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Vangeli Scomodi

Vangeli Scomodi

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Vangeli Scomodi

valutazioni:
4/5 (2 valutazioni)
Lunghezza:
393 pagine
5 ore
Pubblicato:
22 nov 2017
ISBN:
9788827521243
Formato:
Libro

Descrizione

Trentuno edizioni in italiano, tradotto in venti lingue, il successo di questo libro non lo ha decretato né la critica né la pubblicità, né la moda. È frutto delle centinaia di migliaia di lettori, sparsi in tutto il mondo, i quali, dopo averlo letto, hanno scoperto che impostare diversamente la propria vita è possibile. E che la gioia nasce dall'esperienza del "più difficile", e comunque non si trova sul versante della comodità. Un libro coraggioso e che invita al coraggio. Ci vuole coraggio, infatti, ad affrontare un Vangelo scomodo, irritante, esigente e insolito. Perché non tentare?
Pubblicato:
22 nov 2017
ISBN:
9788827521243
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Vangeli Scomodi - Alessandro Pronzato

Vangeli scomodi

A mia madre

a mio padre

primi maestri

che mi hanno fatto comprendere

con i fatti

che tutto il Vangelo

è terribilmente scomodo

Dello stesso Autore presso le nostre edizioni:

Alessandro Pronzato

Invieremo volentieri

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a quanti ce ne faranno richiesta

Scrivere a:

Piero Gribaudi Editore srl

Via C. Baroni, 190

20142 Milano

Tel. 02-89302244 – Fax 02-89302376

www.gribaudi.it

e-mail: info@gribaudi.it

Alessandro Pronzato

vangeli

scomodi

Le pagine più inquietanti

che il Vaticano II

ci invita a riscoprire

Presentazione di

Monsignor Gianfranco Ravasi

Gribaudi

Proprietà letteraria riservata

© 2007 by Piero Gribaudi Editore srl

20142 Milano – Via C. Baroni, 190

ISBN 978-88-7152-904-2

Prima edizione: ottobre 1967

Trentesima edizione: settembre 2007

e-book: gennaio 2012

Copertina di Ideaesse

Fotocomposizione, stampa ed e-book:

Grafiche VD srl – Città di Castello (Pg)

Quarant’anni dopo

In occasione dei quarant’anni di vita (e non li dimostra, è il caso dire...) di Vangeli scomodi – diventato così un long seller – abbiamo voluto offrire ai lettori di Alessandro Pronzato la riproduzione anastatica della prima edizione, mantenendo rigorosamente la forma originale.

Il libro, infatti, giunto felicemente alla 30° edizione, ha subìto rifacimenti, aggiunte a anche... sottrazioni, ed è apparso in vesti assai variate.

Abbiamo pensato, quindi, di fare cosa gradita all’autore e al suo vasto pubblico tornare al testo primitivo – ormai introvabile –, mantenendone anche le caratteristiche grafiche (don Sandro, infatti, nel 1967, dopo aver scritto a mano come fa ancora oggi, trasferiva poi la materia picchiando sui tasti della gloriosa Olivetti Lettera 22, la quale, ovviamente, non offriva le stesse prestazioni dei computer odierni), nonché la traduzione più comune a quel tempo dei brani evangelici (la versione della CEI era ancora di là da venire).

È, quindi, con un senso di legittimo orgoglio che ripresentiamo questo volume che ha attraversato quattro decenni mantenendo intatte la sua freschezza e originalità, e apparendo ancor oggi di stupefacente attualità.

Non possiamo nascondere il nostro compiacimento per il fatto che questa edizione giubilare abbia una presentazione di assoluto prestigio dovuta alla penna di mons. Gianfranco Ravasi, che si è collegato idealmente alle pagine scritte dal comune amico Luigi Santucci, il quale, quarant’anni fa salutava l’ancora pressoché sconosciuto al grosso pubblico Alessandro Pronzato quale castigamatti ma anche scrittore di razza.

