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Sole a mezzanotte

Sole a mezzanotte

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Sole a mezzanotte

Lunghezza:
285 pagine
3 ore
Editore:
Pubblicato:
Jun 12, 2017
ISBN:
9788826453354
Formato:
Libro

Descrizione

Sulla piccola isola di Vaeroy, raggiungibile solo via mare e ultima dell’arcipelago delle Lofoten, la vacanza del padrone di casa per festeggiare il ritorno in Patria si trasformerà in un incubo. In questa storia, priva di riferimenti temporali, dove le notti non sono notti, lì, i protagonisti, storditi e incalzati dalla luce del sole perenne e con il mare in tempesta saranno costretti all’isolamento e la coabitazione forzata, tra diffidenza e paura, tra vivi e morti. “Niente è come sembra…” Il fenomeno del sole a mezzanotte entrerà prepotentemente, da protagonista a depistare prima e ispirare poi l’ispettore di polizia norvegese Jorgen Eykenbrock. Da questa claustrofobica convivenza nessuno ne uscirà come ne era entrato. L’ispettore di Oslo sarà fuorviato dal groviglio delle situazioni e le fatalità avverse. Il sole lo aiuterà, in questo enigmatico e complicato intrigo.
Editore:
Pubblicato:
Jun 12, 2017
ISBN:
9788826453354
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Sole a mezzanotte - Renzo Ricci

Renzo Ricci

Sole a mezzanotte

Copertina a cura di

Renzo Ricci

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Rizzoli

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Versione cartacea ed e-Book in vendita presso:

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www.renzoricci.com

Anno di pubblicazione: 2016

Pagina facebook: Renzo Ricci Sole a mezzanotte

Email: soleamezzanotte2@gmail.com

UUID:

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Indice dei contenuti

1 STRANI PRESAGI

2 FLASHBACK

3 LA VILLA

4 IL FURTO

5 PRIMI SOSPETTI

6 LA SPIAGGIA

7 L’OMICIDIO

8 UN ANNO PRIMA

9 L’INTRIGO

10 IL MOSAICO

11 IL SOLE DI MEZZANOTTE

12 GLI INTERROGATORI

13 LA RICOSTRUZIONE

14 SEDUTA SPIRITICA

15 LA PARTITA

16 EPILOGO

Note

Ringraziamenti

1 STRANI PRESAGI

A MIO PADRE FRANCO

A MIA MADRE MARCELLA

Un traghetto avanzava adagio, cullato dal moto ondoso. Il molo, piccolo e lontano, s’ingrandiva con l’avvicinarsi della imbarcazione. Lo sciabordio mulinante del mare del nord, avvisava dell’attracco imminente. Visti dall’imbarcazione i contorni dell’isola non davano l’idea di quanto fosse bella. Il sole faceva strani giochi di luce e combinazioni particolari, rendendoli difficili da dimenticare. Lo stesso valeva per i colori della notte, che non è notte, lì.

La nebbia sembrava entrare in punta di piedi dalla fessura che divideva i due promontori, posti quasi a frontiera verso l’orizzonte. Il sole vi si coricava al tramonto come un pesce che si adagia sul fondo marino dopo una giornata passata a caccia di cibo, in attesa di un altro giorno. Il mare al tramonto, complice la fase lunare, si ritraeva lasciando un’ampia distesa melmosa tutt’intorno e un paesaggio tetro.

Questo era il tramonto nelle Isole Lofoten, a nord ovest della Norvegia.

L’attracco fu tranquillo. Il sole faceva capolino tra le montagne, illuminando le poche ruote del molo che davano origine e ufficialità alla parola porto. Le uniche figure maschili scese dal battello erano lì per lavoro e non sarebbero dovute restare molto. Durante il viaggio uno dei due uomini leggeva, mentre l’altro fissava la riva opposta del fiume dove un banco di nebbia sostava immobile, catturandone l’attenzione.

L’aspetto era inquietante, diverso dalla solita caligine di Oslo, o perlomeno era quello che la suggestione gli suggeriva. In un primo momento sembrava parlare da solo, ad alta voce, senza destare la minima attenzione all’amico. La strana sensazione mutava, con l’avvicinarsi del mostro di goccioline. Una leggera apprensione s’impadronì di lui, una volta entrato nel ventre nebbioso. William Ferkingstaad non era tranquillo come un attimo prima: forse la natura del viaggio, o forse era preda della suggestione, come gli rimproverava spesso l’amico e datore di lavoro Jorgen Eykenbrock.

