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Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca: libri Asino Rosso

Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca: libri Asino Rosso

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Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca: libri Asino Rosso

Lunghezza:
187 pagine
2 ore
Pubblicato:
May 10, 2017
ISBN:
9788826059877
Formato:
Libro

Descrizione

*Pierfranco Bruni, scrittore, saggista, direttore archeologo del Mibact: "La metafisica che ho cercato si è intrecciata nella mia barba che cresce come i padri del deserto che camminano con la pazienza della luna nel grido di una preghiera che sempre mancherà al canto notturno di Leopardi che ha nel suo pianto la logica. Vivo di ARCANO. Ho sfogliato ancora UNA VOLTA il vocabolario del mio tempo, viaggiato lungo la grammatica dei simboli per guardare negli occhi il tempo sommerso che ha la memoria delle favole. Intanto la mia barba bianca mi regala anni in più. Ed è giusto così. Misteriosamente ribelle porto dentro di me l’Arcano. La Ragione assurda del tempo che passa e il Mistero segreto del viaggio di memorie".
Pubblicato:
May 10, 2017
ISBN:
9788826059877
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca - Pierfranco Bruni

PIERFRANCO BRUNI

Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca

Il Duemila dopo il Novecento aspaziale

UUID: a3e76548-3580-11e7-bcba-49fbd00dc2aa

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write

http://write.streetlib.com

Indice dei contenuti

Nota Editoriale

Ouverture

METALETTERATURA

Il mio Apollinaire

Il mio Pessoa

Carlos Castaneda...

Giorgio Barberi Squarotti: il poeta critico

40 anni fa moriva Cristina Campo

Mario Luzi, Giuseppe Selvaggi, Francesco Grisi

Don Giussani, Pavese...

L'ulissismo nel viaggio di Ungaretti

La religiosità e il sublime: tra Dante e D’Annunzio la poesia di Miguel Chutariados

Pirandello? Smettiamo di considerarlo relativista

Stranieri e assurdi oltre il bosco con Pirandello, Camus e Zambrano

Corrado Alvaro e Pirandello

Il bimillenario di Ovidio letto nelle celebrazioni Pirandelliane

Da Ariosto, a 500 anni dal suo Orlando a Teodoro Fiordiluna

LETTERATURA POP

Io Totò e le maschere di Pirandello da Scanno a Napoli

Luigi Tenco da un giorno dopo l’altro

Bruno Lauzi...

Nel Marzo 2013 moriva Franco Califano

Angelo Branduardi, la musica la poesia

Il Dante dei cantautori è oltre la Divina Commedia

LETTERATURA VS POLITICA

A oltre 100 anni dalla scomparsa di Friedrich Nietzsche

Io ed Ernst Nolte

Domenico Sola nella Grande Guerra muore nel 1916...

Giorgio La Pira e Salvatore Quasimodo: Pensati Apostolo

Il bibliofilo Agostino Gaudinieri da tenente amico di Ungaretti a Colonnello dell’Esercito Italiano

Oriana Fallaci in questo tragico tempo

L’Italia, Nazione Mediterranea oltre le polemiche sull’Unione Europea

La scomparsa di André Glucksmann. L'Occidente, l'Europa e il Mediterraneo

Cosa resta di Pasolini a 40 anni dalla morte? (1975-2015)

Fragilità di un tempo impolitico e spot elettorali

SELFIE IN 3D

Oltre 60 anni fa si uccideva Cesare Pavese

Percorrendo il mio cammino nel mio Pirandello

Perché tanto ossequio a Benedetto Croce? Non fa parte della mia biblioteca

In Australia come FuturAstrattista

L’uomo dei nostri passi

Siviglia tra l'Andalusia e l'Africa

Il mio Mediterraneo si racconta

Epilogo

Biografia minima

Catalogo Asino Rosso

Nota Editoriale

ASINO ROSSO

GIORNALE BLOG

Pierfranco Bruni

Benedetto Croce non fa parte della mia biblioteca. Il duemila dopo il novecento aspaziale

A.R. (libri Asino Rosso 07)

a cura di Roberto Guerra

http://asinorosso.blogspot.com

Via Antolini, 15, 44123 Ferrara

(Maggio 2017)

Cover: 2000 after novecento

Ouverture

Per una antropologia dell’anima

L'errante io e la pietra del sortilegio

Non ci si ferma mai ad un porto. Anche dopo un lungo viaggio si spazia nel tempo del riposo per poi ripartire. Siamo fatti di partenze. Ogni parola è una partenza e ogni linguaggio fissa i segni della ripartenza. Siamo uomini erranti, perché, pur volendo pensare alla ragione come un sentiero tra i confini delle nostre esistenze, ci raccogliamo inevitabilmente in ciò che amiamo definire mistero.

Vogliamo attraversare la ragione ma la ragione non ci basta. Vogliamo andare oltre. Oltre il limite. La Stella Cometa. Oltre lo stesso orizzonte. Oltre quell’orizzonte che segna la fine del viaggio. Quando il viaggio è terminato si chiude la porta. Ma si chiude non perché il viaggio è terminato realmente, perché noi pensiamo che sia finito e invece non finisce mai. La Terra Promessa nel Mare innavigabile.

Continua anche senza di noi, il viaggio, in un mondo dove l’irresistibile può essere considerato indefinibile e l’eterno è soltanto una stanza aperta verso ciò che non conosciamo. Ciò che non conosciamo non può essere appreso. Perché, in fondo, dovremmo apprendere da ciò che non conosciamo?

L’errante non è un viaggiatore soltanto, un pellegrino, un navigante, un camminatore…

L’errante è colui che non vuole avere punti di riferimento (non colui che non ha riferimenti) perché è consapevole che l’unico riferimento è il suo cuore. Fa una scelta ed è una scelta in cui il segreto e il mistero si intrecciano con la fantasia. Io uomo errante vado dove la fantasia mi porta (Foscolo).

Questa fantasia che mi attraversa è un dono o un vizio. Un dolore o un’ironia. Stai certo che nel momento in cui ti accorgi che la ragione ha preso il sopravvento sul mistero sei finito. Non è che è finito il viaggio. Sei finito. Sono finito. Errare significa non avere limiti e non avere confini. Per scelta, dunque. Per vizio e per virtù. Sei un cavaliere. Essere cavalieri erranti è avere nell’anima la nobiltà templare o sognante di don Chisciotte. Ma siamo e restiamo eterni e infiniti. Semplicemente perché siamo mortali.

Se fossimo immortali staremmo ad aspettare il finito. Una contraddizione di archetipi nei quali si è perso e si è ritrovato Cesare Pavese di Leucò. Ma di contraddizioni è fatta l’armonica pazienza che lega l’attesa al mistero in quel tempio sciamanico nel quale vive l’errante e sempre all’ombra di un dio sconosciuto come ci dice Maria Zambrano. Ma le ombre del dio sciamanico hanno l’assurdo e l’abisso perché soltanto nell’assurdo e nell’abisso si possono congiungere i meridiani delle nostre esistenze che decidono il destino dell’uomo che vive la propria rivolta (Albert Camus) al centro dell’Istante che fissa il Tempo.

Perché senza rivolta l’errante sarebbe soltanto un viaggiatore o un pescatore di vento d’altura, ma è sempre altro perché la sua resta, comunque, una scelta di solitudine oltre lo stesso disordine del tempo. Io vivo lungo le nuvole di questa erranza nel vagabondare delle parole e se dovessi incontrare, in qualche luogo o in qualche spazio, l’indescrivibile destino, lungo le mie strade, non avrò timore e neppure noia di dialogare con lo sguardo dell’essenza. Gli chiederò soltanto perché porta questo nome e chi glielo ha destinato di chiamarsi, appunto, Destino.

Il don Juan di Carlos Castaneda dice: Per me c’è solo il viaggio su strade che hanno un cuore, qualsiasi strada abbia un cuore. Là io viaggio, e l’unica sfida che valga è attraversarla in tutta la sua lunghezza. Là io viaggio guardando, guardando senza fiato.

Ed è qui che si scava, in questa anima – cuore, una geometria dell’errante che non può incontrare una geografia, o se dovesse talvolta incontrarla non avrà mai dei luoghi predefiniti da seguire, dalla cartina colorata dove ci sono indicazioni dei fiumi, dei mari, delle vie da percorrere, ma una antropologia dell’anima.

L’errante non ha bisogno di cartine geografiche. Di una geometria che porta nel cuore sì, perché è lì che si stabilisce l’essere del viaggio. L’indefinibile del viaggio. In ogni pensiero ci sono alchimie perché ogni vero pensiero è sempre un vivere pericolosamente (Friedrich Nietzsche) nell’errante senso di un sortilegio che ha il magico silenzio dell’ascoltare, senza ubbidire senza disubbidire.

L’errante porta con sé la pietra del sortilegio. Io avrò il suo silenzio e custodirò la luce della pietra del sortilegio. Qualcuno mi dirà, un giorno, che l’anima non ha bisogno di sbarre o di carceri (Santa Teresa D’Avila) perché è un volo di ruscello e quando la filosofia leggerà la sua metafisica avrà il cielo stellato della creazione e della fantasia e la pietra del sortilegio non avrà bisogno della ragione perché la Illuminazione saprà!

*6 8 2016

METALETTERATURA

PIERFRANCO BRUNI

Il mio Apollinaire

Il primo vero contemporaneo nella poesia della magia (Centenario della morte)

Non è solo quello dei Calligrammi.... il mio Apollinaire. Premessa! La sabbia di Apollinaire è il sigillo tra il mio viaggio in anni ormai antichi accanto a lui e ciò che di lui ho dimenticato e ricordato senza riascoltare gli anni.

La poesia è sempre più una visione alchemica. L’alchimia è dentro quei processi che noi pensiamo che siano processi profondamente culturali ma che, alla base della letteratura, convivono chiaramente con le dimensioni oniriche i cui aspetti sono a volte incomprensibili, a volte soltanto percettibili, a volte toccano quelle sfere chiaramente magiche. La vita che muore nella vita è nel mio Apollinaire legato ad Ungaretti.

La poesia, soprattutto la poesia, rientra in questa sfera della magia che ha come punto centrale il dato del non chiedere mai una risposta e quindi di non fare mai una domanda. È questo è il caso soprattutto di quella poesia che ha segnato il legame tra vita e arte, tra opera d’arte ed esistenza. Quando Guillaume Apollinaire identifica la poesia con un dettato magico, vive, e fa vivere, quella spinta indefinibile che è posta dal mistero.

La poesia magica, alchemica, che non ha bisogno di laboratorio (questo è il punto centrale) resta una poesia dentro, non la consapevolezza, ma l’indefinibile versione di un concetto che non è filosofico ma è indissolubile, comunque, dal punto di vista metaforico, allegorico, i cui archetipi non si richiamano soltanto al mito, ma all’immaginario, al sublime e, a volte, anche al senso dell’istrione.

Apollinaire nei suoi versi Oh Lou mio gran tesoro:

" Oh Lou mio gran tesoro

Facciamo dunque la magia

Di vivere amandoci

Da estranei

E castamente

Faremo viaggi

Vedremo luoghi

Tutti pieni della voluttà

Dei cieli d'estate".

Ebbene, Apollinaire è stato parte integrante di questo cammino. È stato parte integrante di una cultura mediterranea, il cui canto fondamentale è stato il canto d’amore. La sua recita costante, il suo richiamo alla cultura e ai personaggi greci, al mondo mitico-simbolico greco, non sono soltanto una fermezza, una sicurezza della cultura della tradizione, perché Apollinaire nasce nella tradizione, ma poi diventa il primo poeta che riesce a rivoluzionare il linguaggio, che riesce a rivoluzionare la tavola della parola tra un discorsivo futurista e uno discorsivo surrealista.

Con questo discorso noi entriamo nelle solite categorie, ma Apollinaire non ha vissuto di categorie, non è stato dentro le categorie, piuttosto ha costantemente creato una parola controcorrente, se vogliamo usare un termine forte, o meglio, una parola che è servita in quel particolare momento a rivoluzionare un linguaggio, sia nel paese in cui è vissuto, ma soprattutto nel contesto grande della geografia francese.

Come si sa, egli era nato a Roma, ma ha rivoluzionato il linguaggio universale che era quello di confrontarsi con le esperienze che venivano da una testimonianza in cui la rottura degli schemi, la rottura della parola, trovava un incipit nuovo nel recitativo poetico. Ma Apollinaire è il poeta della modernità, è il poeta che si radica nella contemporaneità, è il poeta che distilla la parola fino a inventarsi un nuovo modo di comunicare con il lettore e, comunicare con il lettore per Apollinaire, ha significato soprattutto comunicare inizialmente con se stesso perché la parola che non giunge alla propria coscienza, alla propria anima e non la intriga, è difficile che possa, secondo Apollinaire, trovare un punto di contatto immediato con l’altro.

Ho utilizzato il termine immediato perché la poesia non è laboratorio, non è elaborazione in sé, non è improvvisazione, bensì immediatezza. È questo il dato fondamentale di una poesia che rivoluziona il contesto tardo-ottocentesco e del primo ’900. Apollinaire rivoluziona il linguaggio e, facendo questo, dà un segno tangibile anche alle forme e ai contenuti, a quelle forme e contenuti che sono fondamentali per definire il senso di una letteratura che non ha bisogno di trovare un nuova chiave di lettura per esercitare un nuovo mestiere di esistere all’interno della letteratura, delle patrie lettere, della cultura in senso più generale.

Apollinaire voleva meravigliare, tant’è che il suo motto centrale che lo ha sempre accompagnato era: Io meraviglio, vale a dire Io vorrei meravigliare, e questa meraviglia nasce dal suo senso di ironia, anche il suo ridere significava questo. Invitava gli altri a ridere di sé. «Ridete di me», esortava Apollinaire «e poi cercate di avere un po’ di pietà». Quindi, questa ironia e questa pietas dentro Apollinaire, lo hanno reso come l’incisore profondo di una poesia che ha stigmatizzato il linguaggio al quale stavamo andando incontro che era quello di trasformare il linguaggio ottocentesco, gradualmente, in un linguaggio piuttosto moderno.

Così L’addio:

" Ho colto d'erica un rametto

L'autunno è morto non scordarlo

Non ci vedremo mai più sulla terra

Odor del tempo brullo rametto

E tu ricorda che t'aspetto".

Apollinaire non si serve della moderazione, e quindi della gradualità del linguaggio o delle fasi del linguaggio. Apollinaire, con la sua poesia e con i suoi scritti anche in prosa, scandalizza immediatamente perché vuole meravigliare e la sua operazione, l’operazione del ‘900, è l’operazione ricca, viva del ‘900 poiché, senza Apollinaire, non ci sarebbe stata una poesia ermetica in Italia, ma non solo in Italia. Anche lo stesso Futurismo, forse, non avrebbe accelerato il suo corso nell’immaginario come Futurismo e come Surrealismo.

La poesia di Apollinaire, soprattutto la poesia, è immagine, pittura, colore, armonia e disarmonia, intreccio, legamento di due caratteristiche fondamentali: lo stile sul piano del linguaggio e il dettato lirico formale contenutistico. Qui il dato forte che, ritengo, si possa enunciare come rinnovazione.

I suoi calligrammi (I suoi Poemi) sono, in fondo, questo superare il senso del formale e andare oltre. È come se avesse la capacità di un mago, come se avesse la capacità di fare della parola una metamorfosi, perché soltanto chi porta dentro di sé l’alchimia, la magia, può trasformare alcune forme del linguaggio in forma di espressione immediata in cui l’espressione è già immagine, è già immaginario, è già rottura di schemi per far parlare la parola di un vocabolario di immagini, di icone. La

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