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La medicina della povertà: Il vademecum di un medico volontario

La medicina della povertà: Il vademecum di un medico volontario

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La medicina della povertà: Il vademecum di un medico volontario

Lunghezza:
203 pagine
1 ora
Pubblicato:
Nov 10, 2017
ISBN:
9788893691222
Formato:
Libro

Descrizione

L'autore, nel suo viaggio tra gli emarginati, descrive i vari mondi della povertà: dalle strade di Roma ai villaggi di fango in Afghanistan, passando per i soccorsi nel mar Mediterraneo e per le difficoltà che si possono trovare nel prestare volontariamente aiuto. Povertà, guerra, fame, malattia, disabilità e solitudine vengono affrontate come fossero malattie, curabili non solo con un'assistenza di tipo sanitario ma anche attraverso azioni semplici che chiunque può fare. Questo libro si offre d'illuminare e scuotere le coscienze, cercando di appassionare, di coinvolgere e di lasciare un po' di speranza nel credere che sia possibile cambiare ogni cosa rimboccandosi le maniche. "Scrivo questo libro per chi è convinto che essere medici non sia limitato solo all'essere laureati, avere cultura, somministrare medicine o eseguire correttamente tecniche chirurgiche, ma significhi soprattutto aiutare chi ne ha bisogno; e nel momento in cui un uomo ne aiuta un altro in difficoltà, sia fisica che morale, diventa anche lui un medico." (Dott. Marco Matteoli)
Pubblicato:
Nov 10, 2017
ISBN:
9788893691222
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

La medicina della povertà - Marco Matteoli

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Collana Orme

LA MEDICINA DELLA POVERTÀ

Il vademecum di un medico volontario

di Marco Matteoli

Proprietà letteraria riservata

©2017 Edizioni DrawUp

www.edizionidrawup.it

redazione@edizionidrawup.it

Progetto editoriale: Edizioni DrawUp

Direttore editoriale: Alessandro Vizzino

Elaborazione grafica: Adriana Giulia Vertucci

Foto di copertina:

No Angel’s Land, scattata a Roma in un campo irregolare di migranti nel 2014

I diritti di riproduzione e traduzione sono riservati.

Nessuna parte di questo eBook può essere utilizzata, riprodotta o diffusa, con qualsiasi mezzo, senza alcuna autorizzazione scritta.

ISBN 978-88-9369-122-2

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PREFAZIONE

Scrivo questo libro un po’ come un diario di viaggio, lo rivolgo a tutti i medici e i sanitari che a un certo punto del loro cammino vogliano prenderne spunto e percorrere i passi di una medicina diversa dal semplice reparto o ambulatorio.

Scrivo questo libro come un vademecum di carattere divulgativo, per tutti i volontari interessati ad avere nozioni di carattere scientifico su cosa ci si può trovare davanti nel calpestare le strade oscure di un marciapiede alla ricerca di senza fissa dimora, o comunque in servizi a favore dei vulnerabili.

Scrivo questo libro per chi è convinto che essere medici non sia limitato solo all’essere laureati, avere cultura, somministrare medicine o eseguire correttamente tecniche chirurgiche, ma significhi soprattutto aiutare chi ha bisogno di aiuto, e nel momento in cui un uomo aiuta un altro uomo in difficoltà, sia fisica, che morale, diventa anche lui un medico.

Se è vero che chi sceglie di aiutare gli altri, sia con la propria professione, che con il proprio volontariato, percorre una strada spesso buia e incerta, è assolutamente vero che se nel mondo anche solo una persona riesce a imparare, a crescere e a brillare un po’ di più, nel mondo intero vi è meno oscurità. È questa la mia speranza, e uno dei principali motivi che mi hanno spinto a scrivere questo libro.

PARTE PRIMA: I SENZA FISSA DIMORA

La vita, la sventura, l’isolamento, l’abbandono, la povertà, sono campi di battaglia che hanno i loro eroi, eroi oscuri a volte più grandi degli eroi illustri.

Victor Hugo

CAPITOLO 1 - UMANITÀ INVISIBILE

L’esperienza su strada come medico volontario

È inutile avere le mani pulite se poi si tengono in tasca.