Gli Editori

Presentazione

alla nuova edizione

Molti cristiani sarebbero capaci di accomodarsi anche sotto la croce di Cristo per vedere lo spettacolo. Questa battuta attribuita allo scrittore francese Georges Bernanos registra, sia pure in modo paradossale, un’esperienza innegabile. Siamo spesso di fronte, nella società contemporanea, non tanto a un rigetto veemente della figura di Cristo alla maniera di Henry Miller, autore scandaloso americano che si faceva incidere una croce sotto la suola delle scarpe per calpestarla costantemente, quanto piuttosto a una rimozione, a una dissoluzione nel vago, alla riduzione del Vangelo a un’eco da sottofondo, come una certa musica, usata a mo’ di tappeto sonoro, ascoltando la quale tu continui a dedicarti ad altro.

Un cristianesimo, quindi, reso inoffensivo, cloroformizzato o, al massimo, assunto – come in un ristorante dello spirito – à la carte, cioè scegliendo le offerte più convenienti. La luce è stata attenuata perché non rechi troppo disturbo, il sale è stato neutralizzato con soluzioni di buonsenso, le polveri bagnate, la Parola resa innocua, i paradossi evangelici disinnescati. A descrivere questa situazione era quarant’anni fa don Alessandro Pronzato in un libro che ora avete di nuovo tra le mani, in un’ennesima nuova edizione (la trentesima per la precisione) e dopo traduzioni straniere che hanno spaziato dallo spagnolo al giapponese. La sua era una sfida elementare eppure ardua: cercare di spettinare la compassata abitudine dei fedeli, la monotonia della predicazione simile alla spada di Carlo Magno, lunga e piatta (come ironizzava Voltaire), la melassa consolatoria delle devozioni distaccate dall’impegno nella piazza della città, ma anche l’indifferenza dei laici, sdegnosi di tutto ciò che sa di incenso.

Pronzato aveva pescato proprio l’aggettivo scomodi, antitetico rispetto al verbo presente nella frase sopra citata di Bernanos, accomodarsi. Significativa, al riguardo, è ancora una volta l’etimologia delle parole: comodo deriva dal latino cum, con, e modus, modo, e designa ciò che è conforme alla misura, alla convenienza, al vantaggio, anche nel realismo più quotidiano (come ci insegnano il comodino e persino l’obsoleta comoda). È, dunque, la celebrazione di tutto ciò che è confortevole, scontato, abitudinario, tranquillo, che non agita, non tormenta, non inquieta, non pone interrogativi. Ebbene, il Vangelo è, invece, prima di tutto una spina conficcata nel nostro star bene, è la spada che è venuta a dividere non solo le modeste consuetudini familiari ma anche pelle, carne, ossa e midolla della persona, è la frusta impugnata contro i mercanti. La pace che esso dona nasce paradossalmente da una veglia tesa e fremente.

A quarant’anni di distanza la scomodità dei Vangeli illustrata da don Sandro dev’essere ancor più sottolineata perché la fede dei cristiani oscilla oggi tra il violetto gelido di una generica spiritualità insapore e il rosso acceso di un’eccitazione artificiosa e furiosa contro un mondo ormai secolarizzato. Ciò che manca in questo spettro cromatico è, invece, la candida, vigorosa e autentica testimonianza del Vangelo nella sua verità di sale (e non di miele), di luce ardente (e non di fuoco devastante). Le pagine che seguiranno raccolgono una cinquantina di testi evangelici e li presentano nella loro nudità provocante, attraverso un dettato essenziale e incisivo: è curioso che il linguaggio di Pronzato, a distanza di anni, crei l’impressione di essere quello di oggi nella sua nitida espressività, nella semplicità del fraseggio, nel folgorare delle immagini. Dopo tutto, lo stesso stile evangelico non è mai enfatico o retorico ma corre diritto alla coscienza e alle cose della vita.

