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Confessioni di un prof

Confessioni di un prof

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Confessioni di un prof

Lunghezza:
589 pagine
11 ore
Editore:
Pubblicato:
14 giu 2017
ISBN:
9788892670280
Formato:
Libro

Descrizione

Fine della prima decade degli anni 2000. Sam Lombardo, un professore di letteratura di una piccola cittadina della provincia laziale, inizia un po' per gioco e un po' per solitudine un triangolo libertino con una ragazza di 15 anni e una sua studentessa di 17. L'affaire erotico, come in un copione cinematografico, viene scoperto per caso dalle forze dell'ordine. Scoppia uno scandalo di proporzioni epiche, che coinvolge tutta la città. E' l'inizio per il professor Sam Lombardo di una dura lotta per la sopravvivenza. Scoprirà che per le leggi vigenti in Italia una ragazza di 15 anni è una bambina, anche una di 17 lo è. Ovvero non esiste differenza penale tra una bambina di sei anni e le sue amanti. Perciò sarà accusato di essere un molestatore, un abusatore, un irretitore di minori, un pedofilo. Subirà la gogna mediatica e il carcere. Ma il professor Sam Lombardo, pur riconoscendo i suoi errori deontologici e la sua debolezza psicologica, ha la forza intellettuale di ribellarsi, perché laddove latita la ragione non vi può essere giustizia.
Editore:
Pubblicato:
14 giu 2017
ISBN:
9788892670280
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Confessioni di un prof - Sam Lombardo

633/1941.

PREFAZIONE

di Andrea Cominelli

A Te, amigo!

E no, che non ci rassegniamo! Non ci rassegneremo mai, mettetevi il cuore in pace. Benpensanti, moralisti, finti liberisti, perbenisti, revisionisti, questo libro è per voi.

Sembra di sentirlo Sam Lombardo, urlare a squarciagola con Cyrano: Non me ne frega niente se anch’io sono sbagliato, spiacere è il mio piacere, io amo essere odiato!

Sì, perché questo libro è un immane J’accuse!, é un sasso nello stagno, un pugno nello stomaco, anzi nel ventre molle dell’ipocrisia moralizzatrice, questo libro è un mattone in una vetrina. La vetrina delle falsità e delle patacche che ogni santo giorno ci vengono ammannite dai tanti ammaestrati giullari del regime.

Ma soprattutto, questo libro è un grido di libertà. Il grido di un uomo che, in nome di un’ottusa e demenziale caccia alle streghe, è stato privato della libertà personale, della libertà d’espressione, della dignità, del lavoro, della reputazione... In poche parole, dei diritti inalienabili e fondamentali dell’Uomo.

E chi come il sottoscritto rimpiange amaramente tutte le Libertà perdute, che dagli anni ’70 a oggi ci sono state sottratte fraudolentemente, lentamente e inesorabilmente, nella più totale indifferenza e inconsapevolezza, non può lasciar cadere nel vuoto un grido di libertà, da qualsiasi parte provenga.

Libertà… Parola e concetto oggi abusati, vilipesi, mercanteggiati, sviliti. Ma non ci pensate mai, voialtri, alle fette di Libertà che, giorno dopo giorno, ci vengono sottratte per non venirci mai più restituite? Ci pensate mai? No, perché io ci divento pazzo. Io sono cresciuto in un mondo dove si viaggiava in auto senza cinture di sicurezza e senza airbag, che spesso si guidavano col braccio penzoloni dal finestrino; si scorrazzava in bicicletta e motorino senza casco; un mondo dove si poteva fumare ovunque (ed io non fumo e detesto il fumo!); dove non esistevano telecamere, satelliti e GPS a ogni angolo; un mondo nel quale i bambini correvano liberi nei prati e non se ne stavano inebetiti e obesi davanti alla TV, al pc, alla Playstation, X-box o chissà quale altra funesta diavoleria, e sudavano, si sporcavano, si tagliavano, si spezzavano ossa e denti senza che a qualcuno venisse in mente di denunciare chicchessia; dove non esistevano i dannati cellulari e non si era rintracciabili e disponibili ovunque e a ogni ora. Un mondo nel quale i libri ma perfino i film e la TV parlavano di libertà, di conquiste, di ideali e propalavano dei temi e una morale sì, anche sessuale, che ai giorni nostri farebbe gridare allo scandalo. E oggi?

E allora risuoni forte il J’accuse! di Sam Lombardo! Risuoni stentoreo ovunque, affinché la Giustizia italiana smetta davvero di essere quel … buco nero in cui decine di migliaia di cittadini vengono risucchiati, siano essi colpevoli o no come lucidamente scrive Lombardo.

E allora dovremmo esser grati a Sam Lombardo per aver lanciato questo suo lamento accorato, e financo per aver pagato col prezzo più alto quel suo essere fuori dal coro, perché il suo grido sta lì a ricordarci che la Libertà, il bene più alto per qualsiasi essere umano, la si conquista solo al termine d’un percorso lentissimo e travagliatissimo, e a prezzo di sangue, sudore e lacrime; ma la si perde in un baleno, senza nemmeno rendersene conto.

E se la sua storia, oltre a stupirvi, indignarvi, commuoversi, vi farà pure riflettere e riconsiderare da una diversa angolatura il tema trattato, allora quel suo grido, forse, non sarà risuonato invano.

NOTA DELL’AUTORE

Quello che vi apprestate a leggere è un romanzo autobiografico basato su fatti veri, non un’autobiografia. Per ovvie ragioni ho dovuto circostanziare, cambiare, modificare i nomi e le interazioni dei personaggi che lo popolano. È importante capire che questo libro non è stato scritto per trovare delle giustificazioni, né per scaricare su qualcun altro responsabilità o colpe e neppure per una specie di catarsi.

