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L'angelo ribelle - Profumo d'Oriente [Vol. II]
L'angelo ribelle - Profumo d'Oriente [Vol. II]
L'angelo ribelle - Profumo d'Oriente [Vol. II]
E-book315 pagine5 ore

L'angelo ribelle - Profumo d'Oriente [Vol. II]

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Info su questo ebook

India, metà del XIX sec.
Shannon McLeod, ferita dal matrimonio sbagliato e delusa dall’amore che crede impossibile per Nicholas McDougall, figlio del pastore protestante del suo paese, parte per le Indie inglesi alla ricerca del padre dato per disperso.
È l’inizio di un viaggio lungo e avventuroso durante il quale dovrà affrontare innumerevoli peripezie. Shannon, tuttavia, è intrepida e piena di ardimento, disposta a lottare con tutte le proprie forze per raggiungere i suoi scopi.
E nell’India misteriosa, crogiolo di razze e religioni, culla di un’antichissima civiltà, Shannon lotterà per ritrvoare il padre e forse l’amore che crede perduto e irrealizzabile.

L’angelo ribelle, pubblicato in prima edizione nel 1997 da Editrice Nord nella collana “Romantica Nord”, è il romanzo più lungo che l’autrice abbia mai scritto finora, con una trama complessa e ricca di personaggi. Nel riproporlo in versione digitale, è stato diviso in due parti, distinte ma intrecciate: L’angelo ribelle: Le brume delle Highlands e L’angelo ribelle: Profumo d’Oriente. In questa seconda parte lo scenario cambia radicalmente e si spalancano gli orizzonti sconfinati e infuocati dell’Oriente con i suoi colori, profumi, usanze e tradizioni millenarie. Dall’Oceano Indiano al deserto, passando attraverso villaggi e oasi verdeggianti, fra carovane di beduini e predoni, fino all’India con i suoi stridenti contrasti di miseria e splendore, le strade polverose, i treni sovraffollati, i fiabeschi palazzi, le montagne maestose e la giungla impenetrabile in cui dimorano le tigri. Paesaggi sempre mutevoli, suggestivi e affascinanti fanno da sfondo ai personaggi, dall’umile coolie al potente Maharaja, agli altezzosi ufficiali inglesi, nel ritratto di una società in cui le divisioni di casta e rango sono insormontabili.

Alexandra J. Forrest è lo pseudonimo con cui Angela Pesce Fassio firma i suoi romance storici. Nata ad Asti, dove risiede tuttora, è un’autrice versatile, come dimostra la sua ormai lunga carriera e la varietà della sua produzione letteraria.
L’autrice coltiva altre passioni, oltre alla scrittura, fra cui ascoltare musica, dipingere, leggere e, quando le sue molteplici attività lo consentono, ama andare a cavallo e praticare yoga. Discipline che le permettono di coniugare ed equilibrare il mondo dell’immaginario col mondo materiale.
I suoi libri hanno riscosso successo e consensi dal pubblico e dalla critica in Italia e all’estero.
 
LinguaItaliano
Data di uscita31 ott 2017
ISBN9788826493374
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    L'angelo ribelle - Profumo d'Oriente [Vol. II] - Alexandra J. Forrest

    Alexandra J. Forrest

    L’angelo ribelle

    Profumo d’Oriente

    Vol. II

    Romanzo

    Della stessa autrice in formato eBook

    Come cerchi sull’acqua

    Inganno e sortilegio

    L’Artiglio del Drago

    La locanda dell’Angelo

    La sposa del Falco

    Lo sparviero e la rosa

    Sfida al destino - Atlantic Princess

    Tempesta di passioni

    La trilogia di Zenobia:

    Sotto il segno delle Aquile

    Il disegno del Fato

    Il sogno di una Regina

    L’angelo ribelle – Profumo d’Oriente Vol. II

    I edizione digitale: settembre 2017

    Copyright © 2017 Angela Pesce Fassio

    Tutti i diritti riservati. All rights reserved.