Eccessi della professione, pensò. Nel ventre del mostro si perdeva il senso del tempo e l’orientamento, mancando punti di osservazione. Tutto era ovattato: sembrava di essere all’interno di una macchina fotografica il cui obiettivo inquadrava ciò che lo circondava, ma era tutto… ecco, non era messo a fuoco… era come se l’obiettivo della macchina fotografica non fosse messo a fuoco. A un certo punto gli occhi furono colpiti da un fascio di luce filtrato dalle goccioline di acqua sospese nell’atmosfera: uno stupendo arcobaleno, con colori nitidi e belli, si perdeva nel grigiore del paesaggio tetro, ma senz’altro magico.

Con loro viaggiava una donna di nome Corinna, incontrata sulla banchina. Avevano in comune la stessa destinazione: la cittadina di Svolvaer. I due scambiarono impressioni sulle strane sensazioni provate nella pancia del mostro. Cominciarono a familiarizzare, a tranquillizzarsi a vicenda, o forse no. L’amico sembrava non rendersi conto di nulla, totalmente rapito da quell’inchiostro nero impresso su carta bianca. La donna prese coraggio e mossa da una fiducia ingiustificata si lasciò andare a racconti sulle sue passioni. Disse di essere una specie di sensitiva: sì, quelle strane creature che confondono la realtà con il mistero. William rimase affascinato dai suoi racconti fino a quando lei s’incupì, alla vista del banco di nebbia. Per lei rappresentava un passo verso l’ignoto, un’atmosfera indefinibile, inesplorata. Andava ripetendo che quella barriera avrebbe significato entrare in un mondo sconosciuto e subirne le ire e le conseguenze. Un’enorme sventura per chi l’avesse oltrepassata.

William cominciò a pensare di essersi imbattuto in una pazza visionaria ma continuò ad ascoltarla, trovandola al tempo stesso affascinante. Il sole, dall’interno, non aveva più un aspetto gradevole e passarono indenni, nell’oscuro mondo, senza subire le reazioni di entità misteriose. Corinna si rasserenò, o meglio, si rassegnò, all’epilogo tranquillo.

I due scesero congedandosi dalla donna che proseguì verso la sua destinazione. William si chiese se l’avrebbe più rivista. Arrivarono alla locanda che li avrebbe ospitati per una notte. Si sarebbero presentati l’indomani all’appuntamento.

2 FLASHBACK

Il giorno dopo William Ferkingstaad e Jorgen Eykenbrock arrivarono a destinazione. William rimase colpito dalla villa che si stagliava davanti a loro. Nella piccola spiaggia, l’infrangersi delle onde contro il molo era l’unico rumore offerto dalla natura. Lastre di marmo bianco partivano dal lato sinistro della sabbia finendo, a forma di T, in mezzo all’acqua. Alla base del minuscolo attracco c’erano delle palizzate di legno sormontate da un telo impermeabile che offriva riparo in caso di pioggia.

La spiaggia terminava a ridosso di un vialetto di ciottoli e lastre di pietra, anch’esse a forma di T rovesciata, circondate da ciuffi di erba rasata. La villa era una tipica costruzione scandinava con la base di bianco candido e i tetti di ardesia, composta di un primo e un secondo piano gemello. Era grande, con tante stanze per gli ospiti. Adagiata su un costone della montagna sembrava più che costruita, scolpita nella roccia come il Tempio di Petra in Giordania. Tutt’intorno, solo vegetazione.

Erano lì da poco e William si chiese, totalmente rapito, cosa avrebbe riservato loro il famoso tramonto del sole a mezzanotte.

«William! Ti sei incantato?»

La voce dell’amico Eykenbrock lo riportò alla realtà e al motivo per cui erano lì. La mente tornò a poche settimane prima nel loro studio di Oslo.

«William, hai sentito le ultime previsioni del tempo? La stagione estiva sembra promettere bene. L’ideale per pescare. Non avevi un amico con casa alle isole Lofoten? I pesci fanno a gara per farsi pescare, lì. Non mi dispiacerebbe andarci.»