Dopo 1095 giorni vissuti privato della libertà, dopo aver perso il lavoro, la reputazione, dopo essere stato trasformato in un orco e, soprattutto, dopo non aver potuto dire una sola parola a riguardo, considero un mio diritto rendere nota questa vicenda come io l’ho vissuta e intesa, seppure come ho accennato in via romanzata. Fui un libertino, non lo nego, come lo furono Rebecca e Lin, protagoniste felici insieme a me di questo classico affaire erotico, anche se poi vennero fatte passare per vittime del mio libertinaggio, poiché così vuole tutta una pletora di nuove teorie psicologiche assai discutibili. Può essere che io sia pazzo e che la condanna che mi è stata inflitta sia lieve, come continuava a rammentarmi il mio avvocato. Può anche essere che non comprenda a fondo la gravità di ciò che ho commesso, ma i conti, per quanto cerchi di sforzarmi, proprio non tornano. E questo libro è stato scritto proprio per farli tornare, i conti. Sono tuttavia consapevole che questo libro sarà ferocemente attaccato per i suoi contenuti, come lo sono stato io nei giorni del mio arresto, perché in Italia oltre a un’epidemia cronica di analfabetismo ve n’è una – forse più funesta - di moralismo. Di fatto, nessun editore ha avuto il coraggio di pubblicarlo. In realtà il libro - al di là di quelle che possono essere state le mie colpe e le colpe di chi ha agito e agisce così scriteriatamente in casi del genere - è nato sotto l’auspicio che potesse raggiungere un duplice ambizioso obiettivo. Il primo è quello di descrivere l’universo della scuola italiana come l’ho sperimentato in dodici anni di insegnamento, cercando di demolire i facili luoghi comuni che circondano i prof. Il secondo è che possa far riflettere meglio quando si parla di prof che vanno a letto con studentesse minorenni. Nutro la speranza che a riguardo si apra un serio dibattito nella società civile e che qualcosa cambi, perché mettere sullo stesso piano della procedura penale una ragazza di quindici anni con una bambina di cinque è semplicemente inaudito. Questo dibattito però, per avere un senso, dovrà essere scevro da ogni malsana deriva moralistica e basarsi su fatti oggettivi e non, ahimè, su luoghi comuni e pregiudizi, che sempre predominano in questi casi. È necessario abbandonare, una volta per tutte, l’emotività che queste vicende - per colpa della sistematica mala informazione che circola e di un’indotta e dilagante fobia del sesso - suscitano. Forse, solo così si potrà intervenire sul nostro codice penale che, per quanto riguarda certi reati, sta violando i diritti dell’uomo in maniera sconcertante. La lotta contro gli abusi sui minori non deve trasformarsi in una demente caccia alle streghe come, di fatto, sta avvenendo in Italia; ma deve essere portata avanti con onestà intellettuale e, soprattutto, razionalità. Il libro, infine, è anche un’accorata testimonianza sull’universo della Giustizia Italiana, che davvero è un buco nero in cui ogni anno decine di migliaia di cittadini vengono risucchiati, siano essi colpevoli o no.

Dunque, se un solo lettore sarà indotto alla riflessione da queste mie confessioni, allora il detto "dal male può nascere il bene" avrà concreto fondamento.

Sam Lombardo

DEDICA

A mio padre e mia madre, perché come ammoniva Emily Dickinson: Ama tanto i tuoi genitori poiché il mondo senza di loro fa paura e confonde.

A Fabio, amico sincero, che oltre ad avermi stimolato con intelligenza e costanza nella stesura di questo libro, mi è stato vicino negli anni difficili e mi ha consigliato per la vita.

Ad Andrea, un grande amico ritrovato.

Ad Alida: un angelo contro la merda strabordante.

A tutti quei professori, tutori, preti, istruttori, allenatori, capi scout, che hanno amato con passione delle giovani ragazze e sono invece stati trasformati in orchi da questa nuova e delirante caccia alle streghe che è il sesso tra adulti e minorenni.

... era dotata di tutte le più avvenenti forme della donna in quel preciso momento in cui esse si accordano ancora con tutte le più innocenti grazie della fanciulla, momento puro e fugace che può essere espresso solo con due parole: quindici anni

VICTOR HUGO

"Giovani insegnanti sono il soggetto

Della fantasia delle alunne

Lei lo desidera tantissimo

Sa cosa vuole

Dentro di lei c’è il vivo desiderio

Questa ragazza è un libro aperto

Un libro segnato, lei è così vicina adesso

Questa ragazza ha la metà degli anni di lui"

Don’t Stand So Close To Me, THE POLICE

La scuola è così essenzialmente antigeniale che non ristupidisce solamente gli scolari, ma anche i maestri

Giovanni Papini, Chiudiamo le scuole, 1914

PROLOGO

Il mio nome è Sam Lombardo. Sappiate che ero un prof di letteratura e storia. Sì, di quelli che insegnano nelle scuole pubbliche italiane per quattro soldi e si consumano la vista e la vita in edifici fatiscenti in mezzo a montagne di inutili scartoffie, senza mai il minimo riconoscimento, senza mai ambire a qualcosa. La mia esistenza, dunque, sarebbe passata del tutto inosservata e si sarebbe conclusa con una misera pensioncina sufficiente forse per mangiare e pagare i conti a fine mese, anche se una discreta eredità di papà e mamma mi avrebbe evitato una grama vecchiaia. Così sarebbe finita, come dicevo, se me ne fossi rimasto buono buono a rispettare le regole, i cosiddetti contratti sociali che qualcun altro ha sottoscritto per il bene dei popoli. Ma le cose andarono diversamente, e solo alla fine di questa storia si giudicherà quale dei due destini sia stato migliore nel mio caso. E così avevo quasi quarant’anni, ben portati a dire il vero, quando cinque uomini appartenenti alle forze dell’ordine – non è importante ai fini di questa storia specificare quale - mi arrestarono un pomeriggio di un martedì qualunque. Mio padre mi stava riaccompagnando a casa dopo pranzo, perché mi ero incrinato una costola praticando il mio sport preferito: la boxe. La città era sonnecchiante, come solo una città di provincia sa essere. Grigi palazzoni facevano da scadente scenografia a quel breve tragitto, che percorrevo quasi ogni giorno. Continuavo a sbadigliare e me ne stavo con gli occhi incollati sul display del cellulare a ricevere e inviare sms. Mio padre mi disse un po’ seccato: «La Madonna, sbadigli sempre. Ma che fai la notte? Sei sempre appiccicato a sto cavolo di telefonino!» Risposi: «Ma niente papà, è che non ho riposato bene per colpa della costola... quando arrivo a casa vado a dormire. Questi sono amici e studenti che mi chiedono come sto, per quello sono sempre al cellulare.» Poi il mio vecchio mi domandò quando dovevo riprendere servizio a scuola. Gli dissi che avrei prolungato la mutua fino a metà mese, il tempo per far guarire la frattura. Eravamo quasi arrivati. Per me quello sarebbe stato un altro pomeriggio di relax, senza particolari preoccupazioni. Avrei schiacciato un sonnellino nel mio appartamento, dove vivevo solo da quasi quattro anni. Rimanevano poco più di due mesi alla fine della scuola. Quella frattura alla costola si era trasformata in una comoda e gradita pausa dalle lezioni del secondo quadrimestre. I miei studenti, soprattutto le studentesse, non vedevano l’ora che tornassi perché la supplente che mi aveva sostituito, a sentir loro, era una sfigata. Mi mandavano messaggi del tipo: Prof, torni presto che ci mancano le sue lezioni... e anche lei!. Erano dodici anni che facevo il prof d’italiano e storia. Avevo insegnato in tante scuole, sia in Italia che all’estero. Molti giovani avevano imparato da me qualcosa di bello, di utile, di unico.