    Sito web

    Facebook

    ISBN: 9788826493374

    Copertina:

    Periodimages.com: Foster & Angelique

    Progetto grafico: Consuelo Baviera

    Sito web

    Facebook

    Edizione digitale: Gian Paolo Gasperi

    Sito web

    Personaggi

    Shannon McLeod, l’angelo ribelle

    Nicholas McDougall, figliastro del pastore protestante

    Lester Murchison, giovane passeggero del piroscafo Wellinghton

    W. Masters, secondo ufficiale del piroscafo

    C. Jamieson, capitano del piroscafo

    Jake Madigan, deportato

    Malcolm McDougall, pastore protestante

    Lady Alice Montague, madre di Nicholas

    Lord Claridge, Sir Murdstone, passeggeri del piroscafo

    Dottor Wilkerson, medico di bordo

    John Wilcox, pirata e comandante della cannoniera Morning Star

    Ritter, secondo di Wilcox

    Abu-Malik Al’Nasir, trafficante di schiavi

    Omar, Selim, Samir, Hassan, uomini di Abu-Malik

    Corbett, Warren, Link, deportati

    Ahuda Beni-Salem, capo beduino

    Kassim, capitano dello sciabecco

    Ahmed, marinaio

    Sir Robert Holcombe, diplomatico inglese

    Drury McLeod, padre di Shannon

    Askar, aiutante di campo di Drury McLeod

    Rashid Bey, capo ribelle

    Vasha, guida indiana

    Warren, Daniels, ufficiali inglesi

    Lord Hamilton, Governatore di Bombay

    Lady Amelia Hamilton, moglie di Lord Hamilton

    Sita, Shirin, cameriere indiane

    Gerald Mallory, ufficiale inglese

    Lady Sarah Wilmore, giovane amica di Nicholas

    Jonathan Fox, trafficante di armi

    Djamal, emissario di Rashid Bey

    Mulhay Khan, uomo di fiducia di Rashid Bey

    Chandra, guru e medico indiano

    Ganesha, figlia di Chandra

    Arawga, capo villaggio

    Ajatru, Maharaja di Dimapur e Kohima

    Gopal Rao, suo figlio

    Ashiana, Maharani

    Ananda, guru e consigliere di Ajatru

    Clarence Wallace, colonnello inglese

    Dhursa Dun, uomo di Rashid Bey

    1

    Shannon passeggiava sul ponte del piroscafo in compagnia di un passeggero, un giovanotto simpatico che la corteggiava in modo  discreto e si chiamava Lester Murchison, nipote ed erede dei duchi di Saxon.

    Lester era un gradevole compagno di viaggio e sapeva farla divertire, ma Shannon trovava la navigazione mortalmente noiosa e le restrizioni imposte decisamente fastidiose. Non si poteva andare di qui, non si poteva passare di là, non si dovevano intralciare le manovre dell’equipaggio, né intrattenersi con i suoi membri, eccezion fatta per gli ufficiali. La zona della stiva poi era territorio tassativamente vietato, in special modo per lei, fatto questo che considerava proprio inaccettabile.

    Ovviamente non era tipo da arrendersi e da qualche tempo stava riflettendo su come aggirare almeno un paio dei divieti vigenti. Sapeva che se ne avesse fatta espressa richiesta il capitano l’avrebbe cortesemente, ma fermamente respinta, perciò avrebbe dovuto escogitare un altro sistema. L’occasione insperata le arrivò proprio dal suo giovane ammiratore.

    «Ho sentito dire da uno dei marinai che il tempo, nei prossimi giorni, cambierà», disse Lester.

    «Davvero? A guardare questo cielo così azzurro  non si direbbe proprio», replicò Shannon con un sorriso.

    «È vero, ma nessuno meglio di un uomo di mare è in grado di prevedere i mutamente atmosferici. Forse dovremo fare una sosta a Port Said.»

    «Questo non mi dispiacerebbe», commentò la giovane. «L’Egitto mi ha sempre affascinata. Prima di andare in India, mio padre prese parte a una spedizione nel Delta del Nilo. Allora io ero una bimbetta, ma lo ricordo abbastanza bene.»

    «Sembra che ci sarà qualche rischio navigando nel canale di Suez. Un paio di piroscafi sono stati attaccati dai guerriglieri ribelli del Sudan e si sono salvati a stento. So che non dovrei dirvi queste cose per non impressionarvi, ma mi pare giusto che siate messa al corrente.»

    «Vi sono grata, Lester», gli disse Shannon sorridendo. «Vi assicuro che non sono tipo da impressionarmi tanto facilmente.»

    «L’avevo intuito», dichiarò lui. «Comunque, se riusciremo a superare indenni il canale di Suez, potremmo ritenerci relativamente al sicuro.»

    «Soltanto relativamente?»

