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Green and Grey

Green and Grey

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Green and Grey

Lunghezza:
504 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
Jun 12, 2017
ISBN:
9788892663367
Formato:
Libro

Descrizione

E' l'anno 2016, il mondo è stato flagellato da un' Apocalisse che nessuno riesce a spiegarsi. I Protettori sono gli unici che possono difendere i pochi sopravvissuti rimasti da esseri demoniaci che seguono solo l'odore del sangue. Elly e Brute sono i primi a dedicarsi alla protezione del genere umano. Lei, seria e calcolatrice, è alla ricerca di una parte del suo passato che sembra ormai perduta. Lui, entusiasta ed ottimista, spera in un futuro migliore. Legati da una connessione misteriosa e prepotente i due amici hanno l'ingrato compito di gestire un Campo di sopravvissuti, crescere un ragazzino instabile e nel frattempo non rimetterci la pelle.Il tutto immerso in un mondo ormai fermo ad un anno prima, colmo di interrogativi e di un silenzio che annienta.

Green and Grey è il primo libro della Green and Grey Saga, potete trovare aggiornamenti e info ulteriori sulla pagina ufficiale di Facebook "Green and Grey Saga.
Editore:
Pubblicato:
Jun 12, 2017
ISBN:
9788892663367
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Green and Grey - Elena Croci

Self-Publishing

Tutti i miei numeri dispari

Brute

Gli anni dispari non mi sono mai piaciuti.

Mi hanno rotto il naso il 5 settembre del 2007, mio nonno è morto il 19 luglio 2011, e mi sono fatto fregare la moto il 3 gennaio 2013. Devo dire altro? Quindi non mi è mai sembrato strano che il mondo come lo conosciamo sia finito proprio il 13 maggio del 2015.

Elly mi snobba quando le rifilo questi discorsi, ma io sono certo che i numeri abbiano qualcosa a che fare con tutte queste sfighe. I numeri esistono perché li abbiamo creati noi, mi aveva detto una volta. Quello che abbiamo definito dispari potrebbe essere benissimo pari o non esistere del tutto quindi non dire fesserie. La complessità della frase mi aveva convinto a tacere e lasciarla cuocere nel suo brodino di falso realismo in cui sguazza da mesi.

Beh, questa volta era il 14 aprile 2016 ed ero decisamente più ottimista sulla riuscita della giornata. Stavamo correndo come diavoli sull'autostrada E35, che collegava la Germania alla Svizzera, zigzagando tra le auto abbandonate, il sole era all'altezza giusta per farmi venire un grande mal di testa, proprio dritto di fronte a noi. Ricordo che nella vita precedente, come mi piaceva chiamarla, odiavo guidare poco prima del tramonto proprio per quella ragione. In questa di vita invece detestavo correre e la mia resistenza cominciava a venire meno.

«Elly, ci fermiamo un attimo per favore?»

Ci impieghò qualche secondo, ma la vidi diminuire la velocità fino a fermarsi. Mi guardò con disappunto mentre cadevo esausto per terra, cercando di ristabilire un battito cardiaco decente.

«Di questo passo arriveremo al Campo dopo il tramonto,» brontolò. «Sai che odio viaggiare con il buio.»

«Se non mi riposo dovrai viaggiare al buio e con il mio cadavere sulle spalle, decidi tu.»

Rassegnata si lasciò cadere seduta di fianco a me, con il suo solito cipiglio insondabile dipinto in viso. Solo lei poteva definire viaggiare correre come dei disgraziati per evitare di essere fatti a pezzi, ma decisi di non farglielo notare. Ogni respiro era prezioso e sapevo che non mi sarebbero state concesse altre pause fino al Campo. Eravamo parecchio a Nord questa volta, molto più di dove avessimo immaginato di arrivare quando eravamo partiti alle prime luci dell'alba ed era essenziale tornare in terreno sicuro prima che facesse buio. Minore era la visibilità più erano le possibilità di trovare sorprese spiacevoli o perdersi. A dirla tutta né io né Elly avevamo un grande senso dell'orientamento.

«Se deviamo sul percorso d'andata secondo me facciamo prima.»

La vidi subito crucciarsi. Allontanarsi dalle strade conosciute era sempre un azzardo, ma sapevamo entrambi che era una soluzione preferibile ad essere in giro dopo il tramonto. Si alzò e si sgranchì sulle quattro zampe, poi mi fece cenno con la testa di seguirla, segno che, sebbene non entusiasta, concordava con me. Ricominciammo la nostra corsa frenetica, con Elly che di tanto in tanto rallentava per non lasciarmi troppo indietro. La velocità non era mai stata il mio forte purtroppo e la resistenza ancora meno, ma non c'era molto spazio per le attitudini personali in quel periodo. Non c’era spazio per niente di buono in quel periodo.