Ero bravo come prof, almeno credo. Devo confessare che, dopo anni inquieti e travagliati, avevo ritrovato un certo entusiasmo per il mio ruolo di educatore che pure, in certi momenti, mi era sembrato avvilente, frustrante e insopportabile. Insomma, stavo vivendo una specie di seconda giovinezza professionale - e non solo - dopo la separazione coniugale che avevo sofferto. Ma, di lì a qualche minuto, la vita mi avrebbe riservato una sorpresa non dolce come la fatale bomboletta di panna di cui saprà il lettore determinato ad arrivare in fondo a questa allucinante vicenda. Mio padre si fermò in prossimità dell’entrata del condominio. Io aprii la portiera con un po’ di fatica e scesi dall’auto. Lo salutai con un cenno della mano. Non appena se ne andò, cinque uomini mi circondarono. Avevo notato subito, ancora seduto in macchina, quelle torve persone in agguato.

Avevano delle facce davvero poco raccomandabili, eccetto uno di loro che assomigliava a un innocuo impiegato della pubblica amministrazione. Quei volti severi, appena li misi a fuoco, mi spaventarono. Aspettavano senza dubbio qualcuno. Li ignorai, anche se il mio inconscio si era allertato e non sapevo spiegarmi il perché. Non appena mi avviai al cancello con le chiavi in mano, uno di quei tipi si avvicinò domandandomi: «Lei è il professor Lombardo?»

Risposi: «Sì… sono io, desidera?» L’uomo mi mostrò un tesserino di riconoscimento. Sulla placca dorata del distintivo c’era il simbolo di una forza dell’ordine. Aspettavano me, proprio me.

«Lei è in stato d’arresto» mi disse l’agente. Rimasi a bocca aperta. Una forza dell’ordine con un mandato d’arresto per me? Mi ritrovai, quindi, in mezzo a questi uomini con pistole semiautomatiche infilate nei pantaloni e facce truci.

Nella testa avevo il caos totale. Quello che assomigliava a un impiegato statale - un uomo di bassa statura, magro, stempiato, con occhi scuri e seri con indosso un cappotto blu – era il loro capo. Sentii un agente rivolgersi a lui chiamandolo comandante. Egli mi disse perentorio: «Ci accompagna su per favore?» Li portai in casa come richiestomi da questo comandante. Ero totalmente sbalordito e incredulo. Appena entrati nel soggiorno, mi lessero in modo sommario i miei diritti, annunciandomi che avrebbero proceduto a una perquisizione.

Domandai: «Ma cosa sta succedendo? Di cosa mi accusate?»

La risposta fu agghiacciante e venne dal comandante: «Non le dicono niente i nomi Rebecca e Lin?» Poi, come un fucilata sparata a bruciapelo in faccia, quell’uomo disse: «Lei è accusato di abusi sessuali su minori e di detenzione di materiale pedopornografico, caro il mio professore.»

Risposi di botto, con ingenuità e concitazione: «Ma di quali abusi parla? È impazzito per caso? Materiale pedopornografico? Ma le ragazze sono… erano super consenzienti!»

L’agente che mi aveva mostrato il tesserino di riconoscimento mi venne incontro minaccioso ringhiando: «Ma non ti vergogni? Ha solo quindici anni, è una bambina!» Sul momento pensai che doveva esserci un errore. Una bambina Rebecca? Come?

Forse non l’avevano vista e conosciuta e poi… aveva quindici anni, e a quindici anni le ragazze sono delle bambine? Ma quella domanda seguita da un’innegabile affermazione, sputatami in faccia con odio, mi annichilì. La stretta fasciatura al torace mi faceva male, sembrava che la sensazione di morsa in cui avevo costretto il costato si propagasse allo stomaco e alla testa. Facevo fatica a stare in piedi. Mi sedetti sul divano e rimasi in silenzio, cercando di recuperare un po’ di forze e lucidità. Quegli uomini incominciarono a rivoltare l’appartamento, scuoiando la mia vita privata come un animale appena macellato. Assistevo in trance a una vera perquisizione delle forze dell’ordine.

Trovarono un vibratore con cui Reby si era sollazzata in modo impudico. Lo sequestrarono impassibili. Poi presero tutte le macchine fotografiche digitali, le chiavette usb, il notebook, le cassette digitali, i dvd, i cd rom e ovviamente il mio cellulare e li riposero in uno scatolone che si erano portati dietro. Misero nel sacco delle prove anche un vestitino sexy con catenelle e lucchetti che Rebecca aveva indossato una sera, prima di fare sesso con me.

Dissi con decisione: «Ma Lin ha quasi diciotto anni, cosa c’è che non va?»

La risposta fu: «Sì, va bene, ma non si possono fare filmati pedopornografici, eppure la ragazza l’aveva avvertita professore e lei l’ha obbligata a farne uno... non è vero?» Fu come prendere un manrovescio con un guanto imbottito di piombo sulla mandibola rilassata. Ripetei esterrefatto:

«Filmati pedopornografici? Di che state parlando per favore? Adesso anche Lin è una bambina?» e poi dissi: «… Obbligata a farne uno? Ma…» Ignorarono la mia affermazione, le mie domande e il mio sdegno. Cercai di dare spiegazioni riguardo al fatto che Lin mi aveva avvertito: «Sì, Lin me l’aveva detto, ma pensavo che il divieto si riferisse a chi commercia, non certo per uso privato e…»

Il comandante mi esortò: «Sì, anche Lin è una bambina! Niente scuse, con me non attacca! Dov’è questo filmino pedopornografico? È meglio che collabora con noi e non ci fa perdere tempo, se no la sua situazione si aggrava per intralcio alle indagini.»

Risposi sbalordito: «È in quella macchina fotografica...»

Forse per deformazione professionale continuai ad aggrapparmi alla semantica e all’etimologia e pensai: Ma cosa diavolo continuano a usare la parola pedopornografico, sanno cosa significa?. Ma quegli uomini che stavano sventrando i miei armadi mi guardavano come se avessi commesso degli omicidi o degli stupri. A quel punto iniziai a sentire nella testa un’orribile sensazione d’impotenza.