    «Sì, perché il Mar Rosso e il Golfo di Aden sono infestati dai pirati barbareschi che fanno affari con i trafficanti di schiavi.»

    «Se ci sono tutti questi pericoli, non capisco per quale ragione non ci abbiano fornito di una scorta armata», osservò la giovane.

    «In realtà, le probabilità di subire un attacco sono piuttosto remote, Shannon. E in ogni caso, ci sono qua io a proteggervi.»

    «Adesso sì che mi sento davvero rassicurata.»

    Il giovanotto non rilevò la sua ironia e sorrise tutto ringalluzzito, ma prima che potesse pavoneggiarsi ancora apparve sul ponte un’altra persona che attrasse la sua attenzione. «Ah, ecco il signor Masters.»

    Shannon sorrise per pura educazione al secondo ufficiale che stava venendo loro incontro. Loren Masters era un tipo viscido, così servile e strisciante da procurare la nausea. Ogni volta che lo vedeva, Shannon doveva reprimere un brivido di disgusto e quando lui la guardava in quel suo modo lascivo provava l’impulso di correre a lavarsi proprio come se l’avesse sporcata.

    «Lord Murchison… Lady Tremayne… È’ una mattina deliziosa per passeggiare, non è vero? Milady, posso esprimervi la mia ammirazione? State diventando ogni giorno più bella.»

    «Grazie», rispose la giovane con freddezza, evitando di guardarlo.

    «Speravo proprio di incontrarvi, signor Masters», esclamò Lester che non era così ricettivo da captare l’ostilità di Shannon per l’ufficiale.

    «In che cosa posso servirvi milord?»

    «Come certo saprete, a bordo della nave ci sono alcuni dei miei cavalli e poiché non ho ancora avuto modo di dar loro un’occhiata, vorrei domandarvi se sarebbe possibile farlo ora.»

    «Ma certamente, milord. Sarò onorato di accompagnarvi io stesso.»

    «Vorrei venire anch’io», disse Shannon prendendo la palla al balzo.

    «Forse sarebbe opportuno evitarlo, milady. Laggiù si trovano anche i deportati e non è un posto piacevole.»

    «Ne sono certa, tuttavia voglio venire ugualmente», insistette lei. «Fateci strada signor Masters.»

    Lester e il secondo ufficiale rimasero sconcertati dal suo tono autoritario, ma non fecero obiezioni e con ogni probabilità considerarono un semplice capriccio femminile il suo desiderio di scendere nella stiva.

    Si avviarono sul ponte e Masters si diresse verso un boccaporto aperto. Vi si introdusse e scese la scaletta rapidamente, con l’agilità dettata da una lunga esperienza. Shannon e Lester gli andarono dietro. Raggiunsero il secondo ponte inferiore. Lì il rumore delle caldaie che lavoravano a pieno regime era quasi assordante. La luce penetrava attraverso la botola spalancata e, appese a dei supporti, c’erano delle lanterne che rischiaravano il locale. Il pavimento vibrava leggermente sotto ai loro piedi.

    I quattro cavalli del giovane Murchison erano sistemati in piccoli box. Ciascuno era assicurato con delle funi e delle fasce in modo che non potesse cadere neppure se si fosse scatenata una violenta tempesta. C’era da bere e da mangiare alla loro portata e sabbia e paglia sparse sul piancito proteggevano le zampe. Nonostante la comodità, i quattro animali erano piuttosto nervosi e Lester si avvicinò per blandirli.

    «Anche voi amate i cavalli, vero, milady?» le chiese il giovane.

    «Sì, li adoro», rispose allungando una mano per accarezzare un muso vellutato. Ripensò a Soraya, la bella cavalla bianca che Devon le aveva regalato e che poi aveva ucciso durante uno dei suoi raptus di follia. Era stato un gesto crudele e insensato ammazzare quella povera bestia per colpire lei.

    «Qualcosa non va?» le chiese il giovane avvedendosi del suo turbamento.

    «No, va tutto bene», gli rispose con un sorriso. Smise di accarezzare il cavallo e si allontanò, dirigendosi verso una porta aperta. Masters le andò dietro.

    «Non vi consiglio di andare oltre, milady. Potreste vedere cose sgradevoli.»

    «Non mi impressiono facilmente», replicò Shannon proseguendo decisa. Masters la raggiunse e la bloccò afferrandola per un braccio. La giovane lo guardò nello stesso modo in cui avrebbe guardato uno scarafaggio nella minestra. «Tenete giù le mani da me!» ordinò.

