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Paolo VI: Una biografia

Paolo VI: Una biografia

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Paolo VI: Una biografia

Lunghezza:
904 pagine
16 ore
Pubblicato:
20 ott 2017
ISBN:
9788838246081
Formato:
Libro

Descrizione

L'Istituto Paolo VI di Brescia propone ai lettori una biografia di Paolo VI che ripercorre le tappe fondamentali della vicenda umana ed ecclesiale di Giovanni Battista Montini, a partire dalle origini familiari e dall'ambiente bresciano in cui aveva mosso i primi passi, attraverso il servizio in Segreteria di Stato e il ministero episcopale a Milano, fino al periodo del pontificato, il quale è stato indissolubilmente intrecciato con la prosecuzione del Vaticano II e con l'attuazione degli orientamenti maturati dall'assemblea conciliare. Il volume si basa sul lavoro di raccolta di documenti, di edizione di fonti, e sugli studi storici e teologici condotti nel corso degli anni dal centro di studi bresciano e, per la prima volta, può giovarsi della pubblicazione dello scambio epistolare che negli anni giovanili Giovanni Battista Montini ha intrattenuto con numerosissimi corrispondenti. Gli autori, infine, hanno potuto avvalersi delle testimonianze su Giovanni Battista Montini-Paolo VI raccolte in vista del processo di beatificazione. Introduzione di Angelo Maffeis, Presidente dell'Istituto Paolo VI Il volume è costituito da quattro parti divise cronologicamente, scritte da diversi autori: Xenio Toscani (1897-1933) Fulvio De Giorgi (1934-1954) Giselda Adornato (1954-1963) Ennio Apeciti (1963-1978)
Pubblicato:
20 ott 2017
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9788838246081
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NOMI

INTRODUZIONE

Fin dal momento della sua fondazione l’Istituto Paolo VI di Brescia si è dedicato alla raccolta di documenti d’archivio, all’edizione di fonti e allo studio della figura e dell’opera di Giovanni Battista Montini, che al momento della sua elezione alla cattedra di Pietro ha preso il nome di Paolo VI. L’intenso lavoro di documentazione e di ricerca svolto per più di trent’anni obbediva all’intento di tener viva la memoria del papa bresciano nella terra che gli aveva dato i natali e nella quale aveva ricevuto la sua prima formazione, ma era motivato anche dalla convinzione che la persona e l’opera di Paolo VI hanno un rilievo di prima grandezza fra gli eventi storici ed ecclesiali del XX secolo.

Nel quadro dell’attività editoriale promossa dall’Istituto Paolo VI si è affacciato assai presto il progetto di preparare e di pubblicare una biografia che ripercorresse le tappe fondamentali della vicenda umana ed ecclesiale di Giovanni Battista Montini, a partire dalle origini familiari e dall’ambiente bresciano in cui aveva mosso i primi passi, fino al periodo del pontificato, il quale è stato indissolubilmente intrecciato con la prosecuzione del Vaticano II e con l’attuazione degli orientamenti maturati dall’assemblea conciliare. Dopo che una serie di difficoltà ha costretto a differire la realizzazione di tale progetto, l’Istituto Paolo VI è ora lieto di presentare ai lettori la biografia di papa Montini, curata dal suo segretario generale, il prof. Xenio Toscani, con il quale hanno collaborato nella stesura delle diverse sezioni il prof. Fulvio De Giorgi, la dott.ssa Giselda Adornato e il prof. mons. Ennio Apeciti.

Il volume che l’Istituto Paolo VI mette nelle mani dei lettori ha alla sua base il lavoro di raccolta di documenti e di edizione di fonti, oltre che gli studi storici e teologici condotti nel corso degli anni dal centro di studi bresciano, così come da numerosi altri studiosi e centri di ricerca. La ricostruzione degli anni giovanili e dell’inizio del ministero di Giovanni Battista Montini, in particolare, per la prima volta può giovarsi della pubblicazione dello scambio epistolare che, fin dall’adolescenza, egli ha intrattenuto con numerosissimi corrispondenti; di questo imponente carteggio sono già disponibili i due tomi del primo volume (1914-1923) e procede spedita la preparazione dei volumi che comprendono le lettere del decennio seguente. Le note che corredano il profilo biografico di Giovanni Battista Montini-Paolo VI alludono in modo discreto a questo sfondo, così da suggerire i riferimenti più importanti alle fonti e agli studi disponibili, evitando tuttavia di appesantire in modo eccessivo il testo. La biografia, inoltre, ha potuto avvalersi delle testimonianze su Giovanni Battista Montini-Paolo VI raccolte in vista del processo di beatificazione e della Positio super virtutibus resa accessibile dopo la dichiarazione dell’eroicità delle virtù del Servo di Dio Paolo VI il 20 dicembre 2012.

La biografia intende offrire, anzitutto, uno sguardo sintetico sulla vita di papa Montini, affidabile dal punto di vista storico e capace di restituire il dipanarsi delle tappe di un percorso che ha attraversato larga parte del XX secolo e si è intrecciato con le più importanti vicende storiche ed ecclesiali del tempo. L’itinerario personale di Giovanni Battista Montini ha mosso i suoi primi passi in una famiglia bresciana, erede e continuatrice della tradizione del Movimento Cattolico fiorito nel XIX secolo. Dopo l’ordinazione sacerdotale è proseguito a Roma, dove don Battista ha continuato gli studi e si è dedicato alla formazione degli studenti universitari aderenti ai Circoli della fuci. Accanto a questa attività pastorale, nel 1924 è iniziato il lavoro in Segreteria di Stato, dove per un trentennio monsignor Montini è stato collaboratore, con responsabilità via via crescenti, di Pio XI e di Pio XII in anni segnati dal confronto della Chiesa cattolica con i regimi totalitari, dalla seconda guerra mondiale e dalla ricostruzione postbellica. Con l’elezione ad arcivescovo di Milano nel 1954 il suo cammino ha conosciuto una svolta e Montini è stato proiettato sul fronte della guida pastorale di una grande diocesi, chiamata a rispondere alle trasformazioni sociali e culturali dell’Italia del dopoguerra. L’episcopato milanese rappresenta oggettivamente la preparazione all’ultima tappa di questo cammino che, nei quindici anni di pontificato, ha visto Paolo VI raccogliere da Giovanni XXIII l’eredità del Concilio Vaticano II e il suo impegno nel guidare alla conclusione l’assise conciliare e nell’attuarne le decisioni con un programma di riforma di ampio respiro.

Non meno importante del quadro storico delineato è lo sforzo compiuto dalla biografia che presentiamo di aprire qualche squarcio sulla spiritualità che ha animato e sostenuto le molteplici attività e il ministero di Giovanni Battista Montini nelle successive tappe della sua vita. In contrasto con l’apparenza di fragilità e di debolezza che l’esile costituzione fisica e le spesso precarie condizioni di salute potevano suggerire, Montini rivela, infatti, oltre a una straordinaria intelligenza, una singolare forza di volontà e un’alta tensione spirituale. Gli scritti giovanili – gli articoli pubblicati sui fogli studenteschi e sulle riviste della fuci, le note che fissano i temi della meditazione biblica e delle letture compiute, così come gli appunti di carattere spirituale e le lettere – documentano ampiamente il processo di formazione e la crescita di un’attitudine spirituale disponibile a misurarsi a viso aperto con gli interrogativi posti alla fede cristiana dalla cultura del tempo. Tale apertura nasce dalla fiducia nella verità della fede cristiana e nella sua capacità di illuminare l’esistenza umana e s’incarna nello sforzo di tradurre gli ideali in concrete scelte di vita, accettando anche di pagare il prezzo che la fedeltà a tali scelte comporta.

La storia personale e il ministero ecclesiale di Giovanni Battista Montini sono caratterizzati da un intenso impegno nell’opera educativa. Questa sensibilità, che aveva preso forma in famiglia e all’interno del cattolicesimo bresciano, si manifesta con particolare evidenza nel periodo dedicato al lavoro con gli studenti della fuci e nei rapporti con i giovani fucini coltivati anche negli anni successivi al tempo degli studi universitari. Da questa fitta rete di relazioni appare il Montini formatore di coscienze e propugnatore di un progetto educativo che riconosce centralità alla coscienza. È infatti la coscienza umana il luogo dove può avvenire l’incontro tra l’acuta sensibilità per il soggetto, caratteristica della cultura moderna, e la libera risposta umana all’appello alla fede che risuona nella parola del Vangelo. Ed è proprio la ricerca delle possibilità di aprire la cultura contemporanea alla fede che costituisce un fondamentale motivo ispiratore dell’azione educativa e induce a valorizzare il metodo del dialogo.

