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Giocando a scacchi nei gulag di Tito - L'odiessea di un giovane fiumano

Giocando a scacchi nei gulag di Tito - L'odiessea di un giovane fiumano

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Giocando a scacchi nei gulag di Tito - L'odiessea di un giovane fiumano

Lunghezza:
133 pagine
1 ora
Pubblicato:
26 set 2017
ISBN:
9788899932084
Formato:
Libro

Descrizione

Portare la carriola era il lavoro più pesante perché bisognava spingere in salita e in certi tratti correre su tavole traballanti. Alle carriole in legno erano sta-te inoltre rialzate le sponde e portavano quasi il doppio del carico. Venivano chiamate jeep. Spesso mi impegnavo in questo lavoro perché mi dava modo di giocare a scacchi – alla cieca – con un detenuto jugoslavo che incrociavo ogni tanto e che faceva parte di chi sa quale desetina. 
Le mosse d’apertura le facevamo al primo incrocio, raggiungendo di solito una posizione teorica nota ad entrambi. Poi seguivano le altre, una per una, qualche volta con una proposta aggiuntiva: “Se rispondi con la Torre in ciotto, io gioco il Re in accauno.” 
Il ritorno era in discesa e quindi potevo pensare alla partita. L’invisibile scacchiera stava appoggiata sulla carriola e la vedevo perfettamente, come se fosse vera, e non era difficile valutare la posizione e fare le analisi necessarie. Un giorno stavamo giocando l’attacco Richter-Rauzer della Siciliana e nel corso del mediogioco ero venuto a trovarmi in una posizione molto promettente. A un tratto si udì, nelle nostre vicinanze, un crepitare di spari. Le car-riole, le vanghe, le pale, rimasero paralizzate e un brivido freddo percorse l’intero schieramento. Si trattava di un tentativo di fuga verso l’al di qua o verso l’aldilà? Le probabilità di riuscita erano pochissime perché la zona era quasi piana e solo in lontananza verdeggiava una linea d’alberi. Forse strisciando tra l’erba alta. Ma una volta individuati non c’erano più speranze. Il grande meccanismo si rimise in moto con una certa lentezza mentre il Cavallo nero della morte batteva i suoi zoccoli nella testa di tutti. Tornai con il pensiero alla partita, anche se non era facile trovare la giusta concentrazione. Attesi invano la sua mossa. Forse, dopo quel trambusto, aveva cambiato attrezzo di lavoro. Forse aveva tentato la fuga, verso qualche forma di libertà. Il periodo passato a Gredani durò un mese e mezzo e fu il più terribile. Un detenuto italiano mi disse: 
“Qui è peggio che a Dachau.” 
Pubblicato:
26 set 2017
ISBN:
9788899932084
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Giocando a scacchi nei gulag di Tito - L'odiessea di un giovane fiumano - Emilio Stassi

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Tutti i diritti riservati

Copyright ©2017 Oltre edizioni

http://www.oltre.it

ISBN 9788899932084

Collana *edeia - letture del mondo

Titolo originale dell’opera:

GIOCANDO A SCACCHI NEI GULAG DI TITO

L'odissea di un giovane fiumano

di Emilio Stassi

L'immagine di copertina è tratta da un'opera di Andrew Tosh

INDICE

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In quel pomeriggio d’ottobre sedevo sul ciglio di una stradina sterrata, e guardavo l’anfiteatro pallido del golfo, e in quel grande affresco forse cercavo di mitigare il brusco passaggio dagli abissi del carcere a quella specie di libertà. La dorsale del Monte Maggiore scendeva verso la luce della Bocca Grande e da ogni frammento di spazio affiorava qualche momento della mia vita. Mentre ero perso in quel mare di ricordi, sentii una voce piena di gioia alle mie spalle.

Ciao. Come stai? Quando sei tornato?