    «Perdonatemi», disse il secondo ufficiale lasciandola andare. «Laggiù c’è la stiva in cui si trovano i deportati e non è luogo adatto a una signora», soggiunse.

    Shannon lo fissò con alterigia. «Signor Masters, sono una persona libera, ho pagato il biglietto e perciò posso andare dovunque voglia, chiaro?»

    «Come volete milady», ribatté l’ufficiale con aria beffarda.

    Lester Murchison si avvicinò ai due che si guardavano con espressione bellicosa. «Forse dovreste dare ascolto al consiglio del signor Masters, Shannon», disse conciliante.

    «Oh, smettetela voi!» sibilò lei spazientita. Era troppo curiosa di vedere la stiva dov’erano stati rinchiusi i prigionieri per essere disposta a dar retta ai due uomini. E poi quale diritto avevano di imporle dei divieti? Se fosse stata un uomo non avrebbero fatto tante storie.

    Fece alcuni passi avanti, si abbassò per evitare una travatura e si trovò davanti a una porta. Fece scorrere il chiavistello e la spalancò. La zaffata di fetore mefitico e nauseabondo che la colpì la fece quasi arretrare. Il caldo era soffocante e l’oscurità che regnava in quel luogo le impedì di scorgere qualcosa. Indugiò qualche istante sulla soglia, ascoltando il brusio delle voci e aspettando che i suoi occhi si abituassero al buio.

    «Ehi, gente, abbiamo visite!» esclamò una voce roca.

    Shannon sentì il rumore metallico delle catene che venivano trascinate e percepì un movimento simile a quello di un formicaio. Erano tutti stipati in quello spazio come le acciughe in un barile: senza luce, senz’aria, incatenati e impossibilitati a muoversi. L’angoscia I’ attanagliò.

    Un’ombra massiccia si materializzò davanti a lei all’improvviso facendola sussultare. Provò l’impulso di girarsi e fuggire, ma ricordandosi che Masters e Murchison erano lì, a pochi passi di distanza, non lo fece. Sarebbe morta piuttosto di ammettere d’avere paura. Riconobbe l’uomo che le stava di fronte anche se riusciva a vederlo a malapena: era quello con gli occhi grigi che l’aveva fissata con impudenza sul ponte, il giorno in cui erano salpati.

    «Salve», disse sentendosi molto stupida. Non era stata una buona idea venire lì, ma ormai era troppo tardi per fare dietro-front e conservare intatta la propria dignità.

    «Che cosa siete venuta a fare qui?» L’apostrofò l’uomo in modo piuttosto rude.

    Shannon deglutì, cercando disperatamente qualcosa da dire. «Io… io sono venuta a vedere se posso fare qualcosa per voi», rispose infine.

    Ci fu un coro di risate e qualcuno esclamò: «Certo che puoi bellezza! Se vieni qua te lo dimostro subito!»

    «Portala qui Jake!» gridò un altro. Ci furono molte risate e battute decisamente volgari. Shannon si sentì avvampare per la vergogna.

    «È meglio che ve ne andiate, milady», le consigliò l’uomo che avevano chiamato Jake. «Le vostre intenzioni sono lodevoli, ma temo che non possiate fare nulla per noi.»

    «Forse… forse potrei ottenere che vi facciano avere acqua e cibo a sufficienza», disse lei.

    «Andate, vi prego», la esortò. «Qui siete in pericolo.»

    «Prendila, Jake, che aspetti? Non mi sono mai fatto una dell’alta società!»

    La giovane batté precipitosamente in ritirata. Superò la porta con un balzo e fece scorrere il chiavistello. Nel girarsi si trovò faccia a faccia con il secondo ufficiale.

    «Spero che adesso sarete soddisfatta», le disse con un sorrisetto di scherno.

    «Esigo che quei poveretti siano trattati in modo più umano. Potreste cominciare aumentando le razioni d’acqua e di viveri e magari consentire loro di prendere un po’ d’aria sul ponte, ogni tanto.»

    «Vostra signoria ha altri ordini?» domandò Masters beffardo.

    «Intendo parlare con il capitano, signor Masters. Questa situazione è intollerabile.»

