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Brotherhood
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Brotherhood
E-book381 pagine7 ore

Brotherhood

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Info su questo ebook

Aurora James porta sulle spalle un pesante macigno: l'infanzia della ragazza è infatti segnata da solitudine e dolore.
Orfana, e per questo costretta a crescere in un istituto a Detroit, Aurora fa sin dalla tenera età degli incubi oscuri e dolorosi.
Dopo anni di attesa e delusioni, la ragazza viene finalmente adottata da una ricca famiglia newyorchese, fondatrice di un'importante cada di moda e il freddo involucro che avvolge, inizierà col tempo a presentare dei piccoli fori.
L'unica nota dolente le sarà rappresentata dal fratello adottivo, Nick, il quale servendosidi ogni mezzo, tenterà di allontanarla dalla propria famiglia.
LinguaItaliano
Data di uscita25 mag 2017
ISBN9788899394929
Brotherhood
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    Anteprima del libro

    Brotherhood - Caterina Giorgi

    Caterina Giorgi

    Brotherhood

    EDIZIONI EVE

    Caterina Giorgi

    Brotherhood

    Edizioni Eve

    Via pozzo 34

    20069 Vaprio D’adda-Mi

    www.edizionieve.it

    Ogni riferimento descritto nel seguente romanzo a cose, luoghi persone o altro sono da ritenersi del tutto cauale.

     Copertina di Chiara Todarello e Maria Pipicella

    Brotherhood

    CAPITOLO 1

    Ero avvolta nell'oscurità e nel silenzio più completo. Vagavo ormai da ore, senza sapere quale fosse la mia meta.

    Con il passare del tempo, le cose accanto a me cominciarono a prendere forma, e un assurda tristezza si impadronì della mia anima.

    Il respiro mi si serrò in gola, mentre avanzavo tremante, totalmente circondata dalle tenebre della notte. Gli alberi e tutto il paesaggio circostante assunsero un aspetto minaccioso, inquietante.

    All'improvviso, nel tentativo di tornare indietro, un urlo spaventoso lacerò l'aria, e delle sagome apparvero confuse dinanzi a me.

    Aguzzai la vista, notando, indistintamente, una bimba dai riccioli d'oro abbracciare un orsacchiotto, tra i singhiozzi che le scuotevano il corpo. Di fronte a lei, una donna giaceva al suolo in un lago di sangue, ai piedi di una sfocata sagoma maschile.

    Lentamente, l'uomo si voltò, e il suo sguardo crudele si posò su di me.

    Mi svegliai di soprassalto, con il cuore in gola.

    È stato solo un altro incubo, continuavo a ripetermi.

    Quei sogni angosciosi mi tormentavano da sempre, e ormai provavo quasi paura ad addormentarmi.

    Controllai l'ora. Erano le cinque del mattino, quindi sarebbe stata questione di poche ore e mi sarei finalmente lasciata questo postaccio alle spalle. Detroit, città del Michigan, traboccava di case in rovina, prossime al crollo e di lotti abbandonati, oltre ad un altissimo tasso di criminalità.

    Persino il nome dell'orfanotrofio in cui ero cresciuta, Unhappy children's Orphanage, era inquietante. Sin da bambina speravo che qualche famiglia si prendesse cura di me, ma per ben tre volte ero stata rispedita all'orfanotrofio da cui mi avevano adottata. Dicevano fossi una ragazzina con seri problemi psichici e che, di notte, spaventassi gli altri bambini con le mie urla strazianti.

    Non avevo più alcun ricordo della mia famiglia. Ero stata messa in questo orrendo istituto alla sola età di quattro anni, e non avevo mai voluto saper nulla sui miei genitori.

    Credevo nell'amicizia?

    No. Sarei stata ingenua a considerare amico qualcuno che avrebbe finito col pugnalarmi alle spalle alla prima occasione.

    Credevo nel vero amore?

    Perché legarsi a qualcuno che prima o poi mi avrebbe solo fatto del male? l'amore rende fragili...

    Credevo nella famiglia?

    La famiglia rappresentava per me solo un'insieme di persone legate da vincoli di sangue.

    Non sarei mai potuta diventare quindi parte integrante della famiglia che mi avrebbe adottata a breve. Il mio sangue sarebbe stato diverso dal loro e, una piccola parte di me, sarebbe stata sempre consapevole del fatto che fossi destinata a rimanere sola per l'eternità.