Il tema del dialogo ritorna con particolare forza all’inizio del pontificato di Paolo VI nella sua prima enciclica Ecclesiam Suam. Nella lettera enciclica dedicata a illustrare le vie che la Chiesa è chiamata a percorrere, dopo aver chiarito la necessità che la Chiesa approfondisca la coscienza della propria identità e si disponga al rinnovamento necessario per corrispondere in modo sempre più pieno alla sua vocazione, Paolo VI sviluppa ampiamente il tema del dialogo che trae la sua origine dal «dialogo della salvezza» intrecciato da Dio con l’umanità e costituisce di conseguenza il modo, l’arte e lo stile con cui la Chiesa è chiamata a entrare in relazione con il mondo contemporaneo.

Lo stile dialogico caratterizza, anzitutto, il modo in cui Paolo VI ha cercato di riaprire la comunicazione della Chiesa con il mondo della cultura e con le forme dell’espressione artistica, ristabilendo un’alleanza assai fruttuosa in passato e che al presente sembrava aver lasciato il posto a una reciproca estraneità. La scelta della via del dialogo ha trovato espressione anche nell’intensa attività diplomatica che la Santa Sede ha messo in atto per favorire la soluzione dei conflitti e per promuovere la pace tra i popoli. Anche a costo di esporsi alla critica di chi riteneva che indebolisse la Chiesa, per Paolo VI nessun interlocutore era «impossibile»: non i regimi comunisti dell’Europa dell’Est verso i quali fu rivolta la sua Ostpolitik, non i governanti dei paesi in guerra e neppure coloro che si erano resi responsabili di atti di terrorismo, come testimonia la lettera indirizzata agli uomini delle Brigate Rosse per scongiurare l’uccisione di Aldo Moro.

I primi anni del pontificato di Paolo VI sono stati assorbiti quasi totalmente dalla guida del Concilio Vaticano II, che egli ha portato a termine cercando di assicurare la massima libertà al dibattito dei Padri e, al tempo stesso, con la preoccupazione che l’assemblea giungesse a formulare testi in grado di ottenere il consenso unanime. Il rapporto di Paolo VI con il Concilio è segnato dalla chiara coscienza di essere egli stesso parte del corpo episcopale e, insieme, dall’acuta consapevolezza della personale responsabilità che, in virtù del ministero petrino, gli spettava davanti a Dio per l’integra trasmissione della dottrina e per la difesa dell’unità della Chiesa.

Nel periodo successivo al Vaticano II Paolo VI ha dedicato i suoi sforzi in primo luogo all’attuazione delle prescrizioni conciliari. Nel vasto programma di riforma attuato su impulso del Concilio basti ricordare la riforma liturgica che ha comportato non semplicemente la traduzione della liturgia nelle diverse lingue, ma una revisione complessiva dei riti e la pubblicazione dei nuovi libri liturgici. Non meno importante è la riforma istituzionale che ha conferito un volto nuovo alla Curia romana, ha istituito organismi nuovi, quali il Sinodo dei vescovi, e ha ridefinito importanti aspetti del governo episcopale e della struttura delle diocesi. Né si deve dimenticare la decisa semplificazione introdotta da Paolo VI nell’apparato che nel corso dei secoli si era formato attorno alla figura del papa, con la rinuncia alla tiara, con l’abolizione della corte pontificia e dei corpi militari e con l’adozione di uno stile di maggiore sobrietà.

Il pontificato di Paolo VI è caratterizzato anche dall’apertura di strade nuove e dall’introduzione di alcune forme inedite di esercizio del ministero di Pastore della Chiesa universale che per i suoi successori diventeranno normali e che oggi appartengono all’immagine consolidata del ministero del vescovo di Roma. Tra queste novità si devono ricordare anzitutto i viaggi apostolici intrapresi da Paolo VI nel corso del suo pontificato, dal pellegrinaggio compiuto in Terra Santa nel gennaio 1964, fino al viaggio in Asia e in Oceania dell’autunno 1970. Le mete di questi viaggi sono state scelte con una chiara consapevolezza del loro significato simbolico e possono essere interpretate come un invito rivolto alla Chiesa a mettersi in cammino per ritrovare nella terra di Gesù le sorgenti della sua fede e l’origine della sua missione, ad andare incontro ai popoli della terra (visita all’onu a New York) e alle altre Chiese cristiane (visita al Consiglio Ecumenico delle Chiese a Ginevra). La Chiesa, inoltre, è chiamata a ripercorrere il cammino che, dopo aver portato il messaggio evangelico in tutti i continenti, intende incoraggiare e sostenere le Chiese locali nel compimento della loro missione. Paolo VI prende così contatto in modo diretto con una Chiesa che, dopo il Vaticano II, esprime la propria cattolicità in modi sconosciuti alle epoche precedenti della sua storia. E nei continenti toccati dai viaggi il suo insegnamento ha posto al centro dell’attenzione i grandi temi della missione della Chiesa: la questione della povertà e della promozione della giustizia in America Latina, l’incontro tra la Chiesa e la cultura locale in Africa, il dialogo del cristianesimo con le religioni tradizionali in Asia.

A questo movimento del papa verso la Chiesa sparsa nel mondo è corrisposta l’internazionalizzazione della Curia, con la chiamata di Pastori provenienti dai diversi continenti a partecipare al governo della Chiesa universale. Nella Curia romana, poi, vengono istituiti organismi nuovi – tra i quali si possono ricordare il Segretariato per i non cristiani e il Segretariato per i non credenti – che esprimono e danno forma stabile alla volontà d’instaurare un dialogo con le religioni mondiali e le culture dell’umanità. Numerose altre ricorrenze che sono entrate a far parte stabilmente dei modi in cui il papa svolge il suo ministero hanno avuto inizio durante il pontificato montiniano: Paolo VI ha istituito la Giornata mondiale di preghiera per la pace (primo gennaio), la Giornata mondiale di preghiera per le vocazioni e ha cominciato a celebrare la Giornata mondiale della gioventù la domenica delle Palme.

Ricordando insieme ai pellegrini della diocesi di Brescia il cinquantesimo anniversario della elezione al pontificato di Paolo VI, il 22 giugno 2013 papa Francesco ha messo in luce le attitudini fondamentali che ne hanno ispirato la vita e l’azione: l’amore appassionato per Cristo, per la Chiesa e per l’uomo. E proprio nell’amore per l’uomo convergono e trovano la loro unità le linee di forza della figura spirituale e pastorale del papa bresciano: «È la stessa passione di Dio – ha affermato papa Francesco – che ci spinge ad incontrare l’uomo, a rispettarlo, a riconoscerlo, a servirlo [...]. E con uno sguardo globale al lavoro del Concilio, [Paolo VI] osservava: Tutta questa ricchezza dottrinale è rivolta in un’unica direzione: servire l’uomo. L’uomo, diciamo, in ogni sua condizione, in ogni sua infermità, in ogni sua necessità. La Chiesa si è quasi dichiarata l’ancella dell’umanità [...]. E questo anche oggi ci dà luce, in questo mondo dove si nega l’uomo, dove si preferisce andare sulla strada dello gnosticismo, sulla strada del pelagianesimo, o del niente carne – un Dio che non si è fatto carne –, o del niente Dio – l’uomo prometeico che può andare avanti –. Noi in questo tempo possiamo dire le stesse cose di Paolo VI: la Chiesa è l’ancella dell’uomo, la Chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne e perciò serve l’uomo, ama l’uomo, crede nell’uomo. Questa è l’ispirazione del grande Paolo VI».

Angelo Maffeis

XENIO TOSCANI

PARTE PRIMA

1897-1933

CAPITOLO PRIMO

LA FAMIGLIA, LE AMICIZIE, GLI STUDI

Giovanni Battista Montini ebbe in età ancor giovanissima incarichi di rilevante responsabilità: appena ventottenne, nel 1925, fu nominato assistente ecclesiastico nazionale della Federazione Universitaria Cattolica Italiana (fuci); già da due anni collaborava con la Segreteria di Stato in Vaticano ed era assistente ecclesiastico del Circolo Universitario Cattolico romano appartenente alla fuci, il più numeroso, importante e anche il più inquieto del Paese. Ricoprì questi compiti con grande intelligenza e creatività, tanto che la storiografia è unanime nel riconoscergli il ruolo principale nella formazione della classe dirigente cattolica in Italia [1] ; meno studiata, anche perché l’apertura degli archivi vaticani per gli anni Trenta è recentissima, è la sua azione in Segreteria di Stato [2] , ma fu certo rilevante e assai apprezzata se nel dicembre 1937, quarantenne, divenne Sostituto della Segreteria di Stato e Segretario della Cifra.

