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Il diritto a un reddito di base: Il welfare nell’era dell’innovazione

Il diritto a un reddito di base: Il welfare nell’era dell’innovazione

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Il diritto a un reddito di base: Il welfare nell’era dell’innovazione

Lunghezza:
174 pagine
2 ore
Pubblicato:
29 nov 2017
ISBN:
9788865791837
Formato:
Libro

Descrizione

Quali le ragioni per cui, nel breve volgere di un biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa e irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, poco più che una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali minoritari e incapaci di alleanze credibili, è diventata il fulcro di un così intenso e appassionante dibattito? Una su tutte: perché il reddito di base sta diventando un principio di organizzazione sociale intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l’abolizione della schiavitù o il voto alle donne
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29 nov 2017
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9788865791837
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Anteprima del libro

Il diritto a un reddito di base - Giuseppe Bronzini

Lucioni

Il libro

«Quali le ragioni per cui, nel breve volgere di un biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa e irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, poco più che una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali minoritari e incapaci di alleanze credibili, è diventata il fulcro di un così intenso e appassionante dibattito? Una su tutte: perché il reddito di base sta diventando un principio di organizzazione sociale intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l’abolizione della schiavitù o il voto alle donne».

L’autore

Giuseppe Bronzini, magistrato, consigliere presso la sezione lavoro della Corte di cassazione, è socio fondatore dell’associazione Basic income network. Tra i suoi numerosi scritti: Diritti sociali e mercato globale, Rubbettino, 2007; Le prospettive del welfare in Europa, Viella, 2009; Il reddito di cittadinanza. Una proposta per l’Italia e per l’Europa, Edizioni Gruppo Abele, 2011.

Indice

Introduzione

I. Robot e reddito di base

II. La garanzia del reddito nel pensiero politico e nel diritto

III. Reddito minimo garantito, costituzioni e policies europee

IV. Il reddito di base e le nuove turbolenze tecnologiche

V. Italia: si allarga la forbice con gli altri Paesi europei

VI. Quel che si muove in Europa

VII. Che fare?

Bibliografia

Glossario minimo

In ricordo di Stefano Rodotà

Quando di lavoro che a uno dava da vivere ce n’era, c’era anche una povertà che non lo disonorava se lo colpiva per un cattivo raccolto o per altro rovescio. Disonora invece questa vita grama in cui si trovano milioni di persone. Sudiciume e miseria.

Walter Benjamin

Introduzione

La nuova dimensione dell’umano esige una diversa misura giuridica, che dilata l’ambito dei diritti fondamentali della persona

Stefano Rodotà

Gli anni tra il 2015 e il 2017 hanno conosciuto una vera e propria esplosione del tema del diritto universale a un reddito di base, cioè, per dirlo in sintesi, della garanzia di una vita libera e dignitosa per tutti. Quali le ragioni per cui, nel breve volgere di un biennio, una proposta che suonava ai più come scandalosa e irritante, lontana dalle dinamiche sociali e dai processi economici, poco più che una provocazione di ambienti accademici radicali o di movimenti sociali minoritari e incapaci di alleanze credibili, è diventata il fulcro di un così intenso e appassionante dibattito¹? Una su tutte: perché il reddito di base sta diventando un principio di organizzazione sociale intuitivo e irrinunciabile così come lo sono diventati, in altre epoche storiche, l’abolizione della schiavitù o il voto alle donne². Al punto che Philippe Van Parijs, fondatore della rete Basic income earth network (Bien), ha azzardato, in relazione a questo mutamento di clima, la battuta secondo cui «un giorno ci domanderemo come abbiamo potuto vivere senza un reddito di base universale»³.

Il dibattito sulla necessità che lo Stato garantisca ai suoi cittadini un reddito di base coinvolge ormai non solo chi persegue una dimensione emancipativa della trasformazione tecnologica in corso o ne denuncia i pericoli e le minacce, ma persino i signori della rete, il World Economic Forum e istituzioni come il Parlamento europeo, Stati del vecchio continente e Paesi emergenti. È questo che deve essere spiegato prima ancora di esaminare l’accettabilità della prospettiva, la sua concreta fattibilità e il rapporto con la diversa, ancorché prossima, misura del reddito minimo garantito (definibile come protezione di chi versa concretamente in una situazione di bisogno).