    La solitudine aveva segnato duramente la mia infanzia. Mentre gli altri bambini giocavano, io rimanevo sola a piangere per ore finchè, alla fine, mi fermavo sconfitta dal sonno.

    Ero sempre stata sola. L'eco era l'unica voce a tornare indietro, l'ombra era la sola amica che avevo.

    Nessuno era mai stato gentile con me, quindi speravo in cuor mio che le persone che sarebbero venute a prendermi da lì a poco, si dimostrassero buoni genitori.

    Mi alzai dal letto e cautamente, per non svegliare nessuno, mi diressi in bagno.

    Aprii il rubinetto e riempii la vasca.

    Lentamente mi immersi nell'acqua ed iniziai a meditare su coloro che mi avrebbero adottata, i James.

    Dopo circa un'ora impiegata a truccarmi per l'occasione, uscii dal bagno per recarmi all'ufficio di Mrs Bennet, la direttrice dell'orfanotrofio.

    Buongiorno Mrs Bennet, la salutai, chiudendomi la porta alle spalle.

    Per tutta risposta sollevò un sopracciglio.

    Anche oggi vestita in modo così triste, disse, emettendo uno sbuffo annoiato.

    Mi esaminai mortificata, senza notar nulla di anormale. Indossavo dei pantaloni neri e un elegante top nero, un look non troppo formale.

    Il nero è un colore piuttosto macabro, aggiunse, mentre un'espressione avvilita prendeva forma sul mio viso.

    Non posso piacere a tutti purtroppo, mormorai, distogliendo lo sguardo.

    Non dire sciocchezze, scosse il capo, alzandosi di colpo dalla poltrona di velluto rosso scuro su cui sedeva.

    La tua bellezza è l'unica certezza che hai. Avrai tante opportunità grazie ad essa, e dovrai saperle cogliere, Aurora. Potresti avere tutti gli uomini ai tuoi piedi, sussurrò, prendendomi il mento tra le dita.

    Spetterà solo a te scegliere. Ma tieni bene a mente che solo la ricchezza potrà renderti felice. Non inseguire l'illusione di un amore che finirà col portati solo tristezza e delusioni.

    Il suo discorso mi lasciò completamente di stucco.

    Io..., balbettai, incapace di articolare una frase di senso compiuto.

    Un giorno darai ragione alle mie parole. Ma adesso siedi, perchè stanno per entrare, ordinò,

    Mi accomodai, e il cuore prese a battermi con forza.

    A breve avrei conosciuto le persone con cui avrei trascorso il resto della mia vita.

    Agitata?, chiese dolcemente.

    Un pò, ammisi .

    Tranquilla Aurora, la tua bellezza renderà loro fieri ed orgogliosi di te. Solo, non lasciare che il tuo caratteraccio rovini tutto ancora una volta.

    Il sorriso sornione con cui accompagnò quelle parole mi rese nuovamente impaziente di tagliare la corda.

    Un lieve bussare alla porta ci fece sussultare entrambe, e mentre Mrs Bennet si apprestava ad aprire, l'agitazione cominciava ad impadronirsi di me.

    Signori James, li salutò.

    Mrs Bennet, dissero un uomo e una donna all'unisono.

    La donna era bellissima. Una cascata di capelli color cioccolato faceva da cornice ad un visino dai lineamenti dolci, privo di alcun segno dell'età. Gli occhi, di un color verde smeraldo s'intonavano perfettamente alla sua carnagione chiara. L'uomo invece era scuro di pelle, alto almeno due spanne in più di lei, e dagli occhi profondi. Insieme erano una cosa meravigliosa. Sarei rimasta per ore ed ore a fissarli incantata, ma la voce della mia direttrice mi riportò al presente.

    Lei è Aurora, disse loro con fierezza.

    D'un tratto, mi sentii i loro sguardi addosso, e non potei evitare di arrossire violentemente.

    Ancor più bella dal vivo, commentò la donna, avvicinandosi a me. Il suo apprezzamento mi fece acquistare un pò di fiducia in me stessa, e senza timore, mi apprestai a stringerle la mano.

    È davvero un piacere conoscerla, signora, le dissi, emozionata.

    Oh cara, chiamami pure Natalie, mi sorrise.

    Le sue parole mi fecero intuire che saremmo andate molto d'accordo.

    Lui è Jack, annunciò, lasciandomi la mano solo per permettermi di stringere quella del marito.