Ruoli di tale responsabilità, e in età tanto giovane, presuppongono che gli sia stata riconosciuta non solo un’acuta intelligenza, che è virtù «naturale», ma una precoce e grande preparazione culturale, una profonda spiritualità, una conoscenza ed esperienza non comuni del contesto politico ed ecclesiale italiano (nonché del mondo giovanile studentesco, dato l’incarico nella fuci), che invece possono essere solo dati dalle persone e dagli ambienti in cui si cresce e ci si forma, in una parola dal «capitale culturale familiare» di un uomo giovanissimo, dotato dalla natura di una straordinaria intelligenza e di una capacità di lavoro non minore, a dispetto di una salute delicata. Sembra opportuno, dunque, prestare attenzione agli anni dell’adolescenza e della primissima giovinezza di G.B. Montini.

Nella sua corrispondenza [3] , abbondante e viva – per la maggior parte conservata nell’archivio dell’Istituto Paolo VI di Brescia –, egli si mostra, fin da quando aveva diciassette anni, sorprendentemente attento ed esperto di cose politiche, informato ottimamente di questioni ecclesiali e sociali, in relazione con uomini di cultura e politici di grande livello e di vario orientamento (Semeria, Gemelli, Genocchi, Meda, Grosoli Pironi, Martire, Longinotti e altri), vivace promotore di apostolato intellettuale e di iniziative di rilievo. Tutto ciò non sarebbe comprensibile prescindendo dalla famiglia e dall’ambiente ecclesiale e scolastico di formazione.

Discesi originariamente dalla Valle Sabbia, agiati proprietari, i Montini appartengono dal Cinquecento alla nobiltà rurale bresciana e si diffondono nella Valle Trompia. Nel corso del Settecento uno di questi rami con Lodovico Montini si radica a Sarezzo (Brescia), dove per «cinque generazioni, i Montini di questo ceppo furono medici nella provincia bresciana, e si andarono con gli anni avvicinando alla città» [4] . Accanto ai medici, tra i Montini ci furono anche uomini di legge (in particolare notai) e uomini di Chiesa. La famiglia, almeno da due secoli, investiva nell’istruzione universitaria dei figli (a Padova) e nell’esercizio delle professioni liberali, senza trascurare il diretto impegno nelle comunità e nelle istituzioni ecclesiastiche. Si venne sedimentando così un notevole «capitale familiare», fatto di virtù civili e di capacità professionali e amministrative, che si accompagnava a una buona tranquillità economica. Nel 1830 il dottor Gaetano Montini trasferisce la famiglia da Sarezzo a Concesio (Brescia) e compera la casa che fu dei conti Lodron, bella, anche se non vistosa, e che sarà la casa dove Giovanni Battista Montini nascerà il 26 settembre 1897 [5] .

Lodovico Montini, nonno di Giovanni Battista, secondo la tradizione familiare fu medico, laureato nel 1855 all’Università di Padova [6] . Nel 1848, diciottenne, si arruolò con i suoi contadini in una colonna di volontari bresciani e, secondo quanto si narra in famiglia, accorse sulle barricate fatte in città durante le dieci giornate di eroica resistenza all’esercito austriaco. Condusse poi con abnegazione la professione medica. A ventisette anni, nel 1857, sposò Francesca Buffali, anch’ella figlia di medico tra i più noti nella società bresciana del tempo ed educata a Castiglione delle Stiviere (Mantova), nel Collegio delle Vergini di Gesù, a una pietà di impronta salesiana, colta, biblica e nutrita di letture.

Il dottor Lodovico, patriota e combattente, dopo le drammatiche vicende del 1848 e del 1859 e i primi ruvidi contrasti tra le aspirazioni unitarie e la Chiesa (la «crisi religiosa del Risorgimento»), orientò il proprio impegno spirituale e pratico nelle organizzazioni ecclesiali e nel solco culturale e spirituale dell’intransigentismo, ma senza manicheismi. Fu in stretta relazione pratica e di spirito con mons. Pietro Capretti [7] (anima del Movimento Cattolico bresciano, ma cordialmente attento a possibili aperture ai liberali moderati); orientamento «largo», dunque, non settario, ma rigorosa fedeltà «papale» e precoce educazione ad essa del primo figlio, Giorgio [8] , che nel 1871 condusse con sé in pellegrinaggio a Roma e presentò a Pio IX «prigioniero» in Vaticano (l’incontro lasciò in Giorgio un ricordo indelebile).

Colpito da polmonite Lodovico Montini morì, quarantunenne, nel dicembre 1871, lasciando sei figli e la giovane vedova Francesca Buffali (trentasei anni), la quale mostrò grande carattere e fermo impegno educativo: alienò o ipotecò parte del patrimonio, ma non rinunciò al tradizionale investimento nella qualità degli studi e dell’educazione dei figli (università per i maschi, collegi di religiose per le figlie).

Il primogenito Giorgio nacque nel 1860 e, dopo le scuole elementari, nel 1869 fu collocato per i corsi ginnasiali nel collegio privato di Carpenedolo (Brescia), fondato e diretto da un sacerdote, perché nel corpo docente del ginnasio liceo statale «Arnaldo da Brescia» prevaleva un atteggiamento critico verso la Chiesa. La scelta, dunque, di inviare il giovane Giorgio al collegio privato appare significativa da parte del padre Lodovico, impegnato nel Movimento Cattolico.

Nel 1871, come si è detto, Giorgio Montini, undicenne, visse due esperienze molto diverse, ma entrambe profondamente incisive: la prima fu il pellegrinaggio a Roma con il padre e l’udienza di Pio IX nei primi drammatici mesi dopo Porta Pia e la sospensione del Concilio Vaticano I; la seconda, sei mesi dopo il ritorno da Roma, fu la morte improvvisa del padre e il momento di difficoltà della famiglia. Giorgio, terminato il ginnasio, non fu iscritto al liceo «Arnaldo» (fortemente caratterizzato da positivismo e anticlericalismo), ma continuò gli studi liceali privatamente e si presentò per gli esami di licenza al liceo «Tito Livio» di Padova, dove conseguì una brillante maturità. Tra il 1875 e il 1877, durante gli studi liceali, frequentò il Circolo giovanile cattolico dei Santi Faustino e Giovita (fondato da mons. Capretti con l’aiuto di alcuni laici, tra i quali Lodovico Montini), luogo di reclutamento e di formazione del Movimento Cattolico bresciano. Tra i quindici e i diciassette anni partecipò molto attivamente alle iniziative del Circolo, di cui nel 1877 fu segretario: cicli di conferenze, apertura di una biblioteca e di un gabinetto di lettura, organizzazione di manifestazioni religiose, di pellegrinaggi, di iniziative caritative sistematiche (la «San Vincenzo»). Una vivace militanza accompagnò i suoi studi liceali privati e lo mise in contatto con gli esponenti più significativi del cattolicesimo bresciano, soprattutto con mons. Capretti e con l’avvocato Giuseppe Tovini, che dal 1867 si era trasferito a Brescia dalla nativa Valle Camonica e nel Movimento Cattolico esprimeva un’attività insieme febbrile e geniale. Quando nel 1878 venne fondato il Comitato Diocesano di Brescia dell’Opera dei Congressi, Tovini ne fu il presidente e volle che il giovane Giorgio, eletto segretario del Circolo giovanile, divenisse membro del Consiglio del Comitato dell’Opera. Iniziò così una collaborazione e un discepolato molto significativo tra il trentasettenne avvocato camuno e il diciassettenne studente bresciano.

Trasferitosi a Padova sul finire del 1877 per gli studi universitari, Giorgio Montini mantenne stretti rapporti con l’ambiente bresciano e con la sua attività. Il mondo universitario padovano fu per Giorgio ricco di stimoli. Vi udì, fra l’altro, parlare per la prima volta di Giuseppe Toniolo, conobbe il filosofo spiritualista Francesco Bonatelli, fece letture significative (padre Curci, padre Taparelli). Partecipò alla vita del gruppo di studenti universitari cattolici di Padova, ma per temperamento, oltre che per convinzione, non condivise l’atteggiamento di intransigente opposizione alle istituzioni liberali tipico del cattolicesimo veneto [9] . Seguì da vicino le questioni bresciane e con particolare interesse il tentativo, allora in atto e riuscito, di dare vita a un quotidiano cattolico, «Il Cittadino di Brescia», che iniziò le sue pubblicazioni con il numero del 12-13 aprile 1878.

Laureatosi in Giurisprudenza nell’estate del 1881, il ventunenne Giorgio Montini, appena tornato a Brescia, venne nominato direttore del quotidiano «Il Cittadino di Brescia», incarico che accettò con la riserva di poter contemporaneamente fare pratica ed esercitare la professione di avvocato. La presenza attiva nel Movimento Cattolico gli si aprì piena, intera e assorbente.