Don Andrea Gallo

Da un certo punto di vista, il volontariato, indipendentemente dal tipo di associazione di appartenenza, è una sorta di cammino, di viaggio, metaforicamente è un po’ come quello di Jules Verne al centro della terra: alcuni esploratori restano in superficie, accontentandosi di una visione superficiale, mentre altri raggiungono livelli più profondi, sede di consapevolezze più complete. Non necessariamente in questo viaggio si trova ciò che si cerca all’inizio, non sempre gli ideali o le aspettative di partenza sono soddisfatte durante questo tipo di percorso, anzi, nella maggior parte dei casi, è un viaggio piuttosto breve. Una volta un mio amico mi disse: Lascio questo volontariato perché non rispecchia più gli ideali in cui credo! Personalmente ritengo che dobbiamo cercare di essere l’ideale in cui crediamo, più che cercarlo negli altri. Nella mia vita ho conosciuto molte persone da cui ho tratto esempio e che per me all’inizio rispecchiavano l’archetipo dell’eroe; il denominatore comune è che c’è stato un momento in cui il mito è caduto, com’è normale che sia, siamo tutti umani in fondo. In ogni caso, un viaggio che sia di stimolo a portare conforto a chi ne ha bisogno, merita comunque di essere percorso, breve o lungo che sia.

Da metà del 2009 occupo parte delle mie attività di volontariato come medico per una piccola parte della popolazione che si può trovare per le strade, una popolazione dai molti nomi: clochard, senza fissa dimora, barboni, miserabili, invisibili.

Chi conosce la realtà di una grande città come Roma, sa che ogni quartiere ha un’atmosfera e dei modi di vivere differenti rispetto a un altro, così la strada ha in seno molti micro mondi, spesso divisi e distinti, spesso amalgamati tra di loro, ed è all’interno di questi micro mondi che ho conosciuto molti individui diversi, dall’extra-comunitario che non riesce a integrarsi, all’alcolizzato, al disperato. Molto spesso il nostro assistito medio racchiude tutte e tre queste caratteristiche. Tra le prime cose che mi hanno colpito quando da neolaureato in medicina ho iniziato ad approcciarmi a questo mondo, è stata proprio la propensione all’alcol di molti di questi individui; molti lo fanno per non sentire il dolore o la tristezza, altri perché un cartone di vino può costare meno di una bottiglia d’acqua. Molti hanno gli occhi di coloro che hanno perso la speranza, si riconoscono subito poiché quando li guardi bene negli occhi vedi spesso ciò che rimane di un’anima divorata: scoraggiati, disillusi, pieni di rabbia, di odio verso il mondo e di paura. Molti sono stati messi ai margini della società poiché hanno perso il senno o sono rimasti completamente da soli, senza famiglia, senza amici. Una piccola parte di loro lo fa per scelta e questi sono quelli che trovo più interessanti, perché mi mettono di fronte a una visione della realtà apparentemente assurda.

In questi micro mondi si celano spesso delle persone particolari, più interessanti di quanto non si creda, come Franco (nome di fantasia), il parcheggiatore di piazza Venezia. Una volta, proprio Franco mi mostrò un documento stampato nel 1980, che costituiva un atto di legittimazione al lavoro di ambulante e mi descrisse un tempo in cui il lavoro su strada aveva una sua dignità, come il lustrascarpe, il giocoliere, il saltimbanco, il parcheggiatore, un’idea di libertà che spesso contrasta con la rappresentazione di libertà data dalle nostre credenze collettive, o per lo meno dalle mie. Sempre a piazza Venezia da anni dimorano i nostri assistiti storici, come Alfredo, un brav’uomo quasi completamente sordo, o Hassam, un indiano che fin dai primi tempi ho seguito per una forma di sifilide secondaria, conosciuto anche per il suo spirito combattivo, necessario a un clochard che vive in zone di Roma appetibili come piazza Venezia; non di rado abbiamo dovuto medicargli ferite da combattimento come traumi cranici o ecchimosi. Hassam è stato affetto per un periodo da sifilide secondaria, quella fu per lui e per noi una sfida difficile da gestire su strada, sono state necessarie varie ospedalizzazioni per la somministrazione degli antibiotici e le terapie non praticabili su strada. Un altro personaggio interessante lo abbiamo soprannominato il Folletto, un clochard australiano incontrato in via del Corso qualche anno fa, un uomo di piccola statura e alquanto sporco, che si divertiva a suonare un didgeridoo, un grosso strumento a fiato. Il Folletto rientra tra i clochard che hanno scelto deliberatamente di stare su strada, ed è quello che una volta mi pose forse la domanda più difficile di tutte, ovvero: «Sai come si fa per essere felici?». E mentre nella mia testa mi affannavo alla ricerca di una risposta, il Folletto mi illuminò con la sua: «Devi guardare il sole» disse, spalancando gli occhi e indicando il cielo con un dito.