    «Siete libera di farlo, milady, ma dubito che le vostre richieste saranno accolte. Quegli uomini sono dei criminali, non dimenticatelo! Credete che se potessero mettere le loro sudice mani su di voi vi tratterebbero con tanti riguardi? Vi assicuro che se qualcuno di loro dovesse morire durante il viaggio, non sarebbe una perdita per l’umanità.»

    Shannon si morse la lingua per trattenere la frecciata che le era salita alle labbra. Le sue proteste indignate non scalfivano minimamente la corazza d’indifferenza del secondo ufficiale e semmai non facevano che giustificare l’avvertimento di poco prima: quello non era posto per una signora.

    Passò oltre senza aggiungere altro e prese a braccetto l’ammutolito Lester trascinandolo fuori. Sul ponte si riempì i polmoni d’aria pura e profumata, un balsamo dopo il fetore respirato nella stiva. L’uomo chiamato Jake l’aveva colpita. Dalle poche parole che le aveva detto non era stato difficile comprendere che non era come gli altri. Si era espresso con cortesia e proprietà di linguaggio, segno che era una persona abbastanza istruita, e le aveva dimostrato rispetto. Si domandò quale crimine potesse aver commesso per subire una condanna tanto grave. Ormai la sua curiosità era stata pungolata e sapeva che non avrebbe avuto pace fino a quando non fosse stata soddisfatta.

    «Posso farvi una domanda, Shannon?» chiese Lester distogliendola dai suoi pensieri.

    «Ma certo.»

    «Come mai nutrite tanto interesse nei riguardi di quei deportati?»

    «Perché provo pietà e vorrei poter alleviare almeno in parte le loro sofferenze. So che è giusto siano puniti per i delitti che hanno commesso, ma il trattamento che stanno ricevendo non verrebbe riservato neppure a degli animali. I vostri cavalli stanno senza dubbio meglio di loro.»

    «Non posso darvi torto», fu costretto ad ammettere il giovane. «Tuttavia non credo che dovreste immischiarvi in una questione del genere.»

    «Perché no?»

    «Non è di vostra competenza, così come non lo è per me. Il capitano ha ricevuto precise disposizioni circa il trattamento da riservare ai deportati e dovrà attenersi scrupolosamente a esse.»

    «Ma a bordo della nave il capitano è libero di agire come ritiene più opportuno e se ritenesse di compiere un gesto di umanità non credo che nuocerebbe alla sua reputazione.»

    «Avete davvero intenzione di esprimergli le vostre rimostranze?»

    «Naturale, e spero che mi darete il vostro appoggio.»

    «Io lo farei molto volentieri, ma non posso.»

    «Come sarebbe a dire che non potete?

    «Non posso perché non intendo essere coinvolto in una questione che non mi riguarda. Mi dispiace, ma dovrete fare a meno di me.»

    «Bene, perlomeno adesso so da quale parte siete schierato, Lester. Grazie per avermi chiarito le idee.» Gli fece un secco cenno di saluto e si allontanò con aria offesa.

    «Shannon!» la richiamò il giovane. «Shannon, suvvia, non fate così!» Ma lei non si voltò neppure. Sconsolato, il giovane tornò malinconicamente nella propria cabina.

    Shannon vide il capitano Jamieson che stava dando ordini al nostromo e con passo deciso gli si avvicinò.

    «Comandante! Scusate comandante, vi posso parlare un momento?»

    «Non vedete che sono occupato? E poi non dovete rimanere qui. Siete d’intralcio», replicò lui bruscamente.

    «Si tratta di una cosa importante, capitano, e non me ne andrò fino a che non mi avrete ascoltata.»

    «D’accordo», accondiscese Jamieson con un sospiro di rassegnazione. Lasciò il nostromo e le si affiancò. «Allora, che cosa c’è, Lady Tremayne? Spero che non sia per la storia dei topi.»

    «Topi? Non so proprio di che cosa stiate parlando.»

    «Be’, meglio così. Dite pure, vi ascolto.»

    «Ho una richiesta da farvi riguardo ai detenuti rinchiusi, o meglio stipati, nella stiva. Innanzi tutto dovreste far togliere quei ferri, poi aumentare le razioni di acqua e di cibo e infine permettere loro di uscire a prendere aria almeno un’ora tutti i giorni. Inoltre le condizioni igieniche sono a dir poco insufficienti e l’odore là dentro è insopportabile.»

    «Volete dire che siete andata laggiù, milady?» chiese Jamieson con espressione contrariata.

