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Archeologia ALiena: Reperti, misteri e ricordi ancestrali di antichi visitatori alieni

Archeologia ALiena: Reperti, misteri e ricordi ancestrali di antichi visitatori alieni

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Archeologia ALiena: Reperti, misteri e ricordi ancestrali di antichi visitatori alieni

Lunghezza:
187 pagine
3 ore
Pubblicato:
20 ott 2017
ISBN:
9788869372537
Formato:
Libro

Descrizione

Un libro affascinante ricco di documenti poco conosciuti che pone numerosi interrogativi e uno su tutti: siamo soli nell'universo?
Cosa intendiamo esattamente con il termine "forme di vita" e quali sono le possibilità che altrettante vite, senzienti o meno, intelligenti o meno, possano esistere oltre la nostra?
A queste domande centinaia di persone tentano di dare una risposta; ognuno a suo modo, con i mezzi che si ritrova a disposizione. Molti di loro credono che pensare ciecamente alla razza umana come unica e irripetibile forma di vita nell'universo sia un presupposto altamente improbabile.
Archeologia Aliena affronta argomenti e reperti misteriosi e poco conosciuti al grande pubblico. Dai misteri del dna al Papiro Tulli; dagli alieni venuti dal mare alle conoscenze perdute dei Dogon; dai Nephilim alla cronologia Aliena; dalla misteriosa collezione Crespi all'Esploratore dimenticato...
Pubblicato:
20 ott 2017
ISBN:
9788869372537
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Archeologia ALiena - Roberto La Paglia

sitografìa

​Premessa dell’autore

Siamo soli nell’universo? Cosa intendiamo esattamente con il termine forme di vita e quali sono le possibilità che altrettante vite, senzienti o meno, intelligenti o meno, pos­sano esistere oltre la nostra?

A queste domande centinaia di persone tentano di dare una risposta; ognuno a suo modo, con i mezzi che si ritrova a disposizione. Molti di loro credono ciecamente che pen­sare alla razza umana come unica e irripetibile forma di vita dell’intero universo sia un presupposto quantomeno egoi­stico e altamente improbabile.

Di contro la scienza ufficiale si pronuncia a tratti, pur tro­vandosi spesso ad affrontare enigmi che lasciano ampio spazio a ragionevoli dubbi; ma non sono soltanto questi i problemi da affrontare, non si tratta infatti di una questione esclusivamente scientifica.

Ragionare sulla possibilità di altre vite, interne o esterne al nostro sistema solare, impone infatti la capacità di rivede­re il concetto stesso di vita, di energia vitale, di tempo e di spazio.

Un giorno un uomo molto conosciuto per la sua saggez­za e la sua larghezza di vedute mi presentò un bicchiere colmo d’acqua, chiedendomi di dirgli ciò che vedevo.

Vedevo dell’acqua in un bicchiere e questo risposi, tra lo stupito e il divertito. L’uomo non si scompose, andò via con il bicchiere, lo conservò nel freezer e continuammo a discu­tere per alcune ore sul senso della vita e sulla sua profon­dità.

Stavo per concludere la nostra conversazione quando l’uomo si alzò, allontanandosi per un attimo; quando ritornò mi ripresentò lo stesso bicchiere, chiedendomi ancora una volta cosa vedevo.

Ancor più candidamente risposi che mi aveva portato del ghiaccio; l’uomo sorrise facendomi un segno di negazione con un dito: è la stessa acqua di prima, disse, l’unica cosa che è cambiata è la forma, ma la sostanza è sempre rimasta uguale.

L’energia che ci circonda è stata sempre uguale, immuta­ta e immutabile nel tempo, si plasma e si confonde con la vita stessa ma rimane sempre identica nella sostanza; questo processo di immutabilità era ben conosciuto dagli antichi, e non solo questo; l’enorme quantità di problemi storici, archeologici e scientifici irrisolti ci esorta a considerare in maniera differente il nostro concetto di antico.