Fin dalla prima pagina ci si accorge dello spaesamento a cui saremo costretti, alla scomodità della via stretta, erta e irta di sassi: infatti, imparare la tristezza del Natale è tutt’altro che facile per chi è convinto che quella festa abbia come sottofondo gli schiocchi dei tappi di champagne o le nenie delle zampogne e sia illuminata dal neon delle vetrine e dalle stelline della pubblicità. A chi negli affari e nelle relazioni umane preferisce bazzicare con Machiavelli piuttosto che accettare semplicemente il Vangelo risulta arduo seguire il Discorso della Montagna. All’astuto e sospettoso uomo contemporaneo suona strano considerare l’infanzia come massimo della maturità, con la sua fiducia, innocenza e semplicità. A chi con solennità cerca un volto di Dio alto e glorioso non pare logico scoprire che in realtà egli ha un viso troppo noto, ossia quello del povero, del bambino, del collega, della cuoca, del barbone che dorme sotto i ponti, del disoccupato, del marito, della sposa, del superiore, della donna delle pulizie, del forestiero, del malato, dell’individuo male in arnese, del carcerato....

E ancora, chi ha il prurito dei miracoli, e che ama quindi una religione dell’eccezionale, del clamore, si trova sconcertato quando scopre che Gesù li compie non tanto per ottenere una folla di adepti, come una star dello spettacolo, ma li opera in disparte "riconsegnandoci come normali gli esclusi, i condannati". È per questo che, se deve moltiplicare qualcosa, non punta agli ori o ai gioielli o al caviale, ma al pane, così da costringerci a ritrovare la sua presenza non nei beni tutelati in scrigni, neppure nei libri o nell’immensità dei cieli, bensì a una tavola nell’atto di spezzare il pane. Il suo è un costante appello all’adesione libera e personale, non all’adorazione atterrita o magniloquente: persino sulla croce – come notava Dostoevskij – non raccoglie l’invito a staccarsi dai chiodi per mostrare che è l’Onnipotente, proprio perché egli non ha sete di fede fondata sul prodigio ma di amore libero e sincero.

Potremmo continuare a disegnare l’intera trama delle parole evangeliche scomode che Pronzato offre nella loro nudità, detestando artificiosità, ipocrisia e ambiguità, ma sarebbe una pedante elencazione che non rende ragione della freschezza, ma anche dell’aspra intensità dei suoi commenti. Solo un ultimo esempio, aprendo a caso il libro che tra poco seguirete passo per passo in un pellegrinaggio testuale impegnativo eppur esaltante. Ecco come è commentato l’appello evangelico a non giudicare per non essere giudicati: I miei giudizi, le mie sentenze di condanna sono un materiale prezioso. Dio lo conserva gelosamente. Tiene tutto registrato. Un giorno me lo farà ascoltare quel nastro. Tutto giusto, tutto perfetto, tutto legale. E il condannato sarò io. C’è stata una semplice sostituzione di bersaglio. L’ho voluto io, del resto.

Nel 1967, a stendere la presentazione alla prima edizione di quel libro era uno scrittore caro a me e a don Sandro, Luigi Santucci. Il filo dell’amicizia idealmente continua attraverso queste mie parole, così come nelle pagine del libro occhieggeranno altre presenze amiche all’autore, anche attraverso le letture di scrittori a prima vista lontani dai Vangeli ma segretamente attirati proprio dalla loro scomodità (penso, ad esempio, a Quasimodo, Brecht, Camus). Vorrei, allora, concludere questa premessa evocando una duplice testimonianza amicale, sicuramente cara anche a don Sandro. Entrambe le citazioni illustrano la finalità ultima di questo libro, la sua ansia di riportarci al cuore del Vangelo, alla forza dirompente del messaggio di Cristo, venuto a salvare non a coccolare. E che la sua parola fosse tutt’altro che inoffensiva lo attesta quello sperone roccioso gerosolimitano che porta il nome di Golgota, striato dal suo sangue (è impossibile portare la fiaccola della verità in mezzo alla folla senza bruciare qua e là una barba o una parrucca, diceva il tedesco Georg Lichtenberg). Il cristianesimo non può stingersi in una religiosità alla New Age che fonde messaggio e massaggio, yoga e yogurt in un generico fitness dell’anima.

