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Il bacio di un dio

Il bacio di un dio

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Il bacio di un dio

Lunghezza:
457 pagine
5 ore
Pubblicato:
Nov 10, 2017
ISBN:
9788893691253
Formato:
Libro

Descrizione

OGNI STORIA RACCHIUDE UNA FORMULA CAPACE D’INVERTIRE LA FRECCIA DEL TEMPO. UN BACIO È SOLO L’INIZIO. La realtà non è solo quella visibile: dietro alla struttura tangibile degli oggetti, al di là della luce che ci permette di vedere solo la superficie delle cose, la materia nasconde aspetti sorprendenti, e obbedisce a leggi quasi incredibili. La fisica dell’infinitamente piccolo svela i meccanismi che condizionano le azioni e le scelte dei personaggi di questa storia, tormentati dalla necessità di dover scegliere tra Amore e Paura. Ammesso che una scelta, alla fine, sia possibile.
Pubblicato:
Nov 10, 2017
ISBN:
9788893691253
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Il bacio di un dio - Andreina Coscarelli

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Avvertenza dell’autrice

Questo è un romanzo di scienza di confine, riassumibile in una semplice domanda: ti piacerebbe poter tornare indietro? Sapresti cosa cambiare del tuo passato? Una parola sbagliata, un gesto impulsivo? Una decisione che ora, dopo tanto tempo, non prenderesti più. Le cose sarebbero andate diversamente forse. Sì, perché gli eventi sono conseguenza di azioni, e si può dire che nulla accade per caso. Ogni singolo evento si pone su una linea cronologica precisa, lungo la quale un processo inevitabile di azione e reazione dà vita a tutte le situazioni e concretizza un certo tipo di futuro.

Ma, com’è stato ormai dimostrato, il tempo ha natura elastica: è teoricamente possibile modificare la curva dello spazio-tempo, per cui è verosimile che alcuni eventi risultino sfasati, ovvero che si siano già verificati e debbano ancora accadere al tempo stesso. Qualcosa che stride fortemente con le regole della logica, ma che trova spiegazione nell’infinitamente piccolo, lì dove la fisica classica cede la certezza dei suoi principi, finanche dei suoi assiomi, a una metodologia diversa, bizzarra, affascinante.

Allora perché non sospettare che i molti mondi ipotizzati da Hugh Everett III si nascondano effettivamente dietro alla struttura grezza della materia, a quella cioè che i nostri sensi sono capaci di percepire, senza riuscire invece a intuirne la struttura fine? Se fosse possibile ampliare le facoltà sensoriali forse sarebbe più facile capire, forse un orizzonte completamente nuovo e infinitamente più complesso si aprirebbe di fronte a noi. E forse sarebbe possibile rivivere frazioni di tempo che credevamo fossero già accadute, ma che è anche probabile che si debbano ancora verificare. Quello che fa la differenza, che decide la reale esistenza di un fatto, va cercato quindi nella coscienza di chi osserva il fatto stesso: esso si verifica solo nel momento in cui l’osservatore lo vede. Quello che capita quando si parla di premonizioni.

Ma che c’entrano i sentimenti con tutto questo?

Molto più di quello che potrebbe sembrare. Esistono legami che creano una trama fitta di collegamenti tra due persone, e l’energia che vi scorre attraverso è talmente intensa da riuscire a interferire con il tessuto stesso della materia. Sono definiti entanglement.

È da qui che inizia questa storia.

Un uomo, colpito da circostanze estreme, si accorge che la realtà è molto più vasta di quella normalmente visibile e misurabile; capisce che il tempo è un fattore modificabile, e che gli eventi si pongono lungo una linea circolare, capace di porre in relazione gli stessi, indipendentemente da ciò che per convenzione viene chiamato passato, presente e futuro. La tentazione di poter rifare tutto, di poter ripetere e modificare un momento già vissuto, diventa irresistibile. E anche molto pericolosa.

Perché ogni volta che un’azione già compiuta viene ripetuta, doppiata, forse anche alterata, si verifica una forzatura, si creano fratture nella struttura materiale preesistente, si compie comunque un’azione che non potrà restare senza conseguenze.