Il giornale aveva una chiarissima, franca e leale militanza «papale», ma da subito si distinse dalla stampa più strettamente intransigente. Prospettava per i cattolici un atteggiamento di totale obbedienza al pontefice («né eletti né elettori» alle elezioni politiche), ma anche di operosa partecipazione alle amministrazioni locali e alle elezioni amministrative per rendere operanti nella vita comunale i valori cristiani e di preparazione, sul piano delle proposte politiche, di quelle sociali, e sotto il profilo organizzativo, a una futura partecipazione al voto politico e alla rappresentanza parlamentare, quando al pontefice fosse parso opportuno secondo la formula Preparazione nell’astensione [10] . Allo scopo di reagire all’«ostracismo sistematico con cui gli esponenti del radicalismo, in particolare nella città e nella provincia di Brescia, combattevano la presenza della religione e della Chiesa nel campo della scuola, della stampa e, in generale, della vita pubblica […]. Giorgio Montini si convinse della necessità che i cattolici provvedessero a una loro più diffusa presenza organizzata nella società e, in questo senso, fornì tutto il suo appoggio a Giuseppe Tovini» [11] . Non si limitò a dirigere il battagliero giornale «Il Cittadino di Brescia», ma con altri giovani, tra i quali l’amico avvocato Luigi Bazoli, diede vita a molte opere cattoliche, biblioteche circolanti, società operaie cattoliche, cucine economiche, segretariato del popolo, scuole, asili e la prima banca cattolica d’Italia (la Banca San Paolo di Brescia) [12] .

Giorgio Montini, con altri, spiegò dunque con successo una grande azione organizzativa, che fece del Movimento Cattolico bresciano uno dei più solidi, attivi e capillarmente radicati. Nella sua prospettiva politico-religiosa era però essenziale che i cattolici puntassero a una significativa rappresentanza nei consigli comunali e provinciali e per questo si rendeva necessario avviare a livello amministrativo un’alleanza con le forze moderate non pregiudizialmente ostili ai principi propri della tradizione cattolica. L’accordo riuscì e portò a una netta vittoria sui radicali zanardelliani in molti comuni, in particolare a Brescia e nel consiglio provinciale.

Il promettente ventunenne, che nel 1881 aveva goduto della fiducia di Tovini, del vescovo e dei vertici del Movimento Cattolico bresciano, aveva mantenuto le promesse: quattordici anni dopo, a trentacinque anni, aveva fatto del giornale un efficace e diffuso organo di lotta, aveva creato molte opere economico-sociali, aveva minato e alla fine scalzato la dittatura politica locale di Giuseppe Zanardelli. Accanto a Tovini, Giorgio Montini era diventato un prestigioso dirigente e un organizzatore capace, un perno del Movimento Cattolico e della società bresciana, al centro di una rete non solo locale di amici, di esponenti politici, di ecclesiastici, con ragguardevoli responsabilità, e tutto questo senza abbandonare un tratto di signorile rispetto e di cordiale stima degli avversari politici, pur nella franca espressione delle idee e dei principi: una cifra di civiltà e di carità che si ritroverà nel figlio Giovanni Battista.

Nel 1895 Giorgio Montini sposò la ventunenne Giuditta Alghisi, nata da una famiglia di possidenti terrieri di Verolavecchia (Brescia), con forte tradizione di concreto impegno caritativo [13] .

Orfana prestissimo (a quattro anni) di entrambi i genitori, Giuditta compì gli studi nel collegio delle Marcelline a Milano, una prestigiosa istituzione, molto apprezzata dalla nobiltà e dalla buona borghesia lombarde, fondata da mons. Luigi Biraghi, «prete colto e di spiriti aperti, patriotta e corrispondente di letterati e uomini insigni. Il quale aveva lasciato la sua impronta all’opera educativa» [14] . Le giovani venivano anche mandate per soggiorni all’estero ad apprendere lingue e culture straniere. Giuditta fu in Francia a Chambéry, dove entrò in vitale contatto con la cultura e con la spiritualità francesi e, in primo luogo, con i testi di san Francesco di Sales e di Bossuet, ma poi anche con gli scritti di Montalembert, di Lacordaire e di altre personalità cattoliche dell’Ottocento. Letture e cultura che la disposero a un incontro con Giorgio Montini, fondato non solo su una comune spiritualità, ma anche su una convinta condivisione dei progetti e dell’attività militante di Giorgio. Questo tratto spirituale fece sì che Giuditta, benché minorenne, «scegliesse» il proprio sposo, anche contro il volere del tutore, sindaco radicale di Brescia, aperto avversario politico di Giorgio Montini.

Si indulge a queste osservazioni perché un non secondario tratto significativo, nella famiglia di G.B. Montini, è il rilievo e la piena dignità della personalità delle donne (la nonna e la madre, ma anche le zie), che ebbero un ruolo morale e «pedagogico» non comune e che mostrarono di non delegare compiti e decisioni importanti. Un fatto, questo, di particolare significato non solo sociale, quanto, prima ancora, spirituale ed ecclesiale: donne non inferiori, ma «pari» ai loro mariti anche nella cultura, nella qualità e livello delle letture, autonome e non subalterne spiritualmente.

È opportuno notare, inoltre, come, anche per parentele e relazioni materne, Giovanni Battista si sia trovato in un contesto complesso e significativo: godette per questa via di una eredità spirituale di rilievo, costituita dalle esperienze e dalle memorie di parenti letterati, romanzieri, religiosi, attivi nella carità, creatori di istituzioni assistenziali ed educative, nonché da relazioni rispettose e amichevoli con persone di orientamento anche diverso, senza che ne soffrissero la chiarezza e la fedeltà rigorosa alla linea del Movimento Cattolico.

Nell’educazione di G.B. Montini e dei fratelli Lodovico e Francesco ebbe un ruolo fondamentale la madre Giuditta, donna

«solida e determinata […]; ma anche mamma dolce e amabile […]. In linea con la visione salesiana della vita cui alimentava la propria spiritualità, Giuditta Alghisi cercò di avviare, fin dall’infanzia, i propri figli a una formazione religiosa fondata sull’idea che, per piacere a Dio, non era necessario fare cose straordinarie, ma bastava attendere ai propri doveri e abbandonarsi fiduciosi all’azione della Provvidenza» [15] .

Deve essere aggiunto anche l’apporto della nonna Francesca Buffali che, nella linea della militanza che fu del marito Lodovico e poi del figlio Giorgio, presentava ai nipoti, fin dalla loro fanciullezza, le figure dei martiri cristiani dei primi secoli, metafora delle prove e delle difficoltà della Chiesa dopo il 1848 e dopo Porta Pia [16] .

Dopo la morte prematura di Giuseppe Tovini (16 gennaio 1897) Giorgio Montini divenne il capo riconosciuto del Movimento Cattolico bresciano e la complessa azione in campo economico e sociale, nonché elettorale, lo assorbivano: «La sua era però una presenza di qualità, che doveva diventare sempre più incisiva» [17] . Come ebbe a notare Nello Vian: «Nelle prime memorie dei figli, la presenza del padre è piuttosto sentita che espressa […]. Ma ciò che soprattutto si imprimeva era la sua lezione morale, d’impegno e di coraggio» [18] . Diceva Paolo VI a Jean Guitton:

«A mio padre devo gli esempi di coraggio, l’urgenza di non arrendersi supinamente al male, il giuramento di non preferire mai la vita alle ragioni della vita. Il suo insegnamento può riassumersi in una parola: essere un testimone. Mio padre non aveva paura. E quelli che lo hanno conosciuto, come Bonomelli, hanno conservato un che di intrepido. A mia madre devo il senso del raccoglimento, della vita interiore, della meditazione che è preghiera, della preghiera che è meditazione. […] l’amore di Dio, che colmava i loro cuori e li aveva uniti nella giovinezza, si traduceva in mio padre nell’azione politica e in mia madre nel silenzio. O ancora una stessa volontà ostinata, una stessa determinazione totale, in mio padre si esprimeva più come forza e in mia madre più come dolcezza. Ma la dolcezza riposa sulla forza» [19] .

Nel 1902 Giorgio Montini venne nominato membro del Terzo Gruppo (ex Terza Sezione) dell’Opera dei Congressi, che si occupava dei problemi educativi e della politica scolastica, e a questi fini nel 1904 con alcuni amici, laici e sacerdoti (Luigi Bazoli, Angelo Zammarchi e altri) promosse la «Società Anonima Cooperativa denominata La Scuola» per far vivere e diffondere «Scuola Italiana Moderna» [20] , una battagliera rivista per i maestri elementari, attenta ai problemi didattici e alla politica scolastica, a sostegno dell’impegno cattolico per la libertà d’insegnamento e la didattica del catechismo nelle scuole [21] .

