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Montini: Arcivescovo di Milano

Montini: Arcivescovo di Milano

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Montini: Arcivescovo di Milano

Lunghezza:
925 pagine
12 ore
Pubblicato:
24 ott 2017
ISBN:
9788838246111
Formato:
Libro

Descrizione

 La ricorrenza del sessantesimo anniversario dall'ingresso di Giovanni Battista Montini a Milano, il 6 gennaio 1955, ha suggerito all’arcidiocesi di Milano e all’Istituto Paolo VI di Brescia l’opportunità di avviare uno studio d’insieme del suo ministero episcopale nella Chiesa ambrosiana. L’episcopato di Montini non è un campo inesplorato per gli studiosi, ma i contributi raccolti in questo volume offrono elementi nuovi attinti dai documenti dell’Archivio della Segreteria dell’Arcivescovo Montini presso l’Archivio Storico Diocesano di Milano. Per la prima volta si tenta di proporre una considerazione complessiva dell’episcopato montiniano attorno a tre ambiti: l’istituzione ecclesiale con i suoi diversi soggetti e le sue molteplici strutture, l’azione pastorale con le forme fondamentali in cui si attua la missione della Chiesa e i complessi legami che essa intreccia con la società e la cultura.
Pubblicato:
24 ott 2017
ISBN:
9788838246111
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Montini - Angelo Maffeis

LUCA BRESSAN; ANGELO MAFFEIS

MONTINI

Arcivescovo di Milano

I diritti di traduzione, di memorizzazione elettronica

e di adattamento totale o parziale,

con qualsiasi mezzo sono riservati per tutti i Paesi.

© 2016 by

Istituto Paolo VI - Brescia

Edizioni Studium - Roma

ISBN: 9788838246111

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Indice dei contenuti

INTRODUZIONE

AGOSTINO GIOVAGNOLI

ROMANO O MILANESE?

UNIVERSALISMO CATTOLICO

PROGETTO PACELLIANO E PROGETTO MONTINIANO

SAN CARLO E IL MODELLO EPISCOPALE DI MONTINI

MISSIONE E POLITICA: IL CENTRO-SINISTRA

NELLA ROMA DI GIOVANNI XXIII

ENNIO APECITI

LE OMELIE PER LE ORDINAZIONI PRESBITERALI

LETTERE E OMELIE PER LA PASQUA

RITIRI E INCONTRI CON IL CLERO

GLI INCONTRI CON I SEMINARISTI

ALCUNI CASI PARTICOLARI

RAPPORTI PERSONALI

CONCLUSIONE

VALENTINA SONCINI

LE RELAZIONI TRA GIOVENTÙ ITALIANA DI AZIONE CATTOLICA E GIOVENTÙ FEMMINILE CON GIOVENTÙ STUDENTESCA E GIOVENTÙ LAVORATRICE: REALTÀ A CONFRONTO PER UN NUOVO SLANCIO MISSIONARIO

LA RIUNIONE DEL 23 AGOSTO 1962 E I SUOI EFFETTI PER UN’AZIONE PASTORALE PLURIFORME E COMUNIONALE

GLI ISTITUTI SECOLARI: UNA NOVITÀ DA INTERPRETARE

L’ISTITUTO DELLE MISSIONARIE DEL SACERDOZIO REGALE DI CRISTO: INDICAZIONI E INTERROGATIVI

NUOVI FERMENTI PER UNA CHIESA DI COMUNIONE PER LA MISSIONE

CONCLUSIONE

MARIA BOCCI

FEDERICA MAVERI

LA MILANO DELLE RELIGIOSE E L’ARCIVESCOVO

«VOI MI DOVETE, COME FIGLIE, ESSERE VICINE»

MONTINI VALORIZZA E PROMUOVE LA PRESENZA DELLE RELIGIOSE IN DIOCESI

LE RELIGIOSE E IL MONDO NEL MAGISTERO DI MONTINI

«ALLARGATE I VOSTRI ORIZZONTI»: LA DIMENSIONE MISSIONARIA

LUCA BRESSAN

PREMESSA

UN VESCOVO, UNO STILE

PASTORE NEL SOLCO DELLA TRADIZIONE

IL CONTAGIO DELLA MISSIONE

LA SFIDA DI UNA CULTURA IN PIENA TRASFORMAZIONE

QUESTO STILE, SESSANT’ANNI DOPO

GIORGIO DEL ZANNA

LA CHIESA E LA CITTÀ MODERNA

LA PARROCCHIA TRA CRISI E NUOVE SFIDE PASTORALI

CHIESA E PERIFERIE

LA CHIESA IN MISSIONE

DOPO LA MISSIONE

GISELDA ADORNATO

UN EVENTO STRAORDINARIO

LA PREPARAZIONE

IL TEMA

I FINI

I LONTANI

LA PARROCCHIA

NELLE SCUOLE

ALLE CATEGORIE PROFESSIONALI

I PARROCI

I LAICI

LA COMUNICAZIONE E I FINANZIAMENTI

IL PELLEGRINAGGIO A LOURDES

I RISULTATI

LA MISSIONE NELLA PASTORALE DI MONTINI

LUCIANO CAIMI

UNA SENSIBILITÀ EDUCATIVA DI LUNGA DATA

LA QUESTIONE GIOVANILE NELLE RIFLESSIONI D’INIZIO EPISCOPATO

ESIGENZE EDUCATIVE DELLA GIOVENTÙ AMBROSIANA FRA ANNI CINQUANTA E SESSANTA

CONCLUSIONI

ADRIANO CAPRIOLI

1. IL CONVEGNO DI VERONA

2. LE LETTERE PASTORALI

3. MONTINI, PROFETA DEL CONCILIO?

CECILIA DE CARLI

EDOARDO BRESSAN

ALFREDO CANAVERO

MONTINI A MILANO: INNANZITUTTO PASTORE

COMBATTERE LE «TENDENZE INAMMISSIBILI»

INFORMARSI PER ORIENTARSI

LE ELEZIONI AMMINISTRATIVE DEL 1956

LE ELEZIONI DEL 1958 E IL «CASO» GRANELLI

LE AMAREZZE DI MONTINI

UN «SUPER-CIVICO» A MILANO?

IL CENTRO-SINISTRA A MILANO

CHE FARE DI FRONTE ALL’APERTURA?

ALDO CARERA

IN UN MONDO IN FIERI

MONTINI: LA NATURA E I FINI DEL SINDACATO LIBERO E DEMOCRATICO

LE INSORGENTI PENE DELLO SPIRITO E DELLA RAZIONALITÀ: IL DIFFICILE DIALOGO CON LE ACLI

CONFLITTI E MEDIAZIONI

DANIELE BARDELLI

ANDREA BELLANI

LA SEDE DELLA FACOLTÀ TEOLOGICA DI MILANO

L’AUSPICIO DI INCONTRI ECUMENICI A MILANO NEL «VOTUM» PER IL CONCILIO VATICANO II

LINEE CONCLUSIVE

FULVIO DE GIORGI

POTENZIALITÀ E LIMITI DEL RAPPORTO CHIESA-CULTURA NEL MAGISTERO EPISCOPALE DI MONTINI

IL LAICISMO TRA POST-IDEALISMO E FINE DELL’EPOCA MODERNA

LO STILE PASTORALE (E PEDAGOGICO) DI MONTINI: PROBLEMATICITÀ E DIALOGO

EROS MONTI – MICHELE SCAPINELLO

UNA DONAZIONE FINALIZZATA AD APPROFONDIRE IL DIALOGO TRA LE CULTURE

MONTINI ARCIVESCOVO E VILLA CAGNOLA

DIONIGI TETTAMANZI

PER UNA «BIOGRAFIA SPIRITUALE» DI MONTINI-PAOLO VI

«SONO VOSTRO. VOSTRO PER PARLARVI DI CRISTO»

MA MONTINI «QUALE» CRISTO CI OFFRE?

LA CHIESA MYSTERIUM LUNAE

DI FRONTE AL MONDO: IL CUORE «SOCIALE» DI MONTINI-PAOLO VI

LA SPIRITUALITÀ NELLE PROVE DELLA VITA

ANGELO SCOLA

«CERCATE OGNI GIORNO IL VOLTO DEI SANTI»

LA RIFORMA DELLA CHIESA SULLA SCIA DEL CONCILIO VATICANO II

L’ARCIVESCOVO MONTINI E LA RIFORMA DELLA CHIESA

INDICE DEI NOMI

INTRODUZIONE

Le ragioni di una ricerca

Gli studi e le ricerche dedicate all’opera e all’insegnamento di Giovanni Battista Montini-Paolo VI hanno rivolto l’attenzione in prevalenza al periodo del pontificato. Ciò è del tutto comprensibile perché i quindici anni del ministero di Paolo VI sulla Cattedra di Pietro sono stati segnati da eventi di portata epocale, quali il Concilio Vaticano II e l’avvio dell’attuazione delle sue decisioni nella prima stagione postconciliare. Su que sto snodo decisivo della storia della Chiesa contemporanea ha contribuito a ridestare l’interesse della ricerca storica e teologica la ricorrenza del cinquantesimo anniversario della celebrazione del Vaticano II. L’accresciuta disponibilità di documenti che permettono di ricostruire le vicende conciliari, insieme alla distanza storica che consente un giudizio meno condizionato da visioni anguste e parziali, hanno favorito opportune messe a punto della storia del Concilio e aperto orizzonti più vasti nella considerazione delle dinamiche che in esso si sono dispiegate, ma hanno al tempo stesso messo in luce il permanere di differenze significative tra le prospettive ermeneutiche seguite nell’interpretazione del Vaticano II.