Ma potrebbe anche essere vero che valga la pena correre dei rischi per salvare dall’oblio, dalla rinuncia, dalla paura, un sentimento profondo. L’amore, ad esempio.

Quale sia la scelta giusta non è possibile sapere, ma la stessa dipenderà solo dal coraggio con il quale ognuno saprà affrontare la Paura.

I

Come tutto iniziò, ma soprattutto quando iniziò, a pensarci adesso Nora non avrebbe saputo dirlo con precisione.

Vero è che il tempo, e l’esperienza che a esso segue, se da un lato aiutano a chiarire le idee e le situazioni, dall’altro lasciano troppe occasioni di riflessione; e riflettere di solito porta a un’eccessiva razionalizzazione, a un’analisi condotta all’esasperazione che, a lungo andare, distrugge la verità, nascondendone i rimasugli sotto a un’immagine artefatta, forzata, fatta di punti slegati l’uno dall’altro.

Allora tornare alla magia dell’intuizione originale, quella che non sbaglia, quella che sa ogni cosa prima di tutto e prima di tutti, diventa difficile. Diventa uno sforzo che non si ha più voglia di fare, per stanchezza, per il senso di sconfitta che comporta ammettere di ritrovarsi di nuovo al punto di partenza.

Questi pensieri creavano un andirivieni continuo nella testa di Nora mentre, alla guida della sua automobile, si recava al lavoro.

Lungo la strada il cielo sfoggiava una limpidezza azzurrina e trasparente, la stagione era ormai fredda, quasi dicembre, ma la luce del sole sembrava voler predire, come per far dispetto, una primavera ancora lontana.

Erano trascorsi parecchi anni, almeno sedici, ma che fossero molti di più, o qualcuno di meno, ora non aveva importanza.

«Si direbbe che l’estate sia quasi finita». Isabel era appena tornata dopo aver trascorso un paio d’ore dal parrucchiere: aveva deciso all’improvviso di coprire le sue ciocche ondulate con un biondo più scuro e decisamente più discreto.

«Già, domani torniamo a casa, quasi quasi ne ho abbastanza del mare...»

«Non dirmi Nora! Stavo iniziando a dubitare di conoscerti bene. È da almeno una settimana che non ti lamenti più per il caldo, la luce, la fiacca, gli insetti, eccetera eccetera...»

Il tono di Isabel era canzonatorio e ironico, come suo solito; a Nora piaceva: lo spirito pratico e allegro dell’amica compensava a meraviglia le sue inclinazioni crepuscolari.

Avevano trascorso un mese insieme. I genitori di Isabel possedevano una piccola casa su una costa del sud Italia, proprio su quella che era chiamata Spiaggia del Corallo, non tanto perché habitat naturale di quella specie di animali, ma piuttosto per il colore caldo che la sabbia dorata assumeva durante il tramonto.

Agosto era prossimo al termine e le due amiche si stavano preparando per tornare in città. Il villaggio, che si trovava poco distante dalla casa dei genitori di Isabel, era piccolo e quasi tutta la popolazione estiva, turisti occasionali ed ex abitanti trasferitisi per lavoro, se ne sarebbe andata prima della fine del mese.

Già negli ultimi due giorni l’atmosfera leggera e rilassata che aveva accolto Nora e Isabel al loro arrivo si era quasi totalmente esaurita. Persino la luce del mattino, e in particolare di quella mattina, era cambiata: nonostante il clima fosse ancora caldo, i riflessi del mare erano più nitidi e le poche nuvole che ogni tanto comparivano nel cielo erano più corpose, e minacciavano di trasformarsi in cumulonembi.

Un lieve brivido increspò la pelle delle braccia di Nora.

«È vero, adesso che me lo dici me ne rendo conto. Dai, è meglio che ci affrettiamo a tornare a casa: ci staranno aspettando per il pranzo e ho una certa fame!»

«Ok! Ma come fai ad avere sempre fame?» Isabel non fece nulla per nascondere la sua tipica espressione imbronciata, a metà tra il disappunto e lo scherzo, fissando l’amica con le mani appoggiate sui fianchi quasi a volerla rimproverare. Nora non poté fare a meno di sorridere, forse anche perché non si aspettava di vederla con quel colore di capelli. Le fece cenno, indicando l’orologio: «Dai, andiamo!»

