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La relatività da Lorentz a Einstein.: Una guida per principianti, perplessi e scienziati sperimentali.

La relatività da Lorentz a Einstein.: Una guida per principianti, perplessi e scienziati sperimentali.

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La relatività da Lorentz a Einstein.: Una guida per principianti, perplessi e scienziati sperimentali.

Lunghezza:
554 pagine
7 ore
Pubblicato:
30 ott 2017
ISBN:
9788897527398
Formato:
Libro

Descrizione

Tutti sanno che la teoria della relatività ristretta di Einstein contiene una teoria delle misure di tempo, che non sono più concepite come assolute, ma divengono relative allo stato di moto dell'orologio e al punto di vista di chi esegue le misure, e lo stesso accade alle misure di spazio. Tutti sanno anche che la teoria contiene la deduzione del fatto che una piccola massa materiale può convertirsi in un'enorme quantità di energia secondo una precisa relazione quantitativa.
Ma moltissimi che hanno provato a studiare la teoria non sono riusciti a capirla: eppure, per capire perfettamente la parte che riguarda le misure di tempo e spazio basta sapere cosa sono la velocità e la radice quadrata e per farsi un'idea semplificata ma chiara della parte che riguarda i concetti di massa ed energia basta ricordare la fisica elementare della scuola. Evidentemente qualcosa manca in tutti i numerosissimi libri che descrivono la relatività in modo semplice o a livello superiore.
Questo libro è scritto in modo diverso da ogni altro. L'esposizione rigorosa, ma chiarissima, metterà ogni lettore che sappia cosa sono la velocità e la radice quadrata in condizione di capire completamente e alla perfezione la teoria dello spazio-tempo e di giudicarla con la propria intelligenza. In più il lettore si farà un'idea chiara dell'equivalenza tra massa ed energia e della sua relazione logica con la teoria dello spazio-tempo.
Questo libro è stato scritto per i principianti e per i perplessi che hanno tentato senza successo lo studio della relatività ristretta: gli uni e gli altri arriveranno a comprendere proprio il senso esatto del celebre e difficile saggio in cui Einstein espose la teoria nel 1905, che nel libro viene commentato parola per parola. E tutti i lettori avranno un'idea più chiara della rilevanza della relatività per la cultura del Novecento.
 
Pubblicato:
30 ott 2017
ISBN:
9788897527398
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La relatività da Lorentz a Einstein. - Alberto Palazzi

Palazzi

Introduzione

Esistono migliaia di libri che divulgano o espongono la teoria di Einstein con diversi livelli di complessità. Questa letteratura si è sviluppata a partire dal 1919, quando la teoria della relatività generale salì improvvisamente alla ribalta di una popolarità mondiale inaspettata per rimanervi ininterrottamente sino a oggi. Intorno al 1920, nel giro di un paio d’anni, furono pubblicate centinaia di divulgazioni[1] riguardanti sia la teoria della relatività ristretta, che risale al 1905, sia quella della relatività generale, elaborata da Einstein nei dieci anni successivi; poi è continuata senza interruzione una produzione di letteratura che espone sempre la stessa teoria con gli stessi argomenti e gli stessi mezzi espressivi. Il modo standard di descrivere la relatività ristretta è stato definito da autori diversi in un’epoca compresa grosso modo tra il 1911 e il 1925, ed è stato mantenuto fino ad oggi. Se a distanza di anni si scrivono libri nuovi molto simili ai precedenti ci deve essere qualche problema: in questa trattazione adottiamo una prospettiva diversa, con il fine di portare in evidenza il senso esatto della teoria della relatività ristretta, di consentire al lettore di giudicare in pieno la parte cinematica della teoria, quella che parla di spazi, tempi e orologi, e di dare soddisfazione al lettore facendogli comprendere anche come si può arrivare alla formula E=mc².

Nella letteratura relativistica troviamo tre specie di libri: introduttivi, divulgativi e specialistici. In ciascuna specie troviamo molte versioni simili tra loro: tutti i libri che sono stati scritti convergono verso gli stessi risultati, tutti procedono con lo stesso criterio. Chi ne ha consultati molti riconosce in ogni libro gli argomenti familiari e va in cerca della singola pagina o della singola osservazione che spera faccia luce su un punto controverso e consenta di afferrare l’insieme della teoria: e questa è un’esperienza comune, perché a molti è capitato di avere fatto il tentativo di studiare la relatività, di avere afferrato lo schema del ragionamento e gli elementi della teoria, ma di essere rimasti perplessi sul nesso complessivo tra di essi. Ad ogni modo, specialmente per quanto riguarda la relatività ristretta, tutta la letteratura si può suddividere nei tre gruppi dei libri introduttivi, divulgativi e specialistici. Nel gruppo delle trattazioni di carattere introduttivo ci sono quelle più semplici, che sono meramente descrittive e servono per dare un’infarinatura della teoria, ma non possono né spiegare né far comprendere nulla: servono solo a creare nel lettore delle immagini, delle aspettative e delle curiosità su cui lavorare, rendendogli note le conclusioni della teoria, ma lasciandole inspiegate. I libri di questo gruppo sono tutto sommato superflui, perché ciò che possono insegnare si conosce già da filmati, trasmissioni televisive, voci di enciclopedia e articoli di giornale: insomma, dal sentito dire.