Nel quadro della memoria del cinquantesimo anniversario del Concilio non poteva mancare il ricordo di Paolo VI, indicato da alcuni come «il papa dimenticato» [1] . Sulla sua figura ha richiamato l’attenzione in primo luogo la sua beatificazione, avvenuta il 19 ottobre 2014, al termine dell’Assemblea straordinaria del Sinodo dei vescovi. Il riconoscimento ecclesiale della santità di Paolo VI, oltre a proporlo a tutta la Chiesa come modello di vita cristiana e di dedizione al servizio pastorale, ha offerto l’occasione per tornare a riflettere sul significato storico del suo pontificato e sull’opera del papa che ha portato a termine il Vaticano II e ha guidato la Chiesa cattolica nei tormentati anni seguiti alla conclusione dell’assise conciliare. All’intreccio tra lo svolgimento del Vaticano II e l’opera dei due papi del Concilio sono state dedicate numerose iniziative di studio promosse in ambito accademico ed ecclesiale [2] .

La ricorrenza di un altro anniversario, il sessantesimo dall’ingresso di Giovanni Battista Montini a Milano il 6 gennaio 1955, ha suggerito all’arcidiocesi di Milano e all’Istituto Paolo VI di Brescia l’opportunità di avviare uno studio d’insieme del suo ministero episcopale nella Chiesa ambrosiana. Anche il periodo in cui Montini ha rivestito la responsabilità di arcivescovo di Milano ha infatti un’indubbia importanza non solo nella sua personale biografia ma anche nella storia della Chiesa ambrosiana e della Chiesa italiana, così come della Chiesa universale.

I saggi raccolti in questo volume riprendono e sviluppano le relazioni presentate nel corso delle Giornate di Studio su Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano, tenute a Gazzada (Varese) e a Milano dal 15 al 17 gennaio 2015 e intendono offrire una visione d’insieme dell’episcopato milanese di Giovanni Battista Montini, che si distende dall’inizio del 1955 fino al momento dell’elezione alla Sede romana il 21 giugno 1963. I contributi degli studiosi che hanno condiviso il progetto di ricerca e hanno preso parte alle Giornate di Studio si sforzano in particolare di mettere in luce le caratteristiche di fondo dell’episcopato di Montini: il progetto pastorale che ha ispirato la sua azione e i temi al centro del confronto con l’ambiente sociale e culturale del tempo, così come la sua portata nella storia della Chiesa italiana e universale nel XX secolo e il significato che esso riveste per il Vaticano II e per il pontificato di Paolo VI.

L’episcopato milanese di Montini non è affatto un campo inesplorato per gli studiosi. Esso infatti è già stato oggetto di numerosi studi e ricerche che hanno approfondito aspetti diversi della personalità e dell’impegno pastorale del futuro Paolo VI. Il ciclo dei Colloqui Internazionali di Studio dedicati dall’Istituto Paolo VI al Vaticano II è stato inaugurato nel 1983 proprio da un’indagine approfondita del contributo dato dall’arcivescovo di Milano alla preparazione del Concilio e al primo periodo dei suoi lavori [3] . Nel corso degli anni inoltre sono stati fatti oggetto di studio il rapporto di Montini con il mondo del lavoro e dell’impresa, l’attenzione verso il mondo politico del tempo, l’impegno in campo culturale, il suo sforzo di aggiornare le strutture educative promosse dalla Chiesa e il progetto pedagogico in esse attuato, la grande Missione di Milano del 1957, il suo magistero in campo liturgico, l’impegno ecumenico, la sua meditazione e attualizzazione dell’eredità di Ambrogio e di Agostino e numerosi altri temi [4] . Oltre alla lunga serie di studi e contributi su diversi aspetti dell’azione pastorale di Montini, non si deve dimenticare il lavoro di edizione delle fonti, tra le quali meritano di essere menzionati i quattro volumi dei Discorsi e scritti milanesi che l’Istituto Paolo VI ha messo a disposizione di tutti coloro che intendono accostarsi all’insegnamento e all’azione pastorale di Montini a Milano [5] .

Che cosa rimane da fare? È evidente che i campi d’indagine per la ricerca storica e teologica non sono affatto esauriti e rimane spazio per il progresso della conoscenza, grazie all’acquisizione e allo studio di nuove fonti e attraverso la via della revisione e dell’affinamento degli schemi interpretativi ai quali gli studiosi hanno finora fatto ricorso. Molti dei contributi raccolti in questo volume offrono elementi nuovi di conoscenza attinti dallo studio dei documenti dell’Archivio della Segreteria dell’Arcivescovo Montini (asam) custodito presso l’Archivio Storico Diocesano di Milano e, trattandosi nella maggior parte di sondaggi limitati, suggeriscono piste di ricerca da percorrere in futuro.

L’aspetto più originale di questo volume è rappresentato dal fatto che, a nostra conoscenza, per la prima volta si compie il tentativo di proporre una considerazione complessiva dell’episcopato milanese di Giovanni Battista Montini. Come abbiamo ricordato, nel passato non sono mancati numerosi e validi studi settoriali dedicati ad aspetti e temi specifici del ministero svolto da Montini a Milano; tali studi presentano in modo approfondito un tema o un momento dell’episcopato montiniano, ma generalmente non sono in grado di mostrare le connessioni tra i diversi ambiti dell’azione dell’arcivescovo e ancor meno riescono a mettere in luce la trama complessiva del progetto pastorale che ha ispirato e dato coerenza alla sua azione nei diversi settori della vita ecclesiale e sociale. Per trovare una presentazione complessiva del tratto milanese della vicenda storica di Montini ci si può certo rivolgere alle numerose biografie di Paolo VI pubblicate negli ultimi decenni, nella maggior parte delle quali è proposta, almeno embrionalmente, una descrizione degli assi portanti della sua azione pastorale nella Chiesa ambrosiana. Per comprensibili ragioni, le biografie devono però necessariamente limitarsi a una visione schematica e non possono entrare in una considerazione di dettaglio e presentare un quadro analitico e differenziato dell’episcopato milanese di Montini.

Nel programma delineato per le Giornate di Studio su Montini arcivescovo di Milano si è perseguito lo scopo di far convergere lo sforzo di delineare il quadro d’insieme con la cura per la precisione del dettaglio che solo una puntuale indagine analitica può offrire. E il confronto dei risultati degli studi settoriali condotti ci auguriamo possa contribuire a individuare con maggiore chiarezza i punti di contatto e i nessi organici che danno unità e coerenza al progetto e all’azione pastorale dell’arcivescovo Montini.

Nell’articolazione degli interventi previsti si riconoscono chiaramente tre ambiti tematici fondamentali che scandiscono le sezioni del volume e raccolgono i contributi attorno a tre nuclei: l’ istituzione ecclesiale con i suoi diversi soggetti e le molteplici strutture cui ha dato vita, l’ azione pastorale con le forme fondamentali in cui si attua la missione della Chiesa e, infine, i complessi legami che la Chiesa intreccia con la società e la cultura.

Al momento del suo ingresso nella Chiesa ambrosiana Giovanni Battista Montini si è trovato a capo di un organismo istituzionale ricco e articolato, frutto di complesse stratificazioni storiche. Le istituzioni pastorali dell’arcidiocesi milanese portano il segno evidente anzitutto della riforma tridentina, che in san Carlo Borromeo ha trovato il suo più energico promotore. L’eredità tridentina si concretizza in primo luogo nella centralità della parrocchia, la quale a metà del Novecento continua ad essere la struttura portante dell’azione pastorale e l’articolazione fondamentale della presenza ecclesiale nella società. Non a caso uno degli aspetti qualificanti dell’azione pastorale di Montini sarà costituito dalla costruzione di nuove chiese e delle relative strutture parrocchiali per i nuovi quartieri cittadini che avevano accolto gli immigrati attratti dallo sviluppo industriale. Il piano per l’edificazione di nuove chiese concepito e in parte realizzato da Montini nel corso del suo episcopato rappresenta in qualche modo l’estrema propagine di un movimento caratteristico di tutta l’epoca moderna, che intendeva assicurare una presenza sempre più capillare delle strutture ecclesiastiche nel tessuto della società. A questo movimento, nella seconda metà del Novecento, ne è seguito uno di segno opposto, tuttora in atto, orientato non tanto all’espansione, ma alla concentrazione delle strutture e delle presenze ecclesiali, principalmente a causa della sempre più accentuata riduzione numerica dei membri del clero e delle comunità religiose.