L’amico rispose distrattamente.

«Sì, potremmo.»

«Sembri distratto.»

«No, leggevo una notizia.»

«Già, le tue celluline grigie elaborano un’azione per volta e…»

«Non fare il tuo solito e inutile sarcasmo. Senti qua, invece: Bo Axberg è morto!»

«Il notaio?» Esclamò meravigliato l’amico.

«Sì. L’avevo sentito pochi giorni fa. Sembrava sereno.»

«Mi dispiace. Posso fare qualcosa?»

«Non lo so. So che adesso diventa più difficile convincere il mio amico Law Lawson.»

«Law Lawson. Quello con la casa alle Lofoten? Preparo subito le valigie…»

«Non fare lo spiritoso.»

«Ok, la smetto. Perché devi convincere il tuo amico?»

«Perché dovrebbe accettare una cosa che aveva giurato di non fare finché fosse stato in vita il padre.»

«Cioè?»

«Tornare a vivere in Norvegia.»

«Tutto qui?»

«Era il motivo per cui mi sentivo spesso con Bo Axberg. Aveva preso contatto con Law in Italia dove si era trasferito da anni, ma ora che è morto, ho paura che salti tutto.»

«Convincerlo? Perché mai? Il padre era l’armatore più ricco della Norvegia. Gli avrà lasciato una fortuna.»

«Dovrei spiegarti tante cose. Law è ricco di suo e non ha problemi economici ma… familiari.»

«Spiegati meglio.»

«È una brutta storia. Il vecchio Lawson non ha mai perdonato al figlio di aver lasciato la Norvegia dopo la laurea. Per vendicarsi ha posto una condizione circa l’eredità: Law, rimasto l’unico della famiglia, avrebbe ereditato tutto a condizione che fosse tornato a vivere definitivamente a Oslo per seguire direttamente la Compagnia Navale della famiglia. Il notaio si mise in contatto con Law, visto l’aggravarsi della salute del padre, sentendosi sempre ripetere che con lui in vita non sarebbe mai tornato. Reputava il padre responsabile del suicidio della madre e non ne voleva sapere di tornare, anche a costo di perdere tutto. Non aveva bisogno dei luridi soldi del padre, diceva. Era un tipo orgoglioso.»

«Con quali argomenti l’avresti convinto, secondo il notaio Bo Axberg?»

«Mi costringi a rivelarti una cosa per me spiacevole e che avevo rimosso. Promettimi di non giudicarmi male.»

«Dimmi, dimmi…» tornò sarcastico.

«Sei sempre il solito cinico. Non è facile per me, credimi.»

«Ok.»

«Beh, c’era stato un diverbio tra me e Law, ai tempi dell’università.»

«Cose da ragazzi, immagino.»

«Non esattamente…» cambiò tono «Per colpa mia litigò con il padre, si laureò e se ne andò dalla Norvegia definitivamente. Mise su una società di navigazione con due soci italiani per fare concorrenza al padre in commercio di stoccafissi con vari paesi dell’Europa e dell’Africa.»

«Stoccafissi in Africa? Che se ne fanno laggiù?»

«Ti prego, non interrompermi! È difficile per me.»

«Scusa…»

«Più ci penso e più mi sembra impossibile, Bo Axberg suicida. Perché mai? Era una persona anziana e innamorata della sua professione e poi mi parlava spesso della nipotina in arrivo. No! Non può essersi ucciso. Jorgen, è l’ultima cosa che ti chiedo: aiutami! Un mio conoscente è morto e porto dentro ancora il senso di colpa per quello che è successo tra me e Law. Non vorrei che l’incidente occorso al povero notaio sia presagio di nuove sventure. Se posso aiutare Law a dipanare questa matassa, mi sentirei molto, ma molto sollevato. In più potresti dare sfogo al tuo patriottismo…»

«Il mio patriottismo? Che c’entra con...»

«Rifletti. Se Law rinuncia all’eredità la Compagnia dei Lawson andrà in malora e molte famiglie che vi lavorano finiranno sul lastrico, mettendo in difficoltà la nostra amata città.»

«Ah.» fece riflessivo, dopo una breve pausa «Va bene, vedrò di scoprire se Bo Axberg avesse qualche motivo per suicidarsi o qualche nemico. Ora che il notaio è morto, come farai a vedere il tuo amico?»