La parabola temporale che ufficialmente ha accompa­gnato la nascita e la crescita dell’essere umano fino ai nostri giorni, presenta non pochi punti deboli; non ha un inizio sicuro, provato e riscontrabile, ma anche durante il suo per­corso i vuoti da riempire sono innumerevoli, così tanti che è quasi impossibile ormai, anche per coloro che vogliono negare a oltranza, trovare altrettante spiegazioni valide.

Ma è corretto tentare di dare una spiegazione diversa per ogni evento? Ovviamente le caratteristiche storiche, geogra­fiche e culturali nelle quali l’evento si è manifestato impon­gono una risposta adeguata alle stesse, che non può quindi essere uguale anche per altre situazioni, popoli e civiltà; ma rimane sempre un dubbio di fondo: perché ci si ostina, sem­pre e comunque, a non considerare il fatto che possa esiste­re un unico filo comune che leghi insieme tutti i problemi archeologici non risolti? Nonostante esistano delle differen­ziazioni geografiche, l’idea che vi sia una costante in tutti i misteri della storia è una ipotesi, forse l’unica, da prendere in seria considerazione.

Se ci soffermiamo ad osservare con spirito libero tutti gli avvenimenti che non hanno riscontro nell’archeologia moderna, non possiamo a priori scartare una importante considerazione: le civiltà si svilupparono in luoghi diversi e da questi luoghi trassero spunto e linfa per la loro evoluzio­ne; nonostante ciò rimase una idea comune che ogni civiltà espresse in ragione della propria cultura e del proprio modo di porsi rispetto all’ambiente, ma che sempre, in ogni caso, era riflesso di un ricordo atavico, condiviso e comune a tutti.

Il tema dominante che tutti i popoli poi divulgarono e attestarono ognuno in base alla propria cultura e al proprio grado di civiltà, è che anticamente un Dio discese sulla terra per contattare e ammaestrare le popolazioni primitive che la abitavano.

Non sarà compito di questo libro, malgrado l’argomento richieda un adeguato approfondimento, indagare su come e quando queste popolazioni primitive fecero la loro appari­zione sul nostro pianeta, la questione sulla quale focalizze­remo invece il nostro interesse è invece relativa al comune ricordo della discesa dai cieli di un essere, o vari esseri, che visitarono il pianeta lasciando tracce consistenti della loro presenza.

Queste tracce sono facilmente rintracciabili nelle pitture rupestri, nelle antiche tradizioni, nei rituali magico primitivi e nelle antiche mitologie.

Non si tratta di riproduzioni fantastiche, di immagini deri­vanti da stati alterati di coscienza, se così fosse tutti gli arti­sti primitivi avrebbero dovuto eseguire gli stessi riti, usando come elementi scatenanti tipi di erbe comuni e preparati allucinogeni uguali; tutto questo è praticamente, geografica­mente e logicamente impossibile.

La maggior parte delle pitture rupestri e di quelle che seguirono non erano soltanto frutto dell’estro artistico, descrivevano in realtà situazioni visibili all’epoca, eventi tra­mandati oralmente e, ovviamente, riprodotti con la distor­sione tipica del momento storico e del livello culturale.

Creature intelligenti o sonde in esplorazione sono atter­rate anticamente sul nostro pianeta?

Agli inizi del secolo questa domanda sarebbe stata impro­ponibile, oggi però argomenti come lo spazio - tempo, i mondi paralleli e le esplorazioni spaziali sono abituali, soprat­tutto per gli ambienti scientifici; oggi la fisica ammette che esi­stono un numero considerevole di stranezze e tra queste, pensare ad antiche visite extraterrestri non è più un’assurdità.

Ma a quale scopo intelligenze aliene si sarebbero in qualche modo interessate al nostro pianeta?

E ovvio che un avvenimento del genere avrebbe avuto enormi ripercussioni sugli eventuali testimoni, avrebbe lasciato tracce indelebili nei miti, nei racconti, nel modo stesso di concepire tutto il creato. Tentare di rintracciare questi segnali sarà lo scopo principale di questa ricerca.

