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Il silenzio dell'acqua
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E-book161 pagine2 ore

Il silenzio dell'acqua

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Info su questo ebook

Case infestate, amicizie inumane, artefatti magici che regalano la vita, pistoleri che vengono da un passato lontanissimo, angeli affamati, bambine dedite a strani lavori di casa, i suoni che si spargono per l’erba e quel silenzioso ma penetrante gocciolare d’acqua. Quattordici racconti, storie fantastiche nella tradizione del fantastico e dell’orrore, ambientate in quella zona dell’esistenza dove la realtà lentamente scivola via.
LinguaItaliano
Data di uscita4 mag 2017
ISBN9788826084701
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    Anteprima del libro

    Il silenzio dell'acqua - Matteo Poropat

    IL SILENZIO DELL’ACQUA

    (C) Matteo Poropat

    Tutti i diritti riservati

    Impaginazione, grafica e immagine di copertina di Matteo Poropat

    Precedenti edizioni dei racconti:

    Non nel mio nome, pubblicato in Minuti Contati, Nero Press, 2012

    Ago e filo, pubblicato in 365 racconti horror, Delos Books, 2011

    Fame chimica, pubblicato in Il magazzino dei mondi, Delos Books, 2011

    Un vestito nuovo, pubblicato in Sussurri, Il cerchio capovolto, 2011

    Quando ritornano, pubblicato in Uomini e spettri, Bel-Ami, 2011

    Il giorno sbagliato, pubblicato in Il ripostiglio, La Tela Nera, 2011

    Per contatti:

    sito web: www.matteoporopat.com

    email: matteo.poropat@gmail.com

    Altri ebook

    I giochi di Cthulhu

    Un breve saggio sul Lovecraft ludico

    Playing with Lovecraft

    La versione inglese del saggio sui giochi di Lovecraft

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    Fuga dall'Altrove

    Libro game

    Il padre delle ombre

    Racconto fantasy d'ispirazione orientale

    matteo poropat

    IL SILENZIO DELL'ACQUA

    "Sometimes I think that if it were possible to tell a story often enough to make the hurt ease up,

    to make the words slide down my arms and away from me like water,

    I would tell that story a thousand times."

    Anita Shreve, The Weight of Water

    Ago e filo

    Ci sono poche cose come giocare