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Quell'autunno a Budapest

Quell'autunno a Budapest

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Quell'autunno a Budapest

Lunghezza:
309 pagine
4 ore
Editore:
Pubblicato:
25 lug 2017
ISBN:
9788892671348
Formato:
Libro

Descrizione

Il destino che ha fatto incontrare in terra d'Ungheria l'italiana Cecilia e il tormentato Matyas inesorabilmente li separa, fino a quando la rivolta che divampa inarrestabile a Budapest nell'autunno del 1956 e che li coinvolge entrambi non offrirà loro qualcosa di inaspettato.
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25 lug 2017
ISBN:
9788892671348
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Quell'autunno a Budapest - Liliana Martissa Mengoli

I

Nel giugno di quel 1956 Cecilia aveva raggiunto a Budapest il padre nella sua nuova sede diplomatica, piena di curiosità per la città che le appariva esotica e anche un po' inquietante giacché nell’immaginario degli occidentali, in quegli anni di guerra fredda, i paesi strettamente legati all’Unione Sovietica erano avvertiti come nemici da quando un muro di impermeabilità - la cortina di ferro - era venuto a separare i popoli dell’Europa dell’est da quelli dell’ovest.

Per lei che era italiana, trovare una breccia nella società magiara si era rivelato difficile, ma avendo fatto amicizia, grazie a un incontro fortuito al Museo delle Belle Arti con Margit Ferenczi, studentessa di Pest, aveva ricevuto un invito a casa sua.

Si sarebbe accorta ben presto che in Ungheria, sotto una patina di apparente normalità si nascondeva una realtà carica di tensione repressa, ma quella mattina di tarda primavera mentre percorreva via Kossuth, non avvertiva niente di tutto questo, anzi, si trovava in uno stato di leggera euforia come spesso le accadeva quando viveva una nuova esperienza, ben lontana tuttavia dall’immaginare che quel giorno avrebbe cambiato la sua vita.

La sua figura slanciata, gli occhi scuri e brillanti che contrastavano con la capigliatura di un colore oro antico attiravano gli sguardi, come pure non poteva passare inosservata la fisionomia, si sarebbe detto botticelliana, del suo volto dai tratti delicati, ma Cecilia non se ne curò, attenta a individuare la casa della conoscente ungherese. Controllò il numero civico della strada percorsa da poche auto e un vecchio tramway, che si era annunciato da lontano con un allegro scampanellio: ancora pochi passi e prima di arrivare all’ampia via Rákóczy sarebbe giunta dai Ferenczi. Infatti ecco l’abitazione che cercava. Alzò gli occhi alla facciata di un palazzo ornato di fregi del primo Novecento, tipici dell’età austro-ungarica e attraverso il portone aperto vide un androne scuro, dall’aspetto signorile anche se in uno stato di evidente abbandono.

Lesse una lunga lista di nomi sui campanelli fra i quali anche quello di Ferenczi Imre e suonò. In quel mentre comparve sulla soglia un giovane che indugiò un attimo mentre i loro sguardi si incrociavano. Poi si scostò per farla passare e si dileguò in fretta lasciandole addosso il peso di un’occhiata breve ma penetrante nella sua intensità.

Mentre saliva lentamente le scale, dopo aver ignorato la gabbia di ferro di un antiquato ascensore, Cecilia fece fatica a riscuotersi dall’impressione che i vividi occhi verdi dello sconosciuto aveva suscitato in lei. Poi l’accoglienza cordiale di Margit le fece dimenticare quel fugace incontro.

La ragazza ungherese era una morettina vivace, dalla figura snella ed elegante che ispirava una simpatia istintiva. Frequentava all’università di Budapest corsi di storia dell’arte, in quel momento incentrati sul Rinascimento italiano e considerava fortunata Cecilia che poteva conoscere dal vivo, vivendo in Italia, quel patrimonio artistico che lei era in grado di raffigurarsi solo attraverso i libri. Non fu difficile per le due ragazze familiarizzare chiacchierando in tedesco (lingua che conoscevano bene tutte e due) mentre si servivano di un tè profumato, accompagnato da strani dolcetti a forma di gnocchi che avevano all’interno una susina.