Il secondo gruppo delle trattazioni sviluppa i ragionamenti della teoria facendo uso di termini semplici e di pochissima algebra, ma quando i libri di questo tipo sono ben fatti, essi sono in grado di dare al lettore una conoscenza esatta della teoria. Questo perché la relatività ristretta, nella stessa trattazione di Einstein, non fa quasi uso di matematiche superiori, se non nella parte elettrodinamica dove ciò è indispensabile.

Il terzo gruppo delle esposizioni della teoria si rivolge all’istruzione universitaria e al pubblico specialista e perciò non può essere utilizzato dal lettore che si accosta ad esso senza una formazione specifica in fisica, matematica o ingegneria; tuttavia questo limite è molto meno rilevante di quello che si crederebbe per i lettori che non sono in grado di andare oltre il livello dei libri del secondo gruppo, perché la questione della relatività ristretta non è matematica: è logica. C’è uno svolgimento che va seguito, e seguirlo non è facile, ma la matematica necessaria è quella della scuola, non quella dell’università.

Questo ci porta nel cuore del problema: tutta la letteratura relativistica ha il difetto di non esplicitare completamente le premesse e le assunzioni che si devono fare per comprendere la deduzione delle conseguenze, e in questo risiede la grande difficoltà che pressoché tutti provano di fronte alla teoria. Anzi, si è riscontrato spesso, e gli insegnanti lo confermano, che sono gli allievi più intelligenti, quelli che vogliono andare a fondo delle cose, ad avere difficoltà con la comprensione del nesso profondo tra gli elementi della relatività ristretta, mentre quelli che si accontentano di impossessarsi della chiave con cui ripetere certi giudizi e con cui applicare alcune formule matematiche non particolarmente complesse sono solitamente soddisfatti sia della teoria sia di se stessi. Prima di cominciare lo studio della relatività chi conosce l’argomento per sommi capi probabilmente partirà dall’opinione che la difficoltà della teoria risieda nel dover accettare la descrizione non euclidea dello spazio-tempo, andando contro abitudini consolidate da secoli. Dato ciò che si sa prima di assumere cognizioni precise questo sospetto è ragionevole e giustificato. Ma svolgendo con attenzione i dettagli vedremo che i concetti della teoria non presentano nessuna difficoltà in se stessi, e che la mancata comprensione dipende da un fattore completamente diverso e insospettato.

Questo libro è stato scritto per due tipi di lettori: quelli che conoscono come tutti le celebri immagini e suggestioni associate alla relatività ristretta e ne sono curiosi, ma non ne sanno nulla, se non per sentito dire o per avere letto qualche articolo o libro introduttivo, e quelli che ne conoscono i fondamenti per averli studiati in qualche testo di livello divulgativo o specialistico, ma non sono convinti di avere compreso e assimilato la concatenazione degli elementi della teoria. Ci sono molti lettori e studiosi che si trovano in questa condizione anche dopo avere approfondito gli elementi tecnici della teoria: conoscono la teoria delle trasformazioni di Lorentz, la geometria di Minkowski, l’argomentazione a partire dalla teoria dello spazio-tempo della formula più famosa del mondo, E=mc², ma sinceri con se stessi riconoscono di non essere convinti di avere afferrato in pieno la connessione tra le parti e la consistenza delle dimostrazioni.

Quindi questo libro descrive la teoria della relatività ristretta con la semplicità necessaria per poter essere capito dai lettori non specialisti, ai quali è richiesto solo di leggere con attenzione, ma al tempo stesso analizza la logica implicita all’argomentazione tipica della letteratura relativistica, e porta in luce le premesse che per lunga tradizione non vengono espresse con la chiarezza necessaria, e che perciò sono alla radice della difficoltà di comprensione della teoria. Questo libro è stato scritto tenendo conto sia dei bisogni dei principianti sia di quelli dei perplessi, che hanno cognizione della relatività ristretta ma sentono di non averla compresa. Perciò i lettori già al corrente degli elementi della teoria riconosceranno molti concetti a loro noti e leggeranno rapidamente o salteranno le esposizioni elementari delle cose che già conoscono, per soffermarsi sulle discussioni delle difficoltà.

Ovviamente, questo libro non è diretto a coloro che sanno di avere capito e assimilato la teoria e non avvertono il bisogno di alcun chiarimento.

Questo libro è in un certo senso un manuale pratico, che vi dà dei consigli per orientarvi in una materia in cui esso non può essere l’unica fonte: assimilato questo libro, il lettore sentirà la necessità di paragonarlo con la letteratura relativistica, nella quale a quel punto si sentirà a suo agio. Per quanto riguarda il metodo di lettura, tenete conto che in questo libro troverete poche figure e poche formule. Meglio però leggere tenendo a portata di mano carta e penna per annotare qualche formula, fare qualche schema e disegnare qualche figura seguendo le istruzioni del testo. Poi, poiché la letteratura relativistica è sterminata e piena di ripetizioni delle stesse cose, ho scelto di ridurre al minimo lo spazio dedicato alle cose più note. Questo libro dovrebbe servire di introduzione e di guida alla lettura di altre trattazioni qualsiasi, di livello medio o specialistico, che potete leggere subito dopo avere finito questo, o anche di pari passo, passando alla trattazione specialistica dei singoli argomenti dopo avere assimilato l’introduzione alle idee di fondo che qui trovate espressa con chiarezza che non troverete altrove. Consiglio in particolare di leggere subito, in parallelo con questo libro, l’esposizione divulgativa della teoria scritta dallo stesso Einstein nel 1916, diffusissima e disponibile in numerose edizioni economiche[2].