«Sul giornale c’è scritto che Law passa da qualche anno l’estate nella sua villa alle isole Lofoten. È un altro sfregio nei confronti del padre: tornare in Norvegia, lontano da lui, per centinaia di chilometri. Passavamo l’estate lì, da ragazzi. Era stato il regalo del padre per il suo diploma. Non ho mai avuto il coraggio di contattarlo. Ora tutto cambia e Law non può buttare sul lastrico tante famiglie per una stupida ripicca. Devo sdebitarmi con lui e tu mi aiuterai, o non sarai più mio amico.»

«… E datore di lavoro. Cedo alle minacce. Ora che ci penso, però, è il posto ideale per una gita in barca in cerca di pesci…»

«Pensi sempre e solo alle tue faccende?»

«Non posso pensare a quelle degli altri... Il cervello umano è fatto in modo che...»

«No! Fermati! Non penserai di tediarmi con le tue dotte citazioni, eh? Piuttosto, trova il modo di aiutarmi. Se Law va alle Lofoten, vorrei che ci fossi tu. Mi sentirei meno a disagio.»

3 LA VILLA

La voce perentoria dell’amico Jorgen lo scosse e lo riportò alla realtà ...

«William, allora?»

«Eh?»

«Vuoi suonare, o restiamo con i bagagli qui fuori?»

«Ah, sì? Scusami. Suono subito.»

Dopo pochi secondi si aprì la porta della villa. L’uomo comparso sembrava un culturista: fisico statuario, tratti delicati del viso sotto una chioma scura. Poteva essere un modello. Lo sguardo penetrante, di un verde intenso, il taglio degli occhi vagamente orientale lo rendeva ancora più interessante. Chissà quante donne avrebbero perso la testa per un tipo così, pensò Ferkingstaad. Era proprio quello che si dice un gran bell’uomo. Dai modi cerimoniosi era evidente che faceva parte del personale della casa. Il modello osservò i due uomini chiedendo i loro nomi per annunciarli quando una persona, con una voce familiare, si fece loro incontro. La donna fece un cenno al maggiordomo che agli ospiti ci avrebbe pensato lei. William Ferkingstaad esclamò.

«Lei qui?»

Rimase positivamente colpito nel rivedere la donna che con le sue fantasie funeree e i racconti misteriosi aveva allietato una parte del viaggio, il giorno precedente. Era Corinna. Si presentò così, senza cognome.

«Anche voi ospiti di casa Lawson, a quanto sembra. Vi ho visti arrivare dalla finestra.»

«In un certo senso, sì.»

«Entrate. Vi presento gli altri. Stiamo aspettando il padrone di casa. Doveva essere qui, ma è in ritardo. Così ha riferito Wolfang, il maggiordomo.»

Adesso quella statua tutto muscoli e ardore aveva anche un nome. Entrarono, incamminandosi nell’androne mentre Corinna fece gli onori di casa. Alla loro sinistra, uno spigolo con una buca all’angolo faceva capolino: era un biliardo in quella che doveva essere la sala hobby. Alla fine del corridoio due scalinate portavano ai piani superiori. I gradini e i corrimani formavano quasi una O tagliata alla base. L’architetto che progettò la villa aveva la fissazione per gli oggetti a forma di lettere: fuori le T rovesciate, dentro una O tronca alla base.

Corinna si affacciò sulla soglia del salone, di fronte alla sala hobby, presentando gli ospiti.

«Loro sono i signori…»

William l’anticipò.

«William Ferkingstaad e il mio amico Jorgen Eykenbrock.»

La mattina del primo giorno iniziò piacevolmente. Il salone era rivestito da un’enorme libreria di legno. Due grandi divani di stoffa color ghiaccio erano disposti a L al centro della stanza, di fronte a un tavolo basso, sotto le ampie finestre. Al centro, una scacchiera su di un tavolino dove si confrontavano re, regine e soldati romani, in contrapposizione ai vichinghi. Dalle finestre si vedeva il mare del nord. Un pendolo a fianco dei divani era pronto a scandire il passare del tempo, ma l’ora segnata era sbagliata.

Un pianoforte a coda era lì, in bella mostra, a disposizione di chi volesse rallegrare l’atmosfera, resa ancora più suggestiva dal fenomeno del sole di mezzanotte . Uno degli ospiti si fece incontro con fare gentile.