Tra Ottocento e Novecento l’impianto pastorale tridentino – che pure già riconosceva, accanto alla parrocchia, un ruolo significativo alle Confraternite e alle Opere pie – si era ulteriormente arricchito della presenza di numerose congregazioni religiose dedite principalmente all’educazione e all’assistenza, così come di organizzazioni laicali differenziate per fasce di età e condizione sociale e unificate sotto la struttura dell’Azione Cattolica. A Milano Montini può contare sulla forza di questi soggetti, attivi non solo in settori specializzati della vita ecclesiale e nella pastorale d’ambiente, ma dotati di una presenza diffusa nelle parrocchie e negli oratori. Egli non si lascia però illudere dall’imponenza dell’apparato ecclesiale e intuisce l’urgenza d’intraprendere una profonda revisione delle strutture e del loro modo di operare, perché siano strumenti più efficaci a servizio della missione della Chiesa e corrispondano meglio alle esigenze del mondo contemporaneo.

Senza sminuire in alcun modo l’importanza delle istituzioni pastorali, Montini è convinto che la loro efficienza dipenda in larga misura dalla dedizione con cui assolvono il loro compito le persone che ne sono responsabili e dalla loro capacità d’interpretare il mutamento sociale e culturale in atto.

Sul primo versante l’arcivescovo di Milano si muove nella linea classica della riforma tridentina che all’intervento sulle istituzioni e alla definizione della normativa canonica ha accompagnato la proposta di un ideale spirituale capace di animare l’esercizio del ministero pastorale. In dialogo con sant’Ambrogio e san Carlo Borromeo, Montini definisce anzitutto per se stesso l’ideale spirituale che deve guidare il ministero del vescovo e lo propone con insistenza al clero della diocesi. Anche per gli altri soggetti della pastorale e per tutti i fedeli la coltivazione di una vita spirituale profonda e adatta alla propria vocazione e stato di vita è tema frequentemente ricorrente nei discorsi dell’arcivescovo.

Sul secondo versante Montini percepisce acutamente i segni della profonda trasformazione sociale e culturale di cui la città di Milano costituisce un’avanguardia e che mette in questione le tradizionali forme in cui la Chiesa ha compiuto la sua missione. Fin dal discorso d’ingresso in Duomo del 6 gennaio 1955 Montini constata nella società e nella cultura contemporanea la presenza di tendenze che mettono in questione la validità della tradizione religiosa e civile ricevuta dal passato. Pastore e Chiesa devono quindi rinnovare anzitutto la consapevolezza della responsabilità per la tradizione che è stata loro affidata e che sono chiamati a trasmettere fedelmente. D’altra parte la Chiesa non può ripiegarsi in un atteggiamento puramente ripetitivo e conservatore, perché il senso autentico della tradizione è di far percepire in ogni generazione il valore del messaggio evangelico, la sua perenne vitalità e la sua inesausta capacità d’illuminare tutti gli aspetti dell’esistenza umana.

«Abbiamo bisogno – afferma il nuovo arcivescovo – d’un cristianesimo vero, adeguato al tempo moderno». Questa esigenza si traduce in un interrogativo: «come possiamo noi adeguare la nostra vita moderna, con tutte le sue esigenze, purché sane e legittime, con un cristianesimo autentico?» [6] .

Montini è consapevole che questo problema investe la pastorale della Chiesa ovunque nel mondo occidentale, ma ai suoi occhi la situazione milanese presenta tratti particolari. Proprio perché nella metropoli lombarda in tutti i campi della vita civile e sociale i processi di trasformazione e di modernizzazione sono più accentuati e accelerati, la sfida per chi in tale contesto è chiamato a proclamare il messaggio cristiano in modo comprensibile e convincente è più ardua, ma le risposte efficaci eventualmente trovate possono indicare anche ad altri la direzione da seguire e possono perciò avere un valore esemplare che trascende l’ambito locale.

«Io vado pensando, fin da questo inizio del mio ministero pastorale, che questo problema si pone in modo speciale, e sotto certi aspetti, unico, proprio alla nostra Milano; poiché a Milano, più che altrove in Italia, e forse più che altrove nel mondo, concorrono in alto grado i due dati del problema stesso: la ricchezza stupenda e secolare d’una tradizione religiosa – e voglio dire: di fede, di santità, di arte, di storia, di letteratura, di carità –, con una ricchezza meravigliosa e modernissima di vita – e voglio dire di lavoro, d’industria, di commercio, di arte, di sport, di politica» [7] .

La relazione tra la tradizione cristiana e lo sviluppo moderno della cultura non è solo potenzialmente portatrice di tensioni, a motivo dei differenti valori perseguiti, ma ha già visto in passato vistosi fenomeni d’incomprensione reciproca, estraneità e conflitti e la storia moderna è largamente segnata dal conflitto e dall’estraneità tra cristianesimo e cultura. A questo tuttavia non bisogna rassegnarsi, quasi si trattasse di un destino ineluttabile. Rivelatrice è l’analogia che affiora nel discorso d’ingresso di Montini tra il conflitto tra Chiesa e Stato italiano, legato all’eredità della questione romana, e la situazione attuale. Essa serve all’arcivescovo per sottolineare l’esigenza di una pacificazione, di rilievo non inferiore a quella portata a termine da Pio XI con il Concordato del 1929,

«un’altra pacificazione, su un altro piano, quello ideologico-morale [...], la pacificazione cioè della tradizione cattolica italiana con l’umanesimo buono della vita moderna» [8] .

La scelta compiuta in questo volume di dedicarsi a una ricostruzione complessiva dell’episcopato milanese di Montini e la conseguente delimitazione del campo d’indagine non comportano ovviamente la dimenticanza di quello che egli è stato prima e quello che egli è diventato dopo la stagione ambrosiana. È evidente che a Milano il nuovo arcivescovo ha portato con sé l’esperienza maturata nei decenni precedenti nel suo servizio alla Santa Sede, ma anche la sensibilità culturale e spirituale che aveva preso forma attraverso le letture e gli incontri del periodo fucino. Ed è altrettanto evidente che l’esperienza pastorale milanese ha contribuito in modo decisivo nel conclave del 1963 a far convergere su Montini i voti dei cardinali elettori ed è rimasta per Paolo VI un riferimento fondamentale nel corso di tutto il suo pontificato.

Un tema interessante, che merita di essere approfondito, è dunque il rilievo che l’esperienza pastorale milanese assume per il pontificato di Paolo VI e, in particolare, per la sua azione nel portare a termine il Vaticano II e nel guidare la sua prima recezione. Al riguardo, è sintomatico il titolo scelto per i volumi che raccolgono i risultati di una ricerca promossa dalla Fondazione Ambrosiana Paolo VI sul Vaticano II e sua recezione in ambito milanese e italiano: Da Montini a Martini: il Vaticano II a Milano [9] . L’allusione a Montini rappresenta solo un’indicazione abbreviata che suggerisce il terminus a quo temporale dell’indagine, oppure suggerisce implicitamente l’ipotesi che l’episcopato di Montini rappresenti non certo una recezione formale di un Concilio non ancora celebrato, ma l’inizio di una revisione delle strutture ecclesiastiche e del progetto pastorale e l’avvio di un processo di assimilazione di elementi che al Vaticano II troveranno la loro ratifica e sono quindi da considerare in oggettiva continuità con idee ed esperienze pastorali maturate nella stagione preconciliare? Cercare una risposta convincente a questo interrogativo contribuirebbe anche a comprendere meglio in termini generali il terreno ecclesiale su cui è cresciuto il Vaticano II. Senza volerne in alcun modo sminuire la novità, bisogna infatti ammettere che esso costituisce pure un significativo fenomeno di «recezione» di prospettive teologiche ed esperienze pastorali germinate all’interno delle Chiese locali nell’epoca precedente alla sua convocazione. Il concetto di recezione potrebbe così essere utilizzato per descrivere non soltanto l’accoglienza e l’attuazione del Concilio da parte della Chiesa, ma anche il discernimento e la valorizzazione da parte dell’assemblea conciliare dei fermenti di rinnovamento presenti nel corpo ecclesiale.