Durante la crisi e poi lo scioglimento dell’Opera dei Congressi (1903-1904) Giorgio Montini strinse rapporti con Giovanni Grosoli Pironi e «guardò con simpatia all’iniziativa di Filippo Meda che, per la verità già prima dello scioglimento dell’Opera, aveva pensato di dar vita a un’Unione Nazionale degli elettori cattolici amministrativi» [22] con l’idea di promuovere una struttura che ponesse le premesse per poter creare qualche cosa di più ambizioso, ovvero un organismo politico sulla falsariga del Zentrum tedesco [23] . Prese parte pure all’iniziativa di Meda di promuovere un’Unione nazionale fra elettori amministrativi cattolici e in quella sede propose un atteggiamento di prudente accordo con la gerarchia ecclesiastica, guardando al fatto che nel 1904 Pio X aveva tacitamente consentito ai cattolici bergamaschi di recarsi alle urne [24] .

Il «partito cattolico lombardo» di cui Meda sarebbe diventato il leader di spicco sul piano nazionale, pur nell’obbedienza al papa, puntava in sostanza alla conciliazione dello Stato con la Chiesa e all’alleanza dei cattolici con i moderati a difesa e a sostegno delle libertà pubbliche. Questo progetto, molto vicino agli orientamenti e alla sensibilità di Giorgio Montini, poteva comportare uno spostamento del Movimento Cattolico verso la borghesia conservatrice. A questo reagì Romolo Murri e la corrente democratico-cristiana. Il dissidio era radicale e spiega non solo l’opposizione di Montini a Murri, ma anche l’affinità e il consenso cordiale espresso invece a padre Giovanni Semeria, che dalla fine degli anni Novanta in poi venne spesso chiamato a tenere conferenze a Brescia e godette di grande stima negli ambienti del Movimento Cattolico e nella famiglia Montini (anni dopo Giovanni Battista e i suoi amici lo invitarono a collaborare alle loro iniziative e ai loro giornali studenteschi).

Benché il momento non fosse ancora favorevole a una discesa in campo politico dei cattolici organizzati nel Movimento Cattolico ufficiale, dopo l’enciclica Il fermo proposito di Pio X del 1905 e la creazione di tre Unioni (Popolare, Economico-sociale, Elettorale), Giorgio Montini si dedicò alla ripresa della lotta per le elezioni amministrative e colse nel 1905 una duratura vittoria al Comune di Brescia e nella Provincia. Egli e un buon gruppo di cattolici e di liberali moderati, suoi alleati, ebbero una salda maggioranza. Contemporaneamente il vescovo di Brescia lo nominava presidente del Comitato Diocesano. La sua azione non si limitò ai problemi dell’amministrazione comunale della città; assieme agli amici con i quali aveva fondato l’editrice «La Scuola» aprì un fecondo confronto sull’importanza dell’educazione e dell’attività dei maestri. Nel solco di tale dibattito, nel 1906 sarebbe nata l’Associazione Magistrale Niccolò Tommaseo, d’ispirazione cattolica, che tanta parte avrebbe avuto nelle battaglie di politica scolastica del primo Novecento. Montini ne fu uno dei più strenui propugnatori.

Dalle colonne del giornale «Il Cittadino di Brescia» Giorgio Montini, negli anni dell’ascesa di Giovanni Giolitti al governo del Paese, condusse un’intensa campagna sulla politica scolastica, sulla tutela dell’unità familiare, e non mancò di essere attentissimo a tutto quanto poteva aprire la via a una presenza cattolica nelle aule parlamentari, fino al 1911, quando, in un momento di poca salute e di stanchezza, lasciò la direzione del giornale e si dedicò all’organizzazione di opere economico-sociali cattoliche. Non è, tuttavia, senza ragione che i figli Lodovico e Giovanni Battista «crescessero nella psicologia della professione giornalistica e che Battista, in particolare, fosse ben presto indotto a occuparsi di stampa studentesca e a scrivere per diversi giornali» [25] e, è necessario aggiungere, ad occuparsi di problemi scolastici ed educativi. Mentre Giorgio svolgeva tale intensa attività, affettuosamente appoggiato dalla moglie, la vita della famiglia non parve oltremodo risentirne.

Appena compiuti i sei anni, nell’autunno del 1903 G.B. Montini fu iscritto alla prima elementare dell’Istituto «Cesare Arici» [26] , che offriva tutto il corso scolastico, dalle elementari al liceo, e frequentò le scuole quale esterno. «L’istituto, retto dai gesuiti, rappresentava il risultato di una pugnace lotta sostenuta dai cattolici bresciani per la libertà dell’insegnamento, contrastata da intolleranze laicistiche» [27] . Era stato ideato e voluto dal Movimento Cattolico bresciano come alternativa al ginnasio-liceo pubblico «Arnaldo da Brescia», fortemente caratterizzato da positivismo e laicismo. In piena coerenza con la propria militanza Giorgio Montini vi iscrisse i figli, che vi frequentarono l’intero percorso scolastico, dalle elementari alla maturità classica.

L’infanzia e la fanciullezza di Giovanni Battista trascorsero così in un ambiente familiare di impegno personale, di intensa fede e di preghiera (alieno, tuttavia, da piccole devozioni). Sotto il profilo tanto psicologico, quanto spirituale e «culturale», appare rilevante il fatto che egli e i suoi fratelli vissero la fanciullezza, si può dire, in un contesto familiare e amicale sorprendentemente largo anche per le consuetudini del tempo.

Giorgio Montini, insieme alla moglie e ai figli, fu in stretto e costante rapporto con le famiglie dei suoi fratelli: Elisabetta e il marito Bernardo Pessarini, Giuseppe e la moglie Rachele Salvi con sette figli, Agnese Lavinia e il marito Francesco Romei Longhena con sette figli, Paolina e il marito Gaspare Uberti con otto figli, Maria, nubile. Questa numerosa cerchia si ritrovava spesso, almeno in parte, o a turno, per le vacanze nella casa di Concesio o in quella del Dosso di Verolavecchia. Tali famiglie, rispettose della propria intimità e che si stringevano attorno alla nonna Francesca nell’abitazione del suo primogenito Giorgio, costituivano un «clan» ampio e coeso in cui Giovanni Battista poté godere di una larga rete di rapporti e di affetti. Se si aggiunge a ciò la frequente presenza di amici del padre Giorgio, sacerdoti e laici, a lui legati dagli interessi e dalle attività ecclesiali e politiche, è evidente che egli crebbe in ambiente molto vivo e «si abituò ben presto alla familiarità con esponenti del Movimento Cattolico cittadino […] o nazionale» [28] .

Nel 1908, ultimate le classi elementari, Giovanni Battista iniziò i corsi ginnasiali e, com’era consuetudine di molti alunni dei collegi retti dalla Compagnia di Gesù e come fecero pure i suoi fratelli, s’iscrisse alla Congregazione Mariana, della quale, crescendo, diventò progressivamente consigliere, segretario e, da ultimo, prefetto [29] .

Amicizie, istituzioni formative, maestri di spirito

L’ambiente del ginnasio e della Congregazione Mariana non esaurirono né il naturale bisogno dei figli di Giorgio Montini di frequentare amici e attività adatte a loro, né i progetti educativi dei genitori. Così nel 1911-1912 Lodovico e Giovanni Battista iniziarono a far parte di due ambienti giovanili bresciani particolarmente vivi e significativi: l’Oratorio filippino di Santa Maria della Pace [30] e l’Associazione studentesca «Alessandro Manzoni» [31] . Qui Giovanni Battista fece alcuni incontri fondamentali per la sua vita: i padri Giulio Bevilacqua e Paolo Caresana e diverse amicizie, tra cui spiccano Andrea Trebeschi e Carlino Manziana.

Trebeschi – appassionato organizzatore di gruppi di militanza studentesca cattolica, avvocato e figura eminente della Resistenza bresciana, martire a Gusen (Austria) nel 1945 – e Manziana – filippino, a lungo attivo a Brescia, vescovo di Crema dal 1964 al 1981 – furono figure emergenti in un gruppo vivace e folto di personalità che, in seguito, si distinsero per attività intellettuale, politica, professionale nel contesto cittadino e nazionale.

Nei decenni a cavallo tra Ottocento e primo Novecento l’Oratorio della Pace fu uno straordinario luogo di formazione del laicato cattolico cittadino. La comunità filippina e l’Oratorio da essa promosso e gestito rappresentavano uno dei poli d’irradiazione della Chiesa bresciana, punto di riferimento fondamentale per sacerdoti e laici, dove si intrecciavano e si annodavano saldamente i fili di molte relazioni spirituali, intellettuali, organizzative e da cui venivano alla realtà cittadina stimoli, impulsi, fermenti di grande qualità e importanza.