I teorici del reddito di base sostengono che il nuovo scenario economico e sociale, sovversivo delle certezze e delle politiche precedenti, non può essere fronteggiato con provvedimenti di manutenzione dell’esistente. Chi è ad esso contrario invoca più investimenti pubblici, più peso ai sindacati, una riduzione generalizzata dell’orario di lavoro, la limitazione dei contratti atipici e il contrasto della precarietà: tutti interventi tesi a puntellare ciò che resta dell’architettura dei trent’anni gloriosi (l’età dell’oro del welfare state) nel tentativo di bilanciare gli effetti perversi del pieno dispiegarsi del capitale finanziarizzato e dell’egemonia delle scuole neo-liberiste⁴. Molti di questi suggerimenti sono saggi e accettabili. Tuttavia essi non colgono appieno le sfide dell’innovazione tecnologica e culturale in corso e il carattere dirompente di quanto sta accadendo. Più che ribaltare le regole del gioco sociale, infatti, se ne stanno cambiando i presupposti, pur senza spallate violente e dichiaratamente sovversive dell’ordine costituito. Si potrebbe parlare, richiamando una nozione molto discussa negli anni Novanta del secolo scorso, di un esodo⁵ dai fondamenti economici moderni e dalle connesse architetture istituzionali e politiche, che, seppur ancora governato dalle logiche del profitto capitalistico, scuote le fondamenta stesse del sistema di produzione sociale e iscrive in agenda la questione di una nuova Costituzione, coerente con quella che è stata definita la quarta rivoluzione industriale⁶.

La grande trasformazione in atto ha a che fare non solo con l’ultima fase della liberazione di Prometeo⁷, la progressiva sostituzione della fatica umana con l’operare della macchine, ma anche con i principi che a lungo hanno definito il gioco sociale, i diritti delle persone e, in primis, i principi di legittimità democratica⁸. Insomma il quadro è molto diverso da quando si scriveva sul tema pochi anni orsono⁹. La garanzia di un reddito vitale sta diventando la vera cartina di tornasole della società del futuro perché sempre più si pone un problema di dignità della persona nel senso che Stefano Rodotà, con la sua visione anticipante, ha conferito al termine: un diritto del singolo a non essere escluso e discriminato (e a non subire trattamenti degradanti) ma, soprattutto, ad autodeterminarsi nelle scelte senza mortificare o ridimensionare i propri piani di vita, in connessione sempre più stretta con una libertà individuale e collettiva che potrebbe oggi trovare nuove aperture e realizzazioni in quegli spazi di interazione che l’innovazione ha reso maggiormente aperti e praticabili.

Questi cambiamenti radicalizzano la rivendicazione di uno ius existentiae (come libertà dal bisogno) perché la sicurezza individuale diventa anche il presupposto essenziale per una transizione meno dilacerante verso il futuro, uno sfondo meno inquietante di quello in cui ci dibattiamo, che sta producendo reazioni irrazionali e scomposte di cui il nuovo sovranismo nel vecchio continente (di sinistra o di destra che sia), la Brexit e la nuova Amministrazione Usa sono evidenti esempi. La tensione verso un nuovo patto sociale che consenta a tutti di godere, almeno in parte, dei frutti del dinamismo che pervade il mondo produttivo porta alla rivendicazione di uno ius existentiae oltre la dimensione del contrasto alla povertà e all’esclusione sociale e anche delle politiche di redistribuzione tese a ridurre la crescente ineguaglianza. Misurandosi con questo tema si affronta anche la prospettiva (seppur in parte utopica, dato che i suoi presupposti materiali sono ancora troppo acerbi) di quale potrà essere la natura del lavoro di domani, i termini della sua remunerazione, i rapporti tra la dimensione produttiva e quella individuale e pubblica e via dicendo. Si aprono così i cantieri per «conciliare nuovamente dinamismo economico e solidariet໹⁰.

Se questo è vero, il sentiero da percorrere nella perdurante incertezza tra l’universalismo dello ius existentiae e una sua versione selettiva (cioè tra la rivendicazione da subito di un reddito per tutti o solo per chi è a rischio di esclusione sociale) lo individua una recente Survey dell’Eco­nomist dedicata al welfare in the age of robots: l’idea di un reddito universale non gode ancora di un consenso diffuso perché il lavoro è ancora una realtà potente nelle nostre vite e non è chiaro come possa evolvere nelle sue modalità e come un lavoro 2.0 possa essere remunerato; ma è anche vero che «un reddito di base è un modo per rendere la transizione più umana». Occorre perfezionare e rendere più protettivo, inclusivo e promozionale il welfare costrui­to con lotte di decenni, guardando però ai processi che si stanno imperiosamente affermando. Aggiunge l’Economist che «il passato non è sempre una buona guida per il futuro. Il sistema welfaristico è cresciuto per servire un modello di modernità industriale. Sta fallendo con i più poveri e può essere a rischio derivante dallo sconvolgimento tecnologico. Necessita già di una revisione radicale»¹¹. Il reddito minimo garantito come misura che protegge chi concretamente è in difficoltà va quindi rafforzato e reso coerente con le dinamiche produttive contemporanee che chiedono non l’ammaestramento disciplinare delle persone (stigmatizzato nelle toccanti immagini di Io, Daniel Blake di Ken Loach) ma la liberazione delle energie creative e inventive di tutti. Per questo deve essere reso incondizionato, nella prospettiva di un’evoluzione verso un vero e proprio reddito di base.