Questo paziente lavoro deve necessariamente partire dall’interpretazione della Tradizione; pur analizzando nei capitoli successivi singoli avvenimenti densi però di indizi e coincidenze troppo sospette per non corrispondere alla realtà, non dimentichiamo mai che la vera chiave di ricerca risiede nello studio e nell’interpretazione dei miti.

Il mito è in buona sostanza il contenitore di una verità originale deformata nel corso dei millenni; l’uniformità delle leggende che costituiscono la trama della Tradizione pos­siede un enorme valore intrinseco che non può essere sot­tovalutato o semplicemente relegato a puro parto di diverse fantasie.

Per quanto l’archeologia si trovi in avanzato stato di cre­scita non è in grado di restituire interamente all’uomo la sua storia; il suo campo di azione si ferma all’incirca intorno al VII millennio a.C., ma non riesce ad andare indietro, a supe­rare gli sbarramenti posti dalla natura, i deserti creati dal­l’uomo, le ingiurie del tempo sulle costruzioni, le ceneri dei libri andati perduti.

Cosa contenevano i circa 500.000 volumi custoditi nella Biblioteca di Alessandria? E quelli del Tempio di Gerusa­lemme?

Quanti tipi di scritture attendono ancora una chiara deci­frazione, e tra i rimanenti, quanti sono stati correttamente interpretati?

A queste domande forse non avremo mai risposta, ma il vero problema non risiede in questo, il vero problema è l’at­teggiamento di chiusura che si riscontra malgrado la consa­pevolezza di non essere in grado di retrodatare la storia per mancanza di documenti.

Affermare che nulla esisteva prima è un comodo alibi per mantenere lo stato delle cose, ma non corrisponde certo a verità; la teoria di un progresso lineare e costante della civiltà fino ad oggi, è in realtà una ricostruzione arbitraria degli eventi, una visione spesso volutamente errata dei fatti.

I dati di fatto sono invece ben diversi e meriterebbero maggiore attenzione, come maggiore riflessione si dovreb­be dare al fatto che, nella stragrande maggioranza degli scavi, quando vengono alla luce città sovrapposte, è fre­quente constatare che i segni di una tecnica più evoluta sono caratteristici di quella sepolta più in basso e non vice­versa.

La civiltà, così come oggi viene intesa, non esiste, esisto­no le civiltà, ovvero tutti quei movimenti di conoscenza e progresso che si sono alternati nei secoli senza un vero e proprio orientamento, disperdendosi e raggruppandosi seguendo i ritmi naturali di morte e rinascita, creazione e distruzione.

II progresso tecnico si espanse seguendo i tratti culturali che si spostavano, che viaggiavano, che si integravano con le varie civiltà.

Questo continuo mischiarsi e alternarsi lasciò però intatto l’antico ricordo di avvenimenti così fuori dal quotidiano da impressionare totalmente coloro che ne furono testimoni; le raffigurazioni, i testi e le tradizioni che descrivono l’appari­zione delle prime civiltà meriterebbero un esame più critico, non dovrebbero essere le vittime sacrificali di una scienza sempre più protesa a conservare che non a scoprire.

Da questi auspici nascono i capitoli che seguono questa breve introduzione, nella speranza che giunti al culmine attuale della nostra conoscenza, si riesca a trovare il corag­gio e la convinzioni di voltarsi indietro.

​FATTI INQUIETANTI

Le varie credenze si somigliano semplicemente, oppure si tratta di un modo molto più semplice per evitare di approfondirle?

La tradizione che parla dei terrificanti cataclismi cosmici dell’inizio dei tempi è comune a quasi tutte le antiche tradi­zioni, è stata tramandata sotto diverse forme ma se sfoltita dalle interpretazioni locali rimane sempre costante nelle sue affermazioni essenziali.

Di questa credenza abbiamo tracce inequivocabili; sulle varie età che caratterizzarono e differenziarono il nostro pia­neta esistono vari racconti, per rendersene conto basterà consultare i resoconti di Marrone in Etruria, oppure quelli contenuti nell’Avesta, o ancora le leggende proprie dell’iso­la di Pasqua.