Nella stagione postunitaria, specialmente nei difficili decenni di fine secolo, e fino alla prima guerra mondiale, nelle scuole pubbliche cittadine, pure frequentate da molti studenti cattolici, era bandito l’insegnamento della religione, non pochi docenti erano massoni e il tono dell’insegnamento era laico, talvolta apertamente ostile alla Chiesa, non raramente orientato in senso positivista. Perché agli studenti di queste scuole non mancasse una presentazione del cristianesimo adeguata al livello dei loro studi e collegata alle problematiche culturali affrontate, Giuseppe Tovini nel 1889 aveva creato il Patronato Studenti proprio presso la comunità filippina della Pace: un luogo di incontro, di solidarietà, di studio, una scuola di religione, nella quale vari docenti (teologi, storici, scienziati) illustravano la teologia cristiana e affrontavano il tema del rapporto scienza-fede, cristianesimo-cultura moderna, fede-giustizia sociale; una iniziativa molto simile a quelle prese negli stessi anni da padre Semeria a Genova e dal professor don Giuseppe Alessi a Padova [32] .

L’iniziativa di Tovini (e di Giorgio Montini) e le energie che essi vi investirono (assieme alla fondazione dell’Istituto Arici) ne fecero una cosa nuova, una caratteristica cittadina peculiare, e vi impressero il sigillo di un livello competitivo, di un impegno esigente. La Pace divenne così per tutta la città, ma anche per la diocesi, il luogo d’incontro degli studenti cattolici, un vivace centro intellettuale e, inevitabilmente, il crogiolo di amicizie, iniziative, relazioni. In questo ambiente, con

«la misura della confidenza e della diligenza, s’acquistava un’abitudine di sincerità, di vivacità […]. E quale forza sosteneva e alimentava […]? Una fede vigile e generosa, una speranza luminosa e pura, una carità intelligente e senza limiti, congiunte a una sottile e sicura intuizione dei giovani e dei loro bisogni, a una fiducia larga e tollerante […] che attingeva le sue ragioni dalla Redenzione» [33] .

Non stupirà il rilievo che i padri della Pace e l’ambiente dell’Oratorio filippino ebbero nella vita spirituale di G.B. Montini. Benché appartenesse anche alla Congregazione Mariana e fosse alunno di una scuola tenuta da gesuiti, è tuttavia evidente che l’influenza maggiore non fu esercitata da questo ambiente, ma da quello filippino e dalle conferenze di cultura religiosa, filosofica e sociologica promosse dai padri Bevilacqua e Caresana e dal caldo clima di serena confidenza, amicizia e direzione spirituale che vi si respirava, nonché dal tratto intellettuale e dalla problematica filosofico-apologetica, dal carattere di franco impegno personale, con il sigillo di un’ansia apostolica.

Il secondo ambiente significativo che Montini inizia a frequentare nel 1912 (a quindici anni) è l’Associazione studentesca «Alessandro Manzoni». Questa era sorta pochi anni prima, nel 1909, sotto gli auspici di mons. Giandomenico Pini [34] , l’animatore della fuci nazionale, con l’appoggio di alcuni importanti esponenti locali del Movimento Cattolico, laici e sacerdoti. Accoglieva studenti liceali e universitari «allo scopo di costituire una permanente pubblica rappresentanza degli studenti che professano comuni principi cristiani» [35] . La prima manifestazione pubblica, con la commemorazione di Cesare Lombroso tenuta da padre Agostino Gemelli, è già indicativa della linea di confronto-scontro apologetico tra cattolicesimo e positivismo tenuta dall’Associazione, la quale si contrapponeva alla laica e positivista Associazione studentesca «Roberto Ardigò».

Alla «Manzoni» aderirono naturalmente molti degli studenti che frequentavano l’Istituto Arici e gli ambienti della Pace, ma non solo questi. Il reclutamento era più largo: ne facevano parte molti studenti, tra i quali tutti o quasi i futuri esponenti più rappresentativi del cattolicesimo bresciano in campo politico, economico, culturale, ma anche giovani che esprimevano altri orientamenti. I suoi primi aderenti si rifacevano a due diversi filoni, entrambi ben presenti nelle famiglie del ceto dirigente bresciano: la tradizione patriottico-risorgimentale (comune anche a molti cattolici della città) e quella più strettamente confessionale. La «Manzoni» dovette così ben presto definire la propria identità: alcuni caldeggiarono l’adesione alla Gioventù Cattolica diocesana, altri all’Unione Monarchica. Prevalse l’orientamento autonomistico («apoliticità»), ma i rapporti restarono molto cordiali con entrambi gli ambienti [36] . Questo orientamento, che sulle prime forse fu il risultato di un compromesso, venne poi affermato come fine, come scelta che intendeva unificare coloro che la politica avrebbe diviso.

L’appartenenza alla «Manzoni», l’impegno svolto in quel contesto di molteplici, calorose amicizie e nel dibattito religioso, politico e sociale che ne conseguì, fu un’esperienza fondamentale per G.B. Montini. L’attività fu intensa anche per gli anni 1914-1920 e preparò quella immediatamente successiva, e in parte contemporanea, de «La Fionda», di cui si dirà, e poi quella del lavoro nei gruppi fucini dei primi anni Venti. Giovanni Battista, di carattere riservato, fu anche per questa via in un certo senso proiettato in una più larga cerchia di relazioni, che assunsero presto caratteristiche di grande calore e profondità.

Durante gli anni del ginnasio la sua salute peggiorò e dovette tralasciare per mesi la frequenza alla scuola e non solo per l’anno 1912, ma per gli anni scolastici seguenti e, in modo ricorrente e non lieve, fino agli anni degli studi teologici presso il seminario e negli anni universitari a Roma.

Per questi disturbi nell’ultimo anno del corso ginnasiale dovette studiare per mesi privatamente a casa e nel luglio 1913 sostenne l’esame di licenza presso il ginnasio pubblico di Chiari (Brescia). La scelta fu dovuta al fatto che egli poté trascorrere gli ultimi tempi di preparazione nella tranquillità della campagna clarense, ospite della famiglia di mons. Domenico Menna [37] , amico di Giorgio Montini e allora docente di diritto canonico in seminario e vicario generale della diocesi.

Il soggiorno di Chiari fu anche occasione di un importante incontro, quello di Giovanni Battista con la spiritualità e con la preghiera liturgica benedettina. Mons. Menna, di facoltosa famiglia, aveva acquistato i locali di un antico convento francescano laicizzato da Napoleone e poi venduto a privati e lì aveva ospitato i monaci francesi di Sainte-Marie-Magdeleine di Marsiglia, che avevano dovuto lasciare la Francia in seguito a leggi laicizzatrici del 1905. Giovanni Battista frequentò con assiduità la preghiera liturgica dei monaci e ne rimase colpito:

«Ero il solo fedele presente, ma vi dico che ho provato un senso di estasi per la maniera con la quale celebravano le sacre cerimonie e soprattutto la delizia con cui sapevano cantare il canto gregoriano. Era un gregorianista di prim’ordine – ricordo il nome, ma non ho altra memoria, Jeannin – che suonava e riempiva la grande chiesa di armonie che sembravano essere colloquio fra cielo e terra. E questa impressione della preghiera, fatta direi per se stessa e da nessuno accolta e condivisa se non da quelli stessi che la proferivano e dal cielo a cui era rivolta, fu scolpita nella mia anima ancora molto giovanile e rimase uno degli argomenti e uno dei motivi per cui mi fu caro dare la mia vita al servizio del Signore» [38] .

Continuando poi negli anni successivi i suoi soggiorni estivi a Chiari, la frequenza alla preghiera dei monaci si fece regolare: «C’était le temps de ma jeunesse […]. Je pensais au sacerdoce et je m’y préparais. J’ai beaucoup connu dom Gauthey, l’abbé de cette époque. Et surtout, j’ai longuement prié avec les moines. Je me revois, seul avec eux, le soir, pendant le chant des complies. Ils ont profondément marqué mon âme!» [39] .

Nell’estate del 1913, a sedici anni, Montini avvertì i primi desideri di una consacrazione a Dio. È possibile che ne abbia fatto discreto accenno al padre Giorgio, che il primo settembre, in una lettera, lo invitava a confidarsi con padre Caresana: «Mi pare buona cosa che Tu colga questa bella occasione per aprirTi col R.P. Caresana sui tuoi progetti per l’avvenire: egli è persona che può giovarTi di consiglio, e, in cose di alta importanza, i consigli di persone assennate e sante non sono mai inutili» [40] .