Riguardo alla strutturazione logica dell’argomentazione della relatività ristretta, ci sono molte cose inedite ancora da dire e perciò questo libro dedica il minimo spazio possibile alla trattazione di ciò che è noto o è spiegato esaurientemente altrove. Questo libro dice esplicitamente tutto ciò che è necessario sapere prima di entrare nel meccanismo deduttivo della relatività ristretta, ma per le nozioni più semplici e pacifiche, perlopiù dati storici e fattuali su cui non vi sono né difficoltà né discussioni, spesso troverete l’indicazione vedi Enciclopedia. Vuol dire che lì per approfondire ciò che potrebbe non esservi noto o chiaro vi è consigliato di sospendere la lettura di questo libro e dare un’occhiata alla materia in argomento nelle voci di qualsiasi enciclopedia. Anche Wikipedia andrà benissimo, ma con l’avvertenza di preferire le voci in inglese piuttosto che quelle in altre lingue.

Infine, a chi vuole ripassare la fisica della scuola prima di accingersi allo studio della relatività ristretta, consiglio un testo inglese elementare, Understand Physics: Teach Yourself di Jim Breithaupt, una lettura rapida, piacevole ed efficace. Ma consiglio anche di leggere il libro scritto e pubblicato da Einstein nel 1938 in collaborazione con Leopold Infeld: The Evolution of Physics: The Growth of Ideas from Early Concepts to Relativity and Quanta. Il libro è disponibile in italiano, con il titolo L’evoluzione della fisica (Boringhieri). Questo libro di Einstein introduce al problema della relatività con totale chiarezza per quanto riguarda gli antecedenti. Ma passando alla relatività ristretta esso propone riflessioni e considerazioni su di essa che sono rilevanti per chi già conosce la teoria, senza riuscire ad essere un testo utile per chi vi si accosti per la prima volta. Perciò è consigliabile leggere le parti prima e seconda, dove sono esposte le precondizioni della relatività ristretta, prima di mettersi allo studio, e le parti terza e quarta dopo avere acquisito cognizione della teoria. Il libro di Einstein e Infeld è completo, tratta anche della relatività generale e accenna alla fisica quantistica dal punto di vista di Einstein, che come si sa non le era favorevole.

In genere è molto frequente il caso in cui la biografia dell’autore di una teoria è irrilevante; e di regola bisognerebbe concentrarsi sullo studio di una teoria mantenendo se stessi nell’ignoranza della biografia dell’autore per evitare di dare etichette psicologiche banali a ciò che non si riesce a capire. Ma nel caso di Einstein è indispensabile tenere strettamente conto del contesto della teoria, e perciò anche della biografia, per la quale faccio riferimento a un libro recente e alquanto voluminoso, Einstein. His Life and Universe di Walter Isaacson. Vedremo che nel caso di Einstein la storia della teoria è particolarmente rilevante per la comprensione della sua fortuna e del suo consolidamento come canone accettato dal mainstream della comunità scientifica. La teoria della relatività ristretta nacque per rispondere a un quesito molto specifico che nella maggioranza delle trattazioni viene ignorato del tutto, e in qualche altra trattazione viene relegato in secondo piano: constateremo che questo fatto pregiudica la comprensione della catena deduttiva della teoria, ma comprenderemo anche per quale ragione sia avvenuto questo mutamento di prospettiva, che a prima vista dovrebbe apparire curioso. La teoria della relatività ristretta ha assunto rapidamente un significato molto diverso rispetto allo scopo originario, e vedremo perché.

Un’ultima informazione pratica: nel seguito le note al testo contengono solo i rimandi alla bibliografia, e quindi non è necessario leggerle se non volendo rintracciare le fonti delle informazioni. Le eventuali osservazioni marginali non sono in nota, ma sono incorporate nel testo.

1.      Nozioni preliminari

1.1       Relatività ristretta e relatività generale

Mantengo la promessa fatta nell’introduzione e rimando il lettore all’Enciclopedia (qualsiasi Enciclopedia, o qualsiasi altra trattazione della materia) per le nozioni storiche preliminari. Accenno qui solo a quanto è indispensabile sapere.