Oltre ad un corpo unico di racconti che nascono tutti dalla stessa fonte, abbiamo anche una straordinaria coinci­denza di particolari: il cielo pesava sulla terra, i soli si spe­gnevano, un tempo un cielo diverso copriva la terra, alcuni mondi furono inghiottiti; come se ciò non bastasse anche cronisti abbastanza recenti riportano vicende di distru­zione e rinascita: San Pietro afferma che la Terra venne distrutta una volta dall’acqua, Aristarco di Samo ricorda che le distruzioni furono due e che avvennero la prima a causa del fuoco e la seconda per l’acqua.

Che fine fecero i superstiti?

È logico supporre che qualcuno riferì questi avvenimen­ti, non è infatti plausibile immaginare che civiltà diverse tra loro e lontane geograficamente abbiano tutte la stessa comune idea; evitando di entrare in discorsi troppo prolissi e che richiederebbero analisi troppo lunghe e complicate, proviamo a muovere i nostri passi da avvenimenti piuttosto recenti e molto più noti alla maggioranza dei lettori.

Le origini del nostro pianeta, da quanto ci viene narrato dalla Bibbia, partono da una terra informe e vuota; abisso, tenebre, caos e un soffio vitale che aleggia sulle acque, quel­lo degli Heloim.

Proprio questi ultimi rappresentano il nostro fatto inquie­tante; a ben leggere si tratterebbe di un essere che sovrin­tende sia all’evoluzione del nostro pianeta che alla nascita della vita, ma di chi si tratta?

Non è certo Javeh, poiché siamo a conoscenza che que­sto nome venne rivelato soltanto più tardi a Mosè; in realtà il termine Heloim è un plurale derivante dal termine El, con il significato di potenza, e normalmente attribuito a una divi­nità.

Dovremmo quindi molto più correttamente leggere che furono degli Dei ad occuparsi della nascita e dell’evoluzio­ne umana; esseri superiori, non terrestri, una sorta di colo­nizzatori giunti sulla terra al termine della sua ultima distru­zione.

Tutte queste affermazioni possono essere tratte da una lettura più attenta e asettica della Genesi biblica, ma trova­no riscontro anche in altri resoconti; i manoscritti del Mar Morto, ad esempio, parlano di uomini venuti dal cielo, di altri uomini strappati alla terra e portati in cielo, di uomini caduti dal cielo e rimasti per molto tempo sulla terra.

I testi di Qumran riferiscono di carri celesti, figli del cielo, congegni volanti che si presentano tra nuvole di fumo e fiamme; tutti avvenimenti ai quali fanno eco testi ancora più antichi come le tavolette incise ritrovate a Sumer.

Centinaia di migliaia di trascrizioni parlano di Dei scesi sulla terra quando c’era ancora l’abisso, dei loro discenden­ti che misero ordine nel caos e di uno di questi, nato dal fango, che diede inizio al genere umano.

Anche in questo caso molte delle figure sono assimilabi­li agli Heloim oppure agli Angeli ricordati nella Bibbia, crea­ture celesti e messaggeri di altri mondi.

Le figure angeliche, antichi retaggi di culture millenarie che riappaiono, sotto valenze e forme diverse, soprattutto nelle grandi religioni monoteiste, sono state spesso oggetto di seria riflessione tra gli ufologici, soprattutto in ragione dei loro parallelismi con i Messaggeri Cosmici.

Queste ultime figure, sempre presenti nelle testimonian­ze rilasciate dai contattasti, presentano in effetti dei partico­lari degni di nota, così come lo è l’ipotesi avanzata da molti scrittori di ispirazione cristiana, relativamente alla possibilità che parte delle schiere angeliche possano in effetti essere identificate con il fenomeno Ufo.

Questa citazione, in concomitanza con l’affermazione recente da parte di fonti Vaticane sulla non

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