Nato nel 1882 a Vigevano (Pavia), figlio di un piccolo proprietario coltivatore, il giovane sacerdote Paolo Caresana sentiva fortemente i problemi sociali ma, andando oltre l’impegno e l’ansia di offrire assistenza pratica (e spirituale) a salariati agricoli e mondariso, era desideroso di affrontare tali problemi anche nella loro dimensione politica, sociologica e giuridica [41] . Egli era attento alle implicazioni dottrinali di tali questioni: il cristianesimo sociale incontrava su questo piano una ineludibile sfida. Ancora in ricerca, venne a contatto con la fortissima personalità del filippino Giulio Bevilacqua, che nel settembre 1910 aveva organizzato a Brescia una Settimana Sociale.

Padre Bevilacqua, reduce da studi a Lovanio (Belgio) e autore di un volume sulla legislazione operaia in Italia [42] , rappresentò subito un interlocutore illuminante e non solo sul piano della dottrina sociale. Caresana, infatti, conobbe l’Oratorio della Pace e il clima filippino nella stagione di grazia che stava attraversando: si trattava di una diversa dimensione dottrinale intellettuale e artistica che puntava a rendere ragione della speranza cristiana alle persone più esigenti e più diverse.

L’incontro fu decisivo: in molte circostanze e per tutta la vita padre Caresana ricorderà le lunghe conversazioni con padre Bevilacqua e con altri suoi confratelli nel cortile della Pace, sotto i platani, nelle pause della Settimana Sociale. Pochi mesi dopo chiese di essere accolto nella congregazione filippina di Brescia e nel maggio 1911 comunicò la decisione al suo vescovo. Ammesso nella comunità il 30 maggio, iniziò il suo triennio di probazione. Egli veniva da un’intensa attività di apostolato giovanile a Vigevano, d’impegno sociale tra gli operai della città calzaturiera e i miseri salariati e le mondariso della campagna risicola lomellina. Era, dunque, un interlocutore «provvidenziale» per i giovani della Pace, formati alla sensibilità per i problemi politico-sociali, e che trovavano in lui anche un direttore di spirito sensibile e insieme sereno, carismatico, fiducioso e incoraggiante. Aveva trentun’anni quando il sedicenne G.B. Montini, nel 1913, lo incontrò, nel delicato momento del suo orientamento verso il sacerdozio.

L’altra grande presenza carismatica, per G.B. Montini come per tutti i giovani frequentatori dell’Oratorio della Pace, fu padre Giulio Bevilacqua [43] . Personalità molto più famosa, nota e studiata di padre Caresana, qui basti ricordare alcuni dati per meglio inquadrare l’incontro e i rapporti con Giovanni Battista adolescente e poi giovane.

Praticamente coetaneo di padre Caresana (era nato a Isola della Scala, in provincia di Verona, nel 1881), Bevilacqua fu una «vocazione adulta», giunta a compimento dopo un completo corso di studi, fino alla laurea in Sociologia a Lovanio, ma sostanzialmente delineata e preparata già dagli anni del ginnasio e del liceo, nel fervido ambiente veronese, dove pochi decenni prima erano sorte varie congregazioni religiose e dove, a fine secolo, accanto alla personalità di don Giovanni Calabria, operava don Giuseppe Manzini e gli uomini del Movimento Cattolico svolgevano un’attività sociale intensissima, dalle cooperative alle casse rurali, alle Leghe bianche, al patronato operaio, alle scuole serali e industriali.

Il giovane Bevilacqua, sensibile ai problemi sociali del Paese e della sua terra (dove la miseria delle popolazioni agricole suscitava tensioni sociali notevoli e una grande, dolorosa emigrazione), fu non solo fervidamente partecipe delle attività sociali del Movimento Cattolico, ma un entusiasta sostenitore della democrazia cristiana murriana, interessato vivamente agli aspetti giuridici, sociologici e scientifici dei problemi sociali. Per questo volle recarsi all’Università di Lovanio, la prima a rappresentare il tipo di università cattolica libera, nella quale la dottrina sociale cristiana, la sociologia, l’economia politica erano professate da un prestigioso corpo docente. Lì, all’Istituto di Filosofia, insegnava il futuro cardinale Désiré-Joseph Mercier, che esprimeva un tomismo rigoroso e una totale fiducia nella scienza. Lì pure un agguerrito Movimento Cattolico realizzava attività esemplari. Bevilacqua subì il fascino della personalità culturale, sacerdotale e umana del professor Mercier: «Lo ascoltò nell’istituto di filosofia, lo frequentò con l’ammirazione e la stima del discepolo, ne assimilò la lezione sui rapporti tra la fede, il mondo e la cultura, alla sua scuola scoperse che la verità cristiana è crescita continua e libertà, ammirò il sacerdote e l’educatore nell’opera d’illuminazione e di guida della gioventù» [44] .

Tornato in Italia, nel 1905 chiese di entrare nella congregazione filippina a Brescia. Pur rimanendo nell’Oratorio della Pace, a contatto con i giovani, Bevilacqua seguì le lezioni del quadriennio teologico del seminario di Brescia e fu ordinato sacerdote nel 1910, a ventinove anni.

«P. Bevilacqua contribuì in modo determinante a fare della Pace un centro di grande prestigio soprattutto sul piano della formazione religiosa dei giovani e dei professionisti, […] ebbe il merito di accentuare accanto alla formazione religiosa quella più largamente sociale aprendo gli animi giovanili alle responsabilità verso il mondo» [45] ,

ma anche, e forse soprattutto, quello di presentare ai giovani e agli intellettuali, con finezza e straordinaria lucidità, i mutamenti epocali impressi dalla storia, testimoniati dalla letteratura e dalla filosofia contemporanea, rapportandoli con il Vangelo.

«Padre Bevilacqua, che ben conosceva gli autori più significativi nel campo filosofico, teologico e sociale, criticò duramente il materialismo immanentistico e gli avversari dei valori spirituali, ma non esitava a citare grandi pensatori non credenti, quando questi seriamente affrontavano problemi fondamentali dell’uomo. In certo senso egli riusciva a percepire il bisogno tutto moderno di fondazione culturale, accompagnata da vera immersione sociale» [46] .

Per questo egli esercitò un grande ascendente e una profonda influenza sui giovani della Pace e in particolare, da subito, sul giovanissimo G.B. Montini che si andava orientando al sacerdozio e che nel 1922 dedicò un’importante, acutissima recensione al volume del filippino La luce nelle tenebre. Elevazioni sui Vangeli, pubblicato nel 1921 [47] . Montini ebbe a rievocare anni dopo, in modo commosso, quanto padre Bevilacqua influisse sui giovani della Pace:

«Qual è la testimonianza che da questa voce, libera e selvatica, come quella che un giorno gridò nel deserto, ci è effettivamente venuta? […]. Diciamo in breve ciò che a noi pare: egli ci ha dato fiducia nella cultura cattolica e ci ha ricondotti alle sorgenti della sua vitalità e della sua fecondità. Sarebbe da dire delle condizioni intellettuali e spirituali, in cui questa testimonianza si è affermata, per ricordare le condizioni piuttosto statiche e povere, in cui la cultura cattolica, nel confronto specialmente con le correnti del pensiero moderno, si trovava quando il Dottor K. (tale era allora il suo pseudonimo) dell’antico Cittadino di Brescia cominciò a scrivere articoli fuori classe; e per ricordare altresì le prime vigorose espressioni della rinascente attività di pensiero in Italia, quelle ad esempio di Semeria, di Gemelli, di Zamboni e di tanti altri… le quali ebbero in Bevilacqua pari forza e talora superiore livello» [48] .

Un’amicizia fraterna e profonda: Andrea Trebeschi

Tra il 1913 e il 1914 G.B. Montini fece cenno della propria intenzione di farsi sacerdote anche a due amici e compagni di scuola, che ebbero una profonda comunione di spirito con lui: Lionello Nardini e Andrea Trebeschi. Il primo, che scelse a sua volta di essere chierico, morì molto presto, nel 1918, prima di essere diacono, e, sebbene il loro rapporto fu breve e precocemente interrotto, Montini ne conservò sempre il ricordo e ne celebrò fedelmente la memoria ogni anno, anche durante il pontificato, rievocandone la spiritualità intensa e l’amicizia. Il secondo, invece, fu l’amico della giovinezza (tra non pochi altri) e compagno di un’intensissima attività di apostolato, e il rapporto con lui segnò in modo determinante gli anni 1914-1923 [49] .