    Bene le pratiche sono state svolte..., attaccò Mrs Bennet, desiderosa di togliermi di mezzo.

    Non si preoccupi, è nostra intenzione partire immediatamente, la avvisò Natalie, e una smorfia seccata fece capolino sul suo viso.

    Bene. Fatti abbracciare tesoro!, esclamò la direttrice, attirandomi a sè per poi stritolarmi in un goffo abbraccio.

    I tuoi bagagli sono già in macchina, hai giusto il tempo di salutare i tuoi compagni, mi suggerì Mr James, quando mi staccai dalle braccia della mia ormai ex direttrice.

    Annuii, contenta di lasciarmi alle spalle quel luogo doloroso.

    Il viaggio in macchina verso Manhattan durò all'incirca nove ore, e venne inoltre accompagnato da un intenso interrogatorio, a cui risposi approssimativamente. Scoprii un sacco di cose su di loro: avevano un figlio, Nick, di ventisette anni, che da tempo viveva solo, e si occupava insieme ai suoi dell'azienda di moda di famiglia.

    Siamo arrivati cara, annunciò Natalie, aprendomi la portiera. Nel momento esatto in cui misi piede fuori dalla macchina, rimasi a bocca aperta: sapevo che erano ricchi, ma non così ricchi...

    Di fronte a me, un'imponente villa attorniata da un giardino curato nei minimi dettagli mi lasciarono estasiata.

    Non ero mai stata a Manhattan, o meglio, non ero mai uscita da quello schifo di città che era Detroit, sebbene sapessi che un tempo, durante l'infanzia felice accanto ai miei genitori, avevo vissuto a Lansing, capitale del Michigan.

    Sospirai. Avevo perso i pochi ricordi felici della mia triste vita.

    Speravi in qualcosa di meglio?, mi domandò Natalie, fraintendendo il mio sospiro.

    Non avevo mai sperato in tutto questo, la corressi velocemente, e le sue labbra delicate si incurvarono in un ampio sorriso.

    Dai vieni, ti faccio vedere l'interno!, esclamò, prendendomi per mano.

    M'impietrii all'istante.

    Nessuno mai mi aveva presa per mano. Lei notò il mio disagio e ne rimase disorientata.

    Ti dà fastidio?, chiese, con voce flebile.

    Scossi la testa, temendo di averla spaventata con la mia reazione, ma la mia espressione sembrò non convincerla. Si allontanò da me, facendomi cenno col capo di seguirla. Il suo silenzio mi rese ansiosa. Sapevo bene a cosa stesse pensando. Non era la prima volta che accadeva, ma non ero in grado di mostrarmi affettuosa con le persone.

    Ero consapevole del fatto che, per questi miei gesti istintivi, mi avrebbero etichettata dapprima come strana e poi come folle, privandomi così di una seconda opportunità. Ormai sapevo che nel giro di pochi mesi sarei stata grande persino per lo stesso orfanotrofio, e che di conseguenza il marciapiede freddo sarebbe stato l'unico posto pronto ad accogliermi.

    Decisi quindi di rimediare al mio gesto avventato, iniziando a fare una sfilza di complimenti sulla casa di Natalie.

    L'interno era qualcosa di estremamente lussuoso: al pianterreno un enorme atrio faceva da salotto, sala da pranzo e cucina, mentre al piano superiore dozzine di camere da letto si affacciavano su un corridoio apparentemente 'senza fine'.

    Per oggi ti sistemerai in una stanza a caso. Avevo pensato di scegliere insieme a te l'arredamento della tua camera affinchè ti potessi sentire come a casa tua , mi disse dolcemente.

    Trassi un profondo respiro, sollevata. Per fortuna, l'esile donna dagli occhi smeraldo non aveva dato poi tanto peso alla mia reazione esagerata.

    La ringrazio. La bontà di Natalie aveva colorato la mia voce di gratitudine.

    Bè, allora seguimi!, esclamò, impaziente di mostrarmi il resto della casa.

    Un'ora dopo, mi trovavo distesa sopra uno dei tanti letti della villa, con mille pensieri che mi frullavano in testa e uno strano senso di pace interiore. Natalie e Jack mi sembravano davvero delle brave persone.

    Chissà se il figlio sarà buono quanto loro, pensai, prima di sprofondare fra le braccia di Morfeo.

