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La società cattiva: Riflessioni sui lati oscuri della nostra società.
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E-book88 pagine55 minuti

La società cattiva: Riflessioni sui lati oscuri della nostra società.

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Info su questo ebook

In questo volume l’autore analizza le varie componenti per le quali si può parlare della società cattiva, un sistema sociale, di relazioni di fatto che creano disagio, sofferenze, tanto nel mondo del lavoro come in quello famigliare, alle donne oppure ai bambini.

Dall’invidia alla pedofilia, dal femminicidio al cyber-bullismo omicida, tanta parte della nostra società dimostra cattiveria. Il problema non è solo giudirico, di principio: Roberto Di Molfetta pensa alle sofferenze che una società insieme cattiva, indifferente, che insegue il consumo e non i rapporti umani come centralità, sofferenze che sono il problema eterno dell’uomo, che teme i suoi simili come un trauma o una malattia.

Il libro si chiude nella speranza del pensiero positivo nei confronti della vita, perché rimaniamo umani, sempre umani, al di là di chiunque.
LinguaItaliano
EditorePubMe
Data di uscita17 ago 2017
ISBN9788871633374
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    La società cattiva - Roberto Di Molfetta

    Roberto Di Molfetta

    La Società Cattiva

    UUID: 01cff94c-70f3-11e7-b775-49fbd00dc2aa

    Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

    http://write.streetlib.com

    Indice dei contenuti

    Introduzione

    Mio zio Sergio

    Forte con i deboli, e debole con i forti

    Che penso di mio zio

    L’indifferenza e la corruzione della politica

    La corruzione (tratto daScienzeSociali. org)

    Arroganza dello Stato

    Il caso Cucchi

    Riflessioni sulla società sempre di fretta

    Persone come automi

    Il consumismo (tratto da ScienzeSociali.org)

    Storie senza amore

    Il femminicidio in Italia (Da KairosDonna.eu)

    La separazione e i figli (da http://www.cristinaselvi.it)

    Vicini che non si parlano

    I pregiudizi

    Il bullismo

    La società cattiva e il cyber bullismo

    Disparità di trattamento in classe

    il Capitalismo feroce

    La disoccupazione come organica

    Il dramma della disoccupazione (tratto da ScienzeSociali.org)

    Le esternalità negative

    Il lavoro come controllo delle vite

    Il paradosso della ‘democrazia totalitaria’ (Da ScienzeSociali.org)

    Le piccole grandi invidie

    Ma cos’è l’invidia? (Tratto dal sito Focus.it)

    Una società violenta

    Le mafie

    La pedofilia

    Violenze nel mondo del calcio

    Anziani e malati

    L’eredità conta

    Badanti non corrette

    Ospizi lager

    Deboli e indifesi

    La cattiveria contro di me

    La cattiveria contro mia madre

    12. Citazioni sulla cattiveria

    L’ottimismo è nel vivere

    Nella mia vita

    14. Conclusioni

    Roberto Di Molfetta

    Note

    Introduzione

    Difficile per me introdurre questo volume, che vuole essere dichiaratamente polemico con questa nostra società.

    Introduco il discorso parlando subito di una domanda: perché la società è cattiva?

    Credo sia cattiva perché la società di oggi, per come l’ho osservata in questi 40 anni, non permetta all’individuo che di essere parte di un potente ingranaggio conformista.

    La produzione e la riproduzione del cittadino contento e felice del suo lavoro, della sua famiglia, l’idea che abbiamo in mente, viene quotidianamente distrutta dalle sofferenze di noi tutti: come cittadini che votano fidandosi dei propri politici, come uomini che amano la propria compagna, come individui che cercano nel prossimo comprensione, umanità, anche solo rispetto.

    In questo libro vorrei affrontare tutte queste cose, cercando di trasformare il mio fiume di parole interiore in un discorso unico, coerente, riflessivo.

    In questi ultimi 17 anni, ho riflettuto molto sulla durezza intrinseca di questa nostra macchina sociale. Non tutti notano questa asprezza, questa freddezza implicita nei rapporti sociali. Il mio ritratto psicologico parla di una personalità introversa, empatica, sicuramente difficile ad adattarsi semplicemente ai meccanismi sociali, spesso così freddi e asettici per cui si può parlare di fisiologia sociale.

    Come in un corpo umano, le parti componenti questo nostro sistema agiscono per il benessere collettivo ma senza preoccuparsi del benessere delle singole cellule.

    Pensate ad esempio al pronto soccorso di un ospedale: chi si preoccupa dei pazienti come individui, come persone che hanno disagio? Esistono dei protocolli, delle procedure formalizzate, ma chi si occupa se le persone stiano bene, non siano sole, non si sentano abbandonate su una barella magari da ore?

    Poi magari passano i giornalisti e scoppia il caso, ma, intanto le persone stavano soffrendo, la società cattiva le stava colpendo, ne stava percuotendo ferocemente la dignità, i diritti, il benessere psicofisico.

    Credo che abbiamo bisogno più che mai non di pensare solo al Prodotto Interno Lordo, in questa società, ma piuttosto di una coscienza critica delle sofferenze che un sistema sta imponendo, al di là delle ideologie.

    Spesso, fermandomi a riflettere, penso a quanta sofferenza debbano sopportare gli animali, gli altri esseri viventi, per la mancanza di rispetto degli esseri umani.

    Macelli, sevizie, combattimenti, corride, maltrattamenti, quanta sofferenza per i nostri amici animali, che l’uomo neanche calcola spesso: non ci sentiamo in colpa per i milioni di animali che soffrono terribilmente per questa macchina terribile chiamata società.

    Allo stesso tempo, pensate a quante colpe abbia una società che non tutela i lavoratori sul luogo di lavoro, li fa lavorare in nero, ne abbatte i diritti a colpi di ricatti impliciti ed espliciti. Quante prepotenze del potere, come nel caso Cucchi.

    Ci pensate mai, che è quasi una lotteria non subire i meccanismi sociali, come fossimo in una novella di Franz Kafka? Che siamo vivi perché ancora un errore, una colpa dei nostri simili non ci ha ancora raggiunto?

    In questo volume voglio affrontare cattiverie, indifferenze, colpe che possono uccidere.

    Mio zio Sergio

    Sergio Chicca era mio zio. Era invalido civile al 100%, ma aveva abbastanza cervello da capire tutto. La vita insieme ai suoi genitori, i miei nonni, gli aveva impedito di sviluppare una personalità autonoma e forte. In questa maniera, era rimasto succube delle regole familiare, come fosse un minore di età. Ma in realtà, per quel poco che avevo compreso all’epoca, Sergio non aveva particolari problemi di intelligenza.

    Mio zio morì nel 1995, 45 anni dopo la

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