Ora, uno scrittore caro a Pronzato e a me, Mario Pomilio, nel suo Quinto evangelio (1975) osservava che Cristo ci ha collocato di fronte al mistero, ci ha posti definitivamente nella situazione dei suoi discepoli di fronte alla domanda: Ma voi, chi dite che io sia?. Ecco, anche noi, come in quel giorno alle sorgenti del Giordano, nel territorio di Cesarea di Filippo, sentiamo serpeggiare un interrogativo ineludibile a cui bisogna dare una risposta netta, errata o esatta che sia: Hymeis de tina me leghete einai? Ma voi chi dite che io sia? (Mt 16, 15). È vano guardare altrove o baloccarci con frasi devozionali. Cristo è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione perché siano svelati i pensieri di molti cuori (Lc 2, 34-35). Questa presenza inquietante ma salvifica ha il suo apice proprio sulla vetta del Calvario, quando Cristo rivela in pienezza lo scandalo della croce, l’assoluta scomodità scelta dal Figlio di Dio per essere veramente uno di noi, nella carne dell’umanità.

E a quel vertice ci conduce l’altra testimonianza; è di un amico molto vicino a me e a don Sandro, padre David M. Turoldo, che cantava quell’istante supremo, – scandaloso e scomodo – di Cristo nei versi famosi dei Canti ultimi (1991): No, credere a Pasqua non è / giusta fede: /troppo bello sei a Pasqua! / Fede vera / è al venerdì santo / quando Tu non c’eri / lassù! Quando non una eco / risponde / al suo alto grido / e a stento il Nulla / dà forma / alla tua assenza. Certo, l’alba della Pasqua è alle porte; ma essa non elide il tragico silenzio di quel pomeriggio, simile al terribile mutismo del Dio di un Abramo in marcia verso la cima del Moria. Eppure è questo il Dio che salva rispetto a ogni idolo d’oro brillante e affascinante, così come sono le parole dure ed esigenti che scendono dal Sinai o dal Monte delle Beatitudini ad essere veramente liberatrici.

Gianfranco Ravasi

Presentazione

Nei nostri tempi, vedi caso, noi ci compiaciamo degli aspetti crudi, inesorabili, spietati della realtà; dei sapori amari e «cattivi». Ci piace, sappiamo, essere dei «duri». Ma il Vangelo lo vogliamo dolce. La «parola di Dio», ancora e sempre, ci piace melodiosa e ovattata come una berceuse. Per cullarci in un tutto profano sapore; per lasciarci restare, compiaciutamente, quelli che siamo.

Come abbiamo ridotto il Vangelo noi qualunquisti dello spirito? «La luce è stata attenuata perché non rechi troppo disturbo, il sale è stato neutralizzato con soluzioni di buonsenso, le polveri bagnate, la Parola resa innocua, i paradossi evangelici disinnescati. Il lievito si è trasformato in vaniglia. Bisogna riscoprire il cristianesimo nella sua fase di rottura. Occorre riprendere, a costo di scottarci le dita, i suoi paradossi. Ossia: perdere per guadagnare, morire per vivere, soffrire per godere, rinunciare ad avere per essere». Un Vangelo senza vaniglia ha sfornato qui per noi questo giovane, ormai popolare (penso al recente successo, in Italia e all’estero, del suo ...Ma io vi dico), «scomodo» scrittore religioso che si chiama Alessandro Pronzato. Uno scrittore, questo è fuori dubbio, che si fa leggere, anche se a sentircelo così spesso attaccato coi denti ai polpacci, talvolta ce ne libereremmo volentieri prendendolo a calci. Si fa leggere, perché – pur appartenendo alla maledetta stirpe dei moralisti – si esprime senza prosopopee, senza fumosità uggiose: ha il dono dell’immagine icastica, della metafora ben didascalica. «Di fronte alla Parola, invece di preparare gli umori necessari per assecondare la sua dirompente forza vitale, teniamo pronti gli ingredienti, gli enzimi che la ammorbidiscano, che la rendano innocua, facilmente digeribile per il nostro stomaco delicato». E a questo punto della presentazione credo sia già abbastanza chiaro che cosa dica questo libro, perché s’intitoli Vangeli scomodi, che cosa voglia da noi.