A casa di Isabel erano in corso i preparativi per la partenza: sui letti c’erano valigie aperte e piene di oggetti di qualsiasi genere, biancheria, vestiti, libri. Tutti i membri della famiglia di Isabel, i genitori Philip e Wanda Zuma, l’anziana nonna Gretel e il fratello minore Greg, avevano sospeso l’attività di riordino per riunirsi attorno al tavolo da pranzo.

«Giusto in tempo» sentenziò il sig. Zuma, mentre portava alla bocca una forchetta colma di spaghetti fumanti.

Isabel e Nora non persero tempo e si unirono subito all’allegria di quel convitto profumato e colmo di aromi speziati; la residenza estiva dei signori Zuma era un ambiente rilassato, pieno di piccole cose sopravvissute al passato di ogni membro della famiglia: c’erano i cappelli che la madre di Isabel usava da giovane, e che ora facevano bella mostra in cima all’armadio dell’ingresso; c’erano poi le pipe del sig. Zuma, che regolarmente dopo ogni pasto venivano passate in rassegna con estrema attenzione; c’erano i giocattoli di Greg, le bambole di Isabel e soprattutto i vecchi libri illustrati che le due amiche avevano letto tante volte assieme, fantasticando su storie di principesse e cavalieri.

C’era infine la grande finestra a tre luci che apriva la vista su un piccolo giardino letteralmente invaso da alberelli e cespugli di rose, tutte del colore del tramonto, con sfumature comprese tra il corallo e il rosa cipria. E al di là del giardino, alla fine della pendenza che portava in paese, la vista si perdeva sulla superficie blu e verde del mare, non potendo fare a meno di rimanerne incantata.

Nora ricordava con precisione quel momento, e le ore che seguirono. Ricordava ogni particolare, come se da allora non fossero trascorsi che pochi giorni.

Aveva un’inaspettata voglia di godersi gli ultimi attimi della vacanza al mare, proprio perché erano gli ultimi, e di osservare il paesaggio cambiare lentamente lungo il viaggio di ritorno. Desiderava tornare a casa, e le capitava di immaginare che quello non sarebbe stato un ritorno, ma piuttosto una partenza.

Ripensando a quello che sarebbe accaduto dopo, si stupì ancora di come a volte il corpo si accorga in anticipo di eventi imminenti, destinati a cambiare il corso della vita. Con gli occhi del tempo è più facile capire certe dinamiche, ma a quell’epoca Nora non avrebbe potuto rendersene conto.

Eppure è così che vanno le cose: una parte della vita si consuma e scorre via tutta tesa a preparare, inconsapevolmente, l’allestimento dello spettacolo che si vorrebbe vivere. Poi, quando arriva il momento di alzare il sipario, proprio in quel momento ci si rende conto che non si è preparati ad affrontare quello che sta per accadere.

Passarono le ore, il pomeriggio iniziò a colorarsi di rosa, e la famiglia Zuma terminò i preparativi per la partenza del giorno successivo.

Quella notte nel cielo sfilarono stelle grandi e luminose, rese ancora più belle dall’assenza della luna: Nora e Isabel si attardarono a contemplarle a lungo, sedute sul patio della piccola casa.

Nessuna di loro due ne vide mai più di simili, in futuro.

Same ol’ road - Dredg - El cielo

II

Il viaggio di ritorno, a bordo dell’automobile famigliare del Sig. Zuma, fu molto piacevole.

Il percorso era lungo, era necessaria quasi un’intera giornata per tornare in città.

Ma questa volta la strada sembrava essersi accorciata, sembrava avere agevolato, in qualche maniera, gli spostamenti della famiglia: niente traffico, condizioni di tempo ottimali, manto stradale liscio come velluto; il veicolo vi scivolava sopra quasi senza rumore.

Verso sera, quando il sole non era ancora tramontato, l’auto lasciava Nora sul marciapiede davanti casa, mentre Isabel le rivolgeva un ultimo saluto avvicinando il viso al finestrino e le sorrideva piegando il capo verso sinistra, come era solita fare.

Entrando a casa Nora avvertì una leggera sensazione di freddo.

