cui ci troviamo ad operare è da tempo messo in discussione da più versanti, e non solo dai cattolici. Con questo non vogliamo dire che l’attuale sistema economico sia del tutto sbagliato e da buttare. Si ritiene, invece, che esso vada criticamente valutato e poi corretto. Il vivace e creativo dibattito socio-economico medievale e tardo-medievale della Scuola francescana può aprire nuove prospettive sulla riflessione moderna.

Per molti studiosi la crisi economica che si sta subendo da oltre otto anni e che non sembra finire mai, è conseguenza diretta dell’azione del libero mercato finanziario senza regole. Certamente l’assenza di etica ha la sua importanza. Quando si accosta l’etica all’economia o al mercato normalmente ci riferiamo all’etica di derivazione utilitaristica, la quale, nonostante il dibattito contemporaneo, viene ancora data per scontata non solo in ambito economico, ma anche nell’indagine etica umana. Ciò presuppone che se il fine dell’economia capitalista è il massimo profitto, si accetta anche che il fine dell’agire umano sia fondamentalmente la massimizzazione del profitto individuale. E questo è l’eterno paradosso del metodo economico, che, da un lato, consente l’interesse personale,

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