Un libro dunque castigamatti? Un libro «nemico» del lettore, del suo farisaismo e del suo filisteismo: di quella borghese pinguedine che fascia ciascuno di noi che – come dice Pronzato – facciamo i cristiani ma cristiani non siamo? Diciamo di sì. E non siamo per nulla preoccupati, così presentando il volume di comprometterne l’esito; di alienargli l’interesse, la curiosità, la volontà di comprarlo, da parte del pubblico. No, questo pericolo non lo vedrei. La gente oggi ama farsi strapazzare. La nostra ilare borghesia accorre, anzi, agli spettacoli dove si «sfottono» la sua mentalità e i suoi costumi. Una sorta di beato masochismo. Il rischio, semmai, sarà ben altro: cioè che il lettore, battendo le mani anche a questo libro di «don Sandro» (pourquoi pas?) non si riconosca più che tanto nel «grande imputato» che è il fariseo-cristiano-medio contro cui se la prende l’Autore. Oppure, riconosciutosi, dedichi a questo «mattatore» la lagrimuccia o il sorriso che dalla poltrona si dedica a un palcoscenico: strizzato l’occhio al suo brillante parodista, se ne torni a casa, per niente «scomodato». Sarebbe il più grosso e irreparabile fallimento di queste quattrocento pagine.

I castigamatti del cristianesimo non sono nati, diciamolo subito, con Alessandro Pronzato e con questi Vangeli scomodi. Da Tertulliano ai «cattolici belva» del primo ’900 francese, da Bossuet a Papini e Giuliotti, da don Mazzolari a Vivarelli, a Paoli, a Milani, c’è addirittura il pericolo d’una moda, su questa direzione; d’una speculazione editoriale, perfino d’una retorica dell’esegesi dura e ringhiosa. Perciò ogni castigamatti, per prendere in mano la frusta e darsi il diritto di mettere in circolazione libri come questo, deve, a sua volta, essere in regola con le proprie carte.

Il castigamatti potrà non essere santo, ma ha il dovere – irrinunciabile se si fa orco – d’essere simpatico. E c’è un solo vero modo per essere simpatici, strapazzando la gente: quello di svelarsi innamorati; innamorati sul serio di ciò che difendiamo (qui Cristo e il suo Vangelo) e anche di coloro contro cui ce la prendiamo (qui i cristiani «alla vaniglia»). Io trovo una carica d’amore – giovanile, furioso e patetico – in questo don Sandro, che gli dà la licenza di caccia perché spari a vista contro tutto ciò che fa schermo tra la verità salvatrice del Vangelo e la gaglioffa pigrizia delle anime. Ed è il suo, al traguardo, un amore ottimista e incoraggiante. «Non dobbiamo lasciarci scoraggiare dalla miseria che ci circonda. È vero. Ci sono tanti mediocri, tanti furbi, tanti vili, tanti cattivi. Ma la loro condizione, troppo spesso, è determinata dal fatto che nessuno li ha mai amati per davvero. Non hanno avuto la loro quota di amore, cui avevano diritto. Sono piccoli perché la mancanza di amore ha impedito loro di crescere». «Si dice comunemente che l’amore è cieco. In realtà, è l’unico che veda benissimo, perché scopre cose che sfuggono a uno sguardo indifferente; riesce a vedere bellezze e ricchezze là dove gli altri non trovano che oscurità e fango». Ed ecco la pagina, la figura di Giuda capovolta pietosamente, se non nel positivo, in una prospettiva che sposta l’asse sulla nostra responsabilità di «traditori» nel mancato amore. «Ritengo, piuttosto, che nel cuore di ciascuno di essi (gli Apostoli) doveva rimanere, fastidioso, inestirpabile, un rimorso: Giuda tradiva perché loro l’avevano tradito. Il collega era, ad un tempo, traditore e tradito. Giovanni riferisce un fatto agghiacciante: Satana entrò in Giuda. L’occupazione turpe da parte di Satana è possibile perché Giuda è ormai disabitato. Ma è lecito un sospetto: il traditore non era per caso disabitato dall’amore dei suoi compagni? Se il cuore di Giuda fosse stato costantemente vigilato, tenacemente aggredito dall’amore degli altri Apostoli, sarebbe stato possibile a Satana prenderne possesso? Il demonio ha via libera soltanto quando l’amore si rende disertore». Che non è capovolgimento per vacua smaniosità di paradossi, ma rimeditazione audace, profonda e libera...

