Goditi subito questo titolo e milioni di altri con una prova gratuita

Gratis per 30 giorni, poi $9.99/mese. Cancella quando vuoi.

Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra

Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra

Leggi anteprima

Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra

Lunghezza:
264 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Sep 18, 2017
ISBN:
9788898275649
Formato:
Libro

Descrizione

Ѐ la storia narrativa e “totale” della città tra l'avvento del fascismo e l'entrata in guerra dell'Italia. Il regime dittatoriale vince ma resta debole e travagliato da faide interne su scala locale. Al di sotto dell'apparente uniformità politica, esso copre importanti eventi e trasformazioni demografiche, economiche e sociali: il declino dell'aristocrazia e l'affermazione dei ceti intermedi come processi definitivi; nuovi modelli di urbanizzazione; politiche sociali per l'integrazione (sport, abitazioni); terremoto e risanamenti urbanistici; politiche razziali e disintegrazione della comunità israelitica.

L'autore
Ercole Sori (Pievebovigliana, 1943), già professore ordinario di storia economica presso la Facoltà di Economia dell'Università politecnica delle Marche, attualmente dirige il Centro Sammarinese di Studi Storici presso l'Università degli studi di San Marino. I sui lavori, oltre alla storia economica, hanno riguardato temi come la storia dell'emigrazione italiana, la storia urbana, la demografia storica e l'ecostoria.
Editore:
Pubblicato:
Sep 18, 2017
ISBN:
9788898275649
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Correlato a Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra

Titoli di questa serie (16)

Anteprima del libro

Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra - Ercole Sori

morto/a

Ancona e il fascismo

Nonostante tutto, fascista

Per come la conosciamo, con la sua psicologia sociale un po' scanzonata, incline a vedere il lato ridicolo, disincantata e po' sfottente, Ancona non presenta l'humus sociale e culturale più adatto affinché il fascismo attecchisca con precocità e virulenza. E così è. Essa, per adattarsi al nuovo clima politico e culturale, quando questo si stabilizza, fa lo stretto indispensabile, nulla di più.

Il primo nucleo fascista marchigiano nasce l'11 aprile 1919 a Camerino, città universitaria con troppi studenti un po' annoiati, da poco scongelati e usciti dalle fredde stanzette d'affitto in cui trascorrono il nevoso inverno camerte. Ma il primo fascio «vero e proprio» si costituisce a Senigallia, il 4 luglio 1920, come reazione ai fatti di Ancona che ruotano attorno alla rivolta dei bersaglieri, fatti dei quali Nello Zazzarini dà un versione altamente drammatizzata nel suo giornale, L'Adriatico, con l'evidente scopo di spaventare borghesi e benpensanti[1]. Zazzarini, senigalliese ed ex repubblicano interventista[2], da buon avanguardista si dichiara inebriato dal «nuovo verbo che porterà alla rinascita spirituale e materiale della patria»[3]. Confessa, però, che i componenti del suo fascio sono «tutti giovani ardenti della fede più ardente e pronti agli arditismi più inimmaginabili, pur essendo privi di qualsiasi mezzo e appoggio della popolazione, scettica e avversa»[4].