L’ingresso dormiva nella penombra, le finestre suggerivano la necessità di aprirsi all’aria della sera. Tra una stanza e l’altra aleggiava l’odore, appena percettibile, della polvere che improvvisamente, come fosse nebbia, si era sollevata a causa del movimento della porta e dei primi passi mossi sul pavimento dopo tanti giorni di immobilità.

I genitori di Nora erano partiti per una vacanza all’estero e sarebbero tornati la settimana successiva.

C’era tutto il tempo per rianimare l’appartamento e recuperare i ritmi della vita di sempre.

Ogni addio è un trauma, ogni ritorno è uno shock.

L’aveva letto da qualche parte, non ricordava in quale contesto, ma le veniva sempre in mente quando tornava a casa dopo un viaggio; c’era una regola alla quale non era capace di sfuggire: vivere il momento del passaggio da una situazione a un’altra con una piccola quantità di inquietudine, con il timore di avere lasciato dall’altra parte qualcosa che non sarebbe mai più tornato e che, una volta attraversato il ponte, se mai si fosse voltata indietro, sarebbe sparito nel crepuscolo, quasi non fosse mai esistito.

Ma, del resto, quello era uno stato d’animo che conosceva bene.

Così Nora iniziò col trascinare la valigia fino alla propria camera, parcheggiandola provvisoriamente nell’angolo dietro alla porta. Aprì le imposte e scostò la finestra per lasciare entrare la brezza serale.

Quindi, con un gesto automatico, accese la radio: non aveva mai sopportato gli ambienti troppo silenziosi, fin da piccola evitava di rimanere per più di dieci minuti in quella che i suoi genitori, ma anche la maggior parte delle persone che conosceva, chiamavano quiete rigenerante.

Persino durante i periodi di studio più intenso, per quanto possibile, cercava di non chiudersi nel silenzio immobile in cui piombava la sua casa durante il giorno, quando suo padre e sua madre erano fuori per lavoro, e preferiva cercare la concentrazione nelle aule scolastiche, piene della presenza di migliaia di studenti e del brusio confuso composto da rumori di ogni sorta.

Subito le note di una canzone che Nora conosceva molto bene si diffusero tra le pareti della stanza e l’animo della ragazza, che dopo il commiato con la famiglia Zuma era entrato in fase calante, ora si sentiva nuovamente più leggero.

Guardò la vecchia sveglia di latta azzurra che ticchettava impassibile a ogni scatto del contasecondi: le 18 e 30. Tutto sommato era ancora presto. La luce che filtrava attraverso le tende era vivace, e la prospettiva di passare la serata da sola, accontentandosi di un panino e della televisione, le pareva indubbiamente terrificante.

Rivolse di nuovo la sua attenzione alla valigia poco prima abbandonata, la aprì e in pochi minuti riordinò ogni cosa al proprio posto. Alzò il volume della radio e decise di riempire la vasca da bagno di acqua quasi bollente: le piaceva sentire il brivido e la successiva sensazione di rilassamento che l’alta temperatura le procurava. Inoltre il vapore che invadeva l’ambiente, trasformandolo per qualche minuto in un piccolo regno di nebbia, era un ottimo rimedio contro la malinconia.

Poco dopo aveva raccolto il coraggio per contattare Isabel e proporle di uscire la sera stessa.

Al telefono l’amica, dopo un secco rifiuto iniziale, si era lasciata convincere senza troppa fatica.

Nora, ripercorrendo con i ricordi quei momenti, rivide il proprio riflesso nello specchio dell’armadio d’ingresso e riuscì ancora a stupirsi dell’immagine che le si presentò davanti.

Aveva deciso di indossare l’abito in pizzo nero, proprio quello che aveva depositato in valigia un mese prima, ma che non aveva mai messo, perché era leggermente in sovrappeso e perché detestava le rotondità che trasparivano dalla stoffa leggera. Eppure quella sera, dopo il bagno, non aveva esitato a cercarlo tra i bagagli che aveva disfatto con impazienza, come a stabilire subito un nuovo ordine nella propria esistenza: il profilo dei fianchi si era visibilmente ridotto, il tessuto scivolava con grazia fino al ginocchio, le spalle sembravano sottili e ancor più bianche in contrasto con il colore notturno dell’abito. Anche il viso aveva una luce diversa, gli occhi scuri erano così luminosi da suggerire a tratti bagliori violacei.