Ugualmente rilevante è il cammino che ha portato Montini a Milano. Nella diocesi ambrosiana il nuovo arcivescovo è arrivato sprovvisto di un’esperienza pastorale di tipo tradizionale, cioè maturata nel ministero parrocchiale ed episcopale. Egli portava tuttavia con sé un bagaglio di esperienza ricco e vario, acquisito negli anni della sua formazione, affinato durante trent’anni di servizio in Segreteria di Stato sotto i pontificati di Pio XI e di Pio XII e sperimentato nell’impegno di assistente ecclesiastico della fuci, nell’accompagnamento del movimento dei Laureati Cattolici e nella tessitura discreta di una rete di contatti con gli ambienti più vivaci del cattolicesimo del tempo. Questa pluralità di esperienze si salda con una personalità che è diventata quasi un luogo comune caratterizzare come complessa. In effetti, Giovanni Battista Montini è un intellettuale che fin dagli anni giovanili si è misurato a viso aperto con gli interrogativi della cultura moderna, è un diplomatico che si è dedicato ad assicurare le condizioni per il dialogo tra la Chiesa e i responsabili dei popoli – e questo sforzo è stato compiuto nel difficile contesto segnato dall’affermazione dei regimi totalitari in Europa, dalla seconda guerra mondiale e dalla ricostruzione postbellica – ed è un pastore che al compimento della missione della Chiesa orienta tanto gli interessi culturali quanto il lavoro diplomatico.

La nomina a Milano, come è noto, ha turbato profondamente Montini, sia per la svolta inattesa e radicale che imprimeva alla sua vita, sia per le ragioni che avevano contribuito a determinarla e per l’allontanamento da Roma che essa comportava. D’altra parte, l’elezione ad arcivescovo di Milano permetteva al pro-segretario di Stato di realizzare il desiderio di dedicarsi alla vita pastorale che lo aveva accompagnato fin dai primi anni del suo ministero. Certo, la sua inclinazione lo orientava alla «cura d’anime», nel senso letterale del termine, cioè all’accompagnamento personale e alla formazione della coscienza attraverso la via maestra del dialogo [10] . In una realtà così vasta e complessa come quella milanese dovrà invece misurarsi anzitutto con le istituzioni pastorali e con l’esigenza di aggiornarle perché siano all’altezza del loro compito, così come con la definizione degli orientamenti generali dell’azione pastorale e con la scelta delle persone in grado di attuare tali direttive. Ma anche nella complessità delle mediazioni che l’organizzazione pastorale di una grande diocesi richiede, questa istanza della soggettività personale dei fedeli e l’esigenza che le istituzioni e le iniziative pastorali li incontrino come persone e non si rivolgano semplicemente a categorie o a gruppi rappresenta uno degli aspetti qualificanti del progetto pastorale di Montini.

Le relazioni di questo Convegno sono affidate per la maggior parte a storici, ma non manca anche il contributo della teologia pastorale. L’incontro tra la prospettiva storica e quella teologico-pastorale rappresenta uno degli elementi peculiari, e si spera fruttuosi, di questa ricerca. La teologia, e la teologia pastorale in particolare, hanno bisogno di ritornare a rileggere la storia per evitare il rischio di progettare il futuro della Chiesa credendo di poterlo dedurre da principi astratti oppure di perdere la consapevolezza del legame con la tradizione ecclesiale di cui siamo eredi e che, per molti aspetti, continua a plasmare la vita ecclesiale attraverso le istituzioni che ha lasciato. Quando recupera l’eredità storica, inoltre, la teologia pastorale può beneficiare di uno sguardo che non si limita a considerare le dinamiche intraecclesiali, ma si estende ai processi culturali, sociali e politici con i quali la vita della Chiesa è inevitabilmente intrecciata. D’altra parte, anche gli storici, se vogliono rendere ragione dell’originalità della vita della Chiesa e di ciò che ispira le sue scelte e anima la sua attività, possono ricavare qualche beneficio dal dialogo con la teologia; quest’ultima infatti svolge la funzione di rendere esplicita la coscienza che la Chiesa ha di se stessa e della propria missione.

Luca Bressan

Angelo Maffeis


[1] Questo è il sottotitolo della biografia di Paolo VI di J. Ernesti, Paul VI. Der vergessene Papst, Herder, Freiburg-Basel-Wien 2012.

[2] Ci limitiamo a segnalare il Convegno Internazionale del 2013, promosso dalla Fondazione Papa Giovanni XXIII di Bergamo e dall’Istituto Paolo VI di Brescia, per cui cfr Giovanni XXIII e Paolo VI. I papi del Vaticano II. Convegno Internazionale di Studio, Bergamo 12-13 aprile 2013, a cura di E. Bolis, Edizioni Studium, Roma 2014.

[3] Cfr Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo. Colloquio Internazionale di Studio, Milano, 23-24-25 settembre 1983, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1985.

[4] Cfr Lavoro ed economia in G.B. Montini arcivescovo di Milano, a cura di A. Caprioli-L. Vaccaro, Morcelliana, Brescia 1989; Educazione, intellettuali e società in G.B. Montini-Paolo VI. Giornate di Studio, Milano, 16-17 novembre 1990, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1992; L. Caimi, Cattolici per l’educazione. Studi su oratori e associazioni giovanili nell’Italia unita, Editrice La Scuola, Brescia 2006; E. Versace, Montini e l’apertura a sinistra. Il falso mito del «vescovo progressista», Guerini e Associati, Milano 2007; A. Caprioli, Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio. Chiamati alla santità, Morcelliana, Brescia 2014.

[5] Cfr G.B. Montini (Arcivescovo di Milano), Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), I-IV, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1997.

[6] È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, in G.B. Montini (Arcivescovo di Milano), Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), I: 1954-1957, cit., p. 61.

[7] Ibidem.

[8] Ibidem.

[9] Cfr Da Montini a Martini: il Vaticano II a Milano, I: Le figure, a cura di G. Routhier-L. Bressan- L. Vaccaro, Morcelliana, Brescia 2012; II: Le pratiche, a cura di G. Routhier-L. Bressan-L. Vaccaro, Morcelliana, Brescia 2016.

[10] Cfr Paolo VI. Un ritratto spirituale, Introduzione del Card. G. Ravasi, a cura di C. Stercal, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 2016.

PRIMA PARTE

L’istituzione ecclesiale

AGOSTINO GIOVAGNOLI

VESCOVO DELLA CHIESA UNIVERSALE

ROMANO O MILANESE?

Interrogativi cruciali sull’episcopato milanese di Giovanni Battista Montini furono posti già durante il Colloquio Internazionale di Studio organizzato dall’Istituto Paolo VI sulla preparazione e il primo periodo del Vaticano II [1] . Molte domande ruotavano intorno ad un problema di fondo: quale rapporto c’è stato tra Montini e Milano? [2] Alla critica che Montini non era mai diventato veramente milanese ed era sempre rimasto fondamentalmente «romano» [3] , mons. Enrico Manfredini rispose sottolineando la profondità e la simpatia con cui l’arcivescovo ha fatto proprio il pensiero di sant’Ambrogio [4] . Ma era una risposta a metà: assumere il pensiero di un vescovo del IV secolo non significa diventare cittadino di una città del XX secolo. Rumi a sua volta sottolineava una certa distanza di Montini da Milano – «fredda e bagnata» [5] – e il distacco mantenuto dalla società milanese nei suoi confronti: Milano era rimasta «benevolmente curiosa, ma non commossa dalla fatica montiniana, anche da quella della Missione» [6] . Con Schuster, notava invece lo storico milanese, c’era stato un feeling molto diverso.

Alla base di questa complessiva sensazione di distanza – ma non vanno dimenticate le molte manifestazioni di simpatia e di affetto verso l’arcivescovo da parte di singoli, gruppi, parrocchie e, in alcuni casi, di tutto il popolo – credo ci sia stata non tanto una prevalenza di romanità sull’ambrosianità, ma piuttosto l’orientamento missionario di fondo che ha ispirato tutto l’episcopato montiniano. È un orientamento maturato prima della sua nomina episcopale, soprattutto negli anni post-bellici, a Roma e nel contesto del pontificato di Pio XII. È dunque da tale retroterra che bisogna partire per capire il Montini milanese.

Si è discusso molto sul motivo della sua nomina ad arcivescovo di Milano: rimozione da Roma a seguito di dissensi con il papa o promozione in vista di ulteriori possibili sviluppi? In Curia fu vista come un allontanamento e così fu vissuta anche dall’interessato. La Pira, invece, colse subito le grandi prospettive aperte per Montini da quella promozione. In ogni caso, la nomina destinava il sacerdote bresciano ad una grande responsabilità per cui egli non sembrava particolarmente preparato [7] . Era anche l’opinione di Montini [8] . Com’è noto, almeno apparentemente il suo curriculum – mai stato parroco, vescovo e neppure nunzio – non lo rendeva adatto alla guida di una grandissima diocesi. Ma nella lettera apostolica il papa sottolineò in modo inusuale che il candidato aveva «l’ingegno, la forza d’animo, la pietà, lo zelo per la salvezza delle anime» e, soprattutto, «tanta esperienza di cose e di uomini» [9] . A prescindere da altre motivazioni che possono aver concorso alla sua nomina, insomma, per Pio XII il lavoro fatto precedentemente in Curia dal suo pro-segretario di Stato lo metteva in grado di guidare la diocesi ambrosiana. Indubbiamente, attraverso la sua esperienza romana, Montini aveva maturato una rara capacità di unire obbedienza e fedeltà al papa con sensibilità verso tutti [10] , attenzione per i diversi punti di vista, predisposizione al dialogo ecc., oltre ad evidenziare una capacità di lavoro straordinaria per quantità e qualità. Era per questo apprezzato da molti: non solo amici e collaboratori, ma persino suoi avversari, come il card. Ottaviani, lo consideravano il «migliore» [11] . Che fosse il migliore in Curia, tuttavia, non significava che fosse adatto a guidare una grande diocesi. Ma con quell’espressione – esperto «di cose e di uomini» – probabilmente Pio XII alludeva a qualcos’altro.