Ad Ancona il movimento è ancor più stanco: c'è un gruppetto di simpatizzanti che si riunisce il 22 settembre 1920 presso un certo colonnello Del Noce, con il proposito di scovare un modo per «ventilare ad Ancona, nell'aria satura di rossismo, la novella fede italica»[5]. Il fascio anconitano nasce nei primi giorni di marzo del 1921, ma la creatura è cagionevole: «Questi primi fascisti non sanno bene perché si sono riuniti e sfugge loro lo stesso meccanismo di un'assemblea»[6]. Un cronachista di regime, Dante Tassani, annota sconsolatamente: «Siamo al 2 maggio e si può dire che il fascismo in Ancona non vi è»[7]. Sempre nel 1921, Vittorio Vettori, sul suo giornale, commenta con ironia: «Il Fascio di Ancona è come l'araba fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia niun lo sa. I fascisti non ci sono perché, a differenza di altre città, non hanno nessuna ragione di esistere»[8]. Vettori non ha tutti i torti, anche se la sua analisi disturba Nello Zazzarini, il quale, alludendo ai moti anconitani del 1920, recrimina: «Se allora vi fosse stato un fascio saldamente costituito, sul tipo di quello di Bologna o Trieste, molto probabilmente si sarebbero evitate quelle dolorose giornate al nostro povero paese»[9]. Anche Italo Balbo, nel suo diario, non può far altro che dolersi di «queste acque morte delle Marche, dove il Fascismo procede con difficoltà»[10]. Il sindaco Domenico Pacetti, alla fine di luglio del 1922, cioè in pieno dispiegamento della violenza fascista nel resto d'Italia e pochi giorni prima dell'invasione delle squadre provenienti da Nord, si compiace del fatto che «la città nostra in un momento così grave e di tanta tensione, sappia mantenersi tranquilla»[11].

Secondo teorie già accreditate, la reazione antifascista ad Ancona, città famosa per il «suo tanfo democratico» e per essere «insozzata dal bolscevismo rosso e nero [= anarchico]»[12] avrebbe dovuto essere violenta. Invece quasi tutti sono restati quieti e al loro posto, forse perché nessuno crede alla consistenza politica di quei «quattro discalceati in orbace», o forse perché gli anconitani sono meno sediziosi di quanto si dica[13]. Quest'ultima è la tesi di Palermo Giangiacomi, che così censura i luoghi comuni accreditati presso l'opinione pubblica nazionale: «Ci sembra di trovarci di fronte a persone che attendono di vedere uscire fiamme dalle nostre bocche anziché parole, e rivoltelle dalle nostre mani anziché gesti amichevoli. Per i non anconetani l'anconetano non può essere che anarchico: e cioè agitatore, rivoluzionario, indisciplinato, scontento, accoltellatore. Forse perché nel 1831 e 1848 qualche reazionario è caduto qui come a Bologna, Senigallia, Roma [...]. La Settimana Rossa, che è successo durante la Settimana Rossa? se si esamina quanto avvenne nelle altre città d'Italia, gli anconetani furono agnelloni. È tempo che questa leggenda venga sfatata»[14]. Proprio agnelloni, no: i gemelli Emilio e Attilio Giantomassi, due accesi repubblicani del piano San Lazzaro, ad esempio, un paio di rivoltelle le tengono sempre a disposizione nel cassetto e le tirano fuori spesso. Come testimonianza della tenacia pluri-generazionale della militanza repubblicana, Emilio e Attilio si chiamano così perché i loro sono i nomi dei fratelli Bandiera. Ma sono proprio loro, la base dell'attivismo politico cittadino d'opposizione, a trasmigrare gradualmente dalla sinistra al fascismo, essendo passati per la prima guerra mondiale e finendo, da ultimo e sempre in armi, come volontari nella guerra d'Etiopia e in quella civile di Spagna, dalla parte dei franchisti ovviamente[15].

Come che sia, non ci sono grandi scontri per la conquista della città da parte dei fascisti. Si registrano soltanto «sporadiche forme di resistenza»[16], che più tardi il capitano Enrico Fabi, nelle sue memorie da miles gloriosus, cerca di ingigantire: «La resistenza operaia è accanita, ma i fascisti, che impiegano sempre la tattica dell'ammassamento e godono dell'appoggio delle autorità finiscono col prevalere»[17]. Nella memorialistica da combattenti e reduci, che si sviluppa soprattutto tra gli squadristi della prima ora, delusi ed emarginati dalla normalizzazione post 1926, gli episodi si tingono di eroismo. Carlo Albanese racconta che nel 1921 la sua squadra è finita agli arresti poiché, armi in pugno, ha affrontato a piazza Roma Bocconi e i suoi compagni socialisti e conclude: «Occorre per essere fascisti essere completamente spregiudicati». Nello Zazzarini, dopo un conflitto a fuoco presso la chiesa di San Giuseppe, a Capodimonte, narra che: «Invasa la chiesa vennero trovati due comunisti armati e giustizia fu fatta [...] di lì a un momento il crollo del tetto e una fiammata annunziarono alla città che la cosiddetta Casa del popolo, in realtà casa di delinquenza, era crollata». Dante Tassani ricorda un rito iniziatico celebrato dalla sua squadra presso le rupi di Gallina, accanto al cimitero ebraico: «Si propose un giuramento. Senza perder tempo lo si scrisse e lo si pronunziò con la fascistissima voce maschia e menefreghista»[18].