    «Certo che ci sono andata!» esclamò lei.

    «Nonostante lo avessi espressamente vietato vi siete avventurata là sotto da sola?»

    «Non ero sola. Sono scesa con Lester Murchison e il signor Masters per vedere i cavalli e poiché mi trovavo nelle vicinanze sono entrata nella stiva.»

    «Il signor Masters non ve l’ha impedito?»

    «Ci ha provato, certo, e con la solita scusa che quello non è posto per una signora, ma io non gli ho dato retta.»

    «Lady Tremayne, a bordo di questa nave sono in vigore delle regole ben precise che valgono per tutti, voi inclusa, e non ammetto trasgressioni. Io sono responsabile della sicurezza dei passeggeri e degli uomini del mio equipaggio e non mi è consentito transigere. Se voi non vi atterrete scrupolosamente ai miei ordini, sarò costretto a prendere dei provvedimenti.»

    «Avete intenzione di mettermi ai ferri, capitano?» chiese lei con aria beffarda. «Oppure mi farete fare un giro di chiglia?»

    «Risparmiatemi la vostra ironia, Lady Tremayne, stiamo discutendo di una questione estremamente seria.»

    «Infatti, capitano, stiamo parlando della sopravvivenza di quegli sventurati in catene, esseri umani come voi e me, i cui più elementari diritti sono brutalmente calpestati!»

    «Quegli uomini hanno rinunciato ai loro diritti nel momento stesso in cui hanno commesso i crimini per cui sono stati condannati. E non si tratta di ladri di galline, ma di spietati assassini, perciò ve lo dico per l’ultima volta, Lady Tremayne: state lontana da quella stiva, o vi farò mettere agli arresti nella vostra cabina!»

    «Non osereste farlo!»

    «Oh, sì, lo farei, eccome. Non costringetemi a prendere provvedimenti così drastici. Ho promesso a vostro nonno di sbarcarvi in India sana e salva e lo farò, vostro malgrado.»

    «Questo significa che non intendete prendere in considerazione le mie richieste?»

    «Esattamente. E ora, col vostro permesso, ho cose molto più importanti che richiedono la mia attenzione.» Si toccò la visiera del berretto e se ne andò.

    Shannon pestò i piedi per la frustrazione. Era estremamente irritante scontrarsi con la cecità e l’indifferenza di quella gente. Sembrava proprio che a nessuno, tranne a lei, importasse qualcosa di quei poveri disgraziati reclusi in quella stiva soffocante e fetida. Come potevano essere tanto disumani?

    Il reverendo Malcolm McDougall avvampò, strabuzzò gli occhi ed esclamò: «Ha osato venire qui? Quella peccatrice… quella meretrice di Babilonia ha avuto l’ardire di venire qua?»

    «Padre, vi prego, abbassate la voce. Ci stanno osservando tutti.»

    «Non me ne importa, e tu non dirmi quello che devo o non devo fare, ragazzo!» tuonò il pastore. «Mi auguro che tu l’abbia trattata come merita. L’hai cacciata via, vero?»

    «No, a dire la verità non l’ho fatto. Quando si è presentata non avevo la più vaga idea di chi fosse. Ho visto una signora bella, elegante e raffinata e ho pensato che si trattasse di una di quelle dame che si dedicano alla beneficenza. Poi mi ha rivelato la sua identità e mi ha spiegato le ragioni per cui non ha più dato notizie. Ha detto che vuole riparare al male che mi ha fatto e spera di essere perdonata.»

    «Vuole mettersi in pace la coscienza, ecco la verità!»

    «Gliel’ho detto anch’io, e d’altra parte l’ha ammesso lei stessa, ma mi è sembrata sincera. La notizia della morte di Conner l’ha molto scossa. Credo che sia sinceramente pentita.»

    «Tornerà?»

    «Sì, fra qualche giorno. Voleva che riflettessi prima di prendere una decisione.»

    «Bene, allora noi ce ne andremo. È tempo di tornare a casa, figliolo. Londra è un luogo di perdizione e non fa per noi.»

    «Padre, io non verrò. Ho deciso che non tornerò più a Glendale.»

    «Che cosa?»

    «È così, padre. La mia decisione è definitiva: io resterò qui.»

    «Ma io non te lo permetterò! Devi obbedirmi Nicholas!»

    «Mi dispiace, ma non potete costringermi a seguirvi. Devo andare per la mia strada.»