«Piacere, Gerardo Ambrosi. Amici di Law, suppongo.»

Rispose Jorgen Eykenbrock puntualizzando.

«Non precisamente. Conosco il signor Law attraverso i racconti del mio amico William. Sono Jorgen Eykenbrock, ispettore di Oslo, ma non preoccupatevi: sono in vacanza.»

Intervenne una delle donne con spiccato accento francese.

«Un ispettore? Che emozione… Ci dica: ci arresta subito o ci dà il tempo di conoscerci?» dopo qualche secondo d’imbarazzo, riprese la presentazione «Scusi, non mi sono presentata: Claudine Gauthier.»

L’ispettore replicò:

«Francese?»

«Belga.»

Un’altra donna si avvicinò.

«Daria Palumbo: Piacere. Lui è Gerardo Ambrosi, mio marito.»

Le presentazioni furono interrotte dal campanello di casa. Wolfang si diresse ad aprire, mentre Gerardo commentò ad alta voce.

«Non può essere che Law con la sua fidanzata.»

William chiese istintivamente.

«Law è fidanzato?»

«Sì, si chiama Milena.» rispose l’uomo.

«Un’italiana, quindi.»

«No, Slovena: il cognome è Sgainar...»

«… Ma si pronuncia Zgajnar» s’intromise l’amico Eykenbrock.

«La conosce?»

«No. Conosco la lingua.»

«È norvegese, ma conosce la pronuncia slovena?»

«Ho vissuto lì per un anno e mezzo. Per lavoro.»

Il maggiordomo annunciò i due nuovi ospiti.

«La signora Inga Berg e il signor Gunnar Jacobsen.»

L’uomo annunciato diede la precedenza alla signora che lo accompagnava, entrando anche lui.

«Buongiorno. Ho una comunicazione da parte del dottor Law. Il ritardo è dovuto ad alcune faccende che l’hanno bloccato al porto. Sarà qui tra poco. Mi ha pregato di intrattenervi, in attesa del suo arrivo. Sono Gunnar Jacobsen del Consiglio di Amministrazione della Lawson & Co. La signora è Mrs. Inga Berg, responsabile del personale della compagnia.»

Il maggiordomo li invitò a sedersi. Wolfang intrattenne gli ospiti descrivendo il resto della casa dove avrebbero vissuto per qualche giorno secondo le indicazioni ricevute dal padrone di casa. Il maggiordomo raccontò di come il suo ex padrone, ora morto, passasse molte ore sul tappeto verde del biliardo. Oppure quando lo osservava giocare e imprecare, mentre gli serviva un bicchiere di birra gelata. C’era una luce diversa negli occhi, mentre ricordava quel particolare. Nessuno ci fece caso. La descrizione del maggiordomo si soffermò sulla stanza attigua al salone: lo studio di Law Lawson, il padrone di casa.

Sotto le rampe delle scale altre stanze per gli ospiti con al centro una grande cucina. Al piano di sopra, oltre le stanze degli ospiti, c’erano due abbaini che, su consiglio di Wolfang, potevano essere usati per prendere il sole.

Il campanello della porta suonò ancora. Gerardo intimò al maggiordomo di aprire.

«Dev’essere Law.»

Il maggiordomo riapparve sull’uscio del salone.

«La signora Gabriela Nicolou e il dott. John Erik Watson.»

«Dovremmo aver finito con gli ospiti.» esclamò Gerardo, andando incontro ai due «Prego. Amici di Law anche voi, immagino.»

I due annuirono.

«Mi chiamo Gerardo Ambrosi, amico e socio…» fu interrotto dalla donna appena annunciata.

«… di Law e della L.L.A. S.p.A., la Compagnia navale italiana… mi ha parlato spesso di voi… tre soci, giusto?»

Gerardo, ripresosi dalla sorpresa di quella piccola invasione di campo, rispose «Precisa come una lametta.» rise, cercando di sdrammatizzare «Tre soci, giusto. Solo che uno non è della partita. È in viaggio. Mi scusi, ho già dimenticato il suo...»

«Gabriela Nicolou. Ho conosciuto Law al ritorno da un viaggio in Africa e commercio in vini. Ci siamo conosciuti in un villaggio durante una festa in Kenya, tempo fa. Diceva che Law non sarà dei nostri?»