Chiedersi perché i fascisti prevalgano ad Ancona è, ovviamente, questione priva di senso: vincono perché stanno vincendo nel resto del Paese e perché godono, per l'appunto, di quell'«appoggio delle autorità» che Fabi è costretto a citare, stante la debolezza del fascismo anconitano. Enrico Fabi è il fondatore del fascio di Ancona, una creatura nata debole e litigiosa e dalla cui segreteria egli è costretto a dimettersi nel 1921[19]. Comunque, la presa di Ancona da parte delle squadre fasciste sembra essere la necessaria premessa, anche da un punto di vista logistico, alla marcia su Roma[20]. Chiedersi come vincano i fascisti ha un po' più di senso, ma il quesito risente ancor oggi delle passioni, dei fraintendimenti e delle interpretazioni pilotate che hanno caratterizzato parte della storiografia locale negli ultimi decenni del Novecento.

Se esaminiamo l'aneddotica di quartiere, di circolo operaio, l'avvento del fascismo ad Ancona ci appare articolato secondo il collaudato schema delle due città: nella città borghese il fascismo vince senza colpo ferire. Anzi, l'on. Silvio Gai, indiscusso leader del fascismo marchigiano, nell'agosto 1922 stabilisce il quartier generale dello squadrismo all'albergo Roma e Pace, in una traversa di corso Vittorio Emanuele[21], mentre il vicino ed elegante caffè Garelli, all'angolo tra il Corso e piazza Roma, è il ritrovo delle camicie nere. I quartieri popolari e operai, invece, soprattutto quelli posti ai margini della città, organizzano azioni di resistenza e sostengono brevi conflitti, anche armati. Tuttavia parlare di «terrore fascista» sembra più un luogo comune che un tentativo di comprensione dei fatti. Durante i primi, cruciali giorni d'agosto e poi nei giorni e mesi seguenti, ci sono sicuramente violenze: la «tradotta» delle squadre fasciste provenienti dall'Umbria e dalla Romagna è accolta da scariche di fucili un po' prima della stazione centrale, all'altezza del quartiere operaio della Palombella, e tra i fascisti ci sono tre morti[22]. Il marchese Colocci, jesino, li ha visti transitare a Falconara, dove è ai bagni, e li descrive così:

«2 agosto 1922: alle 16 è venuta una squadra di fascisti; erano circa 25 con una donna. Banda curiosa. Quasi tutti magri. Camicie e berrette nere. Chi aveva scialli rossi [...]. Uno era con una tunica celeste [...]. Uno aveva un elmetto di ferro... Un altro aveva un moschetto da cavalleria [...]. Molti portavano dipinti grossi teschi sul petto. Molte medaglie al valore, capelli al vento [...]. Tutti con clave e bastoni nodosi inverosimili [...]. Poi sono partiti per Ancona. Tutto il giorno sono passati treni ferroviari, con mitragliatrici a bordo e scortati lungo Via Nazionale da autocarri blindati. Sono venuti molti camions di soldati con mitragliatrici e vedette con fucili puntati»[23].

