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Lunghezza:
461 pagine
11 ore
Pubblicato:
May 21, 2017
ISBN:
9781370473861
Formato:
Libro

Descrizione

Fin dove saresti disposto a spingerti, per proteggere un segreto?

Il corpo senza vita di una donna in abito da sera viene scoperto nella sala della festa del museo delle cere. Tutto farebbe pensare a un suicidio, ma il detective Eric Shaw, caposquadra della Scientifica di Scotland Yard intervenuto sul posto con la criminologa Adele Pennington, nota subito delle similitudini con il caso del serial killer soprannominato ‘chirurgo plastico’, risolto tre anni prima con l’arresto di un uomo: Robert Graham.
Forse qualcuno lo sta emulando oppure Graham aveva un complice, ma esiste una terza possibilità ed è questa in particolare a preoccupare Eric, che all’epoca, certo della colpevolezza del sospettato, aveva falsificato una prova fisica per assicurarne la condanna.
E se avesse compiuto un errore e mandato in prigione la persona sbagliata?

Le indagini lo riportano a lavorare con Miriam Leroux, la giovane detective della Omicidi che fino all’anno precedente collaborava con la sua squadra, e insieme a lei si ritroverà a seguire le tracce di un inafferrabile assassino, in una corsa contro il tempo lunga tre giorni.
Questo potrebbe anche essere il suo ultimo caso importante prima di un’eventuale promozione a sovrintendente, se non fosse per il fatto che il detective George Jankowski, in lizza per lo stesso avanzamento di grado, ha deciso di giocare sporco per mettere in cattiva luce il collega e favorire la propria carriera.
Nel farlo, però, questi finirà per avvicinarsi pericolosamente all’inconfessabile segreto custodito da Eric e dalla sua allieva.

L’atto finale del detective Eric Shaw, protagonista del bestseller internazionale “Il mentore”.

Questo romanzo è l’ultimo libro della trilogia del detective Eric Shaw. Per una sua completa comprensione è necessaria la lettura dei volumi precedenti della serie: “Il mentore” e “Sindrome”.
La trilogia del detective Eric Shaw

Ambientata nella Londra odierna tra il 2014 e il 2017, la trilogia del detective Eric Shaw ha come protagonista un caposquadra della sezione scientifica di Scotland Yard, che si trova ad affrontare un periodo cruciale della propria vita. L’eccessiva dedizione al lavoro ha causato il fallimento del suo matrimonio e l’ha trasformato in un poliziotto pronto a infrangere più di una regola pur di soddisfare la sua ossessione di assicurare i criminali alla giustizia. Il suo già precario equilibrio viene minato da una criminologa della sua squadra, molto più giovane di lui, Adele Pennington, per cui prova dei sentimenti che lui stesso considera inappropriati vista la differenza d’età, e da una serie di delitti sui quali indaga insieme alla figlioccia Miriam Leroux, detective della Omicidi. Essi mostrano delle somiglianze con un caso irrisolto del 1994, nell’ambito del quale lo stesso Eric aveva tratto in salvo da una scena del crimine una bambina di sette anni, unica testimone del massacro della propria famiglia.

I libri inclusi della trilogia sono:
1) “Il mentore”;
2) “Sindrome”;
3) “Oltre il limite”.

Pubblicato:
May 21, 2017
ISBN:
9781370473861
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Note: please scroll down for the English version.Nata a Carbonia nel 1974, Rita Carla Francesca Monticelli vive a Cagliari dal 1993, dove lavora come scrittrice, oltre che traduttrice letteraria e tecnico-scientifica. Laureata in Scienze Biologiche nel 1998, in passato ha ricoperto il ruolo di ricercatrice, tutor e assistente della docente di Ecologia presso il Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia dell’Università degli Studi di Cagliari.Da bambina ha scoperto la fantascienza e da allora è cresciuta con ET, Darth Vader, i replicanti, i Visitors, Johnny 5, Marty McFly, Terminator e tutti gli altri. Il suo interesse per la scienza si è sviluppato di pari passo, portandola, da una parte, a diventare biologa e, dall’altra, a seguire con curiosità l’esplorazione spaziale, in particolare quella del pianeta rosso.Ma soprattutto ama da sempre inventare storie, basate su questi interessi, e ha scoperto che scriverle è il modo più semplice per renderle reali.Tra il 2012 e il 2013 ha pubblicato la serie di fantascienza “Deserto rosso”, composta di quattro libri disponibili sia separatamente che sotto forma di raccolta. Quest’ultimo volume è stato un bestseller Amazon e Kobo in Italia, raggiungendo anche la posizione n. 1 nel Kindle Store nel novembre 2014, ed è tuttora uno dei libri di fantascienza più venduti in formato ebook.Grazie alla pubblicazione della serie, nel 2014 è stata indicata da Wired Magazine come una dei dieci migliori autori indipendenti italiani e ciò le è valso la partecipazione come relatrice al XXVII Salone Internazionale del Libro di Torino e alla Frankfurter Buchmesse 2014.“Deserto rosso” è anche la prima parte di un ciclo di opere di fantascienza denominato Aurora, che comprende inoltre “L’isola di Gaia” (2014), “Ophir. Codice vivente” (2016) e “Sirius. In caduta libera” (2018).“Nave stellare Aurora” è l’ultimo volume di questo ciclo ed è il suo quindicesimo libro.Oltre a quelli del ciclo dell’Aurora, nel 2015 ha pubblicato un altro romanzo di fantascienza, intitolato “Per caso”.La sua produzione include anche quattro thriller, vale a dire “Affinità d’intenti” (2015) e la trilogia del detective Eric Shaw: “Il mentore” (2014), che nella sua versione inglese edita da AmazonCrossing è stato nel 2015 al primo posto della classifica del Kindle Store negli Stati Uniti, nel Regno Unito e in Australia, raggiungendo oltre 170.000 lettori in tutto il mondo, “Sindrome” (2016) e “Oltre il limite” (2017).Dal 2016 è docente del “Laboratorio di self-publishing nei sistemi multimediali”, nell’ambito del corso di laurea triennale in Scienze della Comunicazione e del corso di laurea magistrale in Scienze e Tecniche della Comunicazione presso l’Università degli Studi dell’Insubria (Varese). Da questo laboratorio è tratto il suo saggio “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).Oltre che al Salone e alla Buchmesse, è stata chiamata a intervenire in qualità di autoeditrice, divulgatrice scientifica nel campo dell’esplorazione spaziale e autrice di fantascienza hard in eventi quali COM:UNI:CARE (2013) all’Università degli Studi di Salerno, Sassari Comics & Games (2015), Festival Professione Giornalista (2016) a Bologna, la fiera della media e piccola editoria Più Libri Più Liberi (2016) a Roma, Scienza & Fantascienza (2014, 2016, 2018, 2019 e 2020) all’Università degli Studi dell’Insubria (Varese) e Voci e Suoni di Altri Mondi (2018) nella sede di ALTEC a Torino.I suoi libri sono stati recensiti o segnalati da testate nazionali quali Wired Italia, Tom’s Hardware Italia, La Repubblica, Tiscali News e Global Science (rivista dell’Agenzia Spaziale Italiana).Appassionata dell’universo di Star Wars, in particolare della trilogia classica, è conosciuta nel web italiano con il nickname Anakina e di tanto in tanto presta la sua voce e la sua penna al podcast e blog FantascientifiCast. È inoltre una rappresentante italiana dell’associazione internazionale Mars Initiative e un membro dell’International Thriller Writers Organization.ENGLISH VERSIONRita Carla Francesca Monticelli is an Italian science fiction and thriller author.She has lived in Cagliari (Sardinia, Italy) since 1993, earning a degree in biology and working as independent author, scientific and literary translator, educator and science communicator. In the past she also worked as researcher, tutor and professor’s assistant in the field of ecology at “Dipartimento di Biologia Animale ed Ecologia” of the University of Cagliari.As a cinema addict, she started by writing screenplays and fan fictions inspired by the movies.She has written original fiction since 2009.Between 2012-2013 she wrote and published a hard science fiction series set on Mars and titled “Deserto rosso”.The whole “Deserto rosso” series, which includes four books, was also published as omnibus in December 2013 (ebook and paperback) and hit No. 1 on the Italian Kindle Store in November 2014.“Deserto rosso” was published in English, with the title “Red Desert”, between 2014 and 2015.The first book in the series is “Red Desert - Point of No Return”; the second is “Red Desert - People of Mars”; the third is “Red Desert - Invisible Enemy”; and the final book is “Red Desert - Back Home”.She also authored three crime thrillers in the Detective Eric Shaw trilogy - “Il mentore” (2014), “Sindrome” (2016), and “Oltre il limite” (2017) -, an action thriller titled “Affinità d’intenti” (2015), five more science fiction novels - “L’isola di Gaia” (2014), “Per caso” (2015), “Ophir. Codice vivente” (2016), “Sirius. In caduta libera” (2018), and “Nave stellare Aurora” (2020) - and a non-fiction book titled “Self-publishing lab. Il mestiere dell’autoeditore” (2020).“Il mentore” was published in English by AmazonCrossing with the title “The Mentor” in 2015.“Affinità d’intenti” was published in English with the title “Kindred Intentions” in 2016.All her books have been Amazon bestsellers in Italy so far. “The Mentor” was an Amazon bestseller in USA, UK, Australia, and Canada in 2015-2016.She is also a podcaster at FantascientifiCast, an Italian podcast about science fiction, a member of Mars Initiative and of the International Thriller Writers Organization.She is often a guest both in Italy and abroad during book fairs, including Salone Internazionale del Libro di Torino (Turin Book Fair), Frankfurter Buchmesse (Frankfurt Book Fair) and Più Libri Più Liberi (Rome Book Fair), local publishing events, university conventions as well as classes (University of Insubria), where she gives speeches or conducts workshops about self-publishing and genre fiction writing.As a science fiction and Star Wars fan, she is known in the Italian online community by her nickname, Anakina.


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Anteprima del libro

Oltre il limite - Rita Carla Francesca Monticelli

Nota dell’autrice: nonostante abbia riportato in questo libro alcune informazioni reali sull’organizzazione delle forze di polizia nella città di Londra, mi sono comunque presa numerose licenze sulla tipologia professionale degli impiegati, sulla logistica, su alcune terminologie e sulle procedure usate dal Forensic Services (sezione scientifica del Metropolitan Police Service, vale a dire della polizia londinese con sede a New Scotland Yard) e dai Murder Investigation Team (Team Investigativi della Omicidi), nonché sulle procedure giudiziarie del Regno Unito, per poterle meglio adattare alla trama della storia.

All’interno del libro sono inoltre citati numerosi luoghi reali, usati a scopo fittizio, ma la loro descrizione e altre informazioni che li riguardano non sempre corrispondono alla realtà. In particolare, la disposizione delle statue del Madame Tussauds potrebbe non riflettere quella odierna, l’interno del Curtis Green Building (l’attuale New Scotland Yard) e della prigione di Belmarsh sono stati completamente inventati, inoltre non è previsto alcuno spettacolo al Teatro Savoy nella data indicata all’interno del romanzo.

Questo romanzo è l’ultimo della trilogia del detective Eric Shaw.

I due libri precedenti sono "Il mentore e Sindrome".

1

Gennaio 2014

L’insistente strillare di un cicalio si espanse nella sua mente, sottraendola al dolce abbraccio del nulla per restituirla alla condanna del dolore. Megan cercava di negarsi a esso, ma quest’ultimo, come un tarlo, seguitava a scavare nel suo cervello.

Fu la rabbia a indurla ad aprire gli occhi. Un grigiore soffuso era tutto ciò che essi riuscivano a distinguere, eccetto una fascia più chiara, quasi bianca, che attraversava il soffitto, da cui pendeva un lembo scuro di vernice asciutta, unico elemento familiare che reclamava il pieno ritorno della sua memoria. Sapeva di averlo fissato altre volte, per minuti, forse ore. Giorni? E di aver temuto che le cadesse sul viso, in bocca, insieme alla ragnatela che l’altro abitante di quella stanzetta aveva ricostruito con zelo in ognuno di quei giorni, ogni volta che la corrente d’aria che la faceva dondolare era riuscita a distruggerla. Li avrebbe ingoiati in un sol boccone, la vernice infestata di muffa, la tela con una preda intrappolata, e il ragno.

In un moto di disgusto si scosse. Inarcò la schiena e tirò indietro la testa, spingendo la vista verso il margine del soffitto, dove questo si congiungeva a una parete. Poco più in basso una finestrella rettangolare lasciava filtrare una flebile luce all’interno di quel piccolo locale seminterrato. Era l’alba o il tramonto? Un angolo del vetro era rotto. Forse era da lì che il vento riusciva a insinuarsi per vanificare la laboriosità del suo coinquilino. Ma cos’era quell’acqua che si infrangeva e scorreva lungo la bassa lastra trasparente? Pioggia battente? Non riusciva a sentirla.

Megan aprì la bocca e contrasse il torace, espellendo tutta l’aria contenuta al suo interno. Poteva avvertire le corde vocali vibrare, ma non udirne il suono. C’era solo il cicalino, ripetitivo, insopportabile.

Poi esplose in tutta la sua reale potenza. Era una sirena, un allarme! Assordante.

Afferrò le sponde del letto e tentò di sollevarsi, ma la stanza prese a girarle intorno e un conato di vomito la colpì come un pugno allo stomaco. Si piegò di lato con l’intenzione di sporgersi oltre il letto. Qualcosa, però, le tratteneva le braccia e il liquido scuro che uscì dalla sua bocca punteggiò di schizzi il bordo del cuscino.

Rimase a fissarli, mentre prendeva fiato e un ronzio generato nella sua testa quasi copriva l’urlo della sirena.

Si sforzò di ragionare. Che giorno era? Quando era stata cosciente per l’ultima volta?

Spostò lo sguardo sulla sponda, la seguì finché quello incontrò una fascia chiara, che dal metallo rientrava verso il letto fino ad avvolgersi al suo polso destro. Sollevò piano la mano, la fece ruotare. Poi, vincendo un capogiro, si girò dal lato opposto e trovò il ripetersi della medesima composizione. Solo che era lei l’opera d’arte.

Hai la febbre molto alta. Vado a procurare degli altri antibiotici. Nel frattempo devo legarti al letto. Non vogliamo che tu ti alzi e ti faccia del male, giusto?

Ruotò la testa verso la porta bianca, chiusa, che definiva l’altro limite della sua prigione. Un alone scuro, segno dell’usura, circondava la maniglia e continuava più in basso. Due strisce parallele percorrevano di traverso il pannello, scrostandone la superficie e rivelando la tonalità marrone del legno di cui era fatto.

Non c’era nessuno. Lui non c’era. Quella voce non apparteneva al presente.

Agitò le braccia, opponendosi alla forza con cui i bracciali imbottiti le trattenevano verso il basso. Ma non poteva vincere quella battaglia.

Dove sei?! urlò e la sua voce sovrastò il ronzio.

Le orecchie si riaprirono ai suoni esterni e la sirena rispose al suo richiamo.

C’era qualcuno nella casa e non era lui. Lui non avrebbe fatto scattare l’allarme.

Riportò le dita sulle sponde e strinse. Stavolta si mosse piano. Mettendosi di lato, piegò il busto in avanti fino ad avvicinare la fronte a quella posta alla sua destra. Contrasse i muscoli dell’addome, per accompagnare il movimento, e subito un bruciore lancinante si diffuse da esso, seguito da un senso di bagnato.

Un fremito di consapevolezza la attraversò, mentre, vincendo l’istinto a rimettersi supina, osava controllarsi addosso. Una macchia rossa si stava espandendo attraverso il lenzuolo all’altezza del suo ventre.

I punti erano saltati, la ferita si era aperta. Stava perdendo sangue, molto sangue. Un calore morboso la pervadeva, venato, ma mai del tutto interrotto, da scosse di gelo, che le facevano battere i denti e rendevano la sua presa malferma.

Sarebbe morta lì, presto. No, Megan non voleva morire. Non laggiù, da sola.

La sua testa scattò verso l’alto, gli occhi di nuovo sulla vernice che penzolava. Non era soltanto il vento a muoverla. C’era qualcuno in casa.

Di colpo fu silenzio. Niente più sirena, niente più ronzio.

Il suo respiro affannato le rimbombava nelle orecchie, insieme a dei colpi e a uno strascichio che parevano imitarne il ritmo. Ma c’era dell’altro: voci?

Aiuto! Aiutatemi!

No, non sarebbe morta lì. Doveva gridare forte, più forte.

Sono quaggiù!

Il suono della sua voce si estinse, portandosi via il resto dei rumori. I suoi occhi si socchiusero e la testa si abbassò, il busto oscillò.

No. Doveva rimanere sveglia, doveva uscire di lì, doveva salvarsi.

Si costrinse a riaprire le palpebre. Il raccogliere delle proprie forze residue le restituì la lucidità. Doveva liberare le braccia, scendere dal letto, superare quella porta, raggiungere la scala, la botola. Doveva.

Ignorando un’altra fitta proveniente dalla ferita, si raddrizzò seduta. Si guardò intorno. Il fiato le entrava e usciva dal petto, accelerato. Sulla sinistra c’era un carrello con degli strumenti d’acciaio che spuntavano da una bacinella, tra essi gli occhielli di un paio di forbici.

Spostò il braccio oltre la sponda e lo stese, ma la cinghia lo bloccò prima che raggiungesse il mobile. Provò ad allungare le dita. La punta del medio lo sfiorò.

Doveva tirare di più.

Strinse i denti e canalizzò le proprie energie su quel semplice gesto. I polpastrelli ora erano sopra la superficie del carrello, vicini alla bacinella. Sovrappose l’indice e il medio, mentre continuava a tirare. Il freddo metallo si interpose tra le due falangi. Megan le strinse l’una contro l’altra, bloccandolo, poi iniziò a ritrarre la mano, spingendo il terzo dito dentro l’occhiello. Le lunghe forbici vennero dietro. Strisciavano contro il bordo della bacinella. Lo percorsero tutto, fino alla punta delle loro lame piegate. Servivano per tagliare le garze, ma forse sarebbero bastate per quei lacci logori.

Le forbici si piegarono verso il basso, provocarono un rumore secco nell’impattare col ripiano del carrello.

Stava andando bene, poteva farcela. Non sarebbe morta lì, no.

Continuò ad avvicinarle, ma la mano ora le tremava per lo sforzo. Doveva poggiarle per afferrarle meglio. Allentò un poco la presa, affinché quelle scivolassero piano.

Un repentino brivido la scosse nel profondo. Il braccio si agitò. Il lucore proveniente dalla finestra si riflesse sulla superficie dello strumento, mentre quello si piegava di lato. Poi scomparve oltre il bordo del carrello e l’eco del metallo che rimbalzava sul pavimento riempì la stanza per un attimo.

No… piagnucolò, ma subito il calpestio si ripeté. Il furore salì e si impossessò di lei. No! No! Urlava e tirava. La macchia che continuava ad allargarsi non fermava Megan, che, man mano che il sangue fluiva fuori del suo corpo, aveva l’impressione di acquisire maggiore forza.

Tirò ancora, e ancora. Uno strappo della cucitura e si ritrovò contro la sponda sinistra. Il bracciale avvolgeva il polso destro, ma si era staccato dalla fascia.

Si avventò con la mano libera sul bracciale sinistro. Le dita tremanti fecero scorrere le due cinghie fuori dei passanti, estrassero gli ardiglioni dai fori e, senza troppe cerimonie, allargarono il bracciale quel tanto che bastava a far uscire il braccio.

Infine libera, si spinse verso il fondo del letto, oltre la sponda destra. E saltò giù.

Le gambe le cederono e Megan si accasciò a terra, ma non si arrese.

Digrignando i denti, si sollevò a quattro zampe. Gocce di sangue raggiungevano il pavimento e venivano calpestate dalle sue ginocchia.

Guadagnò la porta e si allungò verso la maniglia. Il sollevamento improvviso offuscò la sua vista, ora invasa da luci intermittenti colorate.

Stava per svenire. Non doveva svenire.

Si lasciò andare prona. Un’intensa luminosità la opprimeva, interrotta solo dallo spiraglio tra il cemento e il margine inferiore della porta.

Si sforzò di compiere respiri profondi, mentre le pulsazioni del suo cuore scuotevano la stanza, come un terremoto.

Interminabili secondi passarono, finché la vista non tornò normale. Megan si sollevò con cautela, tenendosi contro il pannello. Distese un braccio dopo l’altro fino a raggiungere la maniglia, a piegarla.

La porta si scostò dallo stipite.

Fuori della stanza il corridoio era buio, ma lei doveva seguire i rumori. Le voci si erano fatte più vicine, forti. Se avesse urlato adesso, forse l’avrebbero sentita, solo che non aveva più il fiato necessario per riuscirci.

Come un animale ferito, riprese a strisciare. Sentiva le irregolarità del cemento raschiarle i dorsi dei piedi, i palmi. Mille insignificanti sofferenze, rispetto alla vita che gocciolava via dal suo addome.

Passò accanto alla prima porta, chiusa.

La seconda era aperta a metà, rischiarando così il suo percorso. Dalla cella proveniva il distinto scrosciare del diluvio.

Di riflesso Megan guardò all’interno. Scorse un altro letto, ma era vuoto. Erano tutti vuoti ormai.

Si immerse di nuovo nel buio, mentre superava l’ultima porta. L’avambraccio sinistro sbatté contro qualcosa di solido. Un gemito sfuggì dalla sua bocca. L’altra mano, invece, esplorò quella superficie e riconobbe in essa lo scalino.

Megan rovesciò la testa all’indietro. La botola era lassù, in cima alla rampa.

Iniziò ad arrampicarsi su infiniti scalini. Ognuno di essi pareva risucchiare metà delle sue forze.

Sarebbe morta su quella scala e, in fondo, sarebbe stata solo colpa sua, perché aveva sbagliato a fidarsi di lui. Maledisse il giorno che aveva lasciato che le rivolgesse la parola, che gli aveva risposto. Sembrava la persona giusta. Che ingenua era stata. Aveva sbagliato tutto. Voleva ridere della propria stupidità, ma la morte aveva deciso di toglierle anche quell’ultimo piacere.

Un urto sulla sommità del capo fermò il suo avanzare.

Megan si sdraiò di lato sugli scalini e unì le mani. Contrasse le braccia e le fece oscillare verso l’altro. Un colpo sordo sul fondo della botola. Strinse forte i denti e ripeté il movimento.

Sono qui mormorò. Qui…

Un altro colpo, un altro, un altro ancora.

La botola si spalancò.

"Mon Dieu Il volto di una donna comparve di fronte al suo. I capelli castani le cadevano in avanti, sfiorando la pelle di Megan. Si sollevò. Chiamate un’ambulanza! urlò in tono imperioso la sua salvatrice, rivolgendosi per un attimo alle proprie spalle. Poi ruotò la testa a sinistra. Mills, dammi una mano."

Un uomo con la divisa da poliziotto le si inginocchiò accanto e tese le braccia in avanti.

Megan si sentì trascinare fuori. La schiena e poi le gambe strisciarono sul bordo degli ultimi scalini. Infine si ritrovò supina in una stanza luminosissima.

La donna si accovacciò davanti a lei. Un sorriso teso le si disegnò sul viso. Siamo della polizia, stai tranquilla. Sei salva.

***

Domenica, 21 maggio 2017

Oh, la Kidman! esclamò Sylvia, mentre scattava verso la statua della sua attrice preferita. Be’, forse una delle sue cinque attrici preferite. Facendosi spazio in malo modo tra due bambini, salì sulla pedana e si fermò a osservarla.

Era proprio alta. Sapeva che le facevano delle stesse dimensioni delle persone originali, quindi nella realtà lei le sarebbe arrivata a fatica alla spalla. Il vestito dorato, che le scendeva sul fisico perfetto, e i capelli, che formavano un boccolo sul lato sinistro del viso, la rendevano semplicemente divina. Vista così da vicino, però, assomigliava molto meno all’originale, anche se di certo lei non era mai stata tanto vicino alla vera Nicole Kidman. La superficie della cera era lucida e rifletteva l’illuminazione che la investiva. L’espressione del viso quasi altera aveva un che di innaturale, ma di certo in fotografia, dalla giusta angolazione e col giusto filtro, l’illusione sarebbe stata perfetta.

Le camminò intorno. La statua aveva il capo e lo sguardo girato verso destra. Doveva sistemarsi in modo tale da far sembrare che la Kidman guardasse nell’obiettivo. Le si mise accanto, sollevandosi sulle punte, per non apparire troppo bassa, e allineò il cellulare per scattare il selfie.

La risata di Gary distolse la sua attenzione dallo schermo e la portò su di lui. Il suo ragazzo si stava sbellicando accanto alla statua di Helen Mirren. Lei è superelegante e tu con quel giubbino sembri una stracciona.

E smettila! gli rispose lei, ma ormai le era difficile rimanere seria e tenere la mano ferma.

Un’altra coppia sostava a poca distanza, la guardava con aria impaziente. Quella domenica mattina il Madame Tussauds era una bolgia e lei stessa aveva dovuto attendere prima di potersi avvicinare alle statue più gettonate. Okay, doveva darsi una mossa.

Puntò di nuovo il cellulare e cercò di evitare di inquadrare il vestito della Kidman. Effettivamente la differenza di stile tra loro due era a dir poco grottesca. Si concentrò sui volti e cercò di imitare l’atteggiamento regale di lei. Scattò due foto e poi si allontanò soddisfatta. Ne avrebbe messo una come avatar del profilo su Facebook, sperando che fossero uscite bene. Sullo schermo del cellulare lo sembravano quasi tutte, ma, quando le riguardava sul computer o sul tablet, almeno la metà era fuori fuoco.

Non ti fai la foto con Johnny Depp? Gary le era di nuovo a fianco e stava indicando la copia dell’attore, intorno alla quale si era raccolto un gruppetto di ragazze.

Sylvia arricciò il naso. Hmm, no. Un tempo le piaceva tanto Depp, ma non aveva alcuna voglia di aspettare.

Nel frattempo il suo ragazzo era stato attirato da altro e stava di nuovo ridendo. Non so se sia più finto questo o quello vero. Ce l’aveva con la statua di Tom Cruise, un altro belloccio del cinema che, pur avendo abbondantemente superato il mezzo secolo, si ostinava a interpretare ruoli da trentenne. In quella rappresentazione in cera esibiva uno dei suoi famosi sorrisi esagerati, reso sinistro dall’immobilità.

Lo sguardo di Sylvia si spinse più avanti. Era preoccupata, perché la batteria del cellulare era scesa sotto il venti percento e aveva ancora tanto da vedere e fotografare. Doveva scegliere meglio i propri obiettivi.

Poco più avanti c’erano dei tavoli. Una visitatrice si era sistemata sulla sedia di fronte a George Clooney, che sembrava tenerle la mano. Un’altra donna le scattò una foto, poi si scambiarono di posto. Altre persone erano ferme nelle vicinanze, probabilmente attendevano il proprio turno per fare altrettanto.

Vuoi farla anche tu? Gary le toccò il braccio, inducendola a guardarlo.

Sylvia gli rivolse un sorriso scherzoso. Non sei geloso?

Del vecchio George? Lui ostentò un’espressione perplessa per qualche istante, poi scosse la testa. Naaa!

Lei era già piegata in due dalle risate. Oddio, quel posto era uno spasso. Come la maggior parte delle attrazioni a pagamento di Londra costava una follia, ma rispetto ad altre ne valeva davvero la pena. Era la ciliegina sulla torta di quella loro breve vacanza nella capitale.

Io te la faccio con George, se tu me la fai con Julia e la sua amica. Nel parlare, Gary aveva compiuto un passo indietro, così Sylvia si ritrovò a girare su se stessa per seguire la sua indicazione, anche se era rivolta al tavolo accanto.

La statua della Roberts era in piedi dietro una sedia, cui era poggiata con entrambe le mani. Aveva un lungo abito nero e una stola con una fascia gialla le cadeva sugli avambracci, come se le fosse scesa nel fare quel movimento. Con una spalla un po’ più in alto dell’altra dava l’impressione che non fosse affatto comoda in quella posizione e il sorriso forzato, quasi da paresi, stampato sul suo viso pareva confermarlo. Oh, magari era solo perché le facevano male i piedi per via dei tacchi?

Sylvia prese a ridere da sola.

E la bionda chi è? Non la riconosco udì la voce di Gary dire a una certa distanza. Il brusio generale di quel luogo copriva ogni cosa e attutiva i suoni intorno a lei.

Si voltò a guardare l’oggetto dell’interesse del ragazzo: una bellissima donna con i capelli biondo platino seduta sulla sedia cui la Roberts era appoggiata. Le gambe piegate di lato spuntavano dall’abito blu, la cui gonna era costituita da ampi drappeggi, come quelli delle dame d’altri tempi. Dal corpetto stretto si estendevano delle lunghe maniche allargate all’altezza dei polsi. Le mani erano posate sul tavolo in maniera composta, con le dita intrecciate. Il busto era tenuto contro la spalliera, un po’ piegato di lato, nella direzione opposta rispetto all’attrice alle sue spalle. Lo stesso valeva per la testa, che pareva adagiata contro il braccio di quest’ultima. Nell’insieme le due statue erano sistemate in modo tale da formare una composizione, dotata di una certa simmetria, una specie di opera d’arte moderna, che però falliva completamente nell’intento di farle apparire come delle persone reali.

Eppure c’era qualcosa di autentico nella bionda. Forse erano le mani, che una volta tanto non ricordavano quelle di un manichino o delle protesi. Al medio destro sfoggiava un anello con una grande pietra blu, abbinata al vestito. Ai capelli, sistemati in onde che ricordavano la moda di un secolo prima, era fissata una coccarda del medesimo colore. Il viso, poi, non aveva una di quelle espressioni tipiche di chi si mette in posa. Era rilassato, gli occhi azzurri persi nel vuoto e le labbra leggermente socchiuse, come se fosse intenta a pensare a qualcosa.

Cavolo, era impressionante. Sembrava vera. Ma chi era?

Si guardò intorno in cerca di una targhetta con un nome. Tentò invano di frugare nella propria memoria, ma quel volto le era del tutto sconosciuto. Avvertiva una strana sensazione, che non riusciva a descrivere, nel guardarla.

Dai, girati. Le parole di Gary la distolsero da quel pensiero. Vai dall’altra parte del tavolo, accanto alla Roberts, così ti faccio una foto. Poi tu ne fai una a me.

Okay… mormorò lei, mentre seguiva le indicazioni del ragazzo, senza riuscire a togliere gli occhi di dosso dalla bionda.

Per il giubbotto non posso farci nulla, ma almeno così non ti si vedono i jeans.

Per tutta risposta Sylvia gli indirizzò una linguaccia, poi piegò la testa verso la statua di Julia Roberts e l’appoggiò contro la sua spalla, prima di allargare la bocca in un sorriso da fotografia. Con la coda dell’occhio ebbe l’impressione di scorgere un movimento, ma rimase ferma, altrimenti la foto sarebbe venuta mossa.

Gary, però, non si sbrigava a scattare.

Dai! lo incitò a denti stretti.

Lui, invece, abbassò piano il cellulare. Aveva gli occhi sgranati e la bocca aperta. Era diventato pallido.

Che c’è adesso? Sylvia si raddrizzò e allargò le braccia.

Con un gesto scomposto della mano libera, Gary indicò verso di lei. Intanto stava indietreggiando.

Una donna gli finì addosso. Mi… Le scuse rimasero a metà, quando si voltò verso Sylvia. Sussultò e si portò entrambe le mani alla bocca. Ma non stava guardando lei, i suoi occhi puntavano più in basso.

Nell’osservare quel comportamento, Sylvia si sentì raggiungere da un brivido. Senza osare muovere nessun altro muscolo, calò lo sguardo.

Adesso la spalliera era vuota e la mano sinistra della Roberts non era più nascosta, mentre la bionda sconosciuta era piegata in avanti, con la testa posata di lato sul tavolo. Dalla sua posizione riusciva soltanto a vederne i capelli, che le coprivano il viso. La mano destra era proprio sul bordo del mobile. Si stava muovendo. No, scivolava piano.

D’un tratto cadde e il braccio prese a penzolare.

Sylvia cacciò un urlo. Indietreggiò, ma subito sbatté con la schiena contro un corrimano. E urlò di nuovo. Non riusciva a smettere di farlo, mentre cercava di appiattirsi contro la parete, incapace di compiere qualsiasi altro movimento.

Lo sbattere della sua borsa sul pavimento non fu sufficiente a distogliere lo sguardo di Richard Dawson dal corpo della donna. Aveva lasciato andare il manico troppo presto nell’abbassarsi per poggiarla a terra. Il medico legale si raddrizzò ed emise uno sbuffo rassegnato.

Morte naturale? suggerì il dottor Edward Collins, al suo fianco.

Se si fosse trattato di una settantenne, sarebbe stato il mio primo pensiero. Dawson riuscì a staccare gli occhi dal cadavere e li mosse a giro nella sala ora deserta, fatta eccezione per loro due, un poliziotto in divisa che stava parlando con una guardia di sicurezza del museo e, ovviamente, le statue di cera di varie celebrità internazionali. Si soffermò su quella di Julia Roberts, che continuava a sorridere a un inesistente interlocutore, mentre, con le mani appoggiate alla spalliera, sostava alle spalle della sedia occupata dalla giovane donna accasciata sul tavolo. Nel colpire i loro volti la luce produceva il medesimo riflesso, come se entrambe fossero finte. Incuriosito da quell’effetto, avanzò e si abbassò per guardare meglio la bionda. Nonostante il caschetto di capelli ondulati le coprisse una parte della guancia destra e quella sinistra fosse posata sulla superficie del mobile, il resto del viso era ben visibile. Era ricoperto da uno spesso strato di trucco, che gli conferiva un aspetto uniforme e lucido. Non mi stupisce che la gente non si sia accorta che era una persona vera. Sembra quasi che indossi una maschera.

I passi di Collins anticiparono il suo arrivo. Il medico dell’ambulanza che ne ha dichiarato la morte mi stava dicendo che, appena le ha toccato il collo in cerca di segni vitali, si è accorto che era abbastanza fredda, quindi ha deciso di non fare nulla per tentare di rianimarla. Solo per scrupolo ha cercato il battito con lo stetoscopio, ma non l’ha trovato.

Ha controllato le pupille? Dawson estrasse dalla tasca una torcia stilo e puntò il fascio su uno degli occhi della donna. Le pupille erano fisse e completamente dilatate. Poi controllò l’orologio. Erano da poco passate le due del pomeriggio.

Immagino di sì.

Nello scenario più ottimistico, è entrata come visitatrice probabilmente poco dopo l’apertura, si è seduta qui e ha avuto un malore, senza che nessuno se ne rendesse conto. Spense la torcia e la rimise in tasca, poi con la mano inguantata prese a tastarle la testa con delicatezza, per vedere se avesse qualche segno di trauma. Se ci pensi, è triste, con tutta la gente che passa qui dentro, per non parlare della videosorveglianza. Si soffermò sull’orecchio. Poteva percepire la presenza di un piccolo oggetto duro. Nello spostare una ciocca di capelli scoprì un auricolare Bluetooth. Passò quindi al collo e alla schiena, senza trovare niente di strano. Avrebbe dovuto metterla supina per controllarla meglio, ma non se la sentiva ancora di muoverla. Se si fosse trattato davvero di morte naturale, sarebbe stato tutto molto più semplice. Di fatto, però, non aveva abbastanza informazioni da escludere altre cause.

D’altra parte, se qualcuno l’avesse aggredita, non sarebbe passato altrettanto inosservato. Collins seguiva da vicino l’operato del proprio capo, senza intervenire.

Lo spero bene. Le dita di Dawson avevano prima controllato il braccio sinistro della donna, che era piegato al lato del capo, sul tavolo. Ora erano passate a quello destro, che pendeva oltre il bordo del mobile. Originale scelta d’abbigliamento commentò nel far scorrere i polpastrelli sulla superficie setosa della manica blu. Il tessuto era molto sottile e lui poteva chiaramente sentire, anche attraverso il lattice dei guanti, che la pelle era fredda. L’aria di quell’ambiente doveva essere tenuta a una temperatura costante abbastanza bassa, affinché le opere esposte non si rovinassero. Lui stesso non sentiva affatto l’esigenza di togliersi la giacca, benché non potesse certo dire che c’era freddo, ma aggirarsi lì con quell’abito da sera doveva essere stato abbastanza disagevole.

Magari voleva davvero fingere di essere anche lei una statua per scattare delle foto o per scherzo. Potrebbe essere una di quelle webstar che fa di queste cose per attirare ‘mi piace’ e follower. Collins puntò l’indice in avanti. Ti dispiace se controllo là dentro per vedere se c’è un documento d’identità? Avrà un telefono connesso a quell’auricolare, dove di certo ha ripreso ciò che ha fatto prima di sedersi su questa sedia.

Seminginocchiato, Dawson si fermò all’altezza del gomito. La donna teneva a tracolla una borsetta dello stesso colore dell’abito. Solo adesso la notava. Per via delle piccole dimensioni era in parte celata dalle pieghe della gonna. Fai pure. Proprio in quel momento il suo pollice sentì qualcosa sotto il tessuto.

Collins si era accovacciato e, dopo averla aperta, aveva infilato una mano nella borsetta. Strano…

Con movimenti rapidi, le dita di Dawson stavano ora tastando l’avambraccio. Come raggiunsero il polso, iniziarono a sollevare con cautela la manica.

Qui non c’è praticamente nulla continuò l’altro medico. Estrasse un pezzo di carta stampata. Solo il biglietto d’ingresso, del denaro contante e un piccolo cellulare. Rimise a posto il biglietto e tirò fuori il dispositivo. Non è uno smartphone. Lo stava rigirando tra le mani. E la mia teoria della webstar sfuma miseramente.

Guarda. Dawson aveva sollevato la manica fino al gomito, ma adesso si era fermato, poiché qualcosa gli impediva di continuare.

Fece ruotare il braccio, che si mosse senza problemi. Era morta da un po’, ma non vi erano ancora segni di rigor. Così facendo, rivelò l’interno del gomito, dove era fissata un’agocannula. Da questa partiva un tubicino pieno di un liquido trasparente, che rimaneva scostato dalla pelle ed era incollato alla manica. Essendo quest’ultima abbastanza larga, il medico non si era accorto della presenza di quel circuito d’infusione, quando poco prima aveva controllato il braccio.

Con gli indici e i pollici di entrambe le mani prese a seguire il tubicino attraverso la stoffa, finché raggiunse l’ascella e quello scomparve dentro il corpetto del vestito.

Hm mugugnò Collins, che subito dopo ripose il cellulare dentro la borsetta. Qualcosa mi dice che hai trovato la causa della morte.

Quella parte del vestito era più spessa e la sensibilità attraverso i guanti era ridotta, comunque Dawson riuscì a seguire il tubicino lungo tutto il fianco, finché non raggiunse la vita, da cui partiva la gonna. Qui gli strati di tessuto si allargavano e sovrapponevano. Continuò a muoversi verso il basso, fino a toccare la superficie della sedia. Il vestito scendeva libero oltre di essa a coprire in parte le gambe piegate di lato. Constatò che non conteneva nulla all’interno, quindi si spostò sulla coscia e risalì verso la vita. Il busto piegato in avanti aveva ridotto di molto lo spazio tra esso e le cosce. Il medico mosse le dita sul ventre, sorprendentemente piatto per una persona in quella posizione, e così facendo avvertì un bordo duro sfiorare il dorso della sua mano. La fece ruotare per toccarlo. C’era qualcosa nascosto tra le onde di tessuto del vestito.

Portò anche l’altro ginocchio a terra, per stare più comodo ed evitare di perdere l’equilibrio, e aggiunse anche la mano sinistra per definire i margini e la forma dello strano oggetto. L’estremità rivolta verso di lui terminava di colpo, ma dalla parte opposta sembrava che spuntasse un tubicino. C’è una sorta di tasca nascosta nel tessuto che contiene un oggetto collegato al circuito d’infusione.

Una pompa?

Dawson annuì. A rigor di logica dovrebbe essere una pompa. Contrasse il volto, mentre cercava di ricostruire con la mente la forma su cui stava scorrendo il proprio indice destro. Questo è un serbatoio. Sentiva un cilindro. Avvicinò ancora più a sé le mani, riportandole sulla coscia e prese a sollevare uno per uno gli strati di tessuto, finché non trovò un varco. Qui c’è l’ingresso della tasca. Ci infilò una mano e poté finalmente afferrare l’oggetto contenuto al suo interno. Lo tirò fuori con un movimento lento, per timore di strappare qualcosa.

Che diavolo è?

Quella di Collins era una bella domanda. Dawson stava cercando di dare una definizione a ciò che teneva sul palmo della mano destra. Si direbbe una pompa di infusione artigianale ad aria compressa. La capovolse. Ha un pulsante per l’attivazione. Si assicurò di non toccare la superficie di quest’ultimo per non alterare un’eventuale impronta. E il serbatoio è vuoto, ma conteneva di certo qualcosa.

Il serbatoio non era altro che il corpo di una siringa a diametro largo, inserita in un tubicino trasparente che continuava dentro la tasca. Il pistone era spinto a fine corsa ed era collegato al dispositivo che doveva averlo azionato. Una buona parte del volume doveva essere ancora nel lungo circuito e perciò non aveva raggiunto il circolo sanguigno. A quanto pareva, la porzione che invece ci era riuscita era stata sufficiente allo scopo.

Dawson emise un profondo sospiro, quindi si voltò ad accogliere l’espressione perplessa del collega. A questo punto escluderei la morte naturale e sarei più propenso verso la teoria del suicidio.

Un suicidio bello strano.

Già, per prima cosa dobbiamo scattare delle foto. Posò con attenzione il dispositivo in grembo al cadavere. E sarà meglio chiamare la Scientifica. Sollevò il ginocchio destro per piantare il piede a terra e si alzò con qualche difficoltà. Gli faceva male la schiena. Dobbiamo trattare questo posto come una scena del crimine.

Un gemito soffocato alle sue spalle lo indusse a voltarsi.

Crimine? Una donna indossante un tailleur sostava a qualche metro di distanza. Si teneva una mano con l’altra, torturandosi le dita. Stava guardando verso il cadavere, strinse le labbra e con un evidente sforzo si rivolse al medico legale. Credevo che avremmo soltanto dovuto attendere che la portaste via di qui, per poi riaprire il museo.

Chi è lei?

Sono Daphne Goodwin disse in tono solenne. La direttrice responsabile del Madame Tussauds di Londra.

Signora Goodwin, temo proprio che per oggi il museo rimarrà chiuso.

Come entrò nella saletta di controllo della videosorveglianza del Madame Tussauds, ci trovò più gente di quanto si aspettasse. Eric chiuse la porta dietro di sé, attirando lo sguardo del detective Marvin Bennet, che lo accolse con un cenno di saluto e un sorriso ironico, forse in risposta a una sua involontaria espressione perplessa. Sulla destra, spalle alla parete, sostava una guardia giurata, con le braccia conserte. Un suo collega era seduto alla consolle e parlottava con Martin Stern.

L’immagine sullo schermo principale riprendeva, sul margine destro, la presunta vittima sulla sedia della statua di Julia Roberts. L’inquadratura era dall’alto e leggermente di profilo. La telecamera era puntata verso il flusso di persone che procedeva rapido, a ritroso, mentre la donna era immobile.

La medesima inquadratura era ripetuta in uno schermo più piccolo sulla sinistra, ma stavolta riportava la donna accasciata sul tavolo, mentre sul lato opposto spuntava la sommità della testa di Adele Pennington, che in posizione accovacciata stava probabilmente raccogliendo le impronte digitali. Quella supposizione venne confermata un attimo dopo, quando la criminologa si sollevò, si sporse sopra il busto del cadavere e iniziò a premergli uno per uno i polpastrelli della mano sinistra contro la superficie del lettore portatile.

Con il sorriso sulle labbra, non poté fare a meno di soffermarsi a osservare la propria compagna. L’espressione concentrata che mostrava, mentre si dedicava al lavoro, era quella che più di tutte aveva presa su di lui.

Mi stupisco di trovarti già qui, Marvin. Eric distolse lo sguardo dallo schermo e si accostò al collega del Team Investigativo della Omicidi che dall’estate precedente collaborava più spesso con la sua squadra scientifica. Per il momento tutto farebbe pensare che si tratti di un suicidio, anche se abbastanza elaborato. Era davvero stupito della sua presenza. In fondo era domenica ed era certo che Bennet avesse ben altro da fare.

Sono reperibile e diciamo che mi sono lasciato incuriosire dall’ambientazione. Sai, ha risvegliato il mio istinto da Sherlock Holmes. Il detective ostentò una smorfia. Sarà l’aria di questo quartiere. Si riferiva al fatto che non molto distante dal Madame Tussauds era situato il museo dedicato al famoso investigatore protagonista dei libri di Arthur Conan Doyle, in Baker Street, all’indirizzo in cui si trovava la sua immaginaria residenza. Ma tu lo sai meglio di me, visto che vivi da queste parti.

Ah, hai scoperto il segreto del mio successo!

Si misero entrambi a ridacchiare.

In tutti quei mesi che avevano finito per lavorare spesso fianco a fianco, Eric aveva avuto l’opportunità di conoscere un po’ meglio Bennet e si trovava molto bene a fare squadra con lui. Quella nuova amicizia era forse l’unica conseguenza positiva dell’interruzione dei suoi rapporti con Miriam Leroux, la detective della Omicidi che lui amava come una figlia, e che probabilmente lo era.

Dopo i fatti del giugno dell’anno prima, che avevano riportato a galla il ricordo doloroso della morte di Madeleine e Jean-Michel e il sospetto che quest’ultimo non fosse affatto suo padre, lei aveva tagliato completamente i ponti con lui. Ed Eric non se la sentiva di criticarla per il suo comportamento. Avrebbe dovuto parlarle di quella possibilità tanto tempo prima. O, meglio ancora, avrebbe dovuto chiarirla con sua madre, nonostante quest’ultima si fosse ostinata a negare. Invece, aveva preferito lasciare le cose così com’erano, perché si era sentito ferito dal rifiuto di una persona che amava e che per lungo tempo aveva considerato la donna della sua vita, forse proprio perché lei non aveva mai voluto esserlo. Dopo la sua morte, invece, era stato semplicemente codardo. Aveva visto crescere il rapporto con la figlioccia e, più il tempo era passato, meno lui era riuscito a trovare il coraggio di chiarire quella situazione. La verità avrebbe reso soltanto le cose più difficili e avrebbe causato ulteriore sofferenza. Era quello che si era ripetuto in tutti quegli anni, quasi congratulandosi con se stesso per il proprio giudizio. Ma era stato un errore. Certi segreti avevano la brutta abitudine di riemergere in maniera spontanea e, quando succedeva, non si poteva più avere alcun controllo su di essi.

Miriam l’aveva bandito dalla propria vita sia privata che lavorativa, per rabbia, orgoglio. La conosceva abbastanza bene da poter stilare una lunga lista di motivi. E a nulla erano serviti i suoi tentativi di riavvicinarsi a lei. Adele cercava sempre di confortarlo, ripetendogli che le cose sarebbero andate meglio con il tempo, ma Eric temeva che la donna che lui considerava sua figlia, che lo fosse o meno, lo odiasse o, peggio ancora, avesse perso il minimo interesse in lui. Allo stesso tempo, però, faticava a credere che fosse possibile. Non riusciva a

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