Prima della sua partenza, il papa malato affidò al nuovo arcivescovo di Milano il mandato di «custodire la fede» [12] e Montini ha sempre considerato il suo servizio episcopale come esplicazione di questo mandato [13] , da lui interpretato in modo dinamico e cioè come impegno missionario a diffondere nuovamente la fede laddove fosse scomparsa o troppo indebolita. Su questo punto egli ha sottolineato più volte la sua piena sintonia con Pio XII e si colloca probabilmente su questo terreno il nesso principale tra esperienza curiale e azione pastorale, tra periodo romano e periodo milanese. Per l’ex pro-segretario di Stato, infatti, stare in Curia non aveva significato chiudersi in una routine burocratica e amministrativa, ma al contrario aprirsi al mondo, conoscerne tantissime espressioni, incontrare le persone più diverse.

Naturalmente Roma non era solo questo: era anche un microcosmo ecclesiastico, con le sue regole, i suoi limiti e le sue meschinità, da cui tenersi fuori come raccomandò anche a don Giuseppe De Luca [14] . C’erano a Roma, soprattutto, presenze ostili nei suoi confronti, come quella del «partito romano» ancora largamente influente. È però da escludere che, dopo il trasferimento a Milano, Montini sia stato più romano che milanese sotto il profilo delle consuetudini, delle relazioni, delle amicizie. Durante quegli anni, il Sant’Uffizio lo tenne sotto stretto controllo, per trovare conferme a sostegno dei sospetti di modernismo o addirittura di giansenismo formulati nei suoi confronti [15] . Già nel 1957 cominciarono a circolare voci che Montini fosse favorevole al centro-sinistra, che lo obbligarono a discolparsi con lo stesso Pio XII. Tutto ciò imponeva molta prudenza. Dalla documentazione nell’Archivio della Segreteria dell’Arcivescovo Montini (d’ora in poi asam), conservato presso l’Archivio Storico Diocesano di Milano, emergono moltissime lettere da lui inviate a tutti i responsabili delle Congregazioni romane, non solo per mandare informazioni ma soprattutto per chiedere istruzioni e per molti anni Montini cercò di evitare viaggi a Roma. Resistette perciò a lungo alle pressioni degli amici, in primo luogo a quelle di Vittorino Veronese, che lo volevano a tutti i costi al II Congresso mondiale per l’Apostolato dei laici. Accettò l’invito solo dopo la rassicurazione di mons. Angelo Dell’Acqua, sostituto della Segreteria di Stato, che il papa ne era «contento» e, soprattutto, che lo avrebbe ricevuto [16] . Quella visita fu per lui occasione per incontrare diversi esponenti del mondo ecclesiastico romano: oltre a Dell’Acqua, incontrò ad esempio il card. Ottaviani, con cui parlarono di Mazzolari, il card. Piazza, con cui si intrattenne sulle vicende di mons. Ronca suo «storico avversario», ed altri esponenti della Curia. E nel discorso pubblico al Congresso mondiale dell’Apostolato dei laici fu molto prudente.

In quella circostanza, ad esempio, Montini sottolineò che «dobbiamo invece essere fermissimamente persuasi che la missione di Cristo alla Chiesa non può mancare di scrupolosa ortodossia» [17] , mentre appena un anno dopo a Milano avrebbe osservato che «l’ortodossia crea i lontani e sembra loro precludere l’accesso all’ovile di Cristo» [18] . Dal testo scritto di quel discorso, inoltre, tolse il riferimento a Maritain presente invece nell’esposizione orale [19] . Proprio Maritain fu, non a caso, una delle armi usate da Ottaviani contro Montini, subito dopo la morte di Pio XII: com’è noto, infatti, nei primi mesi del pontificato giovanneo la posizione del segretario del Sant’Uffizio si rafforzò. Nel dicembre 1958, appena pochi giorni prima della creazione cardinalizia, Montini fu chiamato a discolparsi per la laurea honoris causa in Scienze Politiche assegnata a Maritain dall’Università Cattolica e per la penetrazione delle idee del filosofo francese nella fuci e tra i Laureati Cattolici. Contemporaneamente, sempre il Sant’Uffizio chiedeva ai vescovi di applicare una dura condanna del Movimento dei Focolari, che Montini viceversa difese convinto che si trattasse di «buone persone» [20] . Negli stessi giorni, infine, dovette impegnarsi in una difficile difesa delle acli, su cui pesava una minaccia di scioglimento [21] . L’intera linea pastorale montiniana, insomma, fu duramente attaccata in quel periodo dal card. Ottaviani. Anche se la posizione di Montini si rafforzò gradualmente durante il pontificato giovanneo, la stretta del Sant’Uffizio non venne mai meno. Ancora nel 1961 Montini chiese a Ottaviani istruzioni persino sui dettagli di conferenze riguardanti il tema ecumenico, eseguendo le indicazioni in senso restrittivo che ricevette dal Sant’Uffizio.

Per Montini, però, Roma era anche qualcosa di molto diverso e di molto più alto. Non fu la prudenza, ad esempio, ad ispirargli la proposta che le Commissioni in cui la cei era chiamata ad articolarsi non riflettessero urgenze occasionali ma rispecchiassero l’organizzazione della Curia romana in modo da creare una perfetta corrispondenza tra Commissioni cei e Congregazioni vaticane. Agiva in lui soprattutto la convinzione profonda che la Santa Sede fosse uno straordinario osservatorio universale sul mondo con cui mantenere stretti rapporti: «Sono stato vicino a tre Papi, a due specialmente, non è vero? Ed ho visto dal panorama, da quell’osservatorio che si chiama la Santa Sede, che si chiama Roma, il panorama del mondo» [22] . Diversamente da quello che spesso si crede, egli spiegava, il papa non vive isolato o fuori dalla realtà [23] . Il papato si colloca, infatti, sul limes che separa e unisce al tempo stesso la Chiesa e il mondo, non è insomma un’istituzione tutta interna alla struttura ecclesiastica ma si colloca piuttosto alla frontiera tra il mondo cattolico e la società contemporanea. Da Roma – Montini ne aveva fatto esperienza – si colgono aspetti importanti della realtà contemporanea che invece sfuggono se si guardano le cose da osservatori parziali, fosse pure una grande diocesi [24] .


[1] Cfr Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo. Colloquio Internazionale di Studio, Milano, 23-24-25 settembre 1983, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1985.

[2] Cfr anche L. Crivelli, Montini arcivescovo a Milano. Un singolare apprendistato, Edizioni San Paolo, Cinisello Balsamo (Milano) 2002.

[3] E. Manfredini, Le scelte pastorali dell’arcivescovo Montini, in Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo, cit., p. 48.

[4] Cfr anche A. Caprioli, Montini alla scuola di Agostino e Ambrogio. Chiamati alla santità, Morcelliana, Brescia 2014.

[5] Dall’appello dell’arcivescovo Montini per la costruzione di nuove chiese nella città di Milano, datato novembre 1961, Ventidue nuove chiese, in G.B. Montini (Arcivescovo di Milano), Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), III: 1961-1963 (d’ora in poi Discorsi e scritti milanesi, III), Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1997, p. 4712.

[6] G. Rumi , Discussione, in Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo, cit., p. 42.

[7] Cfr A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, Morcelliana, Brescia 2007, pp. 284-293.

[8] Lo stesso Montini, un anno dopo l’ingresso in diocesi, s’interrogava sui motivi della sua nomina durante l’omelia in Duomo per la solennità dell’Epifania, il 6 gennaio 1956, per cui cfr Dio è apparso, in G.B. Montini (Arcivescovo di Milano), Discorsi e scritti milanesi (1954-1963), I: 1954-1957 (d’ora in poi Discorsi e scritti milanesi, I), Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1997, p. 573.

[9] Lettera citata in G. Rumi, L’arcivescovo Montini e la società del suo tempo, in Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo, cit., p. 18. Cfr anche il discorso d’ingresso dell’arcivescovo Montini in Duomo, il 6 gennaio 1955, È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 55.