Nei giorni seguenti, un attendibile bilancio del confronto finale tra i due schieramenti registra sette morti (tra i quali un fascista); 21 feriti (tra i quali un nazionalista e un ufficiale delle guardie regie)[24]. Questa resa dei conti è iniziata con uno sciopero generale, riuscito, ma è ben presto slittata verso l'infido terreno cospirativo: «Lavoratori – esorta un appello del Comitato segreto antifascista – siate pronti a tutto, con le armi che potete avere. Vi saranno delle perquisizioni: tenetele ben nascoste ed a portata di mano. Al momento della battaglia trinceratevi nelle vostre case per la resistenza in difesa dei vostri rioni»[25]. E l'ordine arriva: «Ordiniamo alle squadre di azione di iniziare immediatamente l'offensiva contro ogni eventuale sopraggiungere di squadre fasciste e di attuare a mezzanotte le azioni di rappresaglia predisposte, se entro questo tempo l'On. Gai, deputato fascista, non avrà abbandonato la città»[26], ma ben poco accade[27]. È fallito, nell'aprile del 1921, il tentativo di costruire un fronte unito antifascista, una Alleanza del lavoro. A una riunione tenutasi a Imola sono mancati la Confederazione generale del lavoro e il Partito socialista, mentre a quella convocata in città sono mancate «personalità che non si volevano mischiare»[28], come il repubblicano avv. Malintoppi e l'avvocatessa Elisa Comani. Alla costituzione dei gruppi di Arditi del popolo il PCd'I non aderisce e, anzi, redarguisce il gruppo anconitano che, come compromesso, ha formato una squadra tutta comunista, anche se in contatto con gli Arditi[29]. Per i repubblicani la sconfitta è metabolizzata così: «Vennero consumate moltissime munizioni di ogni genere, – scrive Oliviero Zuccarini, dirigente nazionale – ma conflitti veri e propri non vi furono [...]. Nel caso di Ancona l'eroismo avrebbe voluto dire un sacrificio inutile»[30].

Sui muri della città, intanto, un manifesto fascista avverte, per l'appunto, che esistono due città tra loro ostili: «Cittadini onesti: voi, neutrali in questa lotta immane tra la libertà e la schiavitù, se per caso dimorate nei pressi dei ricchi palazzi e dei grandi negozi dei rioni centrali (corso Tripoli, Via Loggia, nonché in prossimità di alcune ville) siete esortati ad allontanarvi con le vostre famiglie»[31]. Quindi è la volta della devastazione delle sedi nemiche: «Il Circolo ferrovieri ed il Circolo dei Sovieti si purificavano nel fuoco»[32], scrivono i fascisti vittoriosi. Una sorte simile subiscono il circolo anarchico Picconieri, il circolo Risorti, la Camera del lavoro, e altri ancora. «Seguitiamo le rappresaglie. – scrive un cronista di parte fascista – I mobili dell'on. Corneli (comunista) cambiano domicilio: ve ne sono ovunque nelle strade, debitamente... aggiustati. La tipografia Nacci [anarchica] viene danneggiata. Danneggiati sono pure i circoli Andrea Costa [socialista, a piano San Lazzaro], Pace e Concordia (repubblicano), 14 febbraio, la Cooperativa Unica e il Circolo anarchico La ginestra»[33]. Non sempre gli episodi sono così drammatici come quelli riferiti per i quartieri Palombella-Borghetto e Tavernelle. Poco più in basso delle Tavernelle, al quartiere Grazie, il circolo 30 Aprile se la cava con una classica opera di mediazione e pacificazione tra una squadra di fascisti e i soci del circolo: «Tutte le donne del rione si recarono alla villa del possidente Beer per convincerlo a salvare il Circolo. Beer si recò sul posto seguito da un corteo di donne, e convinse i fascisti a desistere dall'impresa. Il 30 Aprile era salvo»[34].