Fu un paio di centinaio di chilometri ad est che la nostra corsa si arrestò improvvisamente, quando i nostri sensi furono colpiti da un odore fin troppo familiare. Ci fermammo spalla a spalla, immobili persino nel respiro. Davanti ai nostri occhi si stagliava un immenso campo che forse un tempo aveva ospitato distese di grano dorato, ma ormai non ve ne era più traccia. Le spighe erano state sostituite da erbaccia che cresceva irregolare ovunque e il paesaggio era macchiato di amaranto. Non era difficile indovinare cosa avesse reso il terreno di quel colore e il mio stomaco diede un brusco brontolio di protesta mentre affinavo i sensi e cercavo di captare il più possibile dall'odore dell'aria. Uno direbbe che ormai avrei dovuto farci l'abitudine, Elly di fianco a me per esempio stava annusando l'aria intorno a noi senza nessun fremito sul viso. Invece ancora adesso, dopo mesi in cui di fatto non avevo avuto a che fare con altro, la vista e l'odore del sangue mi disturbavano profondamente. In quel posto doveva esserci stato un vero e proprio massacro, ed anche piuttosto recente. Ai confini del campo di grano, quasi fuori dalla nostra visuale, si intravedevano una grossa costruzione rossa che poteva essere un granaio ed un piccolo villaggio.

«Dobbiamo andarcene di qui, e alla svelta», sussurrai mentre scrutavo con apprensione l'orizzonte. In genere non venivamo mai attaccati senza un motivo, ma la ferita che si era procurata Elly poco prima non si era ancora rimarginata e temevo che l'odore del sangue Li avrebbe attirati. Non era il caso di scoprilo. Era la nostra politica, mai rischiare più del dovuto.

«Non controlliamo che ci siano superstiti?»

Elly tendeva spesso ad ignorarle, le nostre politiche. Nei momenti peggiori, tra l'altro.

«NO, noi adesso ce ne torniamo al Campo e se vuoi torniamo domani, con la luce del giorno.»

Non sembrava per niente convinta e potevo avvertire la tensione nei suoi muscoli, pronti a scattare in avanti, ma questa volta non mi avrebbe convinto.

«Elena», le intimai, ogni traccia di pazienza scomparsa dal mio tono. «Non sto scherzando, è un maledetto suicidio e lo sai anche tu. Torniamo a casa.»

L'uso del suo nome completo le suggerì che non era il momento di tirare la corda, mi fissò per un lungo secondo, poi voltò le spalle al paesaggio insanguinato di fronte a noi e riprese la sua corsa nella direzione opposta. Da un lato la capivo, era questo il motivo per cui eravamo partiti in primo luogo, cercare sopravvissuti. Ed era chiaro che più tempo passava meno erano le possibilità che trovassimo qualcuno, ma io alla pelle ci tenevo. Di solito tra i due ero io quello che perdeva la testa più facilmente ed era ad Elly che spettava il compito di rimettermi in riga. Poi c'erano occasioni come quella in cui l'ingrata incombenza cadeva sulle mie spalle, quindi ricorrevo a mezzi discutibili come usare il suo nome, oppure minacciare di lasciarla da sola, come si fa con i bambini capricciosi al supermercato. Elly era terrorizzata dall'idea di non trovare altri sopravvissuti ed era questo che le faceva perdere giusta prospettiva. Non facevamo altro in quei giorni, ma alla fine tornavamo sempre al Campo sanguinanti e delusi. Quel giorno era andata abbastanza bene in paragone a quelli precedenti, se escludiamo un simpatico pezzo del braccio di Elly che era rimasto in Germania. Volevo concludere in bellezza ed evitare di farmi ammazzare a pochi chilometri da casa.

Quando finalmente ci accolse la frontiera italiana tirai un sospiro di sollievo, solo dieci minuti mi separavano da cibo, acqua, bagno e forse un dannato letto. Rallentammo con l'avvicinarsi del Campo, il rumore della nostra corsa poteva benissimo essere confuso con quello di qualcos'altro, soprattutto al tramonto, quando la visibilità cominciava ad essere ridotta. Ghignai non appena la sagoma di Kayla fu riconoscibile ed accelerai il passo, per raggiungere la ragazza che ci attendeva all'entrata della nostra zona sicura.

«Per un attimo ho pensato che saremmo dovuti venire a recuperare le vostre carcasse in Germania», mi disse laconica l’americana mentre tornavo umano.

«Mi spiace deluderti Raggio di Sole, ma siamo sani e salvi. E sto morendo di fame, dove trovo del cibo?»

«Ti sembro la tua serva? Vattene a casa tua e preparati qualcosa, imbecille.»

Ah, la finezza fatta donna.

«Lascialo perdere Kayla», le disse Elly superandoci. «L’orsacchiotto è stanco, l'ho fatto correre troppo.»

Poteva farla tanto lunga, ma sapevo che era stanca quanto me e dal rumore che avevo sentito provenire dal suo stomaco almeno un paio di volte, ero certo che stesse morendo di fame. Avvolsi un braccio intorno alle spalle della mia compagna di viaggio ed insieme ci addentrammo nelle vie del Campo, salutando chi incontravamo per la strada.

«Vieni da me?»

Non che avessi bisogno di chiederlo, finivamo sempre le serate insieme. Lei scrollò le spalle e mi seguì senza dire una parola fino al mio appartamento. Mi lasciai cadere teatralmente a faccia in giù sul divano mentre Elly si dirigeva in cucina per preparare qualcosa di decente da mangiare.

«Brute, non c'è niente nella tua dispensa!»

«Sono tre giorni che viaggiamo senza sosta, cosa ti aspetti di trovare? Le ultime due cene le abbiamo scroccate a Tom…», grugnii contro il cuscino del divano. Sentii un imprecazione in italiano, rumore di stoviglie spostate e vari oggetti che cadevano a terra. Dopo dieci minuti emerse con due ciotole di riso bianco e due lattine di tonno in scatola, posò tutto sul tavolo e mi guardò in attesa.