Era una ragazza che abitava dalle nostre parti, non lontano da quello che un tempo era stato il confine. Mi alzai dal ciglio della Via Giovanni Luppis e andammo a sederci sotto la pergola della casetta della zia Angela. Aveva gli occhi verdi, le fossette sulle guance e il taglio quasi asiatico del viso. Nei primi tempi, quando andavamo in gruppo in città, veniva a ballare con noi, ma poi l’avevo persa di vista. Era stata presente al processo e ricordava il mio scontro con il Pubblico Accusatore.

In quella vostra idea di fuga c’era troppa gente e c’è sempre qualcuno che si lascia sfuggire un’allusione o una parola.

Sì, hai ragione, ma andare in pochi sulle Alpi Giulie avrebbe destato senz’altro dei sospetti. Qualche mese prima abbiamo esplorato la zona delle Caravanche ed eravamo soltanto in sei.

Lavorava in una società di navigazione ed era da alcuni giorni in ferie.

Ho saputo che i tuoi sono partiti.

Proprio ieri abbiamo ricevuto una cartolina, risposi.

Quando parti?

Fra qualche giorno andrò al nostro Consolato a Zagabria e poi partirò.

Ora devo andare ma verro a trovarti, e sorrise con i suoi splendidi denti, che da noi non erano molto diffusi e di questo si dava la colpa all’acqua forse innocente dell’Eneo, il fiume che da sempre era stato il confine naturale tra la città e il mondo slavo.

Ricomparve il giorno dopo, verso l’imbrunire.

Vorrei passare una giornata ad Abbazia. Perché non vieni? Così almeno la rivedi prima di partire. Se andiamo col vaporetto possiamo prenderlo a Cantrida.

La zia gli propose di mangiare qualcosa con noi e lei accettò volentieri. Un’insalata, con il suo radicchio lievemente amaro, prosciutto nostrano e il moscato frizzante, che veniva dall’uva della pergola.

Era piena di interessi culturali, andava a teatro e leggeva molto. In quel momento si stava deliziando con il Čičikov di Gogol’ e in certi momenti le situazioni erano talmente paradossali, che sorrideva con tutta l’anima. Parlammo di tutto, fino a tardi, e non avremmo voluto finire mai.

L’indomani, dal vaporetto, mi tuffai con la mente nelle baie e nelle insenature della costa liburnica, di cui conoscevo ogni metro. Nei pressi della tonnara di Preluca, con le sue scale proiettate verso il cielo, mi vennero in mente quei segnali incomprensibili che ci fece un pescatore mentre eravamo sulla yole a quattro.

Abbazia si trovava poco più avanti e conservava un’atmosfera d’altri tempi, un’aria danubiana, che l’aristocrazia di Vienna e di Budapest ritrovava quando migrava verso i climi più miti dell’Adriatico.

Rividi l’Hotel Ungheria, dove trascorsi il periodo dello sfollamento del ‘41, quando le truppe dell’Asse invasero la Jugoslavia. Il sogno di un Adriatico nostrum e di una Dalmazia in parte italiana, immaginato prima della Grande Guerra, si tradusse in realtà in quel periodo ed ebbe quelle conseguenze che tutti conoscono. Rividi anche le stalattiti e le stalagmiti, d’avorio luminescente, nella vetrina dedicata alle grotte di Postumia.

Le varie gioie che aleggiavano in lei trasparivano dai suoi occhi verdi, che facevano tutt’uno con il cielo di foglie della stradina che contorna la costa.

Hai sempre fatto parte del mio paesaggio, fin da piccola. Quando passavi per andare dai tuoi parenti quasi non mi salutavi… e io mi sentivo un albero.

In carcere ti ho vista molte volte, risposi. Ora invece mi sembri un’altra e anch’io sono un altro, ed è una fortuna che l’altro giorno ci siamo incontrati, perché altrimenti non sarei qui con un ragazza stupenda.

Avrei saputo che eri tornato e mi sarei fatta vedere. Il resto è naturale, vieni fuori da oltre un anno di grigiore assoluto e stai riscoprendo la vita e anche le cose normali ti sembrano eccezionali, io compresa.