A leggere, un po' anche tra le righe, i resoconti degli scontri tra squadre fasciste e gruppi di antifascisti, si ha, innanzi tutto, la netta sensazione del già visto: la violenza, ad Ancona, non è una novità; il fatto nuovo e gravissimo è che nessuno la fermi, che gli organi dello Stato abdichino alla loro funzione istituzionale e ammicchino ai fascisti. In secondo luogo si ha l'impressione, altrettanto netta, che l'urto più duro con le spedizioni punitive fasciste lo abbiano sostenuto gli anarchici[35], con la consueta generosità sconsiderata e impulsività disorganizzata. Ma anche con l'arguzia tipica del popolo anconitano: l'anarchico Tuglio Lucaroni, uno strillone rivenditore di giornali, all'avvicinarsi delle camice nere, grida: «Ladri, assassini... [pausa]... scoperti a Milano»[36]. Memorabile è «la precisione con la quale l'anarchico Rolando Sternini centrò con un potente pugno il volto barbuto di un tenente dei carabinieri dalla statura imponente»[37]. Anche gli anarchici, tuttavia, devono desistere e defilarsi a mano a mano che ci si inoltra nel ventennio fascista. Alla vigilia della marcia su Roma e della devastazione della sede di Umanità Nuova, gli anarchici anconitani sono in gravi difficoltà e chiedono a Malatesta un po' di aiuto economico[38]. Cesare Agostinelli, alias Tigna, che nel 1920 è andato ad abitare a Milano con Errico Malatesta, è reduce da un processo che nel 1921 lo ha assolto dall'accusa di aver partecipato alla strage del caffè Diana. Cesarì, sfiduciato, torna ad Ancona e si ritira a vita privata. Alberico Angelozzi nel 1940 viene cancellato come anarchico e sovversivo dagli elenchi dei sorvegliati speciali dopo un tormentato itinerario umano e politico che parte dal 1915, quando, dimessosi dalla commissione esecutiva della Camera del lavoro, ne diventa portiere. Arrestato due volte per sedizione nel 1915 e nel 1919, negli anni '20 è attivo nel Segretariato del popolo, mentre gestisce una piccola libreria che deve chiudere per debiti. Si deve così rassegnare a guadagnarsi la vita come impiegato presso il Tribunale[39].

Per quanto riguarda la resistenza al fascismo durante e dopo la sua presa del potere, alcune vicende individuali ne misurano intensità e ne descrivono caratteristiche ed esiti. Albano Corneli, il fondatore del Partito comunista d'Italia (PCd'I) ad Ancona e uno dei pochi deputati eletti nel 1921, l'11 novembre 1922 si sposa a Roma e il 17 novembre è già nella fattoria di suo fratello a Trenel, nella pampa umida argentina, paese dal quale non farà più ritorno. È l'unica cosa sensata da fare: oltre alle botte e alla defenestrazione dei mobili, Corneli ha dovuto sopportare minacce alla fidanzata, violenze ai danni dei genitori di lei, che per sette volte hanno visto incendiato il loro chiosco di giornali in piazza Roma. Alla fidanzata Armanda Ponseggi i fascisti hanno sequestrato le lettere d'amore di Albano e le usano per svillaneggiare pubblicamente «quel coniglio del disonorevole Corneli»[40]. Il partito, tuttavia, non è di questo avviso: Corneli viene espulso dal PCd'I e mai più riammesso[41]. Alessandro Bocconi, invece, resiste di più ad Ancona, intimidito ma politicamente attivo fino al gennaio 1927. Bocconi è tra i membri del partito che riconoscono il cadavere di Giacomo Matteotti e, dopo l'ennesima perquisizione della sua casa nel 1926, si imbarca l'anno dopo su un peschereccio a Piombino per raggiungere, via Corsica, Parigi e gli esuli antifascisti là espatriati[42]. Pietro Ranieri, un «ardito del popolo» anarchico che guida la resistenza al quartiere Tavernelle, ove nel 1919 la proporzione tra le affiliazioni politiche è di 38 anarchici contro 8 repubblicani, segue un itinerario simile ma più tortuoso: Repubblica di San Marino, Francia e Spagna, ove nel 1936 muore combattendo nella colonna anarchica Durruti[43]. In Spagna finisce anche l'anconitano Giuseppe Starnini, uno dei primi volontari italiani nella guerra civile spagnola[44]. Il comunista Aristodemo Maniera è entrato e uscito più volte di galera e il 7 novembre 1924, anniversario della rivoluzione d'ottobre, partecipa alle squadre che hanno issato tre bandiere rosse con la falce e il martello sulla torre della Prefettura, alla Rotonda del molo nord e su un filo telefonico che da porta Capodimonte scende al piano San Lazzaro. Il partito vorrebbe avviarlo verso la Francia, ma Maniera sceglie Torino, ove trova lavoro prima alla Diatto-FIAT e poi all'Ansaldo Automobili. Al licenziamento per attività politica, segue un'asfissiante sorveglianza di polizia e una girandola di lavori: pavimentista presso la ditta dello zio di un compagno di partito anconitano; fonditore alla Compagnia Italiana Bronzi Speciali, per interessamento di un operaio anconitano che intercede presso il concittadino ingegner Beer; fonditore e laminatore alla Società anonima Metalli; piazzista della SALPA per Torino e provincia, un lavoro assunto con l'idea di avvicinarsi al confine italo-francese. Confine che Maniera, alla fine, oltrepassa nel 1929 attraversando le Alpi al Colle di Tenda[45].