«Dove hai trovato il riso?», le chiesi conoscendo già la risposta.

«Deve averlo lasciato Kayla nel pomeriggio.»

Alzai le sopracciglia scettico. Kayla non era tipo da gesti gentili o premurosi, ero certo che c'entrasse qualcun altro, ma non osai aprire bocca sull'argomento. Come già accennato volevo finire la giornata senza danni. Mangiammo in silenzio e con una certa fretta, poi Elly si fiondò in bagno battendomi sul tempo per concedersi una doccia. Fortunatamente non era una di quelle ragazze che sprecano in bagno le ore, oppure avrei dovuto dire addio all’acqua calda e accontentarmi del getto gelido, cosa che facevo puntualmente quando avevo amichette a casa. Le riserve d'acqua calda erano limitate, se dosate a sufficienza c'era spazio al massimo per due docce veloci al giorno. Mi alzai ad accendere le candele sparse per la stanza. Persino l'elettricità era diventata un dannato lusso da quelle parti, veniva usata solo per casi di estremo bisogno. O per caricare clandestinamente il mio lettore MP3 e la mia console di videogiochi portatile

«Molto romantico», commentò Elly apparendo dietro le mie spalle. «Se non ti conoscessi bene direi che stai cercando di fare colpo.»

Si stava asciugando i capelli bruni con un asciugamano, e mi guardava con aria di scherno. Ricambiai con un ghigno divertito. «Non tentarmi tesoro.»

In realtà sarebbe stato più facile provare a sedurre la sedia su cui era posato il mio deretano, ma quella era un’altra storia.

«Io comincio ad andare a letto se non ti dispiace.»

«Okay, tra poco ti raggiungo.»

La guardai sparire verso la mia camera da letto e con un sospiro mi rifugiai in bagno per godermi la doccia. Tutte le finestre del mio appartamento e quello di Elly, che viveva sotto di me, erano rivolte verso il corso d’acqua che passava nel bel mezzo del Campo. Aprii la finestra e scrutai l'oscurità. C'era un motivo per cui abitavamo lì, era l'ultima casa prima del confine del Campo, da quelle finestre riuscivamo a vedere cosa si celava oltre. Ed eccoli, come ogni notte, quei maledetti occhi bianchi che brillavano nel buio. Non si sentiva il minimo rumore provenire dalla strada sottostante, se ne stavano nell'ombra, pronti a seminare terrore se qualche sfortunato si fosse avventurato dalla parte sbagliata, ma troppo codardi per uscire allo scoperto, soprattutto da quando avevano capito con chi avevano a che fare. Ringhiai verso l'oscurità, guadagnandomi altrettanti ruggiti di sfida, poi chiusi la finestra e mi gettai sotto il getto della doccia, nella speranza che aiutasse a dissolvere un po' di quel freddo che mi attanagliava il petto ogni volta che il mio sguardo incrociava il Loro. Erano passati undici mesi da quando era cominciato quell’inferno, undici dannatissimi mesi da quando per la prima volta avevo incontrato gli occhi bianchi, pallidi, senza anima di chi aveva decimato la nostra gente, da quando tutte le persone care mi erano state strappate via, undici mesi di sangue. Eravamo rimasti in pochi e, sebbene cercassimo di trovare un po' di normalità nelle nostre giornate, ognuno di noi aveva delle cicatrici e dei traumi dai quali difficilmente ci saremmo mai ripresi del tutto. La mia vita precedente sembrava così lontana a volte da farmi chiedere se fossi mai stato normale, se fosse mai esistito qualcosa oltre a quell’incubo che stavamo vivendo. Scrollai la testa sotto il getto dell'acqua e cominciai a contare i tasselli che componevano il mosaico della doccia, fino a quando la mia mente fu vuota da tutto quello che riguardava la mia patetica nuova esistenza.

Quando uscii dal bagno e mi diressi verso la mia camera trovai Elly raggomitolata in silenzio nel letto, con gli occhi spalancati e colmi di angoscia. Me lo aspettavo, sentivo il suo dolore sulla pelle, come sempre. La raggiunsi sotto le coperte e la abbracciai da dietro, visto che mi dava la schiena.

«Cerca di riposare Piccola», bisbigliai stringendola a me.

«Mi manca», sussurrò con voce rotta e sentii stringersi il nodo che avevo in gola.

«Lo so, ma cerca di dormire, ne abbiamo bisogno». Le posai un bacio leggero sulla tempia. «Cercheremo ancora, te lo prometto.»

Non rispose e dopo un po' la sentii rilassarsi nel mio abbraccio, cullata dalle mie carezze. Solo quando fui certo che si fosse davvero addormentata mi lasciai andare a mia volta, accompagnato dai battiti del suo cuore contro la guancia.

«Brute, io esco.»

«Umpf...»

Odiavo quella ragazza, davvero.

«Vai dove ti pare, perchè diavolo mi svegli?»

«Stavi urlando nel sonno.»

«Ah.»

Già, lo facevo sempre quando Elly non era a letto con me. Altro piacevole strascico dei miei traumi emotivi.

«Vado a controllare il registro degli ultimi tre giorni, non ho ancora avuto tempo di chiedere niente a nessuno.»

Chissà poi che cosa diamine sperava di trovare su quei dannati registri, a parte brutte notizie. Non avevamo nuovi ingressi da due settimane e lei lo sapeva, considerando che eravamo noi due in genere a trovare sopravvissuti. Era raro che si imbattessero in noi casualmente perché il Campo era talmente circondato in continuazione, grazie alla forte concentrazione di esseri umani, che sarebbe stato impossibile per chiunque raggiungerlo senza farsi fare a pezzetti.