«Oh, no. Mi ha frainteso. Non Law, l’altro. Lamberto Liverani, il terzo socio co-fondatore della Compagnia navale. È in viaggio ai Caraibi e non è potuto essere con noi.»

«Peccato. Ci sarà un’altra occasione.»

«Sicuramente.»

«Dottor John Erik Watson.» fece imbarazzato l’amico.

«Ho, scusami tanto John, io…» rispose Gabriela Nicolou, cercando di rimediare.

«Non ti preoccupare, ci sono abituato.» replicò stizzito l’amico.

«Dottore in cosa, se posso permettermi?» chiese Gerardo.

«Pneumologo.»

«Prego, sediamoci. Siamo tutti impazienti di sentire cos’ha di tanto urgente Law da dirci per radunarci tutti qui.» intervenne Corinna.

«Non vi sembra stupefacente?» esclamò Claudine eccitata «Abbiamo un famoso ispettore e un dottore inglese che si chiama Watson. Lo trovo eccitante, come nei vecchi gialli di…»

«Per giunta lei è belga. Non le ricorda nulla?» l’anticipò l’ispettore.

«Conan Doyle, Agata Christie! Ma certo!»

«Ama i libri gialli, vedo…» l’ispettore sorrise, di fronte all’entusiasmo infantile della donna. Daria cercò di togliere tutti dall’imbarazzo. «Bene! Accomodiamoci. Non vorremo mica mettere in difficoltà i nuovi arrivati.»

«Non si preoccupi.» intervenne John Erik Watson «Sa, col mio cognome, ci sono abituato. Ho sentito bene? C’è un ispettore tra noi?»

«Sì. Sono Jorgen Eykenbrock della Contea di Oslo.»

«Oh my God, allora la comunicazione di Law è grave?»

«Non si preoccupi» intervenne Ferkingstaad «il mio amico è qui per la pesca: è un appassionato. Sono William Ferkingstaad, amico d’infanzia di Law. Abbiamo frequentato l’università insieme fino al suo trasferimento in Italia.»

«Già. Per la faccenda della madre…» replicò Daria, rivolgendosi verso il marito «Non è così, Gerardo?»

«Non ci facciamo prendere da tristi racconti. Siamo qui per una settimana di vacanza e, costi quel che costi, me la voglio godere.» replicò lui.

«Scusa tesoro, ho detto qualcosa che non va?»

«No, ma non è il caso, adesso.» rivolgendosi ai nuovi arrivati «Comunque lei…» indicando Daria «Sarebbe mia moglie.»

«Sono, tua moglie! Non, sarei.» rispose seccata.

«Ho sempre pensato che il matrimonio logora, a lungo andare…Whisky o tè?» disse Corinna, evitando che la situazione prendesse una brutta piega.

La conoscenza proseguì seguendo il solito percorso. Inga Berg, l’amica di Gunnar Jacobsen, si sedette sullo sgabello ad ammirare la fattura del pianoforte prendendone possesso, cominciando a suonare. Ci sapeva fare. Sembrò un’autoesclusione dal resto del gruppo: probabilmente non voleva raccontare di sé o forse aveva bisogno, per lasciarsi andare, di familiarizzare un po’ di più.

Chi più, chi meno, ognuno cercò di spiegare la ragione del perché fosse lì e che rapporto lo legasse al padrone di casa.

«Fu il padre di Law che mi fece entrare nel Consiglio di Amministrazione della società in sostituzione del figlio.» Esordì Gunnar Jacobsen, rivolgendosi a Gabriela Nicolou.

«Quindi lei era… Dopo il padre, veniva lei.» disse.

«Se vogliamo metterla così, sì. Anche se il gruppo dirigente è composito. Per esempio Inga… La signora Berg, volevo dire. Beh, ecco… Essere donna e responsabile del personale di una Compagnia navale, non è facile.»

«Neanche un po’.» replicò Inga, continuando a suonare il piano «S’immagini, una donna a gestire centinaia di uomini. Anche se noi siamo un paese tollerante, la diversità uomo-donna si avverte sempre. C’è sempre un po’ di prevenzione.»

«Beh, storicamente è così» replicò Gabriela «In Romania è anche peggio. Però

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