Albert Einstein nacque nel 1879 a Ulm, nel meridione della Germania, e a causa di vicissitudini familiari visse gli anni della giovinezza in Italia e in Svizzera. La leggenda vuole che sia stato un cattivo studente, ma lo studio della biografia rivela invece che fu uno studente talora brillante, ma sempre ribelle e polemico nei confronti degli insegnanti. Interessante è sapere che, poiché il padre e lo zio erano imprenditori pionieristici nel campo delle installazioni elettriche, Einstein conobbe fin da giovane le proprietà delle apparecchiature elettriche e diede prova di saperne intuire le particolarità con grande e innata facilità: a sedici anni scrisse una memoria, dal contenuto convenzionale, sull’etere e la teoria elettromagnetica, e quindi su ciò che sarà il problema centrale della relatività ristretta, e alla stessa età era in grado di aiutare gli adulti nei calcoli per il dimensionamento delle apparecchiature elettriche[3]:

Einstein passò la primavera e l’estate del 1895 con i genitori nell’appartamento di Pavia e diede una mano all’azienda di famiglia. In quest’occasione si mostrò capace di comprendere con facilità il funzionamento dei magneti, degli avvolgimenti e dell’elettricità che ne viene generata. Ci fu un’occasione in cui lo zio Jakob si trovava in difficoltà con i calcoli di una nuova macchina, e Einstein si mise a lavorarci sopra. Lo zio poi raccontò a un amico: dopo giorni che il mio assistente ingegnere e io ci rompevamo la testa, il giovane ha messo a posto tutto in un quarto d’ora. Sentiremo parlare di quel giovanotto.

Einstein prese un diploma con voti mediocri, a causa delle polemiche con gli insegnanti, al Politecnico Federale di Zurigo, e non gli fu facile trovare impiego: il suo carattere lo condusse a sperimentare la disoccupazione intellettuale, a quel tempo più rara di oggi. Infine trovò un impiego che era modesto, ma era retribuito circa il doppio degli stipendi allora usuali, presso l’Ufficio Federale Svizzero dei Brevetti, e nell’anno 1905 pubblicò quattro articoli in una rivista di primaria importanza, Annalen der Physik, diretta da Max Planck. Dei quattro articoli il quarto è un’appendice del terzo ed è lungo soltanto tre pagine.

L’anno 1905 per questa ragione è noto come annus mirabilis di Einstein, e i quattro articoli hanno i titoli:

·      Un punto di vista euristico sulla produzione e la trasformazione della luce[4], sull’effetto fotoelettrico. Questo articolo non riguarda la relatività, ma accenneremo al suo contenuto in seguito, perché dovremo usare il concetto di fotone, ovvero di quanto elettromagnetico. Questo studio (e non la teoria della relatività) costituì poi la motivazione del Nobel conferito a Einstein, nel 1921. Per comprendere la relatività ristretta è utile, anche se non strettamente necessario, avere cognizione della nozione di fotone, della quale si trova una spiegazione chiarissima nel capitolo 8 del libro di Breithaupt.

·      Il moto di piccole particelle sospese in liquidi in quiete, richiesto dalla teoria cinetica molecolare del calore[5], articolo che riguarda un fenomeno particolare, il moto browniano (vedi Enciclopedia), dal quale Einstein trae conseguenze importanti per la teoria atomica. Questo articolo è estraneo alla relatività e non ce ne occuperemo.

·      Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento[6], l’articolo che è la fonte primaria della relatività ristretta, e al quale ci riferiremo sempre con l’abbreviazione ED1905. Osservate che il titolo non corrisponde all’idea che abbiamo dei contenuti della relatività ristretta: non vi appare nulla che sembri riguardare spazio, tempo e orologi.

·      L’inerzia di un corpo dipende dal contenuto di energia?[7], un’appendice di tre pagine al precedente articolo sull’elettrodinamica, dove si sviluppa quanto già accennato nello scritto principale riguardo all’equivalenza tra massa e energia. Si comprende che è qui che troveremo la celebre equazione che esprime la quantità dell’energia che si libera in conseguenza di una perdita di massa in una trasformazione chimica e nelle reazioni nucleari.

Dunque nel 1905, attraverso l’articolo Sull’elettrodinamica dei corpi in movimento e l’appendice L’inerzia di un corpo dipende dal contenuto di energia? fu pubblicata la teoria della relatività ristretta, che comprende questi tre elementi:

·      la teoria completamente inedita dello spazio e del tempo in rapporto a sistemi in moto rettilineo uniforme, specifica di Einstein;

·      l’espressione esplicita di una nuova concezione del rapporto tra massa ed energia, che andava emergendo da altre ricerche di quel tempo;

·      una proposta di soluzione per un problema teorico molto particolare, riguardante la teoria dei fenomeni elettromagnetici. Quest’ultima questione dà il titolo alla ricerca, ma è la meno nota di tutte nella cognizione comune che si ha della teoria della relatività ristretta. Vedremo che questa omissione è la causa fondamentale dei fraintendimenti dell’insieme della teoria.

La relatività ristretta non richiede strumenti matematici superiori, ma solo algebrici. Essa è limitata alla condizione di moto rettilineo uniforme, e per superare questa limitazione nei dieci anni successivi al 1905 Einstein elaborò la teoria della relatività generale, che riguarda i moti accelerati e la gravità. La teoria della relatività generale usa strumenti matematici superiori, molto sofisticati, e noi non ce ne occuperemo per nulla, non solo per la maggiore difficoltà, ma perché non si può commettere errore più grande che occuparsi della relatività generale prima di avere messo a fuoco i problemi e caratteri specifici della relatività ristretta. Senza comprendere a fondo la relatività ristretta lo studio della relatività generale può essere solo mnemonico, e si riduce a una presa d’atto dei risultati.