«Io me la prendo comoda se non ti dispiace», biascicai contro il cuscino. «Ci vediamo al centro più tardi?»

«Sì, fai con calma. Oggi preferirei stare tranquilla, il braccio mi fa ancora male... ci vediamo dopo.»

La guardai sorpreso mentre usciva dalla stanza. Il morso che aveva preso il giorno prima doveva averla lasciata più dolorante di quanto non avesse fatto intendere, oppure ero certo che mi avrebbe trascinato a controllare quel dannato campo alle prime luci dell'alba. Non mi aveva mostrato la sua ferita la sera prima, quello che sembrava trascurabile quando eravamo trasformati in realtà sulla pelle umana poteva avere effetti devastanti. Quelle dannate magliette a maniche lunghe che si ostinava a mettere anche con quindici gradi poi non facilitavano il compito di tenere sotto controllo le varie ferite che si guadagnava ogni due minuti. Mi feci una nota mentale di controllare più tardi. Nel frattempo me la presi davvero con calma, doccia gelata, colazione e poi con tutta la flemma possibile mi infilai le mani in tasca ed imboccai il viale che portava al centro del Campo. La mattina era mediterranea, calda e ventosa, amavo quelle giornate, soprattutto se non dovevo andare in giro a beccarmi morsi e a lottare per la pellaccia.

«Brute, togliti quella stupida faccia da vacanza , non è proprio il caso.»

Eccola, la finezza incarnata. Kayla era davanti a me, bronzea e perfetta, e mi guardava con un' aria da tedio da manuale. Era bellissima, nessun dubbio. Alta, con una carnagione dorata da fare invidia a qualsiasi modella, gli occhi d'ambra e i capelli lisci castani che le cadevano dietro le spalle e delle curve da far girare la testa. La mia donna ideale, esotica e formosa. Ma come carattere non c'eravamo proprio, era schiva, critica, cinica e fredda come il ghiaccio. Il contrario di quello che una ragazza della California dovrebbe essere, insomma.

«Come vuoi tesoro, vedo che sei di buon umore anche questa mattina», osservai con uno sorriso smagliante. «Immagino che tu sia diretta verso il centro, posso accompagnarti? »

L'americana non mi prestò nemmeno mezzo sguardo mentre si dirigeva a passo spedito verso il centro e fece davvero del suo meglio per ignorarmi per tutta la strada, ma ormai c'ero così abituato da trovare divertente quel suo carattere scontroso. Ed attraente.

«Sai», commentai pensieroso. «Non capisco come tu possa essere sempre così antipatica nei confronti di un uomo bello come me.»

«É commovente la stima che hai di te stesso, davvero, ma con me la tattica del bello impossibile non funziona. Provaci con una delle sciacquette che ti porti a letto ogni sera.»

Il suo tono piccato mi fece sorridere, che esagerazione! Forse ogni tanto avevo qualche amichetta che mi allietava le serate, ma non erano sciacquette e soprattutto non era un avvenimento così frequente.

«Gelosa Raggio di Sole?»

Non mi degnò della benché minima risposta e la sua attenzione fu catturata dalla solita agitazione del mattino in centro. La piazza davanti alla chiesa era gremita di persone che si dividevano in vari gruppi per la giornata. Alzai la mano in risposta ai numerosi saluti che mi arrivavano dalla gente, era facile essere popolare quando avevi salvato la pelle a tre quarti dei presenti. Raggiungemmo insieme gli uffici al piano terra della palazzina di fianco alla chiesa e bussai all'ultima porta in fondo al corridoio, dove si trovata l'ufficio di Elly.

«Avanti.»

Era seduta alla scrivania e scribacchiava qualcosa su un quaderno più grande di lei. «State già litigando di primo mattino?», ci chiese leggendo il mio stato d’animo.

Kayla sbuffò. «Non è colpa mia se questo qui sa fare solo l’idiota.»

«E non è colpa mia se lei é nata con una scopa infilata su per il sedere.»

«Vaffanculo Brute.»

«Oh, ma che linguaggio da principessina.»

Elly si schiarì la voce. «Siete venuti nel mio ufficio per litigare o avete bisogno di qualcosa?»

«Io volevo solo avvisarti che dovrete recuperare dell'acqua in settimana, stanno finendo le scorte.»

«Grazie», le rispose. «Ce ne occuperemo il prima possibile.»

«Bene, allora vado. A dopo.»

Fece per uscire impettita ed io non riuscii a trattenermi. «Ciao Raggio di Sole.»

Si fermò sulla soglia e mi lanciò un occhiataccia, poi uscì sbattendo la porta con violenza.

Rimasti soli Elly mi guardò con il sopracciglio inarcato. «Perché non le chiedi semplicemente di passare la notte con te?», mi chiese curiosa. «Non mi sembra che tu abbia problemi a farlo con le altre.»

«Kayla non è tipo da incontri casuali. Ed io non sono sicuro di volere altre relazioni fisse al momento, tu basti e avanzi.»

«Noi non abbiamo una relazione Brute.»

«Ci svegliamo insieme, lavoriamo insieme, mangiamo insieme, passiamo il tempo libero insieme e poi andiamo a letto insieme, non è una relazione questa?»