Il castigamatti dovrà, per farsi dar retta, sentirsi e dichiararsi il primo dei matti da castigare: e non per unzione e falsa umiltà. «Ci vogliamo convincere che il mondo andrà meglio quando ci sentiremo non diversi dagli altri e neppure uguali agli altri, ma peggiori degli altri?». E più avanti, a proposito del nostro vizio di distrarci (o giustificarci) quando il prossimo ha bisogno estemporaneamente di noi: «Di là c’è quell’uomo che aspetta. È venuto per la pratica che Lei sa. Dice che il padrone di fabbrica...».

«Proprio oggi doveva capitare, lo scocciatore! Digli che non ho tempo, ritorni domani. Devo scrivere i Vangeli scomodi. È una cosa importante».

Perché – terzo alibi del castigamatti – egli non dovrà prendersi sul serio come maestro e profeta. Guai a lui se sarà arcigno. E questi Vangeli scomodi non sono mai, almeno nel piglio e nel linguaggio, vangeli arcigni. Qualche volta c’è dentro una santa rabbia, ma non mai pedanteria, cattedratismo apodittico.

C’è talora la soluzione sarcastica e amena. Ecco il fariseo della parabola che – nella sua albagia compiaciuta – riesce a essere anche «l’uomo del torcicollo», a furia di sbirciare, per confrontarsi a lui, il pubblicano che si è fermato a distanza in fondo alla chiesa.

0 quella maliziosa e polemica, a proposito del «buon ladrone», primo santo canonizzato e pur rimasto senza una sua festa liturgica. «Probabilmente si è voluto evitare di mettere a disagio certi panegiristi. Come se la sarebbero sfangata con questo santo così poco edificante? E i buoni parrocchiani avrebbero accettato come modello un tipo così poco raccomandabile, entrato a far parte del numero dei nostri soltanto negli ultimi cinque minuti della sua esistenza burrascosa, e poi – non dimentichiamolo –attraverso la porta di servizio lasciata aperta dal Cristo in un momento – date le circostanze – di comprensibile debolezza? Insomma. Un personaggio scomodo, non troppo raccomandabile, neppure dopo la morte. Quindi, niente festa per lui. Intendiamoci. Non è che lui ci soffra per queste sgarberie dei liturgisti. Resta pur sempre l’unico santo canonizzato direttamente dal Cristo: In verità ti dico: oggi sarai con me nel paradiso».

E a proposito di guerra e moralismo: «Intanto il sangue continua a scorrere. Mentre certi teologi, che hanno compilato un regolamento completo a proposito delle sottane, non hanno ancora trovato tempo di compilarne uno altrettanto esauriente che metta in crisi la violenza».