Andrea Trebeschi nacque il 3 settembre 1897 a Cellatica, presso Brescia, nello stesso mese e anno in cui nel vicino paese di Concesio nasceva Giovanni Battista. Erano della medesima condizione sociale: provenienti da famiglie di professionisti (avvocati, medici, notai) da più generazioni, che all’esercizio dell’attività univano il possesso di casa (anche in città, oltre che al paese) e di terra, ma in misura solo discreta, caratteristica del ceto medio dell’alta Lombardia. Non si trattava di famiglie di rentiers, né di agrari: le fortune economiche riposavano sostanzialmente sull’attività professionale. Famiglie nelle quali si aveva attenzione per l’istruzione e per l’educazione: università per i figli, collegi per le figlie. Andrea rimase orfano di padre nell’infanzia e fu educato dalla madre Elvira Fiorini e dallo zio Arnaldo Trebeschi, ingegnere, di orientamento laico, benché rispettoso del sentire religioso della cognata.

Fondamentali appaiono i vissuti politici e religiosi nelle due famiglie, in buona misura comuni, ma in parte significativamente diversi. Nella famiglia Trebeschi, due generazioni prima di Andrea, la dinamica politica e la «crisi religiosa del Risorgimento» hanno un riscontro per certi aspetti esemplare e non solo nell’intensa partecipazione ai momenti salienti, anche militari, delle vicende, quanto soprattutto nelle coscienze, nei valori civili e negli atteggiamenti religiosi, che in alcuni membri sono rispettosamente, ma solidamente laici.

Molto diversa, invece, la personalità della madre di Andrea, che fu educata a una pietà rigorosa e colta, nutrita di letture di alto livello intellettuale e fondamentalmente ispirata a san Francesco di Sales nel nobile Collegio delle Vergini di Gesù di Castiglione delle Stiviere (lo stesso frequentato dalla nonna di Giovanni Battista). Se dalla linea paterna Andrea poté avere un vitale contatto con il mondo laico e con la sua sensibilità, la madre gli rese presente e vivissima una fede e pietà religiosa intense, che avevano una forte consistenza prima di tutto nella sua personalità, ma poi anche nella famiglia di lei e nelle sue relazioni.

Nelle famiglie dei due amici (Andrea e Giovanni Battista) si ritrovano caratteri comuni (come il vivo patriottismo e l’attiva militanza dei nonni, combattenti sulle barricate, e l’impegno civile e professionale), ma anche una significativa divaricazione, dal momento che il nonno paterno di Montini non fu toccato dalla «crisi religiosa del Risorgimento», bensì orientò il proprio impegno nelle organizzazioni ecclesiali, mentre nella famiglia Trebeschi il pluralismo di opinioni e la presenza di «laici» erano realtà quotidiane; a differenza della famiglia Montini, qui sembra sfiorarsi addirittura il carattere minoritario della fede praticata ed esplicita tra le mura domestiche.

Alla profonda esperienza di fede e di impegno materni, ma anche alla presenza di non credenti nella cerchia familiare, sembra possibile far risalire alcuni aspetti centrali della personalità di Andrea, come l’assillante ansia di un confronto libero e serio con il dubbio e la crisi di fede, sentiti concretamente possibili, la volontà di un annuncio del cristianesimo, la precoce e fortissima attenzione al dibattito intellettuale, l’intuizione dell’importanza della presenza educativa, specie nell’età dell’adolescenza e durante gli studi. Montini e Trebeschi furono compagni di scuola, prima alle elementari e poi al liceo, attivi insieme nell’Oratorio della Pace e nell’Associazione «Alessandro Manzoni» e, quando, nel 1918, Andrea fondò il giornale studentesco «La Fionda», Giovanni Battista ne fu uno dei più vivaci collaboratori, in un progetto di apostolato giovanile, religioso, politico, intellettuale di notevole spessore e di larga diffusione, finché nel 1926 la repressione fascista pose termine all’iniziativa.

Il triennio degli studi liceali (1914-1916), la scelta definitiva per il sacerdozio, la guerra

All’aprirsi del triennio di studi liceali la prospettiva di un orientamento al sacerdozio di G.B. Montini non venne comunicata a molti, ma non fu taciuta agli amici più intimi, come Andrea Trebeschi. A questi si aggiunse il giovane curato di Concesio, don Francesco Galloni [50] , da poco ordinato sacerdote e inviato come vicario cooperatore in quella parrocchia. Esuberante, zelantissimo, molto attivo, egli fu un riferimento e un amico molto significativo nella maturazione della vocazione e degli orientamenti ideali di Montini.

Nonostante la salute non lo assistesse, Giovanni Battista con l’amico Andrea nell’autunno del 1914 organizzò nel paese di questi (Cellatica) una biblioteca circolante, che ebbe sede nella «Casa delle associazioni cattoliche». La biblioteca non rappresentava una novità; ciò che appare significativo è soprattutto il fatto che i promotori fossero consapevoli di un fenomeno socio-culturale di rilievo: «Il troppo spiegabile dislivello tra la cultura urbana e la nostra» [51] . E padre Giulio Bevilacqua, presente all’inaugurazione, denunciò il dislivello culturale come un handicap in campo materiale, ma soprattutto in campo spirituale:

«L’ignoranza, giovani, produce angustia di idee, meschinità d’animo e durezza di cuore, ed è madre di pregiudizi e del più volgare cinismo. I pregiudizi guastano la Religione, guastano la morale, danneggiano perfino la vita materiale […]. Istruitevi per poter difendere la nostra Religione, la nostra Fede dalle perfide calunnie di coloro che abusano dell’ignoranza» [52] .

Il problema religioso, il confronto fede-incredulità, la dimensione antropologica e sociale della fede erano (e saranno) al centro delle preoccupazioni dei due amici. Andrea Trebeschi in quel 1914, con prosa acerba e adolescente, stese poche pagine sui Doveri dell’intelligenza (poi sempre gelosamente conservate), al centro delle quali era posto lo studio del problema religioso e la promessa «di non lasciar passare nessuna occasione per studiarlo, e non temere il sorriso del superuomo elegante, quanto ignorante» [53] . E Giovanni Battista nello stesso anno indirizzò ad Andrea, «come amico che comprenderà i miei ideali» [54] , una sorta di professione di fede e di progetto per l’avvenire, un’apertura d’anima.

In dialogo con i coetanei in crisi, i due amici diciassettenni discutevano delle prove dell’esistenza di Dio, dell’autenticità e storicità dei Vangeli, abbozzavano una confutazione di idee scientifiche ed esponevano quanto la fede sostenga, conforti e indirizzi la vita e risponda al problema del dolore e del male. Certo, queste attività sono anche testimonianza del fatto che crisi di fede non erano inconsuete in quei giovani studenti. Trebeschi le seguiva con particolare attenzione e condivideva con Giovanni Battista l’ansia apostolico-apologetica:

«Chi di noi non ha nel cuore quei due, tre, dieci e più compagni, magari lontani, forse non militanti con noi, che un giorno sono venuti a cercarci, in ora deserta, nel nostro studiolo, o in una camminata per vie perse […]: chi non ricorda gli sfoghi sinceri, agitati e commoventi, delle loro anime in lotta, in pena, in rimorso, in timore, in dubbio […]. Chi di noi non tiene, fra i ricordi più cari, un mucchietto di corrispondenza di questi compagni dispersi e vaganti lontano dalla Verità e dall’Amore? Ebbene: sono i solchi aperti del campo che il Maestro buono […] addita a noi suoi piccoli seminatori» [55] .

Nella primavera-estate del 1915 Montini è sempre più fiduciosamente affidato alla direzione spirituale di padre Caresana, che nell’agosto invita lui e don Galloni ad alcuni giorni di ritiro spirituale comune presso l’eremo camaldolese di San Genesio, sul monte di Brianza, immerso in un grande castagneto, al cospetto dei luoghi manzoniani di Lecco e della costiera dell’Adda. Il ritiro, da cui Giovanni Battista scrisse a casa non senza umorismo [56] , si svolse con modalità serene, di confidente allegria filippina, e lo orientò in modo definitivo al sacerdozio.

Nel maggio di quell’anno l’Italia era entrata in guerra. Lodovico Montini fu chiamato alle armi, come parecchi suoi cugini e decine e decine di giovani amici dell’Oratorio della Pace e dell’Associazione studentesca «Alessandro Manzoni». Padre Bevilacqua partì come tenente tra gli alpini, come pure don Galloni e altri sacerdoti impegnati nell’apostolato giovanile. Brescia, provincia di confine con il Trentino austriaco, fu invasa da truppe e materiali destinati al fronte. Nella concitazione dei primi mesi si ebbero anche tra gli amici i primi caduti e la guerra fece sentire tutto il suo peso doloroso:

«Voglia il Signore benedirci e darci la sua pace, a noi che sperduti in questo atomo dell’universo, e che sollevati alla dignità di suoi figli, troviamo e studiamo il tempo, il modo di abbatterci a vicenda e di ucciderci gli uni gli altri, inconsci dei nostri fini, dei nostri ideali, della nostra grandezza. Lo sento vivo in questi giorni questo pensiero»

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