[10] Cfr ibidem, p. 57.

[11] Cfr G. Rumi, L’arcivescovo Montini e la società del suo tempo, cit., p.18. Cfr il giudizio di Ottaviani in A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, cit., p. 258.

[12] Nel discorso d’ingresso Montini ricorda che, pochi giorni prima di lasciare Roma, aveva chiesto al papa malato per il suo «futuro ministero una parola direttiva» e Pio XII gli rispose «semplicemente»: « Depositum custodi (1 Tim. 6, 20). Custodisci il deposito, cioè, della fede. Della fede cattolica, apostolica, romana» ( È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, cit., p. 63).

[13] Cfr ibidem, pp. 58, 62 e 70. Il mandato viene dal papa, «Padre della Chiesa universale», «noi siamo in questa grande famiglia e apparteniamo alla Chiesa universale, nello spazio, cioè a tutta l’Italia, a tutta l’Europa, a tutto il mondo» (dal discorso dell’arcivescovo Montini durante la visita alla collegiata di San Giuseppe a Seregno [Milano], il 19 gennaio 1955, Vi porto tre benedizioni, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 95); «Roma donde vengo. Il Papa mi ha mandato a questa popolazione» (dall’omelia alla messa nel duomo di Monza, il 13 febbraio 1955, La parola è seme, ibidem, p. 136); «il Papa mi ha mandato in mezzo a voi» (dal discorso durante la Visita pastorale nella parrocchia di San Martino a Zelo Foromagno [Milano], il 23 maggio 1956, Voi siete i miei figli, ibidem, p. 787); mandato dalla «Sede Apostolica» (dal discorso all’apertura del Sinodo minore presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il 22 settembre 1959, Onoriamo la legge ecclesiastica, in G.B. Montini [Arcivescovo di Milano], Discorsi e scritti milanesi [1954-1963], II: 1958-1960 [d’ora in poi Discorsi e scritti milanesi, II], Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1997, p. 3063).

[14] Cfr la lettera di Montini a De Luca da Melchtal (Svizzera) del 24 agosto 1960, in G. De Luca-G.B. Montini, Carteggio 1930-1962, a cura di P. Vian, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1992, p. 241.

[15] Cfr A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, cit., p. 254.

[16] Cfr asam, Nuove accessioni, b. 254-N-1, sf. 6. Il 9 ottobre 1957 Montini fu ricevuto in udienza privata da Pio XII e nello stesso giorno tenne una relazione al II Congresso mondiale per l’Apostolato dei laici (cfr G. Adornato, Cronologia dell’episcopato di Giovanni Battista Montini a Milano. 4 gennaio 1955-21 giugno 1963, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 2002, p. 413; Missione e mistero della Chiesa, in Discorsi e scritti milanesi, I, pp. 1662-1683).

[17] Ibidem, p. 1668.

[18] Dalla prolusione ai lavori dell’VIII Settimana nazionale di aggiornamento pastorale presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano, il 22 settembre 1958, La Chiesa e i lontani, in Discorsi e scritti milanesi, II, p. 2327.

[19] Cfr R. Goldie, Discussione, in Giovanni Battista Montini arcivescovo di Milano e il Concilio Ecumenico Vaticano II. Preparazione e primo periodo, cit., pp. 174-175. Su Montini e Maritain, cfr Ph. Chenaux, Paul VI et Maritain. Les rapports du «montinianisme» et du «maritanisme», Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1994, e P. Viotto, Paolo VI-Jacques Maritain . Un’amicizia intellettuale, Edizioni Studium, Roma 2014.

[20] asam, b. 318, f. 11, sf. 6, Conferenza Episcopale Italiana, Assemblea plenaria, 15 ottobre 1959, p. 30; A. Riccardi, Il potere del papa. Da Pio XII a Giovanni Paolo II, Laterza, Roma-Bari 1993, p. 200; L. Abignente, Paolo VI e Chiara Lubich: un cammino di comunione in ascolto dello Spirito, in Paolo VI e Chiara Lubich. La profezia di una Chiesa che si fa dialogo. Giornate di Studio, Castel Gandolfo (Roma), 7-8 novembre 2014, a cura di P. Siniscalco e X. Toscani, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 2015, p. 63.

[21] Cfr asam, b. 317, f. 9, sf. 6.

[22] Dal discorso dell’arcivescovo Montini agli alunni del Collegio-Convitto «Sacra Famiglia» dei Salesiani durante la Visita pastorale a Treviglio (Bergamo), il 28 febbraio 1960, La Chiesa viva, in Discorsi e scritti milanesi, II, p. 3395.

[23] Cfr il discorso all’Università Cattolica del Sacro Cuore di Milano per l’80° genetliaco di Pio XII e il 17° anniversario della sua incoronazione, il 27 febbraio 1956, L’aspetto religioso del pontificato di Pio XII, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 662.

[24] È stato Pio XII, ricorderà Montini a distanza di tempo, a cogliere alcuni grandi problemi del mondo contemporaneo come il relativismo problematico, lo spiritualismo inquieto, un’errata visione dei problemi sociali ecc. (cfr la bozza montiniana della lettera all’episcopato lombardo, al clero e ai fedeli, datata 31 luglio 1959, Fedeltà alla Chiesa, in Discorsi e scritti milanesi, II, pp. 2938-2963).

UNIVERSALISMO CATTOLICO

Com’è noto il rapporto tra Montini e Pacelli è stato tra i problemi più dibattuti della biografia montiniana. Per l’arcivescovo di Milano, fino alla sua morte Pio XII è sempre rimasto, anzitutto, quell’autorità suprema cui si doveva obbedienza. La sua fedeltà [1] e la sua devozione al papa sono inoltre attestati da numerosi gesti, tra cui quello famoso di recarsi a Castel Gandolfo (Roma) il giorno stesso della morte del pontefice [2] . Difficoltà nei rapporti personali durante il periodo milanese sono state messe in luce anche da Giselda Adornato [3] . Tuttavia il rapporto pubblico, attestato dalla documentazione edita, è imprescindibile per capire anche questo aspetto della personalità montiniana. Montini ha parlato più volte pubblicamente di Pio XII durante il suo episcopato e, benché rispettosissimi e spesso anche apologetici, questi discorsi esprimono anche la sensibilità con cui si è rapportato al papa regnante. Oltre ad una stima e un’attenzione che egli non ha avuto rispetto ad altri papi, tali discorsi rivelano la convinzione che, al di là e ancor più dell’azione politico- diplomatica, l’elemento principale e caratterizzante di questo pontificato sia stato costituito dal magistero di papa Pacelli. A differenza di molti papi precedenti, argomenta Montini, Pio XII ha dedicato un’attenzione inedita non solo alla conservazione del depositum fidei ma anche alla sua divulgazione. A Pio XII premeva «parlare ad ogni categoria di persone. Non v’è professione, non v’è mestiere, non v’è condizione di vita che non abbia avuto il Suo discorso», notava l’arcivescovo nel 1956 [4] .

Tutto questo mostrava in Pio XII una grande «ansia pastorale». È infatti proprio la pastoralità, per Montini, la chiave principale del pontificato [5] . È una definizione formulata prima del Vaticano II che ha reso questa parola di uso molto più diffuso e riferita ad una figura, quella di papa Pacelli, che oggi la memoria collettiva tende ad associare ad un’immagine diversa da quella del pastore. Montini condivideva pienamente le preoccupazioni e le scelte del Pio XII tratteggiato nei suoi discorsi. Indubbiamente, su questo terreno, la sensibilità di Pacelli non coincideva totalmente con quella del partito romano, chiuso in una logica molto interna all’istituzione ecclesiastica e in una visione tradizionale della società italiana [6] . Il vescovo, egli ripete più volte nei discorsi milanesi, deve essere anzitutto un pastore, preoccupato per il suo gregge. Anche per Montini, inoltre, la parola deve avere un ruolo sempre più rilevante nel ministero ecclesiastico, così come la devono avere la preoccupazione di divulgare il più possibile il depositum fidei e quella di raggiungere tutti, specialmente il «gregge smarrito e lontano nei sentieri della vita profana» [7] . Grazie alle tante informazioni e ai tanti input che raggiungono l’osservatorio della Santa Sede, insomma, Pio XII aveva colto aspetti importanti del mondo contemporaneo, immerso in una fase di trasformazione profonda, anzi epocale, che non risparmiava niente e nessuno. E, collaborando strettamente con il papa, anche Montini aveva finito per vedere molte cose in tale prospettiva.