Pareva che in certi momenti volesse accelerare e in altri rallentare il corso degli eventi. Le sue fossette giocavano a nascondersi e io la guardavo incantato. Poco prima di sera scendemmo da una stradina verso il porticciolo di Volosca. C’erano delle persone sedute sull’uscio di casa. "Bona sera. Bona sera," rispondevano cordialmente in dialetto. Cenammo in una trattoria sul mare a base di pesce e di un bianco secco istriano e parlavamo senza stancarci mai. Per interromperla mettevo la mano sulla sua mano e lei faceva lo stesso e le interruzioni erano continue. Due mini universi si stavano innamorando.

Tornammo con l’ultimo vaporetto e lei preferì stare fuori in quella frescura che saliva dal mare. Prima di arrivare ci affacciammo dal bordo guardando le lievi onde sciabordare e fuggire via. Quelle onde evanescenti mi fecero temere d’essere immerso in un sogno, dal quale tra breve mi sarei risvegliato nella cruda realtà di un gulag. Pochi giorni erano bastati per passare dall’inferno al paradiso. Anzi soltanto un secondo, quell’unico passo con il quale ero uscito dalle alte mura di un penitenziario jugoslavo.

Ci riposammo sul prato sopra la ferrovia e le onde della notte sciabordarono sulla nostra zattera d’erba, in viaggio verso l’alba.

2

Dopo quasi un anno di «lavori forzati» in varie parti della Jugoslavia, nel giugno del 1950 arrivai al penitenziario di Stara Gradiška, un’antica fortezza che sorgeva in un’ansa del fiume Sava, a un terzo di strada tra Zagabria e Belgrado. Avevo fatto parte di un gruppo di fiumani che avevano tentato di fuggire in Italia. Ma più che di una fuga si trattava di un rimpatrio, anche se in realtà era un espatrio, perché tutti gli italiani di quelle terre diventarono jugoslavi in base al Trattato di Pace, del 10 febbraio 1947.

Avevo soltanto diciannove anni ed ero esausto e scheletrito e dovevo scontare ancora un anno e mezzo di carcere. Lavorai per qualche settimana come disegnatore con un ingegnere – ex ambasciatore al Cairo – ma poi iniziai a sentirmi male e un pomeriggio mi recai all’infermeria, che si trovava al piano superiore del padiglione dei carcerati. L’edificio, a due piani, aveva le mura a prova di palle di cannone e culminava con una torre (kula) che dava il nome a quella zona del penitenziario. La kula era separata dal resto da un muro con cancello e relativo posto di guardia.

Il medico, dai tratti del viso molto distinti e con i capelli corvini, parlava un po’ d’italiano ed era, mi pare, di Spalato. Portava il camicie bianco e sul momento non compresi se fosse un civile o un carcerato. Dalla piccola finestra – che si apriva alle sue spalle – si vedeva l’alta muraglia del carcere e un lontano minareto che si innalzava di là del fiume, nella cittadina di Bosanska Gradiška, che faceva parte della Bosnia.

Gli spiegai che da alcuni giorni ero afflitto dalla dissenteria e da una continua febbre. Mi pose alcune domande e sembrava perplesso. Mi fece togliere la casacca color cenere, mi auscultò i polmoni e si mise a girarmi intorno.

Non si è accorto di avere la parte sinistra del torace molto dilatata?

Mentre osservavo la mia magrezza toracica, riscontrando una bella differenza tra una parte e l’altra, il dottore prese una grossa siringa.

Vediamo se la mia intuizione è giusta?

Infilò l’ago tra le costole della schiena e molto soddisfatto mi mostrò la siringa, piena di un liquido color ambra, con venature più chiare.

Lei ha una notevole pleurite sierosa e per un verso è anche fortunato se sono riuscito ad individuarla partendo dai suoi disturbi intestinali.

Si tolse il camice e indosso una casacca da carcerato, di un

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