Entrambe le relatività sono state descritte da Einstein in articoli che ne costituiscono il testo fondamentale: quelli che riguardano la relatività ristretta li abbiamo già incontrati, quelli sulla relatività generale sono del 1915 e 1917 (si veda l’Enciclopedia). Di entrambe le teorie Einstein scrisse una versione da lui considerata divulgativa nel 1916, che rappresenta una lettura utile e altamente consigliabile, ma che non è facile e non è esattamente divulgativa, e che infatti viene spesso citata dalla letteratura relativistica come fonte importante.

1.2       Misure dello spazio: il problema del regolo campione

Prima di Einstein era stata raggiunta la consapevolezza che la conoscenza umana non può pervenire a determinazioni assolutamente valide dell’unità di misura dello spazio, dell’unità di misura del tempo e delle attribuzioni di simultaneità agli eventi. Nel primo Novecento questa tematica era particolarmente in voga, perché a quel tempo ebbero diffusione e persino popolarità la filosofia di Henri Bergson, che rifletteva sulla differenza e la relazione tra il tempo vissuto dalla coscienza e il tempo astratto dei processi di oggettivazione scientifica[8], e gli studi metodologici di Henri Poincaré[9], il quale fu un fisico importante, fu uno specialista dei problemi relativi alle misure e per lungo tempo fu anche membro attivo di istituzioni internazionali per l’unificazione dei metodi di misura (il Bureau des longitudes). Ma oltre a questo Poincaré fu persino un autore di best seller: il suo studio La Science et l’Hypothèse, del 1902, usci in una collana destinata al pubblico generico ed esercitò notevole influenza su tutta la cultura del tempo. Nel libro di Poincaré si trovano idee anticipatrici della relatività che ebbero influenza su Einstein, che lo lesse nel 1904, ma ad esempio anche sull’eccentrica figura di Alfred Jarry, padre del personaggio di Ubu[10].

Vediamo cosa significhi l’impossibilità di trovare un criterio assoluto per quanto riguarda le misure spaziali. Immaginiamo di essere membri di una comunità sopravvissuta alla catastrofe nucleare e di doverci ricostruire una tecnologia con le nostre mani non disponendo più di innumerevoli risultati acquisiti: sentiremmo sicuramente subito il bisogno di farci un campione di lunghezza per utilizzarlo come unità primaria per misurare ogni altra cosa. Potremmo farcelo di legno, ma passato un certo tempo il campione potrebbe contrarsi o curvarsi o dilatarsi per effetto della stagionatura, e così un muro che avevamo misurato lungo 20 metri ora potrebbe apparirci lungo 19 o 21. Questo potrebbe innescare difficoltà pratiche e conflitti con gli altri membri della comunità dei sopravvissuti. Allora potremmo sostituire il campione di legno con uno di metallo, ma dopo qualche tempo ci accorgeremmo che il campione segna lunghezze diverse in estate rispetto all’inverno, perché il metallo è soggetto a dilatazione termica. Anzi: i diversi metalli sono soggetti a dilatazioni termiche diverse, ciascuno ha il proprio coefficiente, e quindi se costruissimo d’inverno due metri uguali uno di rame e uno di ferro, la successiva estate i possessori dei due metri si troverebbero in conflitto sulle misure di lunghezza, perché entrambi i regoli si sarebbero dilatati per il calore, ma secondo coefficienti diversi, e quindi ciascuno dei due proprietari sosterrebbe di essere in possesso del metro giusto. Allora, constatato questo problema, potremmo andare in cerca di materiale più stabile dei metalli, e la sperimentazione ci consiglierebbe di costruire il metro campione in pietra: sulle pareti delle chiese infatti spesso troviamo scolpiti i campioni delle misure locali che anticamente erano in uso. Tuttavia, non potremmo mai sapere che le misure spaziali della pietra sono assolutamente stabili: i diversi tipi di pietra potrebbero avere un’instabilità minore rispetto ai metalli (e infatti l’hanno), che però potrebbe essere rivelata da ulteriori comparazioni, analoghe a quelle che ci avevano informati del diverso comportamento di un metro di rame e di uno di ferro. Allora potremmo scegliere un diverso metro fondamentale, costruito non più di pietra ma con qualche materiale che l’esperienza abbia rivelato più adeguato. Tuttavia, non per questo il processo avrebbe fine. Quando ci fermiamo in questa ricerca, ciò che scegliamo come metro fondamentale non è mai assolutamente stabile: sarà sempre soltanto quanto di relativamente meno instabile abbiamo trovato, stante il complesso delle cognizioni scientifiche che abbiamo acquisito. Scegliamo per metro quello che ai fini pratici rappresenta la scelta migliore, senza poter sapere se la scelta abbia un valore assoluto. La scelta migliore è quella che ci consente di costruire l’immagine più coerente possibile del complesso dell’esperienza. Se uno scegliesse, d’inverno, di assumere per metro un campione fatto di ghiaccio, sarebbe un pazzo perché è ovvio che al disgelo con quel campione non potrebbe più risolvere nessun problema di misura, né teorico né pratico.