Rispetto ad altre epoche, la Chiesa sembrò allora ai vertici vaticani vivere una stagione indubbiamente molto più felice rispetto ad altre epoche: il papato aveva perso il suo carattere temporale e si poteva dire che il tempo dei Borgia fosse ormai molto lontano. Era il mondo viceversa a trovarsi, secondo il Pio XII di Montini, in una stagione problematica: «la vita religiosa nel mondo è in diminuzione» [8] . L’arcivescovo di Milano condivideva questo giudizio [9] . La visione di una grande «transizione» in atto nel mondo contemporaneo è stata al centro dell’esperienza maturata da Montini a Roma e che, successivamente, ha ispirato la sua azione a Milano [10] . È arrivato qui «ignaro [...] del complesso mondo milanese» [11] , come riconosceva esplicitamente, ma con idee molto chiare, come mostra il suo famoso discorso d’ingresso in diocesi [12] .

Ha portato con sé, in particolare, un senso dell’universalismo cattolico, che a tratti caricava il suo impegno missionario di slancio utopico. Nel già ricordato discorso al II Congresso mondiale per l’Apostolato dei laici, che deluse una parte dei suoi ascoltatori, Montini sottolineò che l’universalità del cattolicesimo non è un dato acquisito a priori in modo definitivo, ma deve realizzarsi concretamente nella storia: «L’unità [della Chiesa] – egli affermava – si dilata in cattolicità» [13] attraverso l’azione missionaria e, pur senza dimenticare i pericoli dell’accostamento al mondo, occorre sbilanciarsi fino ad amare

«gli scismatici, i protestanti, gli anglicani, gli indifferenti, i mussulmani, i pagani, gli atei. Ameremo tutte le classi sociali, ma specialmente quelle più bisognose [...]. Ameremo i bambini ed i vecchi, i poveri e gli ammalati [...]. Ameremo [...] il mondo». E si chiedeva: «È troppo dire il mondo? Sono queste parole esagerate? [...]. L’umiltà resta, e la visione della realtà non meno. Ma è la missione della Chiesa che apre questi orizzonti immensi, e non è superbia e follia alzare lo sguardo al cielo di Dio» [14] .

In questa chiave, Montini ha assegnato a Milano, presidio di sicura ortodossia cattolica, il compito di superare le frontiere che separano la Chiesa dai lontani. Non si tratta solo delle frontiere della modernità, come è stato spesso sottolineato, peraltro giustamente, ma anche di quelle delle culture, delle religioni, delle ideologie e, come si è visto, anche della frontiera che separa i ricchi dai poveri. Non doveva essere facile per molti cattolici milanesi – quelli che hanno poi donato a Paolo VI il triregno di platino, di cui egli si è spogliato per darlo ai poveri – sentirsi dire: «Qual è il compito della Chiesa? Essa non è stata creata per coltivare i campi, né per aprire le banche» [15] .


[1] Sul grande attaccamento a Pio XII, cfr Card. G. Colombo, Ricordando G.B. Montini Arcivescovo e Papa, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 1989, p. 18; G.B. Montini, arcivescovo di Milano, su Pio XII, a cura di G. Rumi, in «Istituto Paolo VI. Notiziario» (1988) 17, pp. 21-76.

[2] Cfr G. Adornato, Cronologia dell’episcopato di Giovanni Battista Montini a Milano. 4 genna io 1955-21 giugno 1963, cit., p. 517.

[3] Cfr Id., L’episcopato milanese, in Paolo VI. Una biografia, a cura di X. Toscani, Istituto Paolo VI-Edizioni Studium, Brescia-Roma 2014, pp. 304-312.

[4] Cfr Considerazioni sul magistero di Pio XII, in Discorsi e scritti milanesi, I, pp. 863-874 (citazione a p. 872), che ripubblica il medesimo testo edito da «Orientamenti Pastorali», giugno 1956, pp. 17-27 (citazione a p. 26).

[5] Cfr lo scritto di Montini in occasione del 40° anniversario di consacrazione episcopale di Pio XII, datato 12 maggio 1957, Il magistero pastorale di Pio XII, in Discorsi e scritti milanesi, I, pp. 1384-1387, che ripubblica il testo apparso su L’Osservatore Romano ( Magistero pastorale) e L’Italia ( Magistero pastorale) nella medesima data, quindi sulla «Rivista Diocesana Milanese», XLVI (1957) 6, pp. 262-265 ( Nel 40° di Consacrazione Episcopale di S.S. Pio XII).

[6] Cfr A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, cit., p. 236.

[7] Il magistero pastorale di Pio XII, cit., p. 1386.

[8] L’aspetto religioso del pontificato di Pio XII, cit., p. 663.

[9] Nel 1957, ad esempio, Montini affermò che la Chiesa si trovava in una condizione molto migliore rispetto ai tempi di san Carlo, mentre subiva un’ostilità più forte da parte di un mondo che si trovava «nel grande pericolo di perdere la sua vocazione religiosa e soprannaturale, e di diventare il gigante cieco, pericoloso a se stesso ed agli altri» (dall’omelia al pontificale nel Duomo di Milano per la festa di san Carlo Borromeo, il 4 novembre 1957, L’ardore del bene, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 1742). Sulla parziale coincidenza di vedute tra Pio XII e Montini, cfr A. Riccardi, Il «partito romano». Politica italiana, Chiesa cattolica e Curia romana da Pio XII a Paolo VI, cit., p. 233.

[10] Cfr il messaggio di Montini a mons. Pietro Gorla, presidente del Collegio dei parroci urbani, riguardo alla futura Missione cittadina, datato 18 gennaio 1956, Proporzioni imponenti, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 592.

[11] Card. G. Colombo, Ricordando G.B. Montini Arcivescovo e Papa, cit., p. 43.

[12] Cfr è giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, cit.

[13] Missione e mistero della Chiesa, cit., p. 1674.

[14] Ibidem, p. 1683.

[15] Dall’omelia di Montini alla messa durante la Visita pastorale alla parrocchia di San Vittore a Ceriano Laghetto (Milano), il 9 aprile 1959, Gli uomini e la Chiesa, in Discorsi e scritti milanesi, II, p. 2748.

PROGETTO PACELLIANO E PROGETTO MONTINIANO

Montini, però, non si è mai identificato totalmente con il pensiero di Eugenio Pacelli. Aver condiviso molte cose nel quotidiano lavoro curiale, infatti, non implicava una totale identità di vedute. Come ha notato Andrea Riccardi, tra Pio XII e Montini ci fu un diverso atteggiamento verso la Mission de France e l’esperienza dei preti operai francesi, su cui egli è tornato più volte anche nel periodo milanese [1] . Naturalmente la posizione di Montini al riguardo è sempre rimasta quella dell’autorità e cioè di condanna di quella esperienza. Anche a Milano egli ha ribadito che si trattava di un modello sbagliato, perché la strada percorsa dai preti operai o da esperienze simili si era trasformata in un cedimento verso posizioni altrui e in una rinuncia a far valere posizioni cattoliche. Ma la condanna non coinvolgeva l’esigenza di fondo da cui era nata quell’esperienza e le intenzioni iniziali che l’avevano sorretta. E nelle parole all’inizio della Missione cittadina del 1957 sembra persino riecheggiare la sollecitudine del card. Suhard verso Parigi che ha fatto da sfondo alla Mission de France [2] .

Nell’acuta analisi montiniana del magistero pacelliano, inoltre, compare un interrogativo sulla novità di tale magistero, che si inseriva in un problema più vasto [3] . Gran parte dell’opinione pubblica, infatti, vedeva in Pio XII prevalentemente un «papa politico». Montini rispose alla critica, sottolineando che, in realtà, proprio con Pio XII l’aspetto religioso del papato tendeva sempre più a prevalere su quello politico-diplomatico. Ciononostante, l’arcivescovo di Milano notava:

«A prima vista potrebbe qualcuno credere che altre virtù, che non quella di religione abbiano prevalso nel presente Pontificato [...], per il fatto che l’intensa e indefessa attività di Pio XII non appare così assorbita dall’esercizio del culto» [4] .

Montini sottolineava che Pio XII aveva mostrato grande attenzione verso il tema della liturgia, dedicandogli un’enciclica molto ricca e complessa, la Mediator Dei, con l’obiettivo fondamentale di «renderla più accessibile al popolo fedele» [5] . Ma riconosceva la preferenza di Pio XII per un magistero che si esplica al di fuori e separatamente dal contesto liturgico. In varie occasioni egli ha ribadito che «raramente» l’insegnamento di Pio XII è «contenuto nelle forme tradizionali della predicazione ecclesiastica. [...] sono insegnamenti non legati al tempio e alla liturgia; sono radiomessaggi, sono discorsi d’ogni genere legati alle circostanze e alle persone» [6] . E sottolineava la differenza rispetto ai papi di altri tempi: «Anche San Leone, anche San Gregorio lasciarono prezioso e sacro patrimonio di eloquenza pastorale; ma sono omelie» [7] . Con Pio XII, attraverso il magistero del papa, l’istituzione ecclesiastica espressa dalla sua massima autorità, ha cercato di raggiungere tutti e di coinvolgere le masse in quella che Andrea Riccardi ha definito una prospettiva «movimentista» [8] .