    Una donna bellissima si fissava allo specchio con un luccichìo particolare negli occhi. Mi trovai ad ammirare estasiata quegli occhi color cielo e quel sorriso angelico, mentre spazzolava con grazia la folta chioma dorata.

    Di colpo, gli angoli della sua bocca si piegarono all'ingiù e l'angelo biondo emise un gemito strozzato. Le mie narici furono invase da un intenso odore di ruggine e, seppur profondamente disgustata, mi catapultai ad aiutare la donna, che improvvisamente venne sostituita da una pozza di sangue e poi... di nuovo quella sagoma oscura.

    No ti prego!, urlai, dimenandomi nel letto. Mi portai le coperte sopra la testa, sperando che in qualche modo potessero proteggermi da lui.

    Il suo volto tornava a tormentarmi tutte le notti. I suoi occhi, crudeli e neri come la pece, erano l'unico dettaglio che riuscivo a cogliere.

    Il resto del suo viso, infatti, mi appariva sfocato.

    Dei rumori provenienti dal corridorio mi fecero sbiancare. I James avevano sentito le mie grida.

    Che succede?, urlò Jack, facendo irruzione in camera mia.

    Accese la luce, costringendomi a coprire gli occhi con le braccia.

    È sta... stato solo un incu... bo, balbettai, terrorizzata.

    Lui inarcò un sopracciglio, mentre la moglie tentava di rassicurarmi, mantenendo le distanze.

    Capita a tutti di fare degli incubi Aurora, mi ripetè Natalie, sebbene non le prestassi la minima attenzione. Continuavo a rivedere nella mia mente tutte le volte che ero stata rispedita all'orfanotrofio.

    Bè, credo che tu abbia bisogno di riposare adesso, sussurrò Mrs James.

    Ok, risposi, rinsavendo improvvisamente dal profondo stato di trance.

    Sogni d'oro allora, disse, scambiandosi un'occhiata strana col marito, prima di lasciare la mia camera.

    Un risolino amaro mi sfuggì dalle labbra. Chissà quanto ci avrebbero messo a sbattermi fuori di casa?

    La mattina dopo, feci una doccia veloce e scesi al piano inferiore, dove la domestica, Mrs Reed, aveva preparato un invitante colazione.

    L'enorme tavola di fronte a me sembrò essere stata apparecchiata per una squadra di calcio molto affamata, piuttosto che per solo tre persone. Al centro del tavolo notai del succo d'arancia, frutta fresca, toast imburrati e uova al tegamino.

    Buon giorno cara, disse Natalie, facendo il suo ingresso in cucina.

    Buon giorno, risposi educatamente.

    Jack sta per arrivare, ma possiamo benissimo cominciare a mangiare.

    Mi sembrava scortese iniziare senza di lui, ma non osai contraddire la padrona di casa.

    Tra un boccone e l'altro, iniziò a parlarmi della sua passione e quella del marito per la moda, e di come fosse difficile gestire l'azienda, soprattutto in vista della settimana della moda.

    Manca solo un mese e ancora mi sembra di non aver realizzato nulla di innovativo, disse, imbronciandosi.

    Sono convinta che farà un ottimo lavoro Mrs James, cercai di rassicurarla.

    Ti prego chiamami Natalie! Mrs James mi fa sentire come se fossi un estranea per te. Adesso sei mia figlia.

    Le sue parole mi colpirono dritto al petto: sua figlia?

    Tecnicamente era vero. Ma potevo considerarla mia madre? In fin dei conti, non la conoscevo nemmeno da un giorno...

    Stai bene?, chiese, esitante. Il suo sguardo ansioso mi fece notare ciò che avevo inconsapevolmente fatto: il toast, che un attimo prima avevo tra le mani, mi era 'maldestramente' sfuggito, depositandosi sul pavimento.

    Ops... scusa non volevo, dissi, imbarazzata.

    Con le guance imporporate per l'imbarazzo, raccolsi il toast da terra e cercai di pulire il disordine che avevo creato, ma Natalie me lo impedì.

    Si occuperà Mrs Reed, tranquilla, mi rassicurò.

    Buongiorno, disse Jack, accomodandosi.

    Noto con piacere che mi avete aspettato, esclamò, con tono da finto offeso. Cercai di reprimere un sorriso, mentre Natalie accanto a me esplodeva in una grande risata.