È sempre possibile scegliere il campione di lunghezza con considerazioni razionali; tuttavia il campione fondamentale che abbiamo scelto, attraverso criteri che evolvono con il passare del tempo, non ci garantisce mai di avere un valore assoluto: per esempio, il nostro mondo, il sistema solare e la via Lattea, potrebbero essere misurati con margini di errore che a noi sembrano minuscoli, e tuttavia rispetto alle lunghezze misurate con un campione che si trova su qualche stella di un’altra galassia essi potrebbero essere soggetti a un fenomeno macroscopico di dilatazione generale delle loro lunghezze per duemila anni alla volta, e poi a un fenomeno di contrazione per altri duemila anni. Gli spazi misurati al tempo di Augusto potrebbero essere il doppio di quelli misurati nell’anno 2000, dal punto di vista di un osservatore che si trovasse in una stella lontana da noi: ma noi vivendo nel nostro mondo non ci accorgeremmo mai di questo fenomeno, perché il metro fondamentale che usiamo si contrarrebbe e dilaterebbe assieme a ogni altra cosa, e quindi giudicheremmo stabili le miglia misurate lungo le strade consolari romane e ogni altra cosa misurata duemila anni fa.

Ecco quindi un primo concetto di relatività, ben precedente a Einstein: non possediamo alcun criterio per la misura assoluta dello spazio, ma assumiamo sempre qualche campione fondamentale di spazio che cambia con il mutare delle conoscenze scientifiche nel loro complesso. Così il metro del sistema metrico decimale, come tutti sanno, fu definito nel primo Ottocento come la quaranta milionesima parte del meridiano terrestre medio. Ma poi il metro ebbe più di una ridefinizione, e a oggi è ridefinito come una certa frazione della distanza percorsa dalla luce in un secondo, avendo misurato la velocità della luce con un’apparecchiatura progettata secondo un certo criterio, molto rigido.

1.3       Misure del tempo: il problema dell’orologio campione

Lo stesso accade con la misura del tempo. Prima di riflettervi abbiamo l’impressione che la misura assoluta del tempo sia possibile, ma poi presto la considerazione del problema in concreto ci conduce alla conclusione opposta. Per misurare il tempo abbiamo bisogno di un fenomeno che si ripete e di un contatore delle ripetizioni di questo fenomeno. Quindi l’orologio fondamentale è sempre basato su un fenomeno ripetitivo (un fenomeno che ha una frequenza) che assumiamo come campione perché mediante esso le misure di tempo danno luogo all’immagine più coerente possibile, o meno incoerente possibile, dell’esperienza nel suo complesso. Anche qui non abbiamo altro criterio che quello pratico.

Se ci immaginiamo di nuovo nei panni dei superstiti di una catastrofe, potremmo pensare di usare il giorno solare dall’alba al tramonto come orologio fondamentale, ma sapremmo fin da subito che sarebbe una scelta pessima: potremmo benissimo farlo, potremmo definire come unità di tempo il giorno solare dall’alba al tramonto e trovare poi qualche modo per suddividerlo in parti uguali; ma subito dopo ci accorgeremmo che usando come unità di tempo le frazioni del giorno solare il tempo necessario per la cottura di un uovo sarebbe sensibilmente diverso tra estate e inverno.

Allora cercheremmo di costruirci orologi migliori, come meridiane e clessidre. A parte il fatto ovvio che la meridiana è utilizzabile solo se nel cielo splende il Sole, vedremmo presto che il tempo segnato dalla meridiana e dalla clessidra, anche se costruite entrambe nel modo migliore, spesso discorda. Infatti, a causa della differente velocità di rivoluzione della Terra attorno al Sole e dell’obliquità dell’eclittica, la durata del giorno non è costante: ogni giorno dell’anno non dura mai ventiquattro ore come il giorno medio, ma è un po’ più lungo o un po’ più breve. Le differenze, sommandosi tra loro, generano un divario tra il tempo vero e il tempo segnato dalle meridiane che arriva a più o meno 15 o 16 minuti. Questo fenomeno è descritto da un’equazione detta equazione del tempo delle meridiane. Sapendo questo preferiremmo la clessidra, la quale a questo punto ci insegna qual è il carattere di ogni orologio: poiché non possiamo fare diversamente, noi assumiamo come orologio fondamentale qualche fenomeno che non solo si ripete, ma nel quale non riusciamo né a percepire né a concepire differenze di qualità tra una ripetizione e l’altra. Non basta la ripetitività di un fenomeno a definire un orologio: è indispensabile anche che le ripetizioni appaiano tutte identiche e indistinguibili al nostro giudizio. Perciò a lungo l’orologio fondamentale è stato definito sulla base del ripetersi ciclico di fenomeni astronomici, fino a quando in tempi recenti si è preferito assumere un fenomeno ripetitivo di natura completamente diversa: la frequenza della linea spettrale delle microonde emesse dagli atomi dell’elemento metallico cesio, che è alla base degli orologi atomici. Il secondo di tempo era definito, fino a qualche decennio fa, come la durata del giorno solare medio divisa per 86.400, mentre oggi è definito come la durata di certo un fenomeno atomico che corrisponde con altissima approssimazione, ma non esattamente, alla precedente definizione. L’orologio fondamentale si basa su un fenomeno ripetitivo le cui ripetizioni appaiono indistinguibili, senza che si possa sapere se esse siano assolutamente identiche in se stesse. Questo fenomeno può essere la rotazione della Terra su se stessa, la rivoluzione della Terra attorno al Sole oppure la frequenza delle microonde del cesio in un’apparecchiatura costruita secondo un progetto rigorosamente definito: non c’è un motivo assoluto e oggettivo per preferire l’una scelta all’altra, ma solo la scommessa che se ne ricaverà un’immagine più coerente del complesso dell’esperienza.