Montini, invece, ha collocato gran parte del suo magistero in un contesto liturgico e ha dedicato molta attenzione alla liturgia. Nel discorso d’ingresso in diocesi, com’è noto, presentava la sfida della modernità alla tradizione insistendo sulla necessità non solo di conservare, ma anche di rinnovare la fede attraverso una nuova adesione, più interiore che esteriore e soggettivamente coinvolgente, a quanto ricevuto dalle precedenti generazioni [9] . In questo discorso – che anticipa molti temi da lui sviluppati in seguito, compreso quello dei «lontani» – appare in particolare l’urgenza, nel contesto di quella che poi i sociologi hanno chiamato processo di «detradizionalizzazione» [10] , non tanto di conservare il patrimonio della dottrina cattolica quanto di promuovere un nuovo senso religioso. Sono elementi che, nel loro insieme, delineano un diverso atteggiamento di Pacelli e Montini verso la questione cruciale, per la Chiesa del tempo, del rapporto tra autorità e libertà. Pio XII, infatti, è stato il papa delle masse, che ha cercato di raggiungere tutti e che ha spinto il suo magistero verso tutte le aree della vita contemporanea, sviluppandolo in modo moderno, articolato, onnicomprensivo [11] . Montini condivideva l’ansia pastorale di Pacelli, ma aveva un approccio diverso alla società del suo tempo, non riconducibile in modo esclusivo alla prospettiva delle «masse». Non voleva certo cambiare il depositum fidei e considerava anch’egli in modo negativo l’indebolimento dell’autorità di cui dopo la guerra si iniziarono a percepire i sintomi, perché – affermava – l’autorità svolge un servizio fondamentale all’unità della Chiesa e della società. Ma capiva che per riconquistare alla fede gli uomini e le donne del suo tempo non bastava solo conservare, ma occorreva anche rinnovare o restaurare o rigenerare, parole frequenti nel vocabolario montiniano con significato analogo. Era necessario, in altri termini, rifondare il senso dell’autorità o meglio proporre un senso religioso prima che istituzionale dell’autorità. Non bastava, insomma, insistere su un senso gerarchico sempre più debole nella società contemporanea e persino richiamarsi alla massima autorità della Chiesa non aveva più la forza del passato. Occorreva piuttosto riproporre l’esperienza del Trascendente che trova il suo culmine in una liturgia intensamente vissuta [12] . Per questo, nella pastorale montiniana, l’educazione liturgica ha avuto un ruolo così rilevante: come altri ecclesiastici del suo tempo, pur molto diversi tra loro, da Schuster a Bernareggi, da Lercaro a Bugnini, Montini sapeva che non l’autorità ma la preghiera, una liturgia più intensamente partecipata, un rinnovato senso religioso potevano promuovere un rinnovamento dell’identità cristiana.


[1] Cfr il discorso di Montini all’Azione Cattolica nel palazzo patriarcale di Venezia, il 4 settembre 1956, a conclusione della celebrazione per il quinto centenario della morte di san Lorenzo Giustiniani, Il cristiano militante, in Discorsi e scritti milanesi, I, p. 948. Vedi anche i discorsi tenuti all’incontro provinciale delle acli presso il palazzo della Stampa a Milano, il 26 giugno 1955 ( La speranza per una città civile, ibidem, p. 291), e quello agli assistenti provinciali delle acli presso l’eremo di San Salvatore a Erba (Como), il 7 luglio 1955 ( Si va in mezzo a questo mondo, ibidem, p. 317), nonché la già ricordata relazione al secondo Congresso mondiale per l’Apostolato dei laici, il 9 ottobre 1957 ( Missione e mistero della Chiesa, cit., pp. 1667 e 1673).

[2] Cfr l’invito rivolto da Montini ai lontani, il 7 novembre 1957, Fratelli lontani, perdonateci, in Discorsi e scritti milanesi, I, pp. 1753-1756.

[3] Cfr È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, cit., pp. 65-71.

[4] L’aspetto religioso del pontificato di Pio XII, cit., p. 663.

[5] Ibidem, p. 671.

[6] Il magistero pastorale di Pio XII, cit., pp. 1386-1387.

[7] Ibidem, p. 1386.

[8] Cfr A. Riccardi, La nascita dei movimenti ecclesiali nella Chiesa italiana del Novecento. Un quadro storico, in Paolo VI e Chiara Lubich. La profezia di una Chiesa che si fa dialogo, cit., pp. 12-19.

[9] Cfr È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, cit., pp. 55-71. Vedi anche E. Manfredini, Le scelte pastorali dell’arcivescovo Montini, cit., pp. 63, 64 e 94.

[10] Sui processi di detradizionalizzazione, cfr U. Beck, La società del rischio. Verso una seconda modernità, Carocci, Roma 2000, pp. 185-198, e A. Giddens, Il mondo che cambia. Come la globalizzazione ridisegna la nostra vita, il Mulino, Bologna 2000, pp. 53-66.

[11] Cfr A. Riccardi, La Chiesa di Pio XII, educatrice di uomini e di popoli tra certezze e crisi, in Chiesa e progetto educativo nell’Italia del secondo dopoguerra 1945-1958, a cura di L. Pazzaglia, La Scuola, Brescia 1988, pp. 9ss.

[12] Cfr È giunta un’ora nuova nella storia della Chiesa milanese, cit., p. 62.

SAN CARLO E IL MODELLO EPISCOPALE DI MONTINI

La convinzione di una grande transizione in corso e l’urgenza di contrastare la crisi religiosa del mondo contemporaneo hanno molto influito sull’azione e sulla figura episcopale che Montini ha cercato di realizzare. L’urgenza di una pastorale missionaria richiedeva, infatti, un vescovo che cerca di incontrare tutti; che incoraggia molti o ne sostiene le iniziative; che osserva e valuta tutto, ma spesso deve tacere; che è molto attento ai comportamenti e ai costumi del suo clero, ma lo tratta paternamente e con grande affetto; che è audace ma anche prudente nella promozione di nuove forme di apostolato e così via. Nella fisionomia del vescovo montiniano non appaiono invece in primo piano elementi che, in altre circostanze storiche, caratterizzano il governo episcopale, come riformare e legiferare. Di Montini non si ricordano Sinodi diocesani o Concili provinciali: è stata la Missione cittadina l’iniziativa che più ha caratterizzato il suo episcopato, insieme alle fatiche di una lunghissima Visita pastorale che lo ha portato nella maggioranza delle parrocchie milanesi.

È la fisionomia episcopale che emerge anche dal ripetuto confronto con san Carlo Borromeo. Questo grande santo è venuto da Roma e incarna pienamente – in modo assai diverso da sant’Ambrogio – quelle radici romane della Chiesa milanese cui Montini teneva molto [1] . È stato, infatti, un grande interprete di Milano quale «seconda Roma al Nord» [2] , avamposto dell’ortodossia cattolica davanti ai barbari prima e ai protestanti dopo. San Carlo, dunque, giganteggia nei discorsi montiniani, ma la sensazione complessiva è che la lontananza prevalga sulla vicinanza. Montini lo descrive come un uomo «fatto per comandare», con una grande «fiducia nella sua volontà» [3] , «un impavido condottiero» con «qualità che si potrebbero dire eccessive per l’azione» e che «non lasciò in pace nessuno» [4] . Di lui sottolinea le «idee chiare, positive, volte alla pratica» [5] , lo definisce un Ildebrando del secolo XVI e lo indica come «esempio ideale del riformatore», la cui opera «fu più positiva e giuridica» [6] che religiosa. San Carlo, ricorda più volte, «celebrò sei Concilî provinciali, undici diocesani» e che grande impegno dedicò ad imporre la «disciplina della costituzione ecclesiastica» [7] .

Il confronto con san Carlo pare a Montini efficace per escludere i venti di riforma della Chiesa tipici del suo tempo. Questi infatti costituiva un esempio altissimo di come ogni riforma debba cominciare da se stessi [8] . Di altri tipi di riforma, l’arcivescovo di Milano non vedeva la necessità perché sulla dottrina decide l’autorità, mentre «per alcuni aspetti della sua disciplina rituale o giuridica o pastorale, essa medita, discute, elabora, rinnova, in una parola riforma». Quanto a «quella riforma che intende dar vita alle cose già esistenti nella Chiesa: la sua fede, la sua legge, i suoi sacramenti, i suoi riti, la sua arte, i suoi costumi, tutti i cattolici sono invitati a promuoverla». La principale riforma di cui c’era bisogno, in ogni caso, era soprattutto un’altra: «l’indifferenza religiosa che invade il mondo sveglia il suo genio apostolico e missionario e lo stimola a sempre nuovi ardimenti» [9] .

Su questo terreno però era difficile attualizzare la figura di san Carlo: non era facile, infatti, assumerlo come protagonista di una grande opera missionaria.

«Indubbiamente i tempi

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