Mentre attraversava la soglia di casa ripensò alle parole della canzone che aveva ascoltato poco prima: Tutto di te è come io voglio essere. Tutto di te risuona di felicità. Ora io non mi accontenterò con meno. Tutto di te mi fa palpitare di invidia. Tutto di te è così facile da amare. Loro ti vegliano dall’alto...

Non si era mai chiesta quale fosse il significato di quelle strofe, anche se spesso le capitava di cantarle tra sé e sé.

Loro ti vegliano dall’alto.

Sobbalzò quando Isabel, per comunicare la propria presenza, toccò due volte il clacson.

«Ciao guastafeste».

Nora fece finta di adombrarsi, mentre prendeva posto sul sedile del passeggero.

«È inutile che fai quella faccia, ero già stesa sul divano: la tv, la cena quasi pronta... Uscire era l’ultimo dei miei pensieri! Vabbè: dove andiamo?»

Poi guardò meglio l’amica: «Però, vestita così mi sa che non ti accontenterai di una pizza e a dormire... Ma che hai fatto? Sembri diversa...»

«Anche tu l’hai notato? Allora non me lo sono immaginato... comunque credo che sia solo perché devo avere perso un paio di chili, non so come sia possibile a dire il vero, ma il vestito adesso non stringe più, guarda!»

«Già» disse Isabel senza troppa convinzione. «Però potevi avvisarmi strega! Guardami: jeans e maglietta da tredicenne. Ok, ok... Fammi almeno decidere dove andare a mangiare».

Era questo che piaceva tanto a Nora: lo spirito perennemente allegro e conciliante di Isabel, l’amica che non avrebbe mai fatto un complimento per invidia, e che comunque non risparmiava i commenti ironici e un po’ bruschi, espressi però sempre con sincero affetto.

Senza nemmeno aspettare una risposta Isabel girò la chiave e si diresse verso il centro.

Cinque minuti dopo parcheggiava l’automobile davanti all’ingresso di un grande bistrot, uno dei ristoranti più frequentati della città, che solitamente a quell’ora era già al completo.

Chiuso per ferie.

Isabel sbuffò: «Accidenti! Adesso non dirmi che hai già pronta un’alternativa».

«A dire il vero, sì». Nora ci aveva pensato ancor prima di uscire da casa, ma non aveva voluto imporsi su Isabel, un po’ per non fare la parte della regina della serata, un po’ perché, e lo sapeva anche senza sentirselo dire, l’idea era un tantino azzardata.

«So che non è molto vicino, ma c’è un piccolo locale a due passi dal confine, dove ogni sera organizzano uno spettacolo o un concerto. Dicono che sia un posto molto suggestivo e frequentato da parecchie persone, si chiama Aurelius».

«Aurelius? Quell’Aurelius?» Isabel la guardava con due occhi sgranati oltre ogni misura. «Ma sei matta! Lo sai quanto ci vuole ad arrivare? I o    v o l e v o    s o l o    a d d o r m e n t a r m i    d a v a n t i    a l l a    t e l e v i s i o n e» scandì come se fosse il titolo di un film tragicomico.

Ormai l’aveva detto, l’ostacolo più grosso era superato. Per cui non ci pensò due volte e risolse definitivamente il programma della serata: «Guido io».

Nora era già scesa dall’automobile e aveva invitato con un gesto perentorio Isabel a spostarsi dalla parte del passeggero. «Vedrai che ci divertiremo. Te lo prometto».

Poco dopo le due ragazze lasciarono la città per immettersi sulla strada che si dirigeva verso il confine, a circa cinquanta chilometri verso nord.

La notte aveva cominciato a oscurare le campagne e i boschi sulle pendenze dei monti: guardando dal finestrino dell’automobile tutto si trasformava lentamente in una macchia nera e dai profili morbidi. La città sfoggiava collane di luci dorate e rossastre che sfumavano in un vapore color rame, man mano che la distanza aumentava.

In poco meno di un’ora Isabel e Nora arrivarono vicino all’ultimo centro abitato prima del confine.