Un altro agente mi disse con tono duro: «E poi l’ha detto anche lei a quel segaiolo debosciato del suo amico Billy che era disposto a rischiare le manette, no?» Sì, l’avevo detto al mio amico Billy che ero disposto a finire dentro per Rebecca. Mi resi subito conto che avevano intercettato tutte le mie telefonate. Ero nei guai, considerato il tenore libertino delle mie conversazioni. Cercai di mettermi nei loro panni per giustificare quell’atmosfera pesantissima. Quei marescialli che mi stavano arrestando avevano letto tabulati su tabulati in cui un prof raccontava beato agli amici di come studentesse minorenni amino andare a letto con uomini maturi e disquisiscano di dimensioni del pene e prestazioni con nonchalance. Erano padri di famiglia. Forse avevano figlie che andavano a scuola e l’aver appreso attraverso una cuffia cosa una ragazza di quell’età può dire e fare a letto con un adulto, li aveva di sicuro sconvolti. Ora, spiegargli che Rebecca ed io avevamo preso di mira questo mio amico sfortunato con le donne e che insieme ci divertivamo un mondo a provocarlo sarebbe stato molto difficile, per non dire impossibile. Intanto, in quel momento, ero io che non avevo capito una cosa: mi avrebbero portato in galera quella sera. Me lo comunicò il comandante dell’operazione, l’uomo magro e con occhi scuri e seri che sembrava un impiegato del catasto, con evidente soddisfazione: «Lei professore mi sa che non ha ancora capito, vero? Adesso mette qualcosa in una borsa e se ne viene con noi in caserma e stasera va a dormire in carcere.» Carcere. Questa parola ghigliottinò le mie perplessità lessicali e filosofiche, nonché la mia vita. Dalle ore 14 di quel giorno non sarei stato mai più uno stimato prof d’italiano e storia. Ero diventato un pericoloso criminale. Per i PM che avevano firmato il mio mandato d’arresto, ero un sociopatico che adescava minorenni, un predatore sessuale che le molestava e poi le abusava. Bisognava sbattermi in galera al più presto per arginare la sua pericolosità sociale. Riempii a casaccio di mutande, calze, maglie e felpe una valigia, che mi aveva accompagnato in tanti bei viaggi. Scelsi come amico per farmi compagnia un libro che s’intitolava Storie di naufragi.

Ritenni che - a parte il titolo perfettamente calzante - avventure di mare e isole lontane mi avrebbero aiutato a tener duro nella solitudine della cella, che non sapevo quanto sarebbe durata. Solitudine della cella? Tenere duro? Dopo solo venti minuti, da quando quegli uomini avevano invaso la mia vita, non pensavo più ai temi da correggere, ai voti da inserire nel registro, alle serate di passione con Rebecca e Lin e alle vacanze, ma a come ce l’avrei fatta a sopravvivere in una cella! Rimuginai: Santo Dio, in che razza di follia mi sono cacciato…. Mentre uscivo dal mio appartamento, con il borsone a tracolla, circondato da cinque torvi agenti delle forze dell’ordine, ebbi la sensazione di trovarmi in un universo parallelo, ma la realtà mi schiaffeggiava ogni volta che la mente tentava una fantasiosa via di fuga. Già la realtà ma quale realtà? Avrei meditato su questa camaleontica parola per anni e sarei giunto alla conclusione che esiste solo la nostra realtà, cioè quella che ci spaventa meno, quella che non ci obbliga a ragionare, a metterci in dubbio; e se per caso ne incontriamo altre di realtà, fuori dal pensare comune, allora le abbattiamo e ne costruiamo subito di più convenienti, seguendo in larga misura idee che altri hanno immaginato e imposto. Gli agenti mi portarono in caserma a espletare le formalità burocratiche dell’arresto. Giunti davanti al palazzone della forza dell’ordine in questione, salii due rampe di vecchie scale con il cuore in subbuglio. Attraversai un corridoio e infine mi accomodai in un ufficetto disordinato. Mi consegnarono un plico di fogli in cui vi erano scritti in dettaglio tutti i capi d’accusa che mi riguardavano.

Mi dissero: «Legga, legga con comodo professor Lombardo.» Mi misi a leggere con il cuore che aumentava il battito ogni volta che giravo pagina. Ero spaesato. Non ci capivo niente.

Ne venivo fuori massacrato. La ferocia di quelle imputazioni mi lasciò senza fiato. In quell’esagerato atto d’accusa sembrava che avessi trascorso tutta la vita a rovinare ragazzine innocenti, approfittando della mia posizione, della mia "autoritas" (ma quale autoritas poi, boh?) per soddisfare le mie più "sfrenate voglie sessuali". In sintesi ero descritto come un vigliacco disgustoso, un mezzo pedofilo che abusava di giovani e caste educande. Rimasi scioccato quando lessi che sarei stato recluso per non meno di quattro anni. Erano circa tre mesi che, con intercettazioni e pedinamenti, questa forza dell’ordine coordinata dalla Procura stava tessendo la sua rete, registrando ogni parola che dicevo o scrivevo, con un dispendio di uomini e mezzi che non avrebbe sfigurato in una puntata di Miami Vice. Sì, era vero, non lo potevo negare. Io, un prof quarantenne, andavo a letto con una ragazza di quindici anni e con una mia studentessa di diciassette. E devo confessare che le notti di passione trascorse con quelle due adolescenti sono state meravigliose. Rebecca e Lin avevano portato nella mia vita una ventata di sana freschezza ed energia, proprio quando ne avevo più bisogno. E allora? Ma di certo non avevo irretito o abusato nessuno e tantomeno "orchestrato disegni criminali", come c’era scritto. Ma chi aveva elaborato quelle discutibili pagine non la vedeva allo stesso mio modo.

C’erano frasi un po’ ovunque di questo tenore: … da parte dell’uomo non v’è mai stato il benché minimo coinvolgimento sentimentale e che "la minore si trovava in una condizione di completa dipendenza psicologica ed era impossibilitata a rifiutare le sempre più pressanti molestie sessuali del professore…" e che ... un tale comportamento può danneggiare in modo gravissimo la psiche della ragazzina che gli era stata affidata dai genitori ignari di ciò che le stava capitando. Ma a dire la verità, a parte il discorso del filmino porno, non capivo ancora di cosa mi accusavano e perché mi avevano arrestato. Sapevo, infatti, che una ragazza dai quattordici anni in su per la legge italiana è libera di andare a letto con chi vuole. La mia faccia quindi era incredula, quasi beffarda, così mi misero in mano un codice penale dicendo: «Se lo legga con attenzione...»

Andai a cercare gli articoli che parlavano dei reati contestatimi. Il codice penale italiano mi tagliò i coglioni peggio di una tenaglia rovente turca del XV secolo che giustizia un finto eunuco pescato a fornicare nell’harem del sultano. 609 quater, comma 2: da 5 a 10 anni di carcere per chi compie atti sessuali con infrasedicenni (che razza di parola balorda! pensai) rivestendo il ruolo di educatore o di persona a cui viene affidata la minore. Al di fuori di questo comma non c’è reato. Cioè, una quindicenne può sì andare a letto con chi vuole, ma il maschio non deve essere in una qualche posizione di "autoritas", se no la ragazza non si autodetermina sessualmente. Ed io c’ero dentro per costoro, perché avevo impartito a Rebecca tre ripetizioni di storia e dunque la ragazza mi era stata affidata e quindi mi aveva concesso il suo consenso solo perché soggiogata dal mio ruolo di tutore. Il che era come dire che avevo stuprato Reby, perché anche la violenza sessuale, stavo scoprendo allibito, era sanzionata da 5 a 10 anni con l’articolo 609 bis.

«Ma che razza di pazzia è mai questa!?» esclamai sollevando la testa. Poi mi venne in mente che io ste ripetizioni le avevo date a Reby quasi due mesi dopo che l’avevo conosciuta e cercai di ragionare. Dissi: «Ma scusate, Rebecca non è una mia studentessa! E che forse solo perché le si dà qualche lezione di storia una ragazza non si autodetermina più sessualmente e per questo si arrestano le persone?»

Qualcuno rispose: "No, non è una pazzia, è la legge e poi scusi… quindici anni… potrebbe essere sua figlia, per favore professore, non si giustifichi!» Compresi con orrore che stava spalancandosi sotto ai miei piedi un baratro profondo. La faccenda toccava corde molto delicate e ben annodate. Devo dire però che il codice penale mi parve subito scriteriato, sproporzionato, anche in quei momenti confusi, ma di certo mai mi sarei immaginato fino a che punto potesse essere insensato e quanto quelle corde fossero strette. E anche il contenuto di quei fogli con l’intestazione Procura della Repubblica che stringevo tra le mani mi pareva surreale.

L’aspetto più odioso però, che mi faceva soffrire e innervosire, era vedere - senza poter far nulla - come i miei accusatori si stavano comportando, trasformandomi in una specie di mostro, stravolgendo i fatti in maniera sconcertante.

Ma quando di mezzo c’è una scabrosa storia di sesso tra un professore quarantenne e una bella quindicenne desiderosa di diventare donna la realtà – lo avrei scoperto a mie spese - non importa quanto tecnologico il mondo sia, non la si accetta in questi tempi antiliberali e ipocriti e dunque la si muta in ciò che più ci rassicura secondo l’ufficiale pensare comune. Si potevano forse vedere le cose così com’erano andate nella realtà e cioè che Rebecca e Lin erano ben consapevoli delle loro scelte e che si erano divertite? Suvvia, non diciamo pazzie! Un prof a letto con due minorenni, che orribile abuso sessuale, che mostruosità immorale! L’altro articolo, il 600 ter, parlava invece di indurre minori di anni diciotto a "esibizioni pornografiche". E questo, quando lo lessi, mi spaventò. Lin ed io avevamo fatto quel breve filmino di comune accordo per divertimento, senza nessuna intenzione di divulgarlo, se non al massimo farlo vedere a qualche amico fidato. Eppure per quell’atto, a sentir la legge del Bel Paese, uno si sarebbe dovuto beccare dai 6 ai 12 anni di galera. In una società dove tutti si filmano e si fotografano, riflettei, una ragazza di diciassette anni e mezzo non può fare un filmino erotico a uso privato con il suo partner e se lo ripete dopo sei mesi quello stesso filmato è legale. Mi sembrava una cosa incredibile, ancor più inverosimile del reato 609 quater concernente gli atti sessuali con ragazze infrasedicenni. Cazzo, da 6 a 12 anni per un filmino erotico con una quasi diciottenne! Ma da quello che s’intendeva leggendo il codice penale era che anche una sola foto sarebbe bastata per incriminare pesantemente una persona. Non saprei descrivere cosa provai una volta letti quegli articoli, quelle accuse e fatte quelle riflessioni. Rimasi sbigottito e con la sensazione crudele di essere un vero idiota decerebrato per essermi fatto beccare e non certo perché pensavo di essere un pericoloso criminale, un pedopornografo o chissà cos’altro. Tuttavia anche nel caso di Lin, seppure non ci fosse reato perché facevamo sesso, in quei fogli c’era scritto che: "… il professor Lombardo ha abusato della sua autoritas in modo ignobile poiché Lin è una sua studentessa...". E secondo gli investigatori, naturalmente, ero stato io a indurla a esibirsi contro la sua volontà, approfittando del mio ruolo, insomma plagiandola. Dissi appigliandomi a un ultimo disperato tentativo di ragionamento: «Ma guardate che Lin era d’accordo al 100% e poi sto video non è mica stato fatto per essere venduto. Ha acceso e spento lei la telecamera!»

Niente, anche in questo caso non vi erano attenuanti. La risposta fu: «La legge parla chiaro e poi… un professore che fa una cosa del genere!» E perché la Legge parlava chiaro e siccome ero un prof e avevo fatto una cosa del genere ero diventato un pedopornografo, uno che aveva plagiato e sfruttato una bambina quasi maggiorenne.

Avrei riso di gusto, se la situazione non fosse stata drammatica. Ma ecco che la realtà stava mutando nel modo che più rassicurava e presto – mai l’avrei creduto – sarebbe stata modellata secondo una classica consuetudine quando si ha a che fare con vicende di reati sessuali ai danni di minori; anzi, la realtà era già mutata in un’altra granitica realtà: io bieco abusatore, Rebecca e Lin povere vittime irretite e costrette a sottostare alle mie abbiette perversioni. No, quando la realtà muta così c’è poco da ridere ed è meglio cominciare a preoccuparsi. Dovetti assistere alla stesura del rapporto assediato da questi pregiudizi e stravolgimenti della realtà, in silenzio. Fu penoso. Scrivevano un mucchio di inesattezze fastidiose, tendenziose e cose non pertinenti tipo la marca del dildo, quanto misurava, di che colore era. Se trovavano qualche video nell’hard disk di altre avventure erotiche della mia vita che nulla avevano a che fare con Rebecca e Lin, venivano indicati come ulteriori prove della mia pericolosa depravazione. A ogni foto di donna o ragazza che rilevavano nel mio PC scrivevano: "Sospetta minorenne: indagare". C’era un’aria sinistra là dentro, come se il desiderio sessuale fosse una colpa a prescindere, come se tutto ciò che ha a che fare con l’universo dell’eros fosse un misfatto abnorme definito e confermato da tre numeri decrescenti: 40, 17 e 15. Ma la realtà aveva incominciato a mutare – erano mesi che era già mutata - ed era necessario che mutasse nella realtà che mi aveva ghermito. Un prof che tra una ripetizione e l’altra va a letto con una quindicenne? Ci può essere crimine peggiore? Si può ragionare su un atto così abominevole? Forse un discorso filosofico sull’erotismo libertino gioverebbe per cambiare tale visione? O una tesi ben argomentata sull’irresistibile carica sensuale delle teenager e un’analisi seria su quanto siano opinabili delle leggi siffatte nel terzo millennio a fronte di tutti i mutamenti sociali, fisici e psicologici che sono intervenuti nelle ragazze cosiddette minorenni convincerebbe a essere più comprensivi? Una lettura approfondita del l’Amante di Marguerite Duras interesserebbe? Una piccola riflessione su quante provocazioni a sfondo sessuale un docente subisce si potrebbe elaborare? Non scherziamo! Quel prof è un abusatore, le ragazze delle indifese vittime della sua lasciva.

Questa è l’unica possibile realtà, di altro non val la pena discutere. E così subii i commenti di quegli uomini che mi prospettavano condanne decennali in celle di due metri per quattro senza ribattere. Mi mandarono a fare le fotografie segnaletiche di rito e a prendere le impronte digitali. Un agente, con il solito volto torvo, mi disse che avrei fatto meglio a preoccuparmi quando sarei entrato in carcere. Sul momento non capii la sottile minaccia e non replicai, ma in seguito la compresi. Gli ambienti della caserma erano tristi, silenziosi, illuminati con luci al neon fioche e arredati con vecchi mobili che odoravano di stantio. C’era puzza di mozziconi di sigaretta ovunque. Si sentivano provenire dagli uffici rumori di dita che picchettavano su tastiere e voci indefinite. Era un luogo deprimente, sonnolento, anche un po’ lugubre. Mi offrirono un caffè che rifiutai. Chiesi invece una bottiglietta d’acqua che mi fu concessa. Ci fu un momento in cui rimasi solo nell’ufficio con un operatore. Quell’uomo mi disse che gli dispiaceva vedermi in quelle condizioni. Lo ringraziai. Mi fece piacere quel pensiero gentile.

Dissi: «Speriamo che non mi rovinino la vita con sta storia... non me l’aspettavo davvero.»

L’agente rispose: «Te lo auguro, te lo auguro di cuore... È che adesso ci va di mezzo il lavoro, ma chi te l’ha fatto fare?» Il tono di quella saggia domanda a cui non diedi risposta azzerò il piacere che avevo provato prima, profetizzando lo spinoso futuro che mi attendeva. Domandai: «Dovrei andare ai servizi...» Mi accompagnarono in bagno due agenti. Fui obbligato a urinare con la porta aperta e due uomini che mi sorvegliavano da dietro. In quel momento compresi che ero stato sbattuto fuori dalla società. Ciò che era ieri non è oggi. Bisogna sempre essere pronti al peggio, chi si rilassa è fottuto. Ieri sei un individuo che ha tutto: ti muovi, vai in giro, programmi la vita, hai una bella macchina, donne, ragazze, ti senti intoccabile; oggi sei un detenuto, un soggetto pericoloso per la collettività, un criminale incallito. Uno a cui ci si riferisce così: Questo qui lo abbiamo preso alle due... oppure Si beccherà almeno quattro anni di galera.... È la realtà che muta sotto i tuoi occhi e non puoi farci nulla se non prepararti alla lotta o soccombere. Finalmente mi resi conto che ero finito in guai grossi e smisi di ragionare secondo logica. Il mondo aveva iniziato a crollarmi addosso. In un modo o nell’altro me l’avrebbero fatta pagare, inutile illudersi. Gli agenti della forza dell’ordine mi dissero che potevo fare una sola telefonata, proprio come nei film. Non ebbi il coraggio di chiamare mio padre o mia madre perché non ero sicuro di come avrebbero reagito. Avevo paura che si sentissero male. Decisi allora di contattare un caro amico. Me lo passarono. Gli dissi: «Ciao Matteo. Ascoltami con attenzione. Mi hanno arrestato per quella storia di cui parlavamo... per favore aiutami ad avvisare la mia famiglia e trovami un buon avvocato. Sono in un vero casino.» Il mio amico era una persona importante, molto in vista per le cariche che ricopriva, conosciuto e rispettato da tutti in città. Ma non lo chiamai per queste ragioni. Lo chiamai perché lui avrebbe avuto la giusta sensibilità per far da mediatore tra il disastro che avevo combinato e i miei poveri genitori e perché sentivo che era un… amico. Egli mi rispose di stare calmo, che me l’aveva detto di stare attento con le minorenni perché in Italia ci sono leggi fuori di testa e che sì, avrebbe provveduto ad avvisarli e a mandarmi un avvocato. E fu tutto.

Poco prima di uscire dalla caserma per essere tradotto in carcere, il comandante si ammansì e disse che mi avevano trattato bene nonostante quello che avevo fatto. Mi fece firmare un foglio, dove confermavo di non essere stato maltrattato. Poi, in perfetta contraddizione a quelle impressionanti accuse che mi avevano rivolto, egli mi disse, quasi comprensivo, che sapevano che non vi era stata violenza e che le ragazze erano consenzienti e che mi ero lasciato trasportare dalla passione. Non avevo ammazzato nessuno in fondo, così disse. E dunque che avevo fatto di male? Era difficile raccapezzarsi. La logica sembrava estinta. Il comandante mi rivelò inoltre che non erano state le ragazze o le loro famiglie a tradirmi, usò proprio queste parole, ma che ero stato molto, ma molto sfortunato e soprattutto stupido.

Risposi concitato: «Vorrei ben vedere che non sono state le ragazze a denunciarmi! Erano entusiaste di stare con me!»

Il comandante non ribatté a quella veritiera constatazione, perché credo che la sua realtà non ammettesse che una quindicenne possa desiderare di andare a letto con un quarantenne e godere. Se poi l’uomo è un prof… per carità di Dio! Deve essere stata per forza plagiata, molestata. Tuttavia queste informazioni che mi rivelò il militare da un lato mi fecero sentir bene, ma dall’altro mi lasciarono con un terribile dubbio. Chi mi aveva denunciato? A quale sfortuna e stupidità si riferiva il comandante? Gli agenti mi avvertirono che non potevano evitare di mettermi le manette perché in prigione si entra sempre ammanettati. Però sono sicuro fosse una balla, perché avevo detto al mio amico Billy che: ... per una passerina di quindici anni sono disposto a rischiare le manette...; e loro lo sapevano che avevo detto così e perciò per nulla al mondo avrebbero rinunciato al piacere di infilarmele. Infine il comandante, spiazzandomi ancora, mi strinse la mano amichevole augurandomi buona fortuna.

Prima di avviarmi, ricordo che dissi: «Mi raccomando, per favore… un po’ di discrezione. Sono un professore e mi conoscono tutti.» Scesi le scale, circondato da tre uomini in un greve silenzio. Mi caricarono sull’auto di servizio, stando attenti che non sbattessi la testa, come si vede nei film polizieschi. In macchina – mentre mi conducevano in carcere - il tenente, un ragazzo alto e segaligno, mi disse: «Non mi crolli proprio adesso, eh? Cerchi di essere forte professore.»

Risposi: «Stia tranquillo, non crollo... non crollo.» Ma certo era dura, dannatamente dura, mettere ordine nella mia testa frastornata dalla… realtà, e non crollare.

CAP I

Quando Rebecca entrò per la prima volta nel mio appartamento aveva compiuto da poco quindici anni ed era la fine di un grigio e noioso giorno d’autunno. L’andai a prendere di sera, di nascosto, guidando con una specie di piacevole solletico nello stomaco. C’eravamo dati appuntamento in un luogo lontano da occhi indiscreti, quasi in campagna. La cittadina dove vivo è proprio di quel tipo in cui la gente si preoccupa più di ciò che pensano i vicini di casa che di ideali estetici o di ragionamenti sulla libertà sessuale degli individui e ogni condotta sospettata fuori dalla normalità viene di solito liquidata con un sommario: Non fare il matto…. All’ora stabilita vidi Rebecca da lontano che si avvicinava e, nella foschia, mi sembrò una ventenne fatta e finita. Come poteva avere quindici anni quella ragazza? Proprio non mi capacitavo. Ero emozionato, lo confesso. Rebecca aprì la portiera e si sedette sul sedile. L’auto fu invasa dal suo profumo. Le dissi: «Ciao, che buon profumo che hai.»

Mi diede un bacino sulla guancia. Rispose: «Ciao, come stai? Ti piace? Me lo sono messo apposta per te.»

Risposi: «È buonissimo. Sei bella, davvero.»

Rebecca sorrise compiaciuta e accese la radio, poi sintonizzò la frequenza su Disco Radio. Si mise un po’ a provocarmi ballando e facendomi le boccacce al ritmo della canzone Sexy and I Know it dei LMFAO che, in quel momento, veniva trasmessa per caso. In pochi minuti arrivammo al palazzo dove vivevo solo da ormai quattro anni, cioè da quando mia moglie se n’era andata lasciandomi ad affogare nelle sabbie mobili della mia professione. Prendemmo l’ascensore e salimmo. Nell’ascensore ci fu un momento d’imbarazzo reciproco – potevo essere suo padre e forse Rebecca pensava la stessa cosa – ma quella sensazione ambigua svanì veloce così come era comparsa. Aprii la porta e dissi: «Eccoci, entra pure. Accomodati. Qui è dove vivo.»

Rebecca si fermò un attimo sulla soglia guardandosi intorno come una gattina curiosa ed esclamò: «Però! Bella la tua casa, mi piace. Profuma di... di piscina. Trasmette sensazioni rilassanti», poi zampettò fino al divano, si tolse il giubbotto e appoggiò la borsetta stile Flower Power sul tavolino.

Le vidi il fondoschiena fasciato dai jeans a vita bassa ondeggiare e il perizoma che giocava a nascondino tra il cardigan, la camicetta bianca, i pantaloni e le sue natiche. Rebecca indossava un paio di scarpe da ginnastica della Converse azzurre. Si mise a osservare le copertine dei libri sulle mensole, facendo qua e là commenti imprevedibili e simpatici. Era molto sensuale. Dannatamente sensuale. Pensai che sarebbe diventata per certo una femmina di razza e da grande avrebbe fatto ammattire qualche povero cristo con quel corpicino fatto bene che possedeva e la sua naturale inclinazione all’infedeltà. Chi avrebbe potuto resisterle? Forse Kevin Spacey in American Beauty, che riesce a fermarsi un secondo prima di denudare la bella amichetta della figlia, di certo non un insegnante frustrato dal lavoro. Continuavo a domandarmi com’era possibile che quella ragazza fosse ancora una quattordicenne. Eppure l’età indicata sulla carta d’identità non lasciava dubbi. Era proprio quel contrasto insolubile tra anagrafe e precocità che mi attraeva in modo irresistibile. Non posso non dichiararlo con onestà: a me Rebecca piaceva fisicamente e tanto, nonostante fosse una quasi quindicenne. Rebecca mi richiamava alla memoria certi film erotici di Tinto Brass, ma senza le esagerate procacità delle attrici scelte dal regista; o Ulisse moribondo soccorso sulla spiaggia da Nausicaa, o la sensazione di una corsa pazza a bordo di un’Alfa Romeo decapottabile lungo la via Aurelia in un caldo giorno d’estate del Ventennio. Rebecca, Reby per gli intimi, ed io lo stavo diventando intimo, eccome se lo stavo diventando, aveva i capelli di un fine rosso naturale. Li portava lunghi e lisci, e spesso se li abbelliva con treccine e code. Il volto era bello, impertinente, assomigliante a una giovane patrizia dell’antica Roma imperiale o a una musa preraffaellita. Gli occhi erano verde chiaro, smeraldini per certe tonalità dell’iride e molto vivaci e maliziosi; le labbra erano sempre inumidite da un sottile velo di rossetto rosa e la pelle era liscia, pallida e candida come solo una quindicenne può ostentare. Le sue mani erano sottili, affusolate e agili. A guardarle generavano cattivi pensieri, per chi pensa che quei pensieri siano cattivi piuttosto che naturali. Notai subito che Reby aveva scelto uno smalto per le unghie perfetto, di colore rosso cupo. La tinta s’intonava con eleganza alla nuance della sua pelle lunare e contribuiva a focalizzare i miei desideri ancora su quegli atti che, per l’appunto, il codice penale italiano definisce abusi sessuali sui minori. Il corpo di quella ragazza infine faceva venire l’acquolina in bocca e un uomo che sia un uomo virile non poteva restare indifferente, come ho già detto. Le parole irresistibile tentazione carnale potrebbero forse rendere l’idea. Avevo il cuore in gola, lo confesso. Tra meno di cinque mesi avrei compiuto quarant’anni, di cui gli ultimi dodici passati a fare il prof d’italiano e storia. Le ragazze dicevano sempre che sono un bell’uomo. In effetti, mi mantengo in forma e appaio lontano dallo stereotipo del prof sfigato e mezzo rincoglionito che ci si immagina o che si vede al cinema. Reby mi disse una volta che assomigliavo a Tom Cruise. Forse esagerava. Però, insomma, ero l’esatto opposto del protagonista del film Auguri Professore, dove l’attore Silvio Orlando interpreta il prototipo dell’insegnante malinconico, bruttino e disilluso, ma che si nobilita con la consapevolezza del valore della cultura e la gratitudine dei ragazzi (quanto ho odiato questi luoghi comuni che sembrano voler giustificare il miserabile stipendio dei docenti italiani!). Dentro di me invece ardeva selvaggio il fuoco dell’insoddisfazione professionale e la consapevolezza di non essere riuscito ad andare più in là di quella cattedra pubblica mi tormentava. Rimaneva il fatto che le ragazze a scuola mi mangiavano con gli occhi e spesso facevano di tutto per provocarmi. E se all’inizio a questa cosa non davo peso o ci scherzavo su, col tempo, trovarmi al centro di quei freschi desideri erotici, divenne motivo di appagamento e stimolo professionale. Sì, avete capito bene: stimolo professionale. In fondo era l’unica bellezza che quel mestiere impegnativo e malpagato mi concedeva. Perché non goderne? Avrei molti aneddoti da raccontare e qualcuno ve lo racconto con piacere, per dare un taglio razionale a questa storia di orchi, abusi, irretimenti e molestie, per rendere la vita difficile alla realtà. La mia intera carriera di prof o, sarebbe meglio dire, il periodo della mia vita trascorso a insegnare – in quanto in Italia gli insegnanti una carriera non ce l’hanno – è stata contrassegnata da un bel po’ di pesanti provocazioni a sfondo sessuale. E se vogliamo concentrarci su quest’aspetto – tralasciando i dogmi di una certa psicologia spalleggiata dal moralismo dilagante di certe persone e avendo il coraggio di affermarlo – sarei stato io che avrei dovuto denunciare qualche ragazzina per molestie e non viceversa. Ma qui voglio solo sostenere che ogni uomo, è ovvio, ha un punto di rottura, così come ce l’ha ogni cosa o essere vivente in questo confuso mondo. Io, il mio definitivo point break, lo raggiunsi una ventina di minuti dopo che Reby s’era seduta sul divano di casa mia e fu un crack annunciato da lontano. Rebecca si mise dunque a sedere sul divano e poi, guidata da un’inspiegabile grazia sublime del tutto femminile, si slacciò le stringhe e si tolse le Converse. Assistetti sorpreso e rapito ai movimenti veloci delle sue dita. Non mi aspettavo che si togliesse le scarpe così in fretta. Mi prese in contropiede, come tutte le teenager con cui avevo avuto a che fare. Vidi le calze a strisce colorate che le coprivano i piedi e sentii i battiti cardiaci aumentare ancora, ma feci finta di niente. Rebecca disse: «Allora, metti su un po’ di musica? Mi offri qualcosa da bere?» Risposi: «Ma certo, qualche preferenza per la musica? Può andare Vodka alla pesca?»

«Sei hai un po’ di House va bene. Sì, ok Vodka alla pesca. La bevo sempre in disco con le mie amiche. Mi piace.»

Andai in cucina domandandole: «E in quale discoteca vai con le tue amiche?»

«Vado al Tornado, di solito al sabato sera.»

«Al Tornado? Ma ti fanno entrare? Non sei un po’ troppo piccola per quella discoteca?»

Rebecca a quella mia ingenua domanda ridacchiò spiegandomi: «Ma lì sono tutte della mia età, basta che sei carina e ti fanno entrare... e poi sapessi cosa succede lì dentro, soprattutto nei bagni...».

Aprii il congelatore e tirai fuori una bottiglia di Keglevich. Preparai due cocktail, non esagerando con il liquore e abbondando con il ghiaccio. Poi infilai una chiavetta usb nel mio stereo, regolai il volume e premetti play. Un sound estivo e privo di ogni preoccupazione iniziò a propagarsi per la stanza. Fuori dalla finestra il grigio sonnolento di quella giornata autunnale non faceva presagire nulla di buono. Porsi il bicchiere a Rebecca e, dopo un veloce brindisi, bevemmo. Non ho mai amato i super alcolici e quindi sorbii solo un piccolo sorso. Rebecca invece finì il drink d’un fiato e poi esclamò:

«Oh, ma non si sente la vodka! Mi sa che ne hai messa troppo poca. Dai, fai il bravo, vai di là a prepararmi un vero cocktail.»

Rimasi sbalordito. Quella sorsata di liquore mi aveva lasciato quasi senza respiro tanto era stata forte. Ma quella ragazza sembrava davvero non sentire l’effetto dell’alcool. Ritornai in cucina e preparai un altro bicchiere. Stavolta versai più vodka. Mentre stavo mescolando il drink, devo confessare che ebbi un attimo d’esitazione. Fu come una sensazione di... di panico, ma non un panico esplosivo e incontrollato, piuttosto una forte paura circostanziata che cercava forse di mettermi in guardia. Mi sorpresi a parlottare tra me: Ma che sto facendo… ha quindici anni questa qui. Vivo in una piccola città di provincia, sono un prof…. Ma quei saggi pensieri - che già altre volte mi avevano protetto - questa volta non ebbero tempo di crescere e vivere, perché furono soppressi, qualche secondo dopo, dalla sensuale voce di Reby che mi chiamava: «Vieni un po’ qui dai, siediti vicino a me.» Uscii dalla cucina con i bicchieri in mano e andai a sedermi vicino a lei, che intanto si era messa a gambe incrociate sul divano e si teneva i piedi con le mani. Reby era molto eccitante. Mi accorsi che si era sbottonata la camicetta. Sotto s’intravedevano due piccoli seni turgidi e sodi che avrebbero indotto in tentazione un monaco trappista. Le porsi il bicchiere. Lei lo bevve d’un fiato, poi lo appoggiò sul tavolino. Dissi: «Dio Rebecca, ma sei sicura? Se tua madre lo viene a sapere, qui finisce male.»

La ragazza mi sorrise e rispose: «Di che ti preoccupi? Siamo solo noi due. Nessuno lo saprà mai, tanto meno quella rompipalle di mia madre.»

«Mah, non so... vedi, sei molto bella, però... però non mi sembra una cosa giusta, non hai neanche quindici anni ed io sono un professore e poi tua mamma è una mia amica…». Rebecca fece un altro indisciplinato sorrisetto e poi mi si avvicinò dandomi un colpetto con la spalla. Allungò una mano e mi accarezzò la guancia. Il contatto con il palmo della sua mano calda e vellutata mi disarmò. Sospirai. Rebecca si avvicinò ancora e mi guardò con quegli occhioni verdi simili al mare della Sardegna in giugno. Il profumo fruttato che emanava il suo corpo annientò ogni mia residua resistenza e non ci fu più nulla di cui preoccuparsi o spaventarsi. Ci baciammo. Il sapore pastoso del rossetto e la fragranza del suo viso adolescente m’instupidirono del tutto. Rebecca era appassionata, molto appassionata. Interruppi il bacio guardandola, le sussurrai: «Reby... baci bene... non posso resisterti, povero me, sono fregato.»

Lei mi diede un bacino sulle labbra e poi mi mordicchiò un orecchio, disse: «E perché mai devi resistermi? So che mi vuoi ed io ti voglio...», poi mi baciò ancora con foga, con desiderio. Sentivo che quella linguetta indisciplinata era un dono che pochi quarantenni potevano godere a quel modo, senza pagare, ma era

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