Ma fuori di tali registri giocosi, opportuni per allentare la pressione di questo Autore che rimane, in tutta lealtà, un moralista, don Sandro possiede e spende quelli più drammatici e sempre incalzanti dell’appello al cristiano, dell’invito all’esame di coscienza. Su una vastissima problematica.

Ecco, a proposito di ricchi e ricchezza, la situazione del facoltoso che si serve del povero come strumento. «Strumento per guadagnare il paradiso. In tal caso il ricco ha bisogno del povero per fargli l’elemosina. Ma ha bisogno che il povero rimanga tale (non pensa a promuoverlo). Diversamente, come potrebbe fare l’elemosina? E come gli sarebbe possibile sentirsi la coscienza tranquilla?». «La salvezza del ricco consiste, fondamentalmente, nel dovere della furbizia. Ossia scoprire che le chiavi del paradiso sono nelle mani del povero. Deve chiedere al povero il permesso di entrare». «Ho sempre trovato strano che i nostri testamenti comincino con la formula: lascio.... Sarebbe più esatto: Sono costretto a lasciare.... Zaccheo, invece, lascia spontaneamente la metà dei suoi beni ai poveri. Senza che nessuno glielo imponga. Senza esservi obbligato dalla paura della morte imminente. Subito si libera della zavorra. Subito restituisce. Tutto ciò che si dà ai poveri non è che una doverosa restituzione. Comprende che il troppo avere gli impedisce di essere. Prova vergogna ad essere felice da solo».

E sul tema del peccato: «Non possiamo accontentarci di parlare della bruttezza del peccato. Nessuno commette il peccato soltanto per fare il male, ma perché scopre un bene, una bellezza sia pure minuscola, sia pure parziale, nel peccato. Non si tratta tanto di insistere sulla bruttezza del peccato (cui pochi credono) quanto di manifestare, con la vita, la bellezza della grazia». Per additare poi, sempre in tema di colpe, quella che egli vede come «il peccato capitale di certe educazioni cristiane»: «Forse il peccato capitale di certe educazioni cristiane è proprio questo: abbiamo insegnato agli uomini ciò che dovevano fare e ci siamo dimenticati di dire loro ciò che erano (...). Abbiamo scelto la soluzione più comoda. Perché è facile dire ad un individuo: fai questo, non far quello, guai se ti comporti così. Difficile invece rivelargli la sua identità, aiutarlo a scoprire la propria dignità, libertà, responsabilità». Giacché nel rapporto con l’altro, se è vero che «ognuno è custode del proprio fratello»... «non deve essere il poliziotto del proprio fratello. Che ne spia ogni mossa, ne studia tutti i movimenti, ne interpreta (quasi sempre male) tutte le intenzioni. Crediamo, poi, che per mettere sulla buona strada una persona, basti toglierle accuratamente tutte le occasioni di male, restringerle ostinatamente tutti gli spazi della libertà, tenerla ostinatamente sotto controllo. Dobbiamo essere testimoni, non poliziotti. Compagni di viaggio, non giudici. Amici, non spie».

Fra le «scomodità» cui il Vangelo chiama il cristiano, Pronzato mette in evidenza – nella sua sempre sottesa polemica contro i teoreti a favore dei realizzatori – il nostro impegno a farci operai della verità: «Nel Vangelo sbuca sempre fuori un fare, anche quando non ce lo saremmo aspettato. Chi fa la verità viene alla luce. Confessiamolo. Sarebbe stato più comodo: "Chi contempla la verità oppure Chi custodisce la verità o anche Chi difende la verità. Invece Chi fa la verità.... Soltanto gli operai della verità, non gli specialisti del sì", vengono alla luce».