L’Aurelius si trovava alla fine di una piccola strada che, dopo qualche curva e una moderata salita, portava a un largo spiazzo, circondato solo da alberi. Il locale si sviluppava su un unico piano, e vi si accedeva attraverso un patio di legno che ricordava molto alcune case tradizionali della vecchia America, con lo steccato dipinto di bianco e le panchine disposte sotto alle finestre.

Dall’interno giungevano le voci di un certo numero di persone e suoni di strumenti.

Il parcheggio era quasi al completo. Isabel e Nora trovarono posto solo a qualche decina di metri dall’ingresso.

L’aria era tiepida e piacevole. Isabel si guardò attorno e decise subito di optare per un giudizio positivo.

«Te lo concedo Nora, il clima che si respira qui non sembra affatto male. Qualcosa di ben diverso dalla città».

Nora sorrise all’amica, contenta che si stesse finalmente destando dal torpore e dal mutismo un po’ contrariato che aveva mantenuto durante il viaggio, e si diresse con lei verso l’ingresso.

Entrarono. L’atmosfera che le accolse era accattivante: un gran numero di persone riempiva la sala, ma la serata sembrava appena iniziata, e il livello di euforia era indice dell’attesa di qualcosa che stava per arrivare.

Si avvicinò loro una ragazza che le invitò a prendere posto a un tavolo: indossava la maglietta nera dello staff, che mostrava sulla schiena il logo scelto per caratterizzare il locale, una stella a cinque punte racchiusa in un cerchio. Nora e Isabel accettarono il consiglio, e con esso la lista del menu.

«Sai una cosa?» Nora rivolse all’amica un sorriso malizioso che prometteva l’inizio di mille avventure. «Sto morendo di fame!»

Il servizio fu rapido e in non più di mezz’ora Nora e Isabel avevano terminato due enormi piatti di carne e verdure alla griglia, che venivano proposti come specialità di quella sera. Nel frattempo un numero crescente di persone si stava affollando nel locale.

«Ti ricordi quel libro che ci piaceva tanto leggere quando eravamo piccole?» Nora stava fissando l’insegna luminosa che si vedeva attraverso una finestra.

«Quale? Ah sì, quello che parlava del Cavaliere del Lago?» Isabel le sorrise con fare distratto. «Streghe, incantesimi... cose di quel genere insomma? Più o meno... Perché me lo chiedi?»

«Sì, precisamente, il Cavaliere del Lago. Ti ricordi il simbolo che aveva disegnato sullo scudo?»

Adesso la fissava con aria interrogativa.

«Uhm... no. È importante?»

Nora sorrise a quella malcelata ironia: lei era sempre stata affezionata a quel genere di storie, mentre Isabel, più dissacrante e disillusa, si divertiva a sezionare la sua infantilità, e a mischiarne i pezzi come fossero giocattoli per i quali lei era oramai diventata troppo adulta.

«Era identico all’insegna dell’Aurelius. Buffo no? Un banalissimo pentacolo, certo, ma precisamente uguale!»

Isabel scrollò le spalle, evidentemente poco colpita da quella coincidenza. «Se lo dici tu... Vado a ordinare una birra, ne vuoi?»

Nora capitolò. «Certo, ti aspetto».

L’altra si allontanò tra la folla in direzione del bar, guardandosi attentamente intorno, e sparì.

Nora ripensò al suo Cavaliere del Lago e sorrise al ricordo della candida ingenuità di quella storia e della fantasia semplice di bambina che lei e Isabel avevano condiviso tanto tempo prima: aveva trascorso ore e ore a immaginare il viso di quell’eroe, e aveva fantasticato su come quella storia sarebbe cambiata se, per qualche caso impossibile, lei avesse potuto entrare nel suo mondo e avesse potuto fare qualcosa di diverso, di temerario, diversamente da tutte quelle principesse, belle da togliere il fiato, sì, ma sempre troppo trattenute dalla delicatezza del loro ruolo per risultarle simpatiche. La stella a cinque punte dentro al cerchio era stata per lei il simbolo dell’avventura e della conquista, una specie di tema ricorrente conosciuto nell’infanzia, e mai davvero dimenticato. Ora che le era capitato di rivederlo, anche se in un tempo e in un luogo così diversi da quelli legati ai suoi ricordi, una piccola fiamma si era improvvisamente ravvivata dentro di lei; sospettò di averlo anche sognato, forse molte volte nel corso degli anni. Ma di averlo cancellato ogni volta dopo il risveglio.