Ai nostri giorni accade precisamente questo: è stato adottato come standard internazionale il tempo misurato con gli orologi atomici perché è stato considerato vantaggioso per problemi pratici come quelli della navigazione aerea, però viene osservato lo scostamento del tempo atomico rispetto al tempo misurato con la rotazione della Terra, e dal 1970 in avanti ogni qualche anno, secondo necessità, il tempo atomico viene corretto convenzionalmente di un secondo alla volta in modo da mantenere il sincronismo con il tempo astronomico. Ad esempio, un secondo fu aggiunto al tempo atomico prima della mezzanotte del 30 giugno 2012, e fra il 1972 e il 2016 le correzioni di un secondo sono state in tutto 37. La correzione scatta quando il tempo atomico e quello astronomico divergono di 0,9 secondi, ma il problema è che non si riesce a prevedere quando ci sarà necessità della successiva correzione. Dopo il 2012 ce ne è stata una nel 2015 e un’altra nel 2016, mentre nel 2013 e 2014 la correzione non è stata necessaria. Se la correzione fosse prevedibile, vorrebbe dire che saremmo in possesso di un orologio migliore sia di quello astronomico sia di quello atomico; e al contrario, il fatto che la correzione sia imprevedibile ci dimostra come sia inconcepibile l’idea di un orologio assolutamente corretto.

Vale quindi qui la stessa considerazione fatta per lo spazio: tutti i fenomeni nella nostra galassia potrebbero essere soggetti a un lungo ciclo in cui rallentano e accelerano rispetto a un orologio che si trova fuori di essa, e noi non ce ne accorgeremmo, né potremmo mai dire se l’orologio giusto è il nostro o quello fuori dalla galassia. Non esiste l’orologio giusto, ma solo l’orologio che restituisce l’interpretazione meno incoerente possibile del complesso dell’esperienza accumulata in una data epoca. Così come potrebbe costruirsi un metro di ghiaccio, una persona potrebbe osservare che il suo canarino si mette a cantare ogni giorno esattamente cento volte con un intervallo tra l’una e l’altra che sembra costante al suo orecchio, e quindi potrebbe definire la divisione delle sue giornate sulla base del comportamento del canarino. La scelta sarebbe legittima come ogni altra, e per un solitario potrebbe essere quella eccellente: una persona noncurante di tutto ciò che è fuori del suo mondo potrebbe sentirsi a suo agio proprio scegliendo di usare le abitudini del suo animale da compagnia come orologio per decidere delle proprie azioni, e cucinarsi il pranzo dopo il cinquantesimo cinguettio e così via. Ma certamente la scelta andrebbe incontro a numerosi problemi pratici in tutte le relazioni con i terzi.

1.4       Simultaneità e successione dei fenomeni nel tempo

Quando pensiamo qualcosa di due oggetti di qualsiasi specie in relazione tra loro, ci rappresentiamo sempre gli eventi pertinenti alle due cose collocandoli nello stesso tempo. La necessità di questa operazione logica genera come sua conseguenza anche l’idea istintiva che l’attribuzione sia della simultaneità sia dell’ordine della successione di due eventi sia un problema banale. Diciamo, ad esempio, che un’automobile rossa e una bianca sono passate davanti a casa nostra nello stesso istante, oppure che è passata prima l’automobile rossa, e crediamo di vedere che i due eventi sono accaduti nello stesso tempo, oppure che sono accaduti l’uno prima dell’altro in un dato ordine, con l’evento A prima dell’evento B e non l’evento B prima di A. Non è così, non vediamo mai la simultaneità e la successione, ma decidiamo sempre di attribuirle sulla base di un giudizio che comporta elementi ulteriori rispetto alla semplice rappresentazione matematica del tempo come una linea e alla collocazione degli eventi nella stessa coordinata del tempo o in coordinate diverse. La definizione matematica di simultaneità e successione è molto semplice: data la rappresentazione del tempo come un asse cartesiano, eventi simultanei hanno lo stesso valore della coordinata t, mentre eventi in successione hanno valori diversi t1 e t2, non interscambiabili. Ma questo semplice aspetto formale non basta da solo a riconoscere simultaneità e successione intese come condizioni fisiche di due eventi.