E quante felici annotazioni su Cristo: guardato, nel clima del libro, come l’Uomo adorabilmente «scomodo», se – dispensatore del Dono per eccellenza – non si stancò tuttavia di chiedere, quando fu vivo e a noi che oggi siamo vivi, inesauribili cose: «Strano. Il Cristo è venuto sulla terra per recarci la salvezza. Anzi, si è fatto Dono. Eppure continua a chiedere qualcosa. Prima di nascere, chiede un a sua Mamma. Chiede un posto all’albergo. Al Battista chiede il battesimo. A Pietro e Giovanni e gli altri chiede di seguirlo. A Levi un posto a tavola. E poi un asino per l’ingresso trionfale a Gerusalemme. Una stanza per la Pasqua. Agli apostoli prediletti chiede un’ora di sonno. E anche il suo grido sulla croce, ho sete, è una richiesta. Dopo la risurrezione, agli apostoli chiede da mangiare. Alla Samaritana chiede un po’ d’acqua. Si è fatto realmente l’ultimo. Perciò ha bisogno di tutti. E tutti possono dargli qualcosa».

I Vangeli scomodi è superfluo l’anticiparlo – un libro «protestatario». Il libro di un anarchico e di un ribelle nella chiave della più genuina ortodossia evangelica. Sfido gli antropofaghi benpensanti della più bigotta censura a trovare in castagna (Vangelo naturalmente alla mano) questo giovane prete scrittore. Egli si batte contro quello che chiama il «disordine costituito» e contro le sue subdole, catastrofiche conseguenze. Si legga il capitolo Vietato applaudire i profeti. Si legga quello, aspro e accorato, sulla guerra: L’uomo è un gorilla col fucile? «La nostra civiltà è in grado di assicurare all’umanità qualche decina di migliaia di megatoni. Ma non è in grado di garantire a tutti il pane quotidiano, di regalare ad ogni uomo le 2700 calorie giornaliere indispensabili. La nostra civiltà ci consegna un pacchetto contenente venti tonnellate di tritolo (molto più del necessario...). Ma, ogni anno, spedisce a trenta milioni di uomini un biglietto con la loro condanna a morte. Per fame» (una citazione, fra le tante che si affollano su questo tema). E l’altro capitolo Lo conoscevano. Per questo non l’hanno riconosciuto, dove tutti ci sentiamo scoperti e inquietati come ripudiatori di Cristo, come «vittime dello stesso equivoco». E ancora Duemila porci sulla bilancia, in cui l’episodio di Gerasa è interpretato con originale e spiritoso acume. O le variazioni estemporanee sul sonno in Signore, insegnami a dormire.

Per chi siano scomode queste pagine di Alessandro Pronzato è dunque sicuramente chiaro, già a questo punto della mia presentazione così copiosa di anticipazioni. Per i cristiani torpidi, o arroganti, od ottusamente soddisfatti di quel mini-Vangelo ad usum Delphini che ruminano e praticano. Per il «figlio maggiore» della parabola del Prodigo, o per gli operai borbottoni dell’ora prima, o per il sacerdote ed il levita che, di fronte all’uomo agonizzante, hanno tirato dritto (tutte figure ampiamente svolte, e prese di petto, nei rispettivi capitoli).

Ma direi che, al limite, questo libro rischia di riuscire scomodo (ed è questo il suo risvolto più consolante e suggestivo) anche per certa gente dell’altra sponda. Taluni autentici galantuomini non praticanti e sedicenti atei, voglio dire, potrebbero vedersi svelare da questa lettura che essi già si trovano, quasi loro malgrado, nell’orbita misteriosa del cristianesimo. Se io fossi un «lontano», in altre parole (uno che da generazioni ha voltato le spalle alla Chiesa e non s’impiccia di Vangelo), questo libro di don Sandro mi metterebbe in corpo dei forti dubbi che per avventura io già non sia inquilino, a mia insaputa, nella Casa. In quella Casa che, secondo una felice immagine dell’Autore, non deve essere che «la prova generale del Paradiso». E tale scoperta potrebbe riuscire curiosamente scomoda per certi «atei non praticanti», ad usare un’espressione ricca di

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