Personalmente ritengo che i servizi su strada, rispetto ad altre forme di volontariato, siano maggiormente capaci di far riflettere: una riflessione curiosa che ho fatto spesso, è che la bellezza può celarsi in luoghi assolutamente inusuali. Per la strada ho incontrato Nukka, il cane dagli occhi più dolci mai visti, un bastardino di una coppia di assistiti di zona Porta Cavalleggeri. Nukka si faceva accarezzare senza problemi da noi volontari e sicuramente era tra i cani meglio tenuti che abbia mai visto su strada; parecchie volte avrei avuto voglia portarla via da lì, ma spesso mi sono trovato a pensare che in nessun altro posto sarebbe stata felice come in quella famiglia, benché miserabile.

Un’atra cosa che ho notato è che tra i poveri, i più infelici sono quelli divenuti tali piuttosto che quelli nati in povertà, o quelli che hanno scelto di abbandonare tutto per vivere liberi per strada. Guardando negli occhi questi ultimi si vede un bagliore non presente in altri, un sorriso spesso sdentato che sa emanare una luce più viva di quanto non si possa immaginare.

Un’altra assistita molto curiosa che seguiamo dal 2009 è Mafalda, una clochard di quasi ottant’anni, che da oltre cinquanta vive per strada; questa donna più volte ha sfidato le mie convinzioni mediche, oltre a dormire dentro uno scatolone di cartone, fuma un pacchetto di sigari al giorno e gode tutto sommato di buona salute, bronchite cronica a parte; molto caparbia, passa quasi tutto il giorno a pulire il piazzale dove dimora con il suo lungo scopettone e non disdegna di accettare da parte nostra un pasto caldo e un bicchiere di tè , sorridendoci con la sua bocca sdentata, e bestemmiando amorevolmente in dialetto siciliano.

Una vita dedicata a nulla di più grande di se stessi è una vita molto povera.

Martin E.P. Seligman

Un discorso diverso va fatto per i nomadi, chiamati anche ROM, zingari, zigani, zingani o gitani, termini utilizzati per indicare un insieme di diverse etnie originarie dell’India settentrionale e accomunate, almeno in passato, dall’uso di un idioma comune, il romaní. Quella popolazione, tradizionalmente si spostava da un luogo a un altro, per esempio dall’Andalusia alla Bulgaria o alla Romania, portando informazioni e l’influsso di differenti culture. Al giorno d’oggi, tale ruolo non esiste più e, nonostante vengano ancora definiti nomadi, in realtà rimangono stabilmente insediati in campi, a volte abusivi, a volte regolari. Gli zingari si sono stabiliti in Europa nel corso dell’epoca medievale e diffusesi, in tempi più recenti, anche in altri continenti[[1]]. Per un breve periodo ho fatto servizio dentro quei campi come medico volontario, e ne ho scoperto le differenti regole: ho notato che alcuni abitanti sono legati a una stretta territorialità, e ciascuna etnia ha la propria zona, alcuni sono poveri nella sporcizia più immonda, altri invece sono relativamente ricchi, in case quasi lussuose con figli educati e istruiti.

Benché i ROM con cui ho avuto a che fare avessero differente nazionalità, come Montenegro, Bosnia,

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