Il brusio del locale s’intensificò improvvisamente.

Nora sobbalzò come catapultata bruscamente fuori dai propri pensieri: Isabel non era ancora tornata, ma la confusione adesso era cresciuta, e si stava concentrando in un punto preciso.

In un angolo della sala era stato allestito un palco e un gruppo compatto di persone aveva formato un muro davanti a esso, in attesa di qualcosa.

Infatti, un minuto più tardi, il brusio esplose in un boato e in grida di esultanza, proprio mentre alcuni ragazzi salivano sul palco.

La musica potente di una band inondò tutto lo spazio disponibile all’interno dell’Aurelius e una folla di gente prese istantaneamente a muoversi al ritmo di quei suoni trascinanti.

Nora guardò l’orologio che aveva al polso: erano trascorsi almeno quindici minuti, precisamente sedici, da quando Isabel si era allontanata in cerca di due birre.

Decise di andare a cercarla, consapevole che forse, in mezzo a tanta gente, quello non fosse il modo migliore per trovare l’amica, e che sarebbe stato meglio attendere al tavolo che lei tornasse.

Però conosceva anche abbastanza bene Isabel per immaginare che stesse beatamente parlando con qualche nuova conoscenza, per non dire con il primo ragazzo carino che si fosse offerto di pagarle da bere.

La ressa era notevole, Nora si muoveva a fatica, e impiegò qualche minuto a raggiungere il bar.

Lì però di Isabel non c’era traccia.

«È ufficiale: l’amica che ho dovuto trascinare fuori di casa perché non aveva voglia di uscire se la starà allegramente spassando in barba alle lamentele che mi ha propinato durante tutto il viaggio. È sempre così...» Nora si sorprese a ridacchiare mentre parlava ad alta voce da sola, ma iniziò anche a rimproverare in anticipo l’amica, considerata l’estrema difficoltà nell’individuarla in mezzo a quella confusione.

Isabel poteva trovarsi in qualsiasi punto del locale, ma forse sarebbe stato saggio cercare di perlustrare prima i tavoli più lontani dal palco e dalla folla, perché, con un po’ di fortuna, l’avrebbe trovata seduta a chiacchierare con qualche ragazzo.

Il suo sesto senso però le suggeriva tutt’altro. Isabel infatti pareva svanita nel nulla.

Nora allora decise di non farsi sopraffare dal nervosismo e tornò al bar: un caffè le avrebbe fatto guadagnare qualche minuto e l’avrebbe aiutata a preservare la calma. Il posto non era molto grande, se fosse rimasta ferma in un punto avrebbe sicuramente individuato Isabel.

La ragazza che lavorava al bar era molto indaffarata, le richieste della gente non le davano tregua, ma fu così gentile da servirle il caffè quasi subito.

Nora prese in mano la tazzina fumante e se la portò alle labbra.

Pausa.

Mezzo secondo di silenzio.

Il vapore aromatico del caffè sprigionò il massimo della propria intensità, inebriando i sensi di Nora.

Subito dopo la raggiunsero gli accordi di una canzone che aveva ascoltato solo poche ore prima: Tutto di te è come io voglio essere. Tutto di te risuona di felicità.

Fu attraversata da un leggero brivido che dalla base del collo le percorse tutta la linea mediana della schiena.

Ora io non mi accontenterò con meno. Tutto di te mi fa palpitare di invidia. Tutto di te è così facile da amare.

Fuori la stella luminosa dell’insegna creava al suolo una pozza di luce, come il riflesso rimpicciolito di un lago sulla terra scura.

Loro ti vegliano dall’alto.

Come se fosse comparsa dal nulla, una mano grande e calda le sfiorò con tocco avvolgente la spalla sinistra.

Nora appoggiò la tazzina sul bancone e voltò lo sguardo dietro di sé, in direzione di quel tocco.

Sapeva che non poteva essere Isabel.