    Allora Aurora ho saputo che ti sei appena diplomata, attaccò Mr James. E mi chiedevo se intendessi presentare domanda a qualche college in particolare.

    A dire il vero non ci ho ancora riflettuto abbastanza, dissi, emozionata. Non avrei mai immaginato di poter considerare l'opportunità di andare al college.

    Nel frattempo che ne diresti di iniziare a fare la stagista nella nostra azienda? solo per un periodo di prova affinchè ti possa chiarire le idee sul college, propose, cogliendomi di sorpresa.

    Mi piacerebbe davvero molto, mormorai, dopo aver soppesato le sue parole. Malgrado non ne fossi particolarmente entusiasta, scelsi di non deludere le loro aspettative.

    Bene, allora pomeriggio ci accompagnerai in azienda. Vedrai come possa essere interessante il mondo della moda ed inoltre avrai modo di conoscere tuo fratello Nick.

    Annuii, abbozzando un lieve sorriso.

    Continuavo a fissare la ragazza allo specchio e quasi non mi riconoscevo in lei. Era la prima volta che mettevo una gonna a vita alta, e a dire il vero ciò non mi dispiaceva affatto. Natalie ci teneva parecchio affinchè io apparissi sempre perfetta e alla moda, e a tal proposito aveva riempito il mio armadio di capi costosissimi.

    Per il pomeriggio, mi aveva consigliato di abbinare la gonna ad una camicia, morbida e generosa, da inserire all'interno della gonna stessa per poi sblusarla leggermente in sommità e di mettere inoltre ai piedi décolleté con tacco a spillo, per slaciare la mia figura.

    Decisi di raccogliere i miei capelli biondi in una coda alta e ordinata, applicando inoltre uno strato di mascara alle ciglia per risaltare l'azzurro degli occhi.

    Guardandomi allo specchio, notai che mancasse ancora un dettaglio, quindi tinsi le labbra di un colore rosso fuoco.

    Soddisfatta del mio lavoro, raggiunsi l'auto dei signori James, dove una Natalie sospresa, si sperticò in elogi.

    Potresti fare benissimo la modella per la nostra prossima collezione, esordì.

    Risi nervosamente, cercando di sdrammatizzare.

    Non ne sarei all'altezza.

    Mi guardò male.

    Non ne sono d'accordo, ribattè, arrabbiata. Ma c'è ancora molto tempo per convincerti del contrario, decretò infine, non ottenendo nessuna mia risposta.

    Non mi sarei mai esposta in un modo così pubblico. Odiavo essere al centro dell'attenzione.

    Circa otto minuti più tardi, giungemmo davanti alla grande insegna della casa di moda, 'Jack James'.

    Ci è sembrato giusto che avesse il nome di mio marito. Alla fine il vero stilista è lui, mi spiegò Natalie, intuendo la direzione dei miei pensieri.

    Annuii, distrattamente. Dopodichè, scendemmo dalla macchina ed entrammo all'interno dell'edificio, dove Mr James venne accolto con euforia dai suoi dipendenti. Doveva essere davvero una brava persona oltre che un talentuoso stilista.

    D'un tratto, cominciai a sentirmi a disagio: avvertivo lo sguardo dei presenti bruciarmi sulla pelle, i loro mormorii alle mie spalle.

    Lei è Aurora, nostra figlia, spiegò Jack alle persone attorno a noi.

    Dov'è Nick?, chiese Natalie ad una bruna mozzafiato. La ragazza mi squadrò con aria di superiorità, prima di risponderle.

    È impegnato in una chiamata urgente. Le faccio sapere quando si libera. Detto ciò, se ne andò sculettando.

    Chissà per quale assurda ragione mi aveva serbato quell'occhiata odiosa?

    È davvero bellissima, si complimentò la folla, e solo in un secondo momento capii che stavano parlando di me.

    Cara, vieni a conoscere la nostra seconda famiglia!, esclamò Natalie.

    Emisi un sospiro rassegnato, prima di raggiungerla.

    Fui costretta a stringere la mano a tutti i presenti e fare un breve discorso di presentazione. Venni assalita con domande riguardanti la mia vita in orfanotrofio a cui rispondevo con monosillabi quali si, no, non ricordo. Per fortuna dopo circa un'ora di strazio, mi lasciarono in pace, costretti a lavorare. Nella piccola folla che mi si era accalcata attorno, mi sembrò di notare un ragazzo dai capelli color caramello fissarmi con insistenza.

    Aurora noi dobbiamo sbrigare una pratica che ci impegnerà per circa una mezz'oretta, quindi che ne dici di fare un giro nel frattempo?, mi propose Natalie.

    Certo, risposi. L'idea non mi dispiacque affatto.

    Feci un rapido giro di perlustrazione, notando vari reparti simili. Il mio preferito si rivelò essere la sezione sartoria, dove centinaia di donne erano impegnate a tagliare e cucire stoffe straordinarie. Giunta al quarto piano, scorsi da lontano una macchinetta del caffè e, spinta da un urgente bisogno di caffeina, la raggiunsi, iniziando a premere dei pulsanti a caso. Quando il bicchiere cominciò a riempirsi, esplosi in una risata di profonda gioia infantile.

    Presi la tazzina fumante tra le mani e, voltandomi, andai a sbattere contro un possente torace.

    Scusami. Non volevo, dissi, mortificata, quando il mio sguardo si posò sull'enorme macchia di caffè che imbrattava la sua camicia bianca.

    CAPITOLO 2

    Due occhi color smeraldo mi trafissero con uno sguardo furente.

    Deglutii.

    Io non....

    Hai idea di quanto costi la camicia che hai appena rovinato?, sbraitò, furibondo.

    Mi dispiace, dissi, abbassando il capo, contrita.

    Sentii le guance avvamparmi per l'imbarazzo.

    L'uomo che avevo di fronte era di una bellezza quasi disarmante. I capelli corti e corvini facevano da contorno a due incredibili pietre verdi, sormontati da folte sopracciglia arcuate. La linea quadrata della mascella e il corpo possente e muscoloso gli conferivano un aspetto seducente e arrogante.

    Mi stai ascoltando o ti sei incantata?.

    Cercò di punzecchiarmi, rivolgendosi a me con un tono borioso.

    No, risposi, sbattendo rapidamente le palpebre.

    E non ho intenzione di sentire le tue urla ancora per molto, aggiunsi, dopo aver riacquistato il controllo di me stessa.

    Cosa hai detto?, domandò, incredulo. Almeno hai minimamente idea di chi io sia?.

    Si passò una mano tra i capelli neri, tentando di riacquistare la calma.

    Non avevo la più pallida idea di chi fosse, nè tanto meno volevo saperlo. Se prima lo avevo considerato bellissimo, adesso ne ero completamente disgustata.

    No, mormorai, dopo un pò, stringendo le nocche della mia mano destra.

    La mia risposta sembrò farlo infuriare ulteriormente. Mi guardò con palese disprezzo, mentre digitava dei numeri sulla tastiera del cellulare.

    Ellie, vieni immediatamente, ordinò all'altro capo del telefono.

    Continuava a tenere gli occhi fissi nei miei e, alla fine, a quella sfida di sguardi, fui io a perdere.

    Mi dica capo, cinguettò la stessa ragazza che, pochi minuti prima, mi aveva fissata con un misto di odio e invidia.

    Accompagna questa donna immediatamente fuori da qui, le comandò, assumendo un'espressione seccata.

    Capo?

    D'un tratto, una tremenda intuizione fece capolino nella mia mente.

    Non può essere, dissi con voce strozzata, facendo voltare Nick verso di me.

    Il mio fratello adottivo arcuò un sopracciglio.

    Capo, non credo farebbe piacere ai suoi sapere di aver sbattuto la loro figlia, sussurrò la mora, mordicchiandosi il labbro inferiore.

    L'incredulità si fece spazio sul suo viso.

    Poi sembrò rifletterci per qualche istante, annuendo infine.

    Hai ragione, mormorò, cercando di mantenere la calma. Puoi andare, aggiunse, senza nemmeno degnarla di uno sguardo.

    Come vuole capo, disse la ragazza, lasciandoci soli.

    E così tu sei Aurora. Una strana sensazione di calore mi pervase quando sentii il mio nome pronunciato dalle sue labbra. Ciò non mi piacque per niente.

    Proprio così, Nick.

    Un sorrisetto malvagio si plasmò sul suo volto.

    Perciò siamo fratelli, disse in tono maligno, e un leggero tremolìo mi scosse le palpebre.

    Non pensare però che questo insignificante dettaglio possa farmi cambiare idea su di te.

    M'impietrii.

    Devi andartene immediatamente da qui, a meno che tu non voglia avere vita difficile d'ora in poi.

    Il suo astio nei miei confronti era incomprensibile.

    Perchè mi minacci?, domandai, corrugando la fronte.

    Perchè tutto questo, disse, indicando col capo lo spazio intorno a noi, è mio.

    Lo so bene, risposi ingenuamente.

    Solo mio, aggiunse.

    Sulla mia bocca aleggiò una smorfia di disgusto.

    Tutto quel risentimento nei miei confronti era dettato dall'assurda convinzione che io desiderassi soltanto attingere al patrimonio dei James.

    Ma io non intendo prenderti nulla, mi difesi.

    E allora dimostralo. Esci immediatamente fuori da qui e torna a casa. Dì ai miei genitori che vuoi partire per il college e togliti di mezzo per sempre, urlò, inchiodandomi alla parete.

    Brividi di puro terrore si propagarono in tutto il mio corpo.

    Se quello era il suo solo desiderio, l'avrei accontentato.

    Altrimenti, se rimarrai, sarò costretto a passare alle maniere forti. Qualcosa di oscuro lampeggiò nei suoi occhi.

    Mi sentivo profondamente umiliata e terrorizzata da lui.

    Va all'inferno, gli dissi sprezzante, allontanandolo con uno spintone.

    Mi avviai verso l'uscita a grandi falcate, prendendo una boccata d'aria fresca.

    Non meritavo un simile trattamento, non da un uomo del genere. Natalie e Jack, seppur anche per un solo giorno, mi avevano fatta sentire 'accettata', ma il crudele atteggiamento del figlio, aveva innalzato la fredda barriera che mi proteggeva dal resto del mondo. In fondo, una parte di me, l'aveva sempre saputo che affezionarsi alle persone fosse sbagliato.

    Stai piangendo?, una voce maschile mi distolse dai miei pensieri. Non mi ero accorta di essere finita sotto un albero a rimuginare.

    No, mentii, mentre lacrime senza controllo mi solcavano il volto.

    Prendi, disse il ragazzo, porgendomi un fazzoletto.

    D'un tratto ebbi la strana impressione di aver già incontrato lo sguardo caldo di quegli occhi nocciola.

    Ci conosciamo?, chiesi, asciugandomi le lacrime.

    Mi hai stretto la mano prima. Gli angoli della sua bocca si incurvarono in un dolce sorriso.

    Da quanto tempo mi stavi osservando?, inquisì. L'umiliazione appena subita mi aveva fatto perdere la cognizione del tempo.

    Da un pò, ammise. Te ne stavi sotto quest'albero, assorta nel tuo mondo trasparente.

    Lo guardai, sbigottita. Era così che apparivo da fuori?

    Ho assistito a gran parte del teatrino di Nick, confessò infine, rabbuiandosi.

    Serrai le mani in un pugno, infastidita.

    Grazie per il fazzoletto, mormorai, iniziando a camminare.

    Aspetta, non essere triste a causa di Nick. Lui non merita le tue lacrime. Mi fermai di colpo.

    Chi era lui per dirmi una cosa del genere? Cosa ne poteva sapere del mio dolore? della mia vita? della mia solitudine?

    Sai ti capisco benissimo, anch'io sono stato in orfanotrofio, ma a differenza tua, nessuno ha mai preso in considerazione l'idea di adottarmi. Fu la tristezza che trapelò dalla sua voce che mi spinse a voltarmi nella sua direzione, totalmente scossa. Lui riusciva a capirmi?

    Senza aggiungere altro, mi fu accanto in un balzo.

    Permettimi di accompagnarti ovunque tu stia andando.

    Non risposi. Non ero abituata ad avere compagnia nel mio dolore, eppure gli permisi di restarmi accanto.

    Mi chiamo Justin, disse, poco dopo, mentre camminavamo lungo il marciapiede.

    Poi, tutto intorno regnò il silenzio.

    Durante il cammino verso casa, percepii più volte il suo sguardo su di me, e ciò stranamente non mi disturbò.

    Mi raccontò della sua vita, e ne rimasi completamente affascinata: una volta raggiunta la maggior età era stato sbattuto fuori dall'orfanotrofio come una bestia, ma un uomo dall'animo animo nobile l'aveva aiutato a trovare impiego presso la casa di moda di Natalie e Jack. Mi trovai ad ammirare la sua particolare forza d'animo e desiderare ancora la sua compagnia,

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