I vapori diretti alle Americhe si porteranno via, tra gli anni '20 e i primi anni '30, altre decine di più anonimi anconitani insoddisfatti, vessati dal regime o semplicemente disoccupati. Nel 1923, sul piroscafo Duca degli Abruzzi, se ne va in Brasile, con la moglie che ha appena sposato, il giovane scultore Galileo Emendabili, reo di aver scolpito, per giunta in decadente stile art decò, un pregevole monumento funebre per Giuseppe Meloni, 21enne ferroviere repubblicano accoltellato da una guardia regia nel 1921[46]. Remo Franchini, un calderaio delle Ferrovie dello Stato politicamente attivo, si imbarca alla volta degli Stati Uniti nel 1923[47], al pari dell'anarchico Mario Moccheggiani, che aveva vissuto le giornate della rivolta dei bersaglieri con Mario Alberto Zingaretti, Ercolano Cinti e Albano Corneli[48]. Secondo una testimonianza, «saranno a decine gli antifascisti di Tavernelle che si recheranno in America»[49].

Secondo il casellario centrale, nel quinquennio 1921-1925 esulano all'estero 264 sovversivi della provincia di Ancona, scesi a 160 nel 1926-1930, contro valori dei quinquenni precedenti il 1921 che variano da 37 a 98 unità tra il 1896 e il 1920[50]. Durante gli anni '20 il casellario localizza in Brasile, oltre all'anarchico Oreste Carletti, i due compagni Attilio Gaggiotti e Amedeo Galeazzi e il comunista Augusto Cloretti. Galeazzi è espatriato clandestinamente nel 1925 per evitare il carcere e, inseguito da espulsioni, vaga tra Francia, Belgio, Lussemburgo e Spagna fino al 1933, quando approda, in Brasile, a casa di una sorella e cessa ogni attività politica[51]. Bocconi, nel 1928, rifiuta l'offerta di rientrare in Italia fattagli da Mussolini e inizia a tessere le fila del fuoruscitismo italiano in Francia. Non gradisce la compagnia dei comunisti nel fronte unico contro il fascismo, anche se nel 1937, al congresso di Lione, diventa uno dei presidenti della finalmente unificata Unione popolare[52]. Qualcuno torna dall'esilio, anche più volte. Vero Candelaresi, figlio di anarchico, nel 1922, dopo aver tentato

Hai raggiunto la fine di questa anteprima. Registrati per continuare a leggere!
Pagina 1 di 1

Recensioni

Cosa pensano gli utenti di Ancona 1922 - 1940. Dall'avvento del fascismo all'entrata in guerra

0
0 valutazioni / 0 Recensioni
Cosa ne pensi?
Valutazione: 0 su 5 stelle

Recensioni dei lettori