Ciò che vide in quell’istante entrò nei suoi occhi e da lì non se ne sarebbe più andato: un sorriso morbido e accattivante era rivolto a lei, come il saluto di un amico che si incontra per caso dopo molti anni, come un’immagine vista nella mente e ora materializzata senza alcun preavviso, a parte qualche piccolo e impercettibile segno di trasformazione con il quale il suo corpo quella sera l’aveva resa diversa.

«Ciao, non vorrei disturbarti...» La sua voce era scura e profonda. «Credo di essermi sbagliato, mi pareva di conoscerti, ma in questa confusione forse ho fatto confusione anch’io. O forse ci siamo incontrati in passato... Hai un’aria familiare».

«Io... non ricordo». Nora non sapeva bene cosa dire. Il ragazzo che stava in piedi accanto a lei ora la guardava con un’espressione interrogativa e perplessa, in attesa di ricordare qualcosa, o che lei ricordasse qualcosa: la serietà racchiusa nei suoi occhi chiari le faceva escludere che quello fosse un banale tentativo per avvicinarla.

Certo, anche a lei pareva, in qualche maniera, di averlo già visto...

«Sì, no... io non ricordo nulla» disse ancora Nora. «Mi spiace...»

Il ragazzo le sorrise di nuovo, come a mettere da parte quell’interrogativo e, ora sì, a cogliere l’occasione per conoscerla.

«Mi chiamo Desmond» disse porgendole la stessa mano che prima l’aveva colta di sorpresa «e deduco che tu non sia di queste parti, non ti ho mai vista qui».

«Già. Sì... Abito in città, è un caso questa sera, una decisione dell’ultimo minuto, io e una mia amica che ho perso di vista nella folla...» Nora piombò improvvisamente nell’imbarazzo, non ne capiva bene il motivo, ma la presenza di Desmond la faceva sentire in una maniera nuova, che non riusciva a catalogare tra le pur varie situazioni che le erano capitate fino a quel momento.

«Oh scusa. Il mio nome è Nora». Tentò di rientrare nella parte della ragazza sicura di sé e strinse la mano di Desmond.

E fu lì, mentre le loro mani si stringevano e i loro occhi si incontravano, che il mondo cambiò alcune delle proprie regole, perché fu in quell’istante che, forse per la prima volta, o forse dopo millenni, si verificarono le condizioni per dimostrare la negazione di un limite da sempre conosciuto.

Nora credette di avere subito il fascino dello straniero dal bell’aspetto, si lasciò conquistare da quel velo di mistero che ogni inizio porta con sé, non si trattenne dall’ammettere che quell’incontro fosse stato una piacevole casualità.

Cosa che in parte fu così.

Ma qualcosa di diverso si stava compiendo. Il tempo ancora era troppo giovane perché lei potesse capirlo.

Si rese conto che forse le sue guance l’avevano tradita.

«Ok, la mia intenzione è quella di rimanere qui in attesa di ritrovare la mia amica Isabel, perché vagare in mezzo alla folla riduce le possibilità di individuarla. Per cui, se non ti dispiace, nel mentre potresti condividere con me qualcosa di più che un caffè. Diretta ed efficace: non mi sembri il tipo di ragazzo che si spaventa per questo».

Desmond piegò le labbra con un pizzico di malizia e prese posto sullo sgabello vicino: «Cosa preferisci?»

Trascorsero così quasi un paio d’ore, durante le quali il concerto si svolse in una parabola crescente di coinvolgimento, mentre Nora e Desmond continuarono a parlare tra lo scherzo e il desiderio, ma senza mai scendere nei particolari delle loro rispettive vite reali; come se ciascuno dei due non avesse un passato, e volesse invece costruirne uno ideale a partire proprio da quel momento. I minuti, le mezz’ore, volarono via veloci, come accade sempre quando le parole dell’uno hanno il potere di trasformare il mondo dell’altro e di traslarlo in una dimensione più elevata, dove ogni oggetto ha un colore nuovo, ogni evento un significato diverso. Dove le parole non si appiattiscono più nella ricerca di un senso, ma creano esse stesse le verità cercate e conducono verso l’unica realtà possibile che sia in grado di dare felicità.

Intanto Isabel continuava a latitare.

Infine la musica si interruppe e la gente iniziò

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