Il reddito minimo garantito, in altri termini, «si configura come punto di partenza e indica le modalità che devono essere prese in considerazione perché si possa giungere all’effettiva tutela di un diritto fondamentale della persona. L’approdo è il reddito di base incondizionato per tutti, o reddito universale, che non esaurisce il diritto a un’esistenza libera e dignitosa ma ne costituisce una componente essenziale: la dimensione istituzionale della cittadinanza»¹². Del resto, come si dirà, non mancano importanti e recenti proposte che cercano di individuare punti di convergenza anche operativa tra i due schemi di protezione.

* * *

Questo volume intende dar conto degli ultimi sviluppi del dibattito sui temi indicati e anche delle esperienze istituzionali innovative che si stanno compiendo in Europa e altrove (mentre in Italia, nonostante alcune proposte presentate in Parlamento che cercano di accorciare la distanza tra il bel Paese e gli altri Stati dell’Unione, si è percorsa da parte del Governo l’indecente strada di un sussidio di povertà, dagli arcaici tratti patriarcali e con forme, pretestuose e ottocentesche, di controllo invasivo).

Nel primo capitolo si ricostruiscono la nuova attenzione al tema del reddito di base e le sue cause; nel secondo si sintetizza, sul piano della storia delle idee, la proposta della garanzia di un minimo vitale (ius existentiae) con un cenno ai contributi più recenti; nel terzo si segue il processo di costituzionalizzazione della misura del reddito minimo garantito e si torna sulla distinzione con il reddito di base nella prospettiva di un percorso unitario di rafforzamento dei diritti della persona. Il successivo capitolo affronta il nesso tra diritto a un reddito minimo e lavoro alla luce della svolta della cosiddetta sharing economy (o economia della condivisione), con il connesso problema delle tutele del lavoro autonomo che opera nelle piattaforme. I due successivi capitoli ricostruiscono rispettivamente la situazione in Italia e in Europa con l’ipotesi, in corso di chiarimento, di un european social pillar lanciata dalla Commissione europea nel 2017. Dopo alcune brevi conclusioni sul che fare chiude il volume un glossario minimo.

Labro, estate 2017

1 Una sintesi di questi eventi produttivi, culturali, sociali si può leggere nel saggio di D. Matthews, A basic income really could end poverty forever, del 20 luglio 2017 sul sito Vox e nel volume Bin-Italia (a cura di), Reddito garantito e innovazione tecnologica. Tra algoritmi e robotica, Asterios, Trieste, 2017.

2 Così B. Steensland, The failed welfare revolution: America’s struggle over guaranteed income policy, University Pricenton Press, Princeton, 2017.

3 P. Van Parijs, Un jour, nous nous demanderons comment nous avons pu vivre sans revenu universel de base, in Le Temps, 18 febbraio 2016.

4 Per una lettura non banale della conquistata egemonia delle scuole neoliberiste (tra loro in verità piuttosto diverse) e delle sue radici antropologiche profonde, nonché della sua attuale crisi, cfr. M. De Carolis, Il rovescio della libertà. Tramonto del neoliberalismo e disagio della civiltà, Quodlibet, Macerata, 2017.

5 M. Walzer, filosofo politico statunitense di parte democratica, rileggendo i testi biblici, individua nella fuga in Egitto il modello di una sottrazione non violenta al dominio politico che mira non a impadronirsi del potere ma a costruire comunitariamente, nel viaggio, un altro ordine (Esodo e rivoluzione, Feltrinelli, Milano, 1984). Parla di un esodo del capitale dalla società del lavoro, da accettare ribaltandone il significato, anche André Gorz, secondo cui «occorre che il lavoro perda la sua centralità nella coscienza, nel pensiero, nell’immaginazione di tutti: bisogna imparare a guardarlo con occhi diversi; non pensarlo più come ciò che si ha o non si ha, ma come ciò che facciamo. Bisogna osare volere riappropriarci del lavoro» (Miserie del presente, ricchezza del possibile, manifestolibri, Roma, 1998, p. 9).

6 Come noto la prima rivoluzione viene individuata dall’introduzione del telaio a vapore, la seconda dall’elettrificazione, la terza dalla digitalizzazione dei processi produttivi, quella in corso dall’utilizzazione massiccia di macchine intelligenti e connesse a Internet. Si intitola proprio La quarta rivoluzione industriale (Franco Angeli, Milano, 2016) il best seller di K. Schwab, autorevole presidente del World Economic Forum e sostenitore del reddito di base. Secondo altre ricostruzioni, come quella dell’Economist, quella sotto i nostri occhi sarebbe la terza rivoluzione che integrerebbe le caratteristiche delle ultime due portando a compimento le virtualità della rete combinate con i primi risultati degli studi

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