    «È stata lei! È stata quella donnaccia a corromperti! È’ uno strumento del demonio e ti trascinerà con sé nelle fiamme dell’inferno!»

    «Padre, vi prego, calmatevi…» lo esortò il giovane.

    Il reverendo, però, era troppo fuori di sé per dargli ascolto e continuò a inveire fino a che, richiamati dal trambusto, arrivarono un paio di inservienti che lo trascinarono via a forza.

    Con un sospiro Nicholas si riadagiò sui guanciali. Aveva ancora nelle orecchie il suono iroso della voce del reverendo che insultava sua madre e lui, minacciando tremende punizioni divine. Senza il tempestivo intervento di quei due uomini probabilmente sarebbe arrivato ad aggredirlo fisicamente. Provava pietà per quell’uomo, per la sua vita sterile e vuota, per la solitudine e la disperazione in cui si dibatteva, ma non sarebbe tornato alla fattoria in ogni caso. Le recenti dolorose esperienze l’avevano cambiato dandogli una nuova consapevolezza. Sapeva quello che voleva e Lady Alice Montague l’avrebbe aiutato a ottenerlo.

    Shannon aveva appena lasciato la sua cabina per salire sul ponte quando incontrò il secondo ufficiale. Dopo avergli rivolto un freddo saluto tirò dritto, ma l’uomo la bloccò impedendole di proseguire.

    «Che cosa volete signor Masters?» chiese Shannon con tono impaziente.

    «Sono venuto ad avvertirvi di non andare sopracoperta, ordine del capitano. Sta per scatenarsi una tempesta e tutti i passeggeri devono rimanere nelle cabine.»

    «Sul serio? Al momento non mi pare che il tempo sia così minaccioso, anzi, è una magnifica giornata», obiettò la giovane.

    «Ma in mare le condizioni atmosferiche mutano rapidamente e se foste sul ponte potreste trovarvi in pericolo.»

    «Mi tratterrò solo il tempo necessario per una breve passeggiata. Qui sotto mi sento soffocare e ho bisogno d’aria fresca.»

    «Voi non fate mai quello che vi si dice, vero?» ringhiò Masters cambiando di colpo atteggiamento. «Avete bisogno di qualcuno che vi domi e vi insegni a essere più remissiva.»

    «Che cosa vi fa ritenere d’avere il diritto di dirmi ciò di cui avrei bisogno signor Masters?» Il suo tono era sprezzante. «Credo proprio che esuli dalle vostre mansioni e che fareste meglio a stare al vostro posto.»

    Masters avanzò con decisione e Shannon, spaventata, arretrò. Con sgomento si trovò con le spalle contro la parete dello stretto corridoio. «Voi siete una piccola ribelle e io so come devono esser trattate quelle come voi», le disse afferrandola per un braccio.

    «Lasciatemi immediatamente, o mi metterò a urlare», minacciò.

    L’uomo proruppe in una risata e l’attirò con forza a sé.  «No, non griderai…» le alitò sul viso. «Fai la difficile, ma in realtà sappiamo bene tutti e due che cosa vuoi, non è così?»

    Nel volto ghignante dell’uomo, Shannon rivide Devon e urlò con quanto fiato aveva in gola, divincolandosi e graffiandolo su una guancia tracciandovi solchi sanguinanti. Masters mollò la presa.

    «Piccola gatta selvatica!» latrò infuriato. Levò la mano per colpirla, ma le grida avevano fatto uscire gli altri passeggeri e Lester Murchison intervenne tempestivamente andando a frapporsi tra i due.

    «Come osate?» esclamò indignato, fronteggiandolo con coraggio.

    «Lei mi ha graffiato», si difese quello sentendosi messo alle strette.

    «Di certo gliene avete dato un buon motivo», replicò il giovane.

    Shannon. intanto, era stata soccorsa da Lord Claridge e da Sir Murdstone, che l’avevano accompagnata nella sua cabina.

    «Non è niente», disse lei riavendosi. «Mi ha soltanto spaventata.»

    «Restate qui con milady. Io vado a chiamare il capitano», disse Claridge uscendo.

    Murdstone la fece sedere e le offrì un bicchierino di liquore. «Bevete, credo che ne abbiate bisogno.»

    Shannon accettò ringraziandolo e bevve d’un fiato. Si sentiva piuttosto scossa da quello spiacevole episodio,

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