Per renderci conto della complessità dei giudizi riguardo a simultaneità e successione, per prima cosa prendiamo a esempio due persone, due comunità o due sistemi sociali che vivano in mondi diversi, non sapendo nulla l’uno dell’altro. Questi due sistemi hanno ciascuno il proprio tempo, che fa da riferimento al decorso degli eventi nel loro mondo, e non hanno un tempo comune. Il tempo comune sorge solo quando i due diversi mondi entrano in relazione, o quando essi entrano in relazione nel pensiero di un terzo soggetto. Nel Medioevo si riteneva che la Terra, oltre che essere il centro assoluto dell’universo, fosse ripartita in tre continenti, Europa, Asia e Africa, al centro dei quali vi era la città di Gerusalemme, e attorno ai quali vi era soltanto l’Oceano, impossibile da navigare e da attraversare. In questo mondo, e nel sistema di riferimenti geografici e temporali di questo mondo, nell’anno 1325 Alfonso IV di Borgogna divenne re del Portogallo. Nel frattempo in Messico gli Aztechi vivevano la loro vita e facevano delle cose nella geografia del loro mondo e nei riferimenti temporali della loro cronologia. È chiaro che mentre queste cose accadevano i portoghesi e gli Aztechi non solo non sapevano niente gli uni degli altri, ma nemmeno immaginavano alcunché gli uni degli altri. Qualcuno in Portogallo poteva chiedersi, speculativamente, se ci fossero uomini in altri continenti, così come ce lo chiediamo noi riguardo ad altri pianeti, e lo stesso poteva fare qualcun altro in Messico: ma questo lavoro di immaginazione non poteva condurre né i Portoghesi ad avere un concetto degli Aztechi, né gli Aztechi ad avere un concetto dei Portoghesi. Noi però oggi sappiamo, o riteniamo di sapere, che nell’anno 1325 mentre in Portogallo avveniva il fatto politico dell’ascesa al trono di Alfonso IV gli Aztechi fondarono la città di Tenochtitlán. Come facciamo a saperlo? Ovviamente ricaviamo il risultato da analisi comparative tra la cronologia europea e le testimonianze archeologiche e documentarie lasciate dagli Aztechi e sopravvissute alle distruzioni della conquista europea. Questo però ci dice due cose: in primo luogo, che l’attribuzione della simultaneità a due eventi richiede che essi siano conosciuti da qualcuno in grado di immaginarli nello stesso sistema di riferimento per le misure di tempo. Per il re Alfonso IV la fondazione di Tenochtitlán non è né simultanea, né precedente né successiva alla sua salita al trono: semplicemente essa non è niente. In secondo luogo, la semplice rappresentazione delle cose che avvengono e cambiano nel tempo non basta ad attribuire il carattere di simultaneità a due eventi: occorre sempre collocare gli eventi in relazione a fatti spaziali e poi correlarli reciprocamente anche in relazioni fisiche e non solo in quelle geometriche.

Proviamo a ricordare due eventi remoti della nostra prima infanzia: due eventi che ci abbiano impressionato e sorpreso piacevolmente o dolorosamente e che perciò non si cancellano mai dalla memoria, ma di tanto in tanto riemergono, facendoci rivivere la qualità dello stato d’animo che sperimentammo quando essi si verificarono. I due eventi sono nella memoria, talvolta riemergono sollecitati da eventi del presente, poi tornano allo stato latente, poi si ripresentano. Quale avvenne prima e quale dopo? Il solo ricordo dello stato d’animo non è capace, mai, di dare risposta a questa domanda. Se per qualche ragione sentiamo la necessità di collocare i due eventi in coordinate determinate sulla linea del tempo, dobbiamo cominciare a chiederci: a quale evento nello spazio esterno sono associati quei due eventi interiori? Quale fatto ne ha generato la qualità emotiva? I fatti concomitanti accaduti allora sono stati la causa o sono stati l’effetto delle mie emozioni? Ho fatto una certa scelta perché ho provato un certa emozione, oppure ho provato una certa emozione perché prima avevo fatto una certa scelta? E così via: rispondendo a queste domande possiamo ricostruire l’ordine del tempo, che il solo ricordo delle qualità emotive non è in grado di restituire.

L’immagine oggettiva del mondo d’esperienza è una costruzione in cui per collocare appropriatamente gli eventi distinti in luoghi diversi della linea del tempo abbiamo bisogno di aiutarci sia con distinzioni nello spazio sia con la conoscenza di relazioni fisiche tra gli eventi. Così, ad esempio, pensando a ricordi dell’infanzia diciamo: l’evento A deve essere accaduto prima dell’evento B, perché ora ricordo che l’evento A accadde quando abitavo nella prima delle case in cui ho abitato nella mia infanzia, mentre l’evento B accadde nella seconda casa. L’evento C accadde dopo l’evento B, perché quando accadde l’evento B era ancora vivo il nonno, mentre il ricordo dell’evento C porta in se stesso anche il senso di estraniamento che provai quando mi dissero che il nonno era morto, e così via.

Generalizzando: il tempo vissuto dalla coscienza non è niente più che un magma di ricordi che emergono, si dileguano, riemergono, e per mettervi ordine è necessario rappresentare il tempo come una dimensione spaziale, che potremmo tranquillamente chiamare quarta dimensione in un senso molto semplice (con poco o niente a che vedere con Einstein), poi è necessario correlare gli eventi con le coordinate spaziali in cui essi si verificarono, e infine è anche necessario correlare gli eventi tra loro secondo relazioni fisiche: so che una cosa accadde prima di un’altra quando so che le la prima è la causa della seconda. Se non conosco la relazione fisica, allora posso sempre dubitare della relazione temporale.

Facciamo ancora un esempio per chiarire quest’ultimo asserto. Supponiamo di vedere (senza audio) un film, una commedia, in cui ci vengono presentate alternativamente immagini della campagna che scorre vista da una finestra e immagini di un gruppo di persone che litiga dentro una piccola stanza, lunga ma piuttosto stretta. La rappresentazione della lite ogni tanto si interrompe e lascia il posto per brevi attimi alla rappresentazione della campagna che scorre fuori dalla finestra, poi la scena ritorna ai personaggi in lite. Chiunque oggi comprende questo genere di scena da commedia senza

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