Incuriosita dall’ambiente nuovo per lei, Cecilia non poté fare a meno di guardarsi intorno, passando in rivista il salotto. Notò che i mobili e i quadri sembravano antichi e di valore, ma che la tappezzeria e i tendaggi apparivano sbiaditi e i braccioli delle poltrone erano ormai lisi.

Cogliendo la sua occhiata, Margit le disse impulsivamente: Tutto è cambiato da quando la mamma non c’è più. La casa è molto trascurata e, a dire il vero, non è solo per via della mamma. Viviamo un po’ come accampati da quando ci hanno tolto metà appartamento.

Cecilia si chiese a chi alludesse l’amica con l’espressione ci hanno tolto, ma non fece domande, memore delle raccomandazioni di suo padre di non toccare in Ungheria argomenti di carattere troppo personale e men che meno politico. Intanto Margit aveva già cambiato discorso, lodando il suo vestito dall’ampia gonna a fiori azzurri, stretta in vita da una cintura, bianca come gli eleganti guanti corti.

Ti piace? L’ho copiato da Grace Kelly.

Grace Kelly? E chi è?

Non conosci Grace Kelly? L’attrice americana? Ma sei proprio fuori del mondo.

La ragazza ungherese sembrò mortificata. Noi non vediamo film americani.

Capisco. Anche Cecilia era un po’ a disagio. A me invece piacciono molto. E Grace Kelly era la mia attrice preferita.

Perché dici era?

Perché non credo che reciterà più, ora che ha sposato il principe Ranieri di Monaco. Il suo è stato il matrimonio dell’anno.

Davvero?

Sì. E le foto erano su tutti i giornali. Non le hai viste?

No. Ti sembrerà strano che non conosca queste cose, ma vedi, in Ungheria non si sa molto di quello che succede in occidente. Per quanto sorpresa, Cecilia lasciò cadere quell’argomento. Fra chiacchiere, piccole confidenze e risa, il tempo volò via e si fece sera.

Mentre era già sul punto di andarsene, Cecilia vide entrare inaspettatamente in salotto un ragazzo bruno sui ventisei anni. Elegante nel portamento, gli zigomi alti a sottolineare il taglio un po’ obliquo degli occhi verdi, era inequivocabilmente lo sconosciuto che aveva già incontrato sul portone di quella casa.

É mio fratello Mátyás, le spiegò Margit.

Cecilia Faliero, si presentò lei con spontaneità. Porse la mano, ma la ritirò subito vedendo che il giovane teneva le braccia indolentemente inerti lungo i fianchi.

Lui accennò solo un piccolo inchino senza sorridere. Faliero… Le lanciò un’occhiata penetrante ma priva di simpatia. Sei di Venezia? le chiese in un tedesco addolcito dalla cadenza ungherese.

Strano, pensò lei, era la stessa domanda che le aveva fatto anche Margit. Non proprio. Mio padre è di origini istriane. Fece una pausa. L’Istria è una regione che si trova vicino a Trieste, ritenne di dover precisare.

So dov’è l’Istria, replicò lui seccamente.

Intervenne Margit. Cecilia è la figlia di un diplomatico italiano e si trova a Budapest da poco tempo. Ci siamo incontrate appena due giorni fa e siamo diventate amiche.

Amiche? E’ una parola forte, mi pare. L’amicizia è una cosa rara e preziosa e non si improvvisa, sentenziò lui. Poi riprese rivolgendosi a Cecilia Non sei d’accordo anche tu?

Mah…penso di sì.

E poi è difficile che ci sia fra ungheresi e occidentali.

Perché?

Sarebbe un discorso troppo lungo…

Davvero? un po’ piccata Cecilia soggiunse: In ogni caso mio padre mi ha insegnato a non generalizzare. A non giudicare secondo categorie. Soprattutto le persone.

Mátyás fece un leggero fischio, fissandola con attenzione.

È istriana anche tua madre?, si intromise Margit più che altro per sviare il discorso.

No. É di Trento.

Trento e Trieste!? riprese Mátyás e commentò: Allora i tuoi genitori hanno avuto il privilegio di nascere sotto l’Impero Austro-Ungarico. É così?

È così. Cecilia continuò non senza ironia. Per questo mia madre ha avuto il privilegio di finire in un campo di internamento austriaco durante la Grande Guerra.

Uhm… non male per la figlia di un diplomatico! Sei sempre così pungente?

A dire il vero, no. Esitò. Credo sia una forma di reazione.

Una reazione a che cosa? Non mi sembra di aver detto niente di particolarmente spiacevole. L’ho fatto?

Beh…no. Non so. In effetti non erano state tanto le parole quanto il suo atteggiamento generale ad essere ostile.

Ti sarò sembrato poco cortese forse perché non mi sono comportato con l’adulazione a cui devi essere abituata.

Lei si sentì arrossire rimanendo senza parole.

Ora basta, intervenne risolutamente Margit. Il match è concluso. Mátyás, ti sembra questo il comportamento da tenere con un’ospite?

Hai ragione. Me ne scuso. Ma non vi preoccupate, vi libererò subito dalla mia incomoda presenza e prima che le ragazze potessero replicare qualcosa, con un cenno di commiato il giovane si eclissò.

Ti prego di non fare caso al comportamento di mio fratello. Non so che cosa gli sia successo. Ne sono stupita e mortificata.

Non preoccuparti.

Invece mi dispiace molto. Tornerai, vero? Ci rivedremo?

Sì, certo, la rassicurò Cecilia, infilandosi i guanti prima di andarsene.

Per le strade di Pest, in cui le poche macchine erano per lo più auto nere con autista, di provenienza sovietica, si sentiva ancora scossa per quell’inatteso e spiacevole confronto, ma cercava di farsene una ragione. Era evidente che nell’atteggiamento di quell’ungherese c’era stata una metamorfosi. Ricordava l’occhiata che le aveva rivolto sulla soglia del portone d’ingresso e l’espressione di compiacimento con cui l’aveva valutata appena entrato in salotto. Poi il volto gli si era oscurato quando lei si era presentata. Perché? Forse perché era italiana?

Scrollò le spalle per cacciare il senso di malessere che provava, augurandosi di dimenticare presto la persona che l’aveva provocato e l’intero episodio.

Anche Margit era rimasta spiacevolmente sorpresa dal comportamento del fratello. Mi devi delle spiegazioni, gli disse seria appena furono soli.

Delle spiegazioni? Hai sentito anche tu: Faliero. Non ti dice niente? il tono di Mátyás era pesantemente ironico.

Non sono imparentati. Gliel’ho chiesto. In ogni caso, ti sembra giusto sfogare il tuo malumore contro una poverina che non c’entra per niente?

E chi sarebbe la poverina? Quella ragazza che è venuta a pavoneggiarsi col suo bel vestito all’ultima moda?

Non è venuta a pavoneggiarsi. E poi come fai a sapere che è all’ultima moda?

Me lo immagino. Vicino a lei tu sembravi una pezzente.

Stai esagerando. Comunque non è colpa sua se siamo tagliati fuori dal mondo. Perché tanta ostilità?

Lo sai che non mi piacciono gli occidentali. Ci hanno sempre considerati con sufficienza, poco più che un popolo folkloristico e oggi ci compatiscono più che mai per come siamo ridotti.

Questa è una tua opinione. E mi sembra anche che sia dettata da un complesso di inferiorità. Ricordati poi che non è giusto generalizzare, te lo ha detto anche Cecilia.

Hai finito?

Quasi. Volevo solo aggiungere che lei non è una persona che ha la puzza sotto al naso. Poi concluse con fermezza: A me piace e ho intenzione di frequentarla.

Fa’ come ti pare. Mátyás sembrava infastidito. Comunque te lo sconsiglio. Sicuramente una simile frequentazione non sarà vista di buon occhio dalla polizia. Sai che siamo già nella lista nera…anche per via della mamma.

Lascia stare la mamma.

Come vuoi. Lui scosse leggermente le spalle.

Mátyás, perché sei sempre così amareggiato e scontento?

Non sopporto di vivere in questo modo.

Lei gli si avvicinò e gli posò una mano sul braccio. Mi dispiace che te la prendi così.

Il fratello si scostò bruscamente. Come me la dovrei prendere? Come fai tu? Sembri indifferente a tutto questo, come se non ti trovassi anche tu in questo paese… di merda.

Non parlare così! E’ sempre la nostra patria.

Lui la guardò con occhi accesi, poi scosse il capo. Abbiamo opinioni diverse. Un diverso livello di sopportazione. Per il resto, ripeto, fa’ come vuoi, ma lasciami fuori da tutto questo.

Margit sospirò e non replicò, rimuginando a lungo sulle parole del suo tormentato fratello. Le sembrava che fosse troppo chiuso in sé stesso, concentrato su pensieri e sentimenti negativi. Era pieno di frustrazione per le condizioni dell’Ungheria e per la scomparsa di un mondo che aveva conosciuto da piccolo e che non esisteva più. Lei quel mondo non lo ricordava. Era vissuta quando c’erano ormai i nazisti, la guerra, le Croci Frecciate, poi l’assedio dell’Armata Rossa sovietica che i cittadini di Budapest si rifiutavano di chiamare liberazione e ora il regime comunista.

Mátyás diceva che soffriva per la mancanza di libertà, ma che cos’era la libertà? Lei non lo sapeva. Si accontentava di vivere nel presente, cercando di trarre soddisfazione dalle cose di tutti i giorni, anche se la realtà era abbastanza grama. Ma confidava in un futuro migliore.

Tornata a casa, un piccolo ma confortevole appartamento che si trovava nei pressi del Széchenyi Lánchid (il Ponte delle Catene) e che veniva dato in uso ad esponenti del corpo diplomatico, Cecilia dovette giustificarsi con sua madre.

Dove sei stata tutta sola fino a quest’ora? Mi hai fatto preoccupare, le disse Annarosa Faliero. Era una donna dall’aspetto curato e ancora giovanile, anche se una ruga profonda attraversava la sua fronte, dandole un’aria vagamente inquieta.

Sono grande, mamma, hai paura che mi perda per la strada? rispose con un certo fastidio perché sua madre le stava un po’ troppo addosso. Fortunatamente stava per iscriversi all’Università di Bologna dove studiava già suo fratello maggiore Giorgio e sarebbe stata presto lontana da casa. Qualsiasi cosa significasse per lei quella parola.

In effetti, a causa degli spostamenti da una sede diplomatica all’altra, la famiglia Faliero non aveva né una residenza fissa, né una vera e propria abitazione. Quando Cecilia veniva in Italia, andava sempre con sua madre in Trentino o presso i parenti paterni di origine istriana che abitavano chi a Brescia e chi a Taranto. In Istria, nessuno di loro era più tornato da quando la loro città, Capodistria, era stata occupata dagli jugoslavi.

Lei comunque non sentiva la mancanza di radici. Era troppo giovane. Si considerava a tutti gli effetti cittadina del mondo e viveva come una festa il fatto di cambiare città, ambiente, perfino continente.

Poco dopo, a tavola, raccontò ai suoi genitori di Margit e di come l’avesse incontrata al Museo delle Belle Arti.

Davanti a un quadro di Tiziano, specificò. Sapete, sta studiando proprio il Rinascimento italiano.

Davvero? Suo padre era incuriosito. Era un appassionato d’arte e collezionava costosi libri sui pittori del Quattrocento e del Cinquecento. Il suo era molto più che un hobby. Dimmi di lei. Che cosa le interessa?

Mi ha detto che sta facendo una ricerca su Vittore Carpaccio, ma che non trova molto materiale in biblioteca.

Carpaccio? Bene. Sai che è fra i miei artisti preferiti.

Sì, lo so. Non è per caso perché è un po’ istriano…? Gli sorrise con complicità.

Il padre le sorrise di rimando. Fra loro c’era molta intesa. Conosci tutte le mie debolezze, vedo. Comunque di’ alla tua amica che se posso esserle utile, lo farò volentieri.

Glielo dirò.

Sei stata a casa sua, hai detto, intervenne la madre. Com’è?

Abita in un bel palazzo di via Kossuth, ma ho l’impressione che viva un po’ sacrificata in un ambiente molto trasandato. Sembra che le cose per la sua famiglia fossero diverse un tempo. Mi ha detto che le hanno tolto metà appartamento. Che vorrà dire?

A Budapest c’è mancanza di alloggi, sospirò suo padre. In seguito all’assedio, sembra che solo il trenta per cento delle abitazioni sia rimasto intatto. Così c’è addirittura la coabitazione. Ma se vive nel suo vecchio appartamento significa che è fortunata. Agli antichi proprietari delle case ancora in piedi hanno requisito gli alloggi, soprattutto agli odiati borghesi. Che lavoro fa suo padre?

Credo che sia un chirurgo.

Oh allora…se è un medico non se la passerà tanto male.

Che intendi dire?

Che coloro che sono giudicati utili alla collettività, anche se privati degli antichi privilegi, vengono tollerati perché sono necessari. Per gli altri, ci sono state forti epurazioni e tutte quelle persone che facevano parte dell’élite di un tempo sono andate incontro a un brutto destino, soprattutto gli aristocratici.

A proposito di aristocratici, si ricordò Cecilia, non c’erano in Ungheria dei parenti di zia Betta? Che fine hanno fatto?

Già, è vero. Anche Annarosa voleva sapere. La moglie di tuo cugino Bruno Vergerio non è figlia di un conte ungherese?

È così. Betta, o meglio Erzsébet, quando Bruno l’ha sposata era la contessina Varady. E le loro due famiglie sono sempre rimaste in contatto. Prima della guerra i Varady venivano spesso ad Abbazia dove avevano una villa fin dai tempi della monarchia austro-ungarica e i miei cugini Vergerio sono stati loro ospiti qui in Ungheria nella loro tenuta vicino a Pécs. Ma dopo il 1946 i contatti si sono diradati fino a cessare del tutto. I genitori di zia Betta sono morti; rimangono i suoi fratelli. Da tempo però Erzsébet non riesce a comunicare con loro, sembrano scomparsi.

…Uccisi?

Speriamo di no. Si dice che alcuni esponenti di famiglie nobili, dopo la requisizione dei loro beni, siano state, diciamo così, deportate in luoghi sconosciuti. Per lo più in villaggi lontani, quasi fuori dal mondo, in una parte dell’Ungheria piuttosto primitiva.

E non è possibile conoscere dove siano finiti?

Non sempre. Sui parenti di Erzsébet sto conducendo delle indagini, anche se con molta difficoltà e prudenza, perché non posso farlo in modo ufficiale. Per di più sono passati già anni senza notizie.

Che brutta situazione! Chissà come deve sentirsi la povera zia Betta. Sconfortati, per un po’ rimasero in silenzio.

Certo che la vita per gli ungheresi non deve essere allegra, commentò alla fine Annarosa.

È vero, purtroppo È tutto assai precario, soprattutto per la situazione politica, convenne suo marito. Per di più non si sono ancora ripresi dalla guerra. La ricostruzione procede con lentezza e mancano molti generi di consumo, viveri, vestiti, suppellettili.

Non capisco proprio perché, intervenne polemicamente la signora Faliero. Anche in Italia c’è stata la guerra, i bombardamenti hanno distrutto case, fabbriche, ferrovie ma da noi è tutto molto diverso. Per fortuna il nostro paese si è rimesso in piedi e si sta modernizzando rapidamente. Ormai vi si può trovare di tutto, anche cucine all’americana. Ma a Budapest! Non c’è un negozio decente in tutta la città.

Su questo non le si poteva dare torto.

C’è un’aria così triste, qui, aggiunse, sospirando sconsolata. Tutto è grigio e malinconico. E la gente è così malvestita!

Cecilia non era d’accordo. Non è così. Le ragazze sono molto graziose e curate, solo gli abiti non sono alla moda.

Pensala pure come ti pare, ma a me questa città non piace per niente.

A me invece piace molto. Ha un fascino particolare, forse per l’atmosfera d’altri tempi e un po’ esotica, come in bilico fra oriente e occidente. Si percepisce che è stata una grande capitale, anche se oggi appare come immiserita.

Di’ pure noiosa e tetra, rincarò la dose sua madre.

È il regime ad averla trasformata, spiegò Fulvio Faliero. È molto oppressivo e di netta chiusura verso gli stranieri. Ormai, tranne i funzionari delle ambasciate, circolano solo i russi, che la fanno da padroni.

Come mai gli ungheresi non hanno simpatia per gli occidentali? chiese Cecilia. Stava pensando al fratello di Margit, Mátyás o come diavolo si chiamava.

Perché dici così? Non mi risulta. Almeno non era così in passato. É il governo comunista ad imporre questo atteggiamento per paura che la libertà sia una malattia contagiosa, concluse sarcastico il diplomatico italiano.

Sempre a parlare di politica… sbuffò la Faliero. Siete fissati con questi comunisti nella tua famiglia.

Forse perché i comunisti jugoslavi hanno occupato la nostra terra e nazionalizzato le nostre case, ribatté lui con blanda ironia. Pensa se tu non potessi tornare nel tuo amato Trentino!

Me ne farei una ragione.

Permettimi di dubitarne.

Suo padre era sempre garbato nella polemica, pensò Cecilia, mentre sua madre manifestava più insofferenza. Fra loro si creava spesso della tensione e lei era abituata alle loro schermaglie più o meno sotterranee, che potevano sfociare in spiacevoli litigi. I contrasti fra i suoi erano all’ordine del giorno e contrassegnavano sempre di più il loro matrimonio. Probabilmente era per questo che i due coniugi vivevano ormai per gran parte del tempo separati.

Cecilia, ne ho assolutamente bisogno. Il tono di Margit era pressante. Il professore mi ha chiesto con urgenza quel lavoro sul Carpaccio. Ho trovato del materiale bibliografico sufficiente, ma con poche illustrazioni. Come faccio a basarmi solo su descrizioni scritte da altri e non sulle immagini? Se potessi vedere delle riproduzioni sarei a cavallo.

Margit aveva saputo che Fulvio Faliero aveva portato con sé a Budapest molti libri d’arte e ora sperava che potesse aiutarla. Sai se tuo padre ha per caso qualche pubblicazione sulle opere del Carpaccio?

È possibile. È uno dei suoi artisti preferiti.

Davvero? E pensi che mi presterebbe un suo libro?

Sicuramente. Mi ha proprio detto l’altro giorno che sarebbe felice di aiutarti.

Non posso crederci. Se ha qualcosa anche sulle tele con la storia di S. Orsola, mi faresti un immenso regalo a portarmelo, le disse al telefono. Si trovava all’Università e aveva molta premura. Dimmi che lo farai, per favore…

Cecilia esitava. Aveva tanto tempo a disposizione e per lei non sarebbe stato un problema recarsi in via Kossuth che non era troppo lontana da casa sua, ma ciò che la tratteneva era l’idea che da Margit avrebbe potuto incontrare suo fratello.

Per favore, la pregò di nuovo l’amica e lei cedette. Va bene, se troverò quello che ti serve verrò a portartelo oggi pomeriggio.

Come prevedeva, la pubblicazione richiesta era fra i libri portati a Budapest da suo padre. Fu così che poche ore dopo si trovò con un insolito nervosismo a salire ancora una volta l’ampia scala che portava all’appartamento dei Ferenczi.

Suonò il campanello e venne ad aprirle un anziano signore alto e magro, con gli occhiali dalla leggera montatura tonda e l’aspetto distratto di uno scienziato. Anche la folta capigliatura grigia alla Einstein confermava quella impressione.

Sono Cecilia Faliero, un’amica di Margit, si presentò lei in tedesco.

Ach so…. Dopo una lieve esitazione, lui la invitò cortesemente. Entri, la prego, signorina. Aveva pronunciato quelle ultime parole in italiano, mentre la guidava all’interno della casa.

Margit non c’è?

Non è ancora arrivata. Ma sarà qui a momenti, suppongo.

In salotto c’era Mátyás, con la sigaretta accesa fra le dita, che stava consultando dei fogli chino su di un tavolino. Era in maniche di camicia con la cravatta al collo allentata. Sollevò lo sguardo sull’ospite appena entrata, apparve stupito e dopo una breve esitazione si alzò in piedi pigramente.

Sei qui, Mátyás, ottimo, gli disse quello che sembrava essere il padrone di casa. "Vi conoscete già, mi pare. Puoi fare compagnia tu a questa signorina? Vi farò portare una

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