Cancellò furiosamente qualcosa dal foglio su cui stava scrivendo poco prima. «Sai cosa intendo. Una relazione vera.»

«Abbiamo cose più importanti a cui pensare al momento, non ho tempo di stare dietro ad una femmina isterica.»

Stavo mentendo, erano mesi ormai che cercavo di conquistare il cuore dell’americana, ma mi resisteva e la cosa mi irritava a morte. Era raro, rarissimo che io non ottenessi quello che volevo con le donne, quindi facevo finta di non volermi impegnare per conservare un po' di dignità. Non che ad Elly potessi darla a bere, ma non indagò oltre e si alzò dalla sedia con una smorfia di dolore.

«Ti sei presa un bel morso stavolta.»

Non era tipo da lamentarsi, anzi. Ricordo ancora di quella volta in cui non mi comunicò di avere la tibia frantumata in otto punti fino a quando non le feci notare che sembrava pallida.

«Mi fai vedere Piccola?»

Non era un bello spettacolo. Era come se qualcuno le avesse chiuso il braccio in una trappola per orsi, la pelle era livida e gonfia intorno alla lacerazione. Era da qualche tempo che uno di noi due non si faceva così male.

«Non mi piace per niente, ora ti porto in infermeria.»

«Non voglio andarci. Ho avuto di peggio, domani sarò in piena forma.»

Quando stavi a contatto con Elly tanto quanto ci stavo io ti rendevi conto che c'erano dei limiti che era totalmente inutile cercare di superare, a meno di non volerci litigare sul serio.

«Come ti pare. Se ti cade il braccio però sono affari tuoi.»

Lei roteò gli occhi sarcastica. «Succederà di certo.»

«Non si sa mai con te.» Lo sguardo mi cadde sui raccoglitori aperti sulla scrivania. «Ma dobbiamo stare qua tutto il giorno con queste inutili scartoffie? Poi mi annoio», mi lagnai.

«Smettila di fare il marmocchio, per una volta che possiamo evitare di rischiare il collo... e poi sono indietro con quelle che tu chiami scartoffie. Sai che voglio essere aggiornata…»

Mi avvicinai con molta cautela e le posai una mano sulla spalla. «Non c'è nessuna entrata sulla lista Kayla ce l'avrebbe…»

«Lo so», mi interruppe secca.

Odiavo che si facesse false speranze, lo odiavo davvero. E vederla precipitarsi a controllare i registri ogni volta che stavamo via cominciava a diventare patetico.

«E’ una bella giornata, andiamo a prendere un po' di sole.»

«Sei gentile Brute, ma non ho voglia. Non riesco mai a rilassarmi, va a finire sempre nella stessa maniera e tu ti rovini la giornata.»

Era peggio di parlare ad una lastra di granito.

«Vado a farmi una passeggiata. Quando torno pretendo di trovarti pronta per una giornata di relax.»

«Gut. Schönen Tag noch», mi salutò nella mia lingua madre.

«E' meglio che parli italiano Piccola, credimi. E la tua pronuncia fa schifo.»

Mi concesse un ghigno e mi fece segno di uscire, senza staccare gli occhi dai suoi preziosi fogli. La giornata, constatai, era davvero splendida, il sole luccicava nella sua gloria mattutina e il cielo era di un blu talmente intenso da farti illudere di poterlo toccare. Sicuramente era stato uno dei pochi lati positivi di tutta la faccenda, l'aria era pulita, senza l’uomo che la impestava con inquinamento e diavolerie varie. Attraversai di nuovo la piazza, ormai deserta; quando Elly aveva suggerito di stabilirci nel quartiere di Milano dove era cresciuta non mi era sembrata una buona idea, io avrei preferito la più ordinata Germania e mi era stato insegnato che tutto ciò che era italiano era caos. Nato e cresciuto da genitori biondi e tedeschi, ero in realtà decisamente poco nordico di carattere. Mio padre e mia madre erano state persone fredde e serie, come del resto le mie sorelle, io invece ero sempre stato un italiano mancato, come mi aveva etichettato più volte Elly. Mi piaceva fare rumore, fare ridere la gente, combinare guai e spesso ero stato l’imbarazzo dei miei genitori per queste mie caratteristiche. Mio padre era solito dirmi che avevo preso tutto da quel pazzo di mio bisnonno materno, che aveva passato il periodo delle grandi guerre ad allevare tartarughe nelle campagne tedesche e raccontare barzellette per tenere su di morale i soldati che facevano tappa da quelle parti. Forse la cosa avrebbe dovuto offendermi, ma era di certo meglio essere paragonato a lui piuttosto che al mio bisnonno paterno, che aveva passato la seconda guerra mondiale a sparare in testa alla gente nei campi di concentramento. Insomma, nonostante le mie origini nordiche tutto sommato mi sentivo piuttosto a mio agio in mezzo a quel branco di italiani rumorosi e mi ero abituato velocemente a vivere lì.

«Brute!»

Alex, un simpatico ragazzo italiano, mi stava salutando in modo entusiasta. In sua compagnia c'era qualcun'altro che, appena riconobbi, mi scatenò un ghigno compiaciuto. Mi sarei di certo divertito quel giorno.

«Ciao Alex, cosa fai ancora qui?», gli chiesi avvicinandomi.

«Sono di riposo oggi. Tu non sei in giro come al solito?»

«Nah, oggi siamo di riposo anche noi. O almeno, lo saremmo se la nanetta non avesse messo radici in ufficio. Magari potremmo riuscire a convincerla ad uscire se mi date una mano…» Il mio sguardo cadde sul ragazzo che accompagnava Alex. «Liam, amico mio non ti avevo visto!», esclamai senza ritegno. «Cosa dici, vuoi venire con noi a perdere tempo? In tre la convinciamo di sicuro!»

«Ehm... non so se è il caso... Elly si arrabbia parecchio quando viene disturbata.. e poi c'è l' infermeria...»

«C'è Mallings oggi, sono passato prima. Dai vieni con noi, ci facciamo una risata!»

Non aveva proprio la faccia di uno che andava a divertirsi, ma io ero annoiato... Rivolse gli occhi azzurri verso il cielo in un atto di preghiera e ci seguì con il capo bruno chino. William O'Connely, meglio conosciuto come Liam, era uno dei due medici del Campo, il più giovane. Quando era scoppiato il putiferio si trovava a Milano per una convention sulla medicina con Charles Mallings, il responsabile dell’ospedale per il quale lavoravano a Cork. Trovarli era stato un vero e proprio colpo di fortuna, avevano salvato decine di vite nell’ultimo anno, compresa la mia e quella di Elly in almeno un paio di occasioni. Liam era ancora alle prime armi, ma con i tempi che correvano non era il caso di fare troppo gli schizzinosi. Ah, ed era innamorato PERSO di Elly, il che rendeva la faccenda eternamente divertente (per me almeno). Guardare come si relazionavano tra di loro era uno dei mie hobby preferiti nelle giornate tranquille.

«Come mai siete di riposo oggi?», mi chiese mentre ci dirigevamo verso l’ufficio.

«Elly è stata ferita al braccio ieri. Non era nelle condizioni di viaggiare.»

«Non l’ho vista in infermeria...come è successo?»

«Non c’è voluta venire, ci hanno attaccato al confine con la Germania, erano in otto e ce l’ abbiamo fatta per un pelo. Beh, in tutta onestà un pezzo del suo braccio non ce l'ha fatta, così impara a voler andare in missione con le ferite ancora aperte.»

Liam sbiancò in modo comico.

«Sereno amico, sta bene, ha avuto di peggio...»

Avrei forse dovuto sentirmi in colpa, era chiaro che il ragazzo era davvero preoccupato, ma c'erano così poche possibilità si svago in quel dannato posto... Quando arrivammo davanti alla porta dell’ufficio di Elly bussai forte apposta per irritarla.

«Entra idiota.»

Entrai tutto un sorriso, tirandomi dietro i due compagni di sventura. Necessitai di tutto l'autocontrollo che possedevo per non scoppiarle a ridere in faccia quando vide entrare Liam. Sgranò gli occhi e diventò di un adorabile colore corallo, poi mi sganciò una di quelle sue occhiate simpatiche, da omicidio.

«Ciao ragazzi.»

Alex rispose al saluto e Liam le scoccó un sorriso sgargiante, che pero andò perso nel vuoto visto che Elly era occupata a fissarsi le scarpe come se fossero la cosa più interessante del mondo.

«Pronta per il giro?»

Mi guardò in cagnesco, come si guarda un insetto, o qualcosa di molto fastidioso. «Dove diamine vuoi andare?»

«Non saprei, andiamo ai campi a prendere in giro chi lavora?»

Elly non sembrava entusiasta. In effetti non era la scelta di intrattenimento primaria, se fossimo stati soli ne avremmo approfittato per qualche scampagnata, ma con Liam ed Alex non c'erano molte alternative.

«Brute mi ha detto che sei ferita... posso dare un' occhiata?», le chiese Liam e lei mi rifilò un’altra occhiata raggelante.

«Non è niente di grave, non ne vale davvero la pena», rispose scrollando le spalle.

Liam prese coraggio tutto all'improvviso, anche se il colore del suo volto tendeva lievemente al verdastro. «Fa decidere al dottore se ne vale o meno la pena.»

Elly sospirò, poi diede un acccenno con la testa. «Come ti pare.»

Avevo sentito bene? Si era davvero fatta convincere con cosi poco? Dovevo cominciare a portarmi dietro il dottore in missione, mi sarei risparmiato un sacco di fatica! Liam si avvicinò con una certa reverenza e le scostò la manica della maglia. Lo vidi sbiancare di nuovo, poi diventare paonazzo. «Ma io dico, ti sei vista il braccio? Hai bisogno di antibiotici, e subito!»

La sua veemenza mi sorprese, e sorprese anche lei perché per un paio di secondi non disse niente, si limitò a guardarlo inebetita. La pace purtroppo duro poco. «Sto benissimo grazie», rispose in modo dignitoso, rimettendosi a posto la maglietta. «É già migliorato da ieri.»

«Hai bisogno di antibiotici. Sai cosa vuol dire quando il braccio diventa viola?»

«Che sta guarendo?»

«Che rischi di perderlo se l'infezione di espande!»

«Sai quanti arti avrei perso se fosse davvero cosi?», ridacchiò Elly. «Non mi servono antibiotici, guarisco in fretta e lo sai anche tu. Le medicine non vanno sprecate.»

«Io non sono d'accordo, secondo me hai un infezione in atto», provò ad insistere Liam, ma alla fine si arrese. «D'altra parte la pelle è tua.»

«Già, infatti», commentò lei lapidaria, poi chiuse libri e quaderni in un cassetto e ci fece cenno di uscire. Finalmente. La vidi inspirare a pieni polmoni l'aria del mattino, poi si girò verso di me e ghignò. «Allora, andiamo?»

Ricambiai il sorriso. «Chi arriva ultimo fa il bucato per tutta settimana prossima.»

Sfida. Era l'unica cosa che riusciva ad accendere il suo interesse, le lessi negli occhi la mia stessa eccitazione.

«Brute, dettaglio insignificante», mi disse facendo cenno con la testa verso i due ragazzi che erano con noi. Mi ero completamente dimenticato di avere compagnia, quando ero con Elly era così, tornavo marmocchio.

«Scusate ragazzi. Questo riposo mi da alla testa...»

«Se volete andare senza di noi non importa.»

«Non dire stupidaggini Liam, vi ho portati dietro apposta», gli risposi. «Signori posizionatevi tra di noi, bitte. Non fate movimenti improvvisi e non allontanatevi.»

Elly scosse la testa alla mia imitazione da hostess e si mise di fianco a Alex mentre io mi affiancavo a Liam. Eravamo nei confini, ma per noi ormai era istintivo e naturale proteggere quelle persone, anche quando non ce n’era il minimo bisogno. Dei dannati Santi, eravamo diventati.

«Domani che fate? Andate in giro?», ci chiese Alex.

«Sì, dobbiamo controllare un posto che abbiamo incrociato per caso sulla via del ritorno». Ripensai al campo insanguinato del giorno prima con un brivido. «Non speriamo in sopravvissuti a dire il vero, ma vale la pena fare un tentativo.»

«È da parecchio che non abbiamo nuove entrate», osservò Liam. «Dite che c'è ancora speranza di trovare altre persone vive?»

«Ne siamo convinti, il problema è scovarle.»

L'ultimo poveraccio che avevamo trovato era un ragazzo indiano che ancora adesso, a distanza di tre settimane, non aveva spiaccicato parola. Fissava il soffitto completamente traumatizzato e si muoveva solo per mangiare e andare in bagno. Come da iter gli era stato dato un appartamento nei confini, ma dopo qualche giorno i dottori si erano resi conto che non era in grado di badare a se stesso, quindi ormai viveva in infermeria in modo definitivo.

«Certo che si nascondono bene, se riescono ad ingannare sia voi che loro», commentò Liam. Lo sapevamo bene io ed Elly, che eravamo gli addetti al recupero sopravvissuti. Negli ultimi tempi i ritrovamenti erano calati molto, il nostro girovagare stava diventando sempre di più uno spreco di energie, avremmo avuto bisogno di più risorse per coprire più territorio, ma gli altri erano impegnati in compiti altrettanto importanti. Kayla e suo fratello Tom dirigevano al meglio il Campo e Rick e Nick accompagnavano la gente al lavoro la mattina e stavano con loro fino all’ora di ritornare a casa. Di notte ci davamo il turno per fare da guardia, anche se raramente ne avevamo avuto davvero bisogno negli ultimi mesi, dove c’eravamo noi, Loro non c’erano. Probabilmente le lezioni impartite loro in questi mesi erano servite a qualcosa.

«Li troveremo. Ed ora state sereni e godetevi la bella giornata», consigliai loro, deciso a non farmi rovinare il primo giorno libero in due settimane. Arrivammo ai campi e salutammo con la mano Nick e Rick. Il problema più pressante era stato il cibo, fin dall’inizio. Avevamo a disposizione parecchi supermercati nella zona dai quali attingere per beni in scatola ed acqua potabile, ma servivano prodotti freschi. Con l’aiuto di un paio di persone che avevano lavorato in campagna avevamo cominciato già dall’estate precedente un sistema rotatorio di coltivazione di cereali essenziali, alberi da frutta ed orti. Un lavoro che l'energico Rick e il paziente Nick svolgevano in modo eccellente, per fortuna. Per quanto fosse importante era una noia mortale vedere con quanta lentezza crescesse il cibo e la vita di campagna proprio non faceva per me, avevo troppa poca pazienza. Io preferivo farmi massacrare in giro per l'Europa.

«Ciao Brute», mi salutò una ragazza bionda ammiccando ed io le sorrisi, sperando di non dovermi ricordare come si chiamasse. Non era molto carino, visto che ci avevo passato la notte non meno di una settimana prima, ma ero pessimo con i nomi. Sentii un fiotto di irritazione improvvisa e guardai Elly, che aveva assistito alla scena con gli occhi rivolti al cielo. Lei non amava il mio atteggiamento libertino e non si faceva problemi a manifestarlo apertamente. Non potevo aspettarmi altro da una ragazza che aveva sposato il primo ragazzo serio della sua vita e che si rifiutava di fare i conti con la sua morte, vivendo una vita che poteva definirsi solo pari a quella di una suora di clausura.

Osservammo gli altri lavorare da lontano, parlando del più e del meno. Era piacevole ogni tanto fare finta di essere di nuovo persone normali e goderci la giornata di sole sdraiati sotto gli alberi. Le ultime settimane erano state dure per me ed Elly, non c'era stato nemmeno il tempo per riposarsi e mettere a posto i pensieri. Io non ne facevo un dramma, odiavo soffermarmi a riflettere su quanto deprimenti fossero le nostre esistenze. Elly invece sembrava lo coltivasse come hobby. Anche in quel momento, mentre Alex ci raccontava una storia da tenersi la pancia dal ridere, il suo umore fluttuava pericolosamente verso stati di depressione ed angoscia. E di conseguenza anche il mio ne risentiva. Intercettò il mio sguardo e scrollò la testa, come se stesse cercando fisicamente di scacciare i brutti pensieri. «Scusami.»

Le sorrisi e strinsi la sua mano nella mia, avvertendo subito la sua ondata di sollievo. Rimanemmo fino all’ora di pranzo, poi Liam ci fece presente che stava per cominciare il suo turno in infermeria, quindi tornammo verso casa. In genere quando avevamo una giornata libera io la passavo a fare esercizio fisico, perchè tenermi in forma era vitale per me fin da quando ero un poppante. Non per niente ero stato un personal trainer nella palestra più prestigiosa di Berlino. Elly invece leggeva, spesso e volentieri sdraiata sul mio divano, oppure ne approfittava per mettere per iscritto tutto quello che avevamo visto nei nostri viaggi, sottolineando quanto fosse importante tracciare una mappa chiara di quel nuovo mondo in cui vivevamo.

«Cosa stai facendo?», le chiesi avvicinandosi al tavolo, prendendomi un attimo di respiro dopo l’ennesimo set di flessioni. La mano di Elly scivolava esperta sul foglio da disegno, tracciando linee perfette e dritte anche senza l’uso del righello.

«Aggiungo il villaggio che abbiamo trovato ieri alla mia mappa della Svizzera», mi rispose senza staccare gli occhi dal foglio. Le avevo consigliato di usare una mappa già pronta e semplicemente segnare i nostri percorsi, ma mi ero reso conto che disegnare era per lei un buon modo per non lasciarsi trasportare dai pensieri.

«Sembra fatta da un architetto Piccola», la complimentai ammirando il suo lavoro. Mi regalò un sorriso e si stiracchiò leggermente sulla sedia.

«Elly?»

«Sì?»

«Ho fame.»

Lei sospirò e buttò un’occhiata veloce all’orologio da parete. «Sono solo le sei…»

«Muovermi mi mette appetito…e poi se domani vogliamo tornare a Nord dobbiamo andare a dormire presto no?»

Sapevo come convincerla ormai, infatti dopo qualche secondo si alzò dalla sedia. Altra cosa che la teneva distratta, la cucina. Avevo davvero fame, ma l’avevo spedita a preparare la cena più che altro per distrarla dall’arrivo del tramonto. Il Campo era ancora più silenzioso con l’avvicinarsi del crepuscolo, la solitudine diventava assordante, il senso di perdita pesante come un macigno. Affidarsi a qualcuno diventava l’unico modo per non perdersi definitivamente. Raggiunsi Elly in cucina e le feci compagnia, aiutandola a preparare la cena e parlando del più e del meno. Il macigno era meno pesante quando eravamo insieme.

«Stavo pensando che potremmo cambiare aria… magari concentrare le ricerche sulla Francia? Cosa ne dici?», mi chiese durante la cena. Fino a quel momento i nostri viaggi avevano interessato il Nord Italia, la Svizzera e la Germania, ma era chiaro che ormai c’erano ben poche possibilità di trovare persone in quelle aree, le avevamo scandagliate da cima a fondo. Non ci eravamo avvicinati solo alle grandi città, in due era troppo pericoloso.

«Perché no?», le risposi con un ghigno. «Una bella gita sulla Costa Azzurra non mi dispiacerebbe.»

Elly alzò gli occhi al cielo. «Andiamo alla ricerca di sopravvissuti, non in vacanza. Spero che tu non abbia intenzione di partire in costume da bagno…»

«A chi serve il costume da bagno? Saremo solo io e te, un bel bagno nudo non me lo toglie nessuno!»

«Come vuoi, se qualche mostro acquatico ti morde il sedere però sono affari tuoi.»

Non avevamo mai verificato lo stato di mari e oceani, ci eravamo concentrati solo sull'entroterra nelle nostre ricerche e fiumi e laghi non avevano riservato sorprese spiacevoli. Vista la nostra fortuna comunque era meglio essere cauti.

«Che Francia sia allora, domani torniamo a quel campo e poi ci studiamo il percorso nuovo», approvai guadagnandomi un sorriso. La aiutai a sparecchiare e mentre il suo umore migliorava, il mio andava a rabbuiarsi. Mi ritrovai ad aspettarla, sdraiato sul letto a fissare il soffitto. Mi sentivo un po' troppo Elly in quel momento.

«Ci diamo il cambio io e te?», mi chiese lei mentre si infilava sotto le coperte. Appunto.

«Scusa Piccola, quando abbiamo giornate tranquille faccio sempre fatica a tornare al solito inferno.»

Elly sospirò e mi posò la guancia sulla spalla. «Dovremmo ritagliarci dei giorni di riposo più spesso. Non solo quando uno dei due è ferito a morte. Mi è piaciuto perdere tempo con te oggi…»

Stava cercando ovviamente di tirarmi su di morale, così la accontentai e le regalai un sorriso. Sbirciai il suo braccio e vidi che la ferita ora era solo una striscia appena più rosa del normale, il gonfiore e il taglio erano completamente spariti, ma avrebbe lasciato una cicatrice. I loro morsi le lasciavano sempre.

«Buonanotte Piccola», mormorai nel buio della stanza.

«'Notte Brute.»

La luce della luna filtrava dalle fessure delle

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