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Dioniso, l'Ebbrezza di Conoscere Sé Stessi: Telestica, Vol. 2

Dioniso, l'Ebbrezza di Conoscere Sé Stessi: Telestica, Vol. 2

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Dioniso, l'Ebbrezza di Conoscere Sé Stessi: Telestica, Vol. 2

Lunghezza:
236 pagine
3 ore
Pubblicato:
9 giu 2017
ISBN:
9788826451602
Formato:
Libro

Descrizione

Dioniso è una delle divinità più amate dal mondo antico. Creduto morto per molti secoli, rivive in questo studio analitico sul simbolismo dei suoi miti e sulla loro applicazione nella vita psicofisica umana. Il trattato è propedeutico al precedente lavoro sull’argomento - Telos, l’Antica Arte della Felicità - e si pone l’obiettivo di approfondirne i temi e di fornire una base teorica e pratica all’autoanalisi mettendo in luce gli strumenti e le armi per combattere le resistenze inconsce ed individuarle attraverso l’estasi mistica dionisiaca. Non è mai troppo tardi per accogliere l’insegnamento dei simboli mitici e partecipare al corteo festoso del dio.
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9 giu 2017
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9788826451602
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Dioniso, l'Ebbrezza di Conoscere Sé Stessi - Angelus Deorum

Dioniso è una delle divinità più amate dal mondo antico. Creduto morto per molti secoli, rivive in questo studio analitico sul simbolismo dei suoi miti e sulla loro applicazione nella vita psicofisica umana. Il trattato è propedeutico al precedente lavoro sull’argomento - Telos, l’Antica Arte della Felicità - e si pone l’obiettivo di approfondirne i temi e di fornire una base teorica e pratica all’autoanalisi mettendo in luce gli strumenti e le armi per combattere le resistenze inconsce ed individuarle attraverso l’estasi mistica dionisiaca. Non è mai troppo tardi per accogliere l’insegnamento dei simboli mitici e partecipare al corteo festoso del dio.

Angelus Deorum. Storico, filosofo e terapeuta telestico da molti anni si occupa di analisi ed autoanalisi da un punto di vista psicanalitico ed olistico. Dopo una lunga sperimentazione nelle principali branche della medicina alternativa ha concepito un metodo filosofico basato sulla riscoperta del proprio Sé: la Telestica.

Avvertenza Editoriale. Le pagine delle opere citate in nota si riferiscono alle edizioni elencate in Riferimenti Bibliografici.

Ringraziamenti. Mi preme ringraziare coloro che hanno accettato di comparire nel trattato come casi esemplificativi. Inoltre, un doveroso grazie all’impegno dei miei collaboratori e al Circolo del Salotto, baluardo indiscusso della ricerca telestica.

«TELESTICA»

Secondo volume

In copertina: kantharos attico in terracotta a figure rosse attribuito al ceramista Brygos (480 A.E.V), Museo dell’Arte Cicladica, Atene.

«TELESTICA»

Collana di testi e documenti per la pratica telestica

Angelus Deorum

Dioniso

L’Ebbrezza di Conoscere Sé Stessi

Il mito dionisiaco

come strumento di autoanalisi

PROPRIETÀ LETTERARIA PRIVATA.

Prima Edizione.

© 2016 Angelus Deorum Info – angelusdeorum@gmail.com

Riproduzione vietata ai sensi di legge (art. 171 della legge 22 aprile 1941, n. 633) Il diritto di Angelus Deorum si identifica con l’autore dell’opera.

Tutti i diritti sono riservati. È vietata qualsiasi utilizzazione, totale o parziale, dei contenuti inseriti nel presente lavoro, ivi inclusa la memorizzazione, riproduzione, rielaborazione, diffusione o distribuzione dei contenuti stessi mediante qualunque piattaforma tecnologica, supporto o rete telematica, senza previa autorizzazione scritta dell’autore.

Le citazioni di opere effettuate nel presente lavoro hanno l’esclusivo scopo di analisi, spiegazione e ricerca nei limiti stabiliti dall’art. 70 della Legge 633/1941 sul diritto d’autore, e recano menzione della fonte, del titolo delle opere, dei nomi degli autori e degli altri titolari di diritti, qualora tali indicazioni figurino sull’opera riprodotta.

Per eventuali rettifiche, consigli, segnalazioni o informazioni si prega di inviare una e-mail all’indirizzo angelusdeorum@gmail.com

DIONISO.

Ascolta, o beato, figlio di Zeus, Bacco Leneo, dalle due madri, memorabile seme dai molti nomi, demone liberatore, sacro ramoscello dei beati dall’occulta nascita, Evio Bacco, ben allevato, fecondo, che moltiplichi i lieti frutti e fai tremar la terra, Leneo possente, multiforme, rimedio contro gli affanni quando appari ai mortali, sacro fiore, gioia degli umani, amico della quiete, o Epafio dalla bella chioma, liberatore, dal tirso folle, Bromio, Evio, propizio a tutti, mortali ed immortali, ai quali vuoi apparire, ora io ti invoco di venire agli iniziati dolce e fecondo.

A Lisio Leneo

Λυσίου Ληναίου

Inno orfico 50

trad. G. Faggin

«Ma Ares salverà te e Armònia, e ti farà dimorare nella terra dei Beati. Così dico, io, Dioniso, figlio non di padre mortale, ma di Zeus. Se aveste saputo essere saggi allora, quando non avete voluto, adesso vivreste una vita beata e il figlio di Zeus sarebbe vostro alleato».

Euripide, Baccanti, 1339-44

Introduzione

Della divina manìa abbiamo distinto quattro parti con riferimento a quattro dèi: abbiamo attribuito ad Apollo l’ispirazione mantica, a Dioniso la telestica, alle Muse la poetica, e la quarta ad Afrodite ed Eros e abbiamo detto che la manìa amorosa è la migliore.

PLATONE, Fedro, 265b.

PERCHÉ DIONISO? Dioniso è la divinità più complessa e variegata del politeismo greco. Dio immigrato o meglio straniero riuscì nell’ardua impresa di imporsi come una delle divinità più celebrate ed acclamate dell’antichità attraverso un adattamento che lo assurse a guardiano non solo della comunità nella sua versione essoterica ma anche dell’individuo iniziato al percorso esoterico dei suoi Misteri.

Gli studi recenti ne individuano le radici storiche in Tracia, regione che comprendeva la porzione sudorientale della penisola balcanica, il nordest della Grecia, la zona meridionale della Bulgaria e della Turchia. La Tracia, nell’antichità, era considerata una regione impervia e selvaggia, dominio di briganti e malfattori lontani dalla delicatezza civile del mondo greco. Il carattere primitivo del popolo trace era sinonimo di bestialità e grande sdegno veniva riservato alla loro religione caratterizzata da riti e cerimonie selvagge ed immorali. In effetti, il culto dionisiaco presentava caratteri fortemente istintuali che trovano la loro massima espressione nell’estasi orgiastica, decisamente aliena al pensiero ellenico. Senza escludere, poi, la presenza costante dell’alterazione dei sensi attraverso stratagemmi psichici e fisici, mi riferisco ovviamente all’ipnosi rituale favorita dall’uso di cembali e tamburi e dalla somministrazione di bevande alcoliche e allucinogene come il vino. Ad ogni modo, è bene precisare che l’associazione di Dioniso col vino e la vite è probabilmente postuma e legata alla scoperta reale della sua coltivazione e lavorazione. La vite, paradossalmente, non è tipica della regione trace dove invece era più frequente la coltivazione o comunque il consumo di cereali. Eppure Dioniso, fin dall’origine, risulta essere una divinità dell’ebbrezza e dell’estasi indotta. Sono dell’idea che la bevanda dionisiaca originaria fosse un miscuglio di cereali sul tipo della Claviceps purpurea, la nota segale cornuta del Medioevo, notoriamente ricca di alcaloidi velenosi e psicoattivi che agiscono sul sistema nervoso e sulla produzione di serotonina. Non è difficile pensare quali effetti esercitasse durante le cerimonie orgiastiche considerando che la serotonina svolge un ruolo primario nella regolazione del sonno, della temperatura corporea, della sessualità e non per ultimo dell’umore. Un’altra celebre bevanda di siffatta specie e sempre presente in ambito rituale è il Kikeon, la cui composizione esatta è ancora sconosciuta, utilizzato dagli iniziati ai Misteri Eleusini, incentrati sulla figura di Demetra e Kore e composto principalmente da cereali e menta.

Pertanto il vino come strumento di alterazione è da considerarsi un’associazione prettamente greca che al momento della scoperta ben si sposava col carattere trasgressivo di Dioniso e dei suoi riti, appellandosi inconsciamente all’uso delle bevande suddette per similarità di effetti. L’aspetto orgiastico sembra essere, in teoria, un altro enigma presentato dal dio. Come vedremo in seguito, Dioniso intraprenderà – mosso dalla pazzia infusa da Hera – un viaggio attorno al mondo raggiungendo addirittura la Frigia, patria del culto della Grande Madre Cibele, sincretizzata nella greca Rea.

Il culto di Cibele, senza ombra di dubbio, presentava forti elementi orgiastici. Le fonti pervenute lo descrivono come violento e selvaggio, basti pensare che i Coribanti – sacerdoti consacrati alla dea – durante le festività di primavera entravano in uno stato così alterato da tagliuzzarsi o addirittura evirarsi, portando seco una pigna. Ora, la pigna e l’estasi orgiastica sono elementi tipici anche del culto dionisiaco e non è così difficile ammettere un influsso diretto proveniente dai frigi, tenendo in conto inoltre che Cibele riuscì a guarire Dioniso dalla pazzia.

Eppure analizzando con attenzione i costumi dei traci rintracciamo qualcosa di simile nei misteriosi Bessi, una tribù stanziata in Tracia, la cui origine è avvolta nel mistero o almeno nel dimenticatoio della clessidra storica. Se i Bessi sono da ritenersi alla base dell’aspetto orgiastico del culto dionisiaco, allora è semplice intuire che nell’espansione del culto, l’incontro con Cibele sia stato per similarità e non per osmosi.

La premessa vuole dimostrare come le forze istintuali alla base del culto dionisiaco siano pilastri fondanti dell’uomo, ripetibili e presenti in ogni cultura. L’utilizzo di allucinogeni o alteratori di coscienza come il vino hanno l’esclusivo compito di abbassare le difese del controllo mentale e permettere alla parte creativa di fuoriuscire con facilità comunicando in maniera il più possibile chiara. L’estasi è uno stato alterato della mente che accompagna, dagli albori, ogni religione sia di stampo animistico che teologico. Se l’estasi di santi e yogi non è sufficiente a comprendere il concetto, possiamo citare il trasporto estatico degli sciamani, presenti nelle culture primitive. Gli sciamani sono il corrispettivo dei primi traci che conobbero la forza dionisiaca strutturandola in una serie di simboli che prendono potere direttamente dai meandri oscuri dell’inconscio. Dioniso, in tal senso, è la divinità più vicina e partecipe dei flutti rubicondi della nostra esistenza mentale, l’unico in grado di scendere e risalire mantenendo salda la sua unità ed esistenza. Non bisogna cadere nell’errore di pensare che l’aspetto sfrenato ed eccessivo del culto dionisiaco sia un indulgere in atti disdicevoli e contro natura. Nel mito di Licurgo che vedremo in seguito, Dioniso insegna come utilizzare il vino e l’estasi indotta senza cadere nella trappola del vizio e dell’eccesso incontrollato ma utilizzandola esclusivamente come canale per raggiungere e stabilire una consapevolezza inconsapevole riservata agli iniziati al suo culto, gli unici capaci di scendere e risalire l’ancestrale scala dell’Inconscio.

Devo deludere il lettore che leggendo le prime pagine ha creduto che l’opera seguente fosse incentrata sulla celebrazione del vino e dell’estasi. Invero, la teoria e la pratica insegnata in questo trattato non prevede l’utilizzo del vino né dell’orgia, entrambi da considerarsi come simboli per accedere ad una realtà altrimenti impossibile da concettualizzare. La difficoltà non è insita nell’argomento quanto nella sua natura che non riconosce il linguaggio verbale essendo primizia del grande albero dell’Inconscio Collettivo, i cui frutti sono immagini archetipiche comuni ad ogni civiltà.

Il simbolo – dal verbo greco symbállō metto insieme – richiama l’usanza antica di assegnare un contrassegno ad una coppia di candidati, spezzando un legno in due o più parti, che una volta riunito indicava l’appartenenza degli stessi ad una squadra o gruppo. Pertanto, il simbolo non è altro che un frammento, un ostrakon, di un qualcosa di più grande e complesso che una volta riunito al suo simile darà la soluzione del rebus. È tramite il simbolo che l’inconscio invia i suoi messaggi all’individuo e ancora tramite il simbolo l’analista ottiene le chiavi dorate dell’inconscio. Il mito non è altro che un insieme di simboli, una costellazione di immagini inconsce che in apparenza racconta le vicissitudini di un dio in maniera favolistica ma che indirettamente comunica alla parte inconsapevole della nostra mente un messaggio, stimolando le membra intorpidite della psichè personale e collettiva.

Per gli antichi greci, l’anima non era altro che la mente. Il termine per definirla era appunto psychè alla base di termini come psicologia e psichiatria. Il significato è così vasto che non può essere sintetizzato in poche righe ma per dare cagione a quanto detto e persuadere anche i più scettici rievochiamo quanto Platone afferma nel decimo libro delle Leggi: «Ebbene psychè dirige ogni cosa, tutte le realtà celesti, terrestri, marine, grazie ai suoi propri movimenti, i quali hanno un nome: volere, analizzare, avere cura, prender decisioni, giudicare bene e male, provar dolore e gioia, coraggio e paura, odio e amore, e tutti gli altri moti che possono essere assimilati a questi e che costituiscono i movimenti primari, guide di quelli secondari - i moti dei corpi e determinanti in ogni cosa la crescita e la diminuzione, la separazione, e l’unione con quel che ne segue, ossia il caldo e il freddo, il pesante e il leggero, il bianco e il nero, l’aspro e il dolce».1

Si evince con chiarezza che la descrizione della psychè si avvicina se non identifica con la nozione che abbiamo odiernamente di mente. È proprio la mente a generare la gioia e il dolore, a determinare cosa è giusto o sbagliato e a controllare le decisioni e i movimenti. Entriamo così nel nucleo. La filosofia, oggigiorno, non gode di grande considerazione.

L’insegnamento nelle scuole l’ha letteralmente violentata del suo obiettivo primario: fornire uno stile di vita incentrato sul ragionamento che possa permettere il raggiungimento della serenità mentale e quindi fisica, secondo il legame riconosciuto fra mente e corpo. Gli antichi greci conoscevano bene tale legame tanto che l’educazione dei giovani imponeva non solo l’esercizio fisico nelle palestre ma anche quello mentale, per una crescita ed uno sviluppo corretto. L’interesse era rivolto alla comunità, maggiori erano gli individui educati con completezza migliore sarebbe stata la felicità della polis. Con l’avvento dell’alienazione massificante, per dirla con le parole di Adorno, la capacità di ragionare andò via via scomparendo. L’uomo affidò parte della sua libertà mentale a soluzioni preconfezionate, riconosciute impropriamente come scientifiche. Dico impropriamente perché analizzando le informazioni a portata di click o di mano, non è arduo comprendere quanto la qualità sia pilotata e scadente. Senza considerare il dominio degli specialisti, omini vestiti da supereroi che nel momento del bisogno rivelano, in realtà, la loro funzione di antieroi. Così, l’uomo si ritrova impotente dinanzi ad un terrorista invisibile ma reale, privo di armi, nudo e prostrato, servus ad pedes di un sistema autoregolato. Non voglio di certo insinuare che esista un gruppo misterioso di individui che controlla l’umanità da una tavola rotonda di complottistica memoria, il flusso degli eventi è davvero troppo contorto per ipotizzare un’eventualità del genere, tra l’altro smentita da un’equazione matematica. Come il capitalismo, anche l’informazione ha sviluppato una coscienza propria, autonoma, con leggi e regole specifiche, a volte incontrollata ma sempre interagente con la mente comune. Il riconoscimento di un potere convenzionale è la causa unica del collasso sociale, un potere che domina sull’informazione. In tal senso, se l’individuo è incapace di ragionare come può utilizzare il senso critico sulle informazioni in entrata? La risposta è ovvia.

Non può. È incapace. Privandosi del ragionamento è sprofondato nel pantano della nevrosi dove le spire della serpe inconscia lo spingono verso azioni immotivate e meccaniche che seguono mansuete la luminescenza degli apparecchi elettronici accesi. Ancora una volta, devo specificare che il progresso e la tecnologia sono indispensabili e necessari per l’evoluzione psicofisica dell’uomo in quanto accelerano e favoriscono un processo in passato davvero lento ma devono essere utilizzati nella loro funzione di mezzi e non di fini.

Risulta pleonastico ribadire che le nevrosi attuali sono le stesse degli antichi greci, romani, assiri, cinesi, africani e così via. La nostra èra non è più sfortunata delle altre, semplicemente è indietro rispetto all’evoluzione intrinseca della specie. Se i greci hanno raggiunto uno sviluppo spirituale – in senso hegeliano – tale da insegnare tutt’oggi, secondo il concetto dell’evoluzione, nel 2016 avremmo dovuto conquistare le vette dell’Olimpo.

Non è così. Non ancora, forse. Siamo indietro è ovvio ma abbiamo tutto il tempo del mondo.

Questa arretratezza è denunciata dal triplicarsi delle nevrosi e dal numero crescente di individui che non riescono a fronteggiare la guerra inconscia intrapresa dalle tre istanze psichiche: Id, Ego, SuperEgo. In aggiunta, lo smantellamento dell’essenza individuale promossa dall’alienazione ha creato modelli – e non archetipi! – così mutevoli che inseguirli significa assumere un atteggiamento camaleontico e nevrotico che potremmo anche definire più propriamente dissociato. L’ineducazione al ragionamento ha prodotto mostri lovecraftiani ancora legati al culto di un dio-piovra che non promette libertà ma prigionia psicofisica. Da questo culto esecrando non va esclusa alcuna manifestazione influenzante e coercitiva. Il problema non è seguire la moda, comprare l’ultimo smartphone, guardare puntate e puntate di serie tv, rimanere incollati ai social network o vestire come un hipster, il vero problema è l’incapacità a ragionare. Se l’uomo tornasse a ragionare, Facebook diverrebbe automaticamente uno strumento di utilità evolutiva e non di espressione narcisistica.

Ma come possiamo tornare a ragionare? In questo proposito ci viene in aiuto la filosofia. Nel nominarla molti lettori immagineranno tomi pesanti di libri e discorsi noiosi, un’immagine che non corrisponde alla realtà ed è frutto della violenza che la filosofia ha subito dal mondo accademico. La filosofia è innanzitutto pratica della mente, attiva e passiva. Per rendere più agevole la comprensione del concetto facciamo un esempio comprensibile alla maggior parte dei lettori: Socrate.

Socrate, tralasciando la realtà della sua esistenza, propone un metodo efficace e straordinario per riattivare il ragionamento. Convinto che la conoscenza fosse contenuta nei recessi inconsapevoli della psychè e che quindi ogni uomo fosse idoneo a riportarla alla memoria, utilizzò il dialogo per favorire il riemergere della verità eliminando gli ostacoli e le illusioni partorite dall’opinione (doxa). In altre parole Socrate/Platone intuì attraverso il ragionamento che la realtà fosse impregnata di false credenze, di concetti illusori che incatenavano l’uomo nella caverna dell’infelicità

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