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La breve estate della follia

La breve estate della follia

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La breve estate della follia

Lunghezza:
289 pagine
4 ore
Pubblicato:
Jul 4, 2017
ISBN:
9788825402797
Formato:
Libro

Descrizione

Fantascienza - romanzo (229 pagine) - In un'Italia distopica del prossimo futuro un magistrato e un poliziotto vogliono andare fino in fondo. Ma il mistero che sveleranno andrà ben oltre la soluzione di uno strano omicidio. Romanzo finalista al Premio Urania


Siamo nel 2033, in un'Italia retta da un regime totalitario dove è meglio non dare nell'occhio, non dare fastidio, seguire le regole. Un pubblico ministero caduto in disgrazia da dieci anni, e un poliziotto mal visto dai suoi colleghi. È a loro che viene affidata un'indagine che nessun altro vorrebbe toccare, una cosa sporca, pericolosa, che sarebbe meglio insabbiare prima possibile. Perché il morto che è stato ritrovato, in una vasca per l'invecchiamento del lardo a Colonnata, è un vecchio nemico del potere, un attivista anarchico. Ma non solo: risultava già morto da parecchi anni. E l'indagine su questo cadavere rischia di scoperchiare segreti e svelare misteri che vanno ben al di là anche degli intrighi del potere.


Alessandro Fambrini, nato a Seravezza (Lucca) nel 1960, lavora presso l’Università di Trento. Si occupa di letteratura tedesca di Ottocento e Novecento; in particolare dei rapporti tra avanguardia e tradizione nel fin de siècle come lente d’ingrandimento per una definizione e una migliore comprensione della modernità. Ha pubblicato lavori tra gli altri su Kurd Laßwitz (Apoikis, ovvero I sogni della scienza sono un mondo senza scienziati, 1999), Egon Friedell (Egon Friedell precursore dello Steampunk?, 2002), Franz Kafka (Tentativi di evasione. Kafka e Houdini, 2003). Al fantastico e alla fantascienza ha dedicato e dedica un impegno non secondario come autore (racconti e romanzi su numerose pubblicazioni del settore, tra le quali Urania e Robot) e come critico (numerosi i suoi articoli e saggi pubblicati su Futuro EuropaRobotNova sf* e Anarres, che ha fondato insieme a Salvatore Proietti nel 2012).

Stefano Carducci è nato a Mestre nel 1955. Informatico di professione, critico e traduttore, ha pubblicato novelle e racconti. Insieme ad Alessandro Fambrini ha pubblicato il romanzo Ascensore per l’Ignoto con Mondadori. Fra i principali autori tradotti, Sturgeon, Vonnegut, Priest, Moorcock, Shepard, K.S. Robinson, Aldiss, Watson, Bishop. L’ultimo saggio è stato pubblicato sul n. 2 della rivista Anarres della Delos Books.

Pubblicato:
Jul 4, 2017
ISBN:
9788825402797
Formato:
Libro

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1. Il cadavere

Giorno 1, giovedì 22 settembre 2033

Quando il commissario Sergio Artusi arrivò sul luogo del delitto stavano già rimuovendo il cadavere dalla vasca di marmo.

– Potete pure spostarlo – disse, rivolto ai tre infermieri della Croce Rossa. Uno era in piedi accanto alla barella, gli altri due tenevano il corpo per le braccia e per le gambe. Si bloccarono, con il fardello sospeso tra loro. Quello in piedi disse:

– Abbiamo avuto il nullaosta dalla scientifica.

Non sembrava aver colto l’ironia.

– Rimettetelo come l’avete trovato – disse Sergio seccamente.

Il tizio allargò le braccia, irritato. – Commissario, gliel’ho già detto, la scientifica ha già fatto i rilievi.

– L’inchiesta la faccio io – replicò Sergio.

I due che tenevano il corpo non obbedirono finché il terzo non fece un gesto. Solo allora ritornarono alla vasca e mollarono il cadavere all’interno senza troppa cura.

Sergio entrò nell’ombra della parete del monte. La fila di vasche di marmo per l’invecchiamento del lardo sembrava una lista di tombe, grigie, fredde. Sergio rabbrividì. Guardò il cadavere, scomposto, un braccio piegato in modo innaturale sotto il corpo, una ferita sulla fronte.

– L’hanno trovato così? – chiese.

– No – disse l’infermiere. – Era coperto.

Senza che nessuno glielo ordinasse, i tre sollevarono la lastra di marmo, a fatica, e la posarono sulla vasca. La pietra aderì alla pietra con un rumore sordo. Copriva completamente il corpo.

Sergio chiese: – Chi ha scoperto il cadavere?

– Uno che non è di qua. Ma se l’è portato via la polizia – disse un altro dei tre, indicando da qualche parte oltre le case vecchie del paese.

– Sono io la polizia – avrebbe voluto ribattere Sergio, ma non lo fece. Sapeva che cosa voleva dire il tipo.

Senza aprire bocca, girò le spalle agli uomini e al cadavere nella sua tomba di marmo, e si infilò di nuovo nei vicoli di Colonnata, ritornando verso piazza Malatesta.

Le strette vie lastricate di pietra erano silenziose, le finestre avevano gli scuri chiusi, sembrava un paese fantasma. Sergio tentò di immaginare due o tre uomini, almeno, che trasportavano un cadavere tra quelle case. Perché avevano scelto di seppellirlo in quelle vasche, che si raggiungevano solo a piedi attraverso il paese? Oppure lo avevano ucciso direttamente sul posto, anche se era un luogo ben strano per un appuntamento, di qualsiasi genere fosse.

Era impossibile che nessuno si fosse accorto del passaggio del gruppetto di sconosciuti. Ma era comprensibile, pensò Sergio con cinismo, che tutti ora fingessero di non saperne nulla.

Uscì sulla piazza, inondata dal sole. Per un attimo rimase accecato, poi vide un’Audi a benzina, con il sigillo del Ministero dell’Interno sul parabrezza, e più indietro una camionetta della Polizia di Stato. Insieme occupavano quasi tutta la piccola piazza.

Oltre a un gruppetto di poliziotti in divisa, accanto all’Audi c’erano tre uomini in borghese che stavano discutendo animatamente. Uno era un ometto basso e tarchiato, che si muoveva a scatti, isterico, mentre un secondo tentava di calmarlo; il terzo, un uomo smilzo con un pizzetto curato e una voce acuta, agitava un dito minaccioso sotto il naso del tracagnotto.

Sergio si bloccò di colpo e imprecò a bassa voce. Proprio Marra dovevano mandargli. Avrebbe dovuto immaginarlo: chi poteva essere talmente arrogante da andarsene in giro con un’auto a benzina, e di quella cilindrata. Un’ostentazione di potere brutale, tipica dell’uomo.

Si conoscevano, e si disprezzavano a vicenda, da una dozzina di anni. Avevano fatto una carriera parallela, poi la sua si era fermata, per quello scandalo che l’aveva marchiato a fuoco. Da Firenze era finito nella sede di Viareggio, un pensionamento anticipato, o un licenziamento mascherato. Marra invece era decollato, era finito a Roma, e ora lavorava nello staff del Ministero dell’Interno, uno dei funzionari più importanti del gabinetto di presidenza.

Marra lo vide, si staccò dagli altri e si avviò verso di lui. Un sorriso ampio e falso sostituì in un attimo la smorfia di disprezzo che gli deformava il volto.

Sergio dovette rivedere in un baleno tutte le presunzioni che aveva fatto da quando gli era stato assegnato quel caso, poche ore prima. Quell’inutile cadavere nella vasca doveva essere importante se si era scomodato addirittura l’ufficio di Sorveglianza Politica del ministero. La sua naturale diffidenza si acuì.

Marra lo raggiunse all’imbocco del vicolo e sollevò un braccio, ma all’ultimo momento ebbe l’accortezza di non dargli una pacca sulla spalla. Sergio completò il gesto per lui afferrandogli la mano in una stretta il più possibile rapida, viste le circostanze.

– Mi fa piacere che abbiano affidato il caso proprio a te – disse Marra senza preamboli, con una cordialità che sarebbe apparsa falsa anche a un passante casuale.

– Adesso è vostro – gli rispose Sergio, alzando le spalle.

– No, no, ti sbagli – disse Marra, scuotendo il capo e sgranando gli occhi. – Vogliamo solo darti una mano, metterti a disposizione le professionalità più efficienti. Viareggio è una sede piccola, non ha strutture adeguate.

Arrischiò di posargli una mano sul braccio; Sergio non si ritrasse.

– Quello è il mio testimone, allora – disse, indicando con il mento il bassotto che stava ancora litigando con l’altro uomo.

– Già – disse Marra girandosi a osservarli. – Adesso lo torchiamo un po’, poi te lo riportiamo. – Non guardò Sergio mentre lo diceva.

– Potete tenervelo, allora – disse Sergio avanzando al sole di qualche passo. Cominciava a mancargli il fiato.

– Ehi – lo raggiunse Marra. – È solo per aiutarti, per mandarci avanti un po’ con il lavoro. – Lo fissò fingendo indignazione. – Dobbiamo tutti collaborare – terminò. Sergio si girò a fissarlo. Il tono di minaccia era stato esplicito. Ancora una volta si sentì con le spalle al muro. Ancora una volta si disprezzò per la propria vigliaccheria.

Distolse lo sguardo.

– Sapete già com’è morto, immagino – disse, tentando di recuperare un po’ di dignità.

– No – disse Marra. – La scientifica è arrivata e se n’è andata prima di noi. – S’interruppe per un attimo. – Molto efficiente da parte tua farla venire con tanta immediatezza.

Sergio in quei lunghi anni di emarginazione aveva dovuto imparare a indossare una maschera impenetrabile di indifferenza. Non lasciò trasparire che lui non aveva allertato nessuno, e Marra sembrava sincero. Il suo intuito gli diceva che sarebbe stato interessante sapere chi aveva avvertito la scientifica. Per il momento, archiviò l’avvenimento come l’ennesimo caso di disorganizzazione causato dalla frammentazione delle competenze dopo l’introduzione del nuovo Codice di Procedura Penale.

– Ti faremo avere tutti i rapporti, naturalmente – proseguì Marra. – Al più presto, e completi – gli disse, riprendendo il sorrisetto arrogante e falso. Il tono indicò che la conversazione era chiusa.

Marra ritornò all’auto, e passando accanto a Sergio questa volta gli batté una mano sulla spalla.

Sergio attese che tutti fossero risaliti sui due veicoli, poi l’Audi con Marra al volante ripartì sgommando e sputando fumo azzurro dallo scappamento. Un gas mefitico che significava soldi e potere. L’Audi e il cellulare sparirono nella stretta strada delle Apuane.

Solo allora a Sergio sembrò di ricominciare a respirare liberamente.

Dietro di lui sentì aprirsi una porta, poi sbattere gli scuri di una finestra. Come se gli abitanti avessero aspettato che l’Autorità sparisse.

Sergio attraversò la piazza e andò a sedersi sulla panchina più lontana, di legno verde, scrostata, che dominava la valle. Si sedette, allungando le gambe sull’erba stenta. Chiuse gli occhi e si fece accarezzare dal sole. Poi li riaprì, fissandoli sulle montagne di fronte, evitando deliberatamente di guardare a ovest, verso il mare, e la spiaggia, che non si vedeva più, nascosta com’era ormai da anni dall’enorme rotaia d’argento del maglev, sostenuta da gigantesche campate, e poi più in là dalle otto corsie dell’Autostrada Elettronica, e più in là ancora dalla fila di alberghi fatiscenti della Nuova Versilia.

Preferiva guardare verso le sagome dei monti e fingere che non fosse cambiato nulla dalla sua infanzia. Il suo sguardo si riposava sostando sul bianco delle cave di marmo che si alternava al verde delle foreste come in una scacchiera disordinata, anarchica. A lui non era mai parso che gli scavi geometrici delle cave deturpassero il paesaggio. Anzi, gli sembrava quasi che avessero portato alla luce il cuore più profondo della natura, un cuore immacolato, innocente. Macchie bianche, il sangue trasparente della terra.

2. Il caso è aperto

Giorno 1, giovedì 22 settembre 2033

Come tutte le mattine degli ultimi dieci anni, appena sveglio, il dottor Angelo Sartori si era abbandonato al suo solito sogno consolatorio: che quello sarebbe stato il giorno della sua rivincita sul mondo, il giorno che avrebbe riportato la sua vita sui binari dai quali era deragliata, senza che ne avesse coscienza, appunto dieci anni prima. Lo aveva tenuto vivo con qualche sforzo, prolungandolo nella veglia mentre compiva le sue solite abluzioni mattutine, poi con sempre maggiori intermittenze durante la frugale colazione e nel breve tragitto fino al lavoro: ma come ogni mattina il sogno si infranse alla vista del cadente palazzo di giustizia di Lucca, già antico quando lui era studente, ora il rudere più adatto a ospitare le rovine del diritto.

Angelo agganciò la bicicletta alla rastrelliera, percorse la scalinata del palazzo ed entrò nel freddo umido del salone d’ingresso. L’usciere finse di non vederlo per evitare la fatica quotidiana dei saluti. Angelo salì al primo piano e passò nell’ala dei pubblici ministeri, dove gli impiegati della giustizia condividevano una stanza enorme divisa da separé di plastica opaca in cubicoli stretti che offrivano appena lo spazio per una scrivania e uno schedario di metallo. All’inizio della giornata di lavoro i tavoli erano spogli, nessun foglio né penna, come da regola del corretto funzionario; in una mezz’ora si sarebbero riempiti di materiale, per nascondere l’apatia che ingrigiva i volti dei suoi colleghi.

Una volta, non tanti anni prima, erano stati tutti pieni di energia, uomini e donne nella piena maturità, pronti a impegnarsi fino all’esaurimento nel ruolo così faticosamente raggiunto, per ambizione, tutti; per idealismo, alcuni di loro. Poi era arrivata la riforma del sistema, vissuta come un terremoto di San Francisco. Sempre annunciato: ma quand’era arrivato, alla fine, nessuno ci aveva creduto. Si erano sentiti traditi, molti erano entrati in depressione, molti erano riusciti a riciclarsi, a trovare una via di uscita per continuare a perseguire il sogno di potere che li aveva spinti fin dall’inizio a quella carriera.

Angelo si era lasciato vincere dalla rabbia, e aveva sfidato le nuove regole. Aveva creduto di scoprire una falla nel nuovo codice, aveva sinceramente pensato di opporsi al cambiamento sfruttandone le lacune. Non aveva capito che era una pura questione di potere, un modo per dividere le persone in amici e nemici. E lui si era qualificato, da solo, come nemico. E da allora ogni mattina si svegliava sperando che qualcosa, o qualcuno, lo trasportasse dall’altra parte, dalla parte giusta. O che la parte giusta si arrendesse a lui. Era una speranza disperata, che durava il tempo di un caffè, e gli lasciava in bocca una sensazione di polvere.

Perciò, quella mattina, quando venne convocato dal dottor Binaghi, il Procuratore Capo, fece in modo di arrivare in ritardo anche se non aveva nulla da fare. Non si aspettava nulla.

Binaghi aveva pochi anni più di lui ma il suo viso disegnato da rughe profonde come canyon lo faceva sembrare un vecchio. Gli fece segno di sedere. Poi recuperò una cartellina azzurra da una pila sulla scrivania e la sbatté davanti ad Angelo.

Angelo la raccolse e disse, prima di aprirla: – Cos’è, un furto con scasso o una lite tra vicini?

– Un omicidio – disse Binaghi, senza raccogliere la provocazione.

Angelo vide un fiotto di luce in fondo al tunnel, ma richiuse la finestra con forza.

Sollevando un sopracciglio, disse: – Un omicidio! Immagino che conoscano già il colpevole – disse, con inevitabile cinismo.

Binaghi si sollevò sulla poltrona. – Angelo, non ti puoi permettere di fare lo spiritoso – disse irritato. – Dovresti riconoscere un’opportunità, visto che da queste parti non ne arrivano molte.

Angelo non rispose. Per darsi un contegno, aprì l’incartamento e scorse i primi documenti: la foto di un uomo con un’espressione vacua, poi il referto di un’autopsia – segni di soffocamento – lesse di corsa – la trascrizione di un interrogatorio, due paginette.

– Chi conduce l’inchiesta? – disse, richiudendo la cartella, e fissando Binaghi.

– Adesso non pretendere troppo – lo rimproverò il superiore. – Questo è un caso importante, e come tale bisogna trattarlo con intelligenza.– Lo fissò. – Bisogna essere equilibrati, saper camminare sul filo, infilarsi negli spazi.

– L’importante è che l’obbiettivo sia comune. – Angelo si accorse di crederci sinceramente, che valesse ancora la pena lavorare per cercare i fatti.

– Se la pensi diversamente cominci con il piede sbagliato – disse Binaghi, con convinzione.

– Sai che cosa voglio dire – lo interruppe Angelo. – La polizia vuole trovare il colpevole, o vuole trovare un colpevole?

Binaghi prese a torturare una matita. – Angelo, c’è bisogno che te lo dica chiaro? – Si sporse sulla scrivania. – Questa è la tua ultima occasione. Non te ne daranno altre. – Fece volare la matita sulla scrivania, appoggiandosi indietro. – Qualcuno deve aver pensato che dieci anni di punizione possano bastare – disse. – Non dargli motivo di pentirsene – concluse.

Angelo si alzò, con la cartella in mano. Avrebbe dovuto ringraziare, anche soltanto per educazione, ma non se la sentì. Aveva l’impressione che quel qualcuno non gli avesse fatto un gran favore.

3. Un testimone affidabile

Giorno 1, giovedì 22 settembre 2033

Nella Zuma di servizio verso Viareggio, Angelo ebbe tempo di pensare con più freddezza. Non doveva farsi eccessive illusioni, ma un caso di omicidio poteva effettivamente essere una svolta nella sua carriera. Spesso nei casi più importanti il PM di turno non faceva altro che ratificare i risultati dell’inchiesta svolta dalla Polizia. I PM si dividevano in tre tipologie: quelli che non battevano ciglio nemmeno davanti alle inchieste più manipolate, quelli che tentavano di intervenire e quelli che si barcamenavano. Questi ultimi facevano carriera, i secondi scomparivano a inseguire scippatori, i primi diventavano ministri. Angelo era stanco di appartenere al club dei falliti.

Il funzionario di polizia che doveva condurre l’inchiesta era un certo commissario Sergio Artusi, di Viareggio, perché il cadavere era stato scoperto nel suo territorio. Avevano lavorato assieme un paio di volte; Angelo ricordava un ufficiale competente ma chiuso in un pessimismo incurabile. Qualcuno gli aveva accennato a uno scandalo sessuale che lo aveva relegato in un commissariato insignificante, nonostante un’intelligenza brillante. Non sembravano una coppia adatta a un caso importante. A meno che, pensò Angelo, non fossero stati scelti apposta, per la loro vulnerabilità, o ricattabilità.

Il commissariato di Viareggio era ospitato in un vecchio albergo in disuso sul lungomare, fino a pochi anni prima un affollato salotto a cielo aperto. Ora, dopo la serie di tifoni che avevano ridotto la spiaggia a una lisca grigiastra, era una via disertata, tranne quando il traffico veniva deviato dall’Autostrada per uno di quegli incidenti che gli automatismi elettronici avrebbero dovuto far scomparire in modo definitivo.

Angelo dovette farsi riconoscere l’impronta della retina per esser ammesso nell’edificio. Artusi lo stava aspettando nell’ala operativa. Lo salutò come se si fossero visti l’ultima volta pochi giorni prima. Gli indicò, oltre lo specchio finto, un tizio seduto al tavolo vuoto della stanza degli interrogatori. Era immobile, lo sguardo fisso e vacuo, un ometto tozzo, dall’aspetto trasandato. Angelo pensò che molto probabilmente era già stato preparato per quell’incontro dai funzionari del ministero.

Prese dalla valigetta il rapporto con l’interrogatorio dell’uomo e lo porse ad Artusi: – Sono solo due pagine, niente di interessante. Passava di lì per caso, sembra.

Artusi scorse rapidamente le due pagine, dicendo: – Che facciamo? Sicuramente non avrà nulla d’altro da dire. – Poi ricominciò a leggere con più attenzione. – Questo racconta palle – disse alla fine, guardando Angelo. Poi: – Qualcosa da chiedergli ce l’ho – come avesse preso una decisione. – Lei rimanga qui, non si faccia vedere da lui, e lo osservi bene, per favore. Poi le spiego.

Senza aspettare il consenso di Angelo, aprì la porta e andò a sedersi di fronte al testimone.

– Come le è stato detto – cominciò Sergio dopo aver aperto un blocco per appunti davanti a sé senza guardare l’ometto. – Questo colloquio non è registrato perché lei è soltanto un testimone e la sua testimonianza è già stata validata dal ministero – e gli mise davanti i due fogli del rapporto. – Praticamente questa è una formalità. Però lo apprezzerei, se aggiungesse qualche dettaglio al suo racconto. – E gli fece un gesto con la mano per invitarlo a cominciare.

L’uomo iniziò a parlare, usando le stesse identiche parole del rapporto. Era evidente che quel tipo era un falso testimone, pensò Angelo da dietro il suo paravento, forse non era nemmeno passato per Colonnata. Sarebbe stato interessante sapere da dove l’avevano tirato fuori, ma probabilmente non era quello che si aspettavano dalla sua indagine. Angelo cominciò a sospettare che avessero già anche il colpevole pronto. Artusi, comunque, sembrava prendere sul serio il suo compito, e incalzava l’ometto con domande precise: cosa ci faceva a Colonnata, perché era andato alle vasche di stagionatura, in che posizione aveva trovato il cadavere. Il testimone, alla prima domanda, si era raddrizzato sulla sedia, e il suo sguardo si era fatto più attento, più acuto. Molto sospettoso.

Poi, di colpo, Artusi si alzò, raccogliendo i suoi fogli, e uscì dalla stanza dell’interrogatorio dopo aver salutato il testimone con una stretta di mano che Angelo trovò incongrua.

Artusi entrò sbattendosi la porta alle spalle e si gettò sull’unica sedia. – Confermo – disse. – Tutte palle. Che ne pensa?

Angelo fissò Artusi per qualche attimo, poi decise di fidarsi. Anche tra i poliziotti ci doveva essere qualcuno onesto, soprattutto tra quelli che di carriera non ne avevano fatta.

– Quell’uomo recita un copione, efficace, ma monotono – disse.

– Un po’ tirato via, però – disse Artusi. – Non hanno curato i dettagli. – Fissò Angelo, sorridendo beffardo. Poi continuò: – Il tipo ha detto che stava andando a un appuntamento, e ha visto un braccio sporgere da una vasca. Impossibile – concluse.

Angelo scosse il capo, un po’ seccato per l’atteggiamento misterioso di Artusi. – Perché? – disse.

– Perché gli infermieri della Croce Rossa mi hanno detto che hanno trovato la vasca completamente chiusa dalla lastra di marmo, con il cadavere dentro. Non c’era nulla che sporgesse.

Angelo ribatté: – Saranno stati quelli della scientifica. Non sarebbe la prima volta che manomettono la scena di un delitto.

Artusi annuì, fissandolo. Poi disse, di colpo serio: – Certo, probabilmente è andata così. – Si alzò. – Andiamo a mangiare un boccone – fece, brusco. – Ho fame – e uscì dalla stanza senza guardare se Angelo lo seguiva.

4. Pasta e sarde

Giorno 1, giovedì 22 settembre 2033

Dal lungomare risalirono verso l’interno, tra basse palazzine liberty dalle linee aggraziate. Ma la delicatezza dei loro ornamenti e delle loro strutture era la meno adatta al tempo, pensava Angelo mentre osservava gli stucchi cadenti, le voragini nelle vetrate fumé tappate alla bell’e meglio con la carta oleata, i rilievi art déco smangiati dalla salsedine. Non si ritrovava nel centro di Viareggio da anni. Quando veniva – ed era sempre per lavoro – si limitava a percorrere lo svincolo che dall’Autostrada lo traghettava direttamente sul lungomare, bypassando le strade interne che in rete geometrica scendevano dalla stazione ferroviaria verso il fronte del mare. Gli aveva sempre provocato la vertigine della regolarità inutile, quel disegno urbano così razionale, anche quando le vie e i marciapiedi brulicavano di attività e di vita. Di Viareggio aveva sempre preferito l’altro lato, quello più oscuro, notturno, che animava il quartiere oltre la darsena, dove i locali si addossavano alla spiaggia con le loro facciate illuminate, mentre sul retro le loro terrazze si perdevano nella pineta. Un brivido di nostalgia si accese nella sua mente. Ora quei locali non esistevano più. I pini li avevano ricoperti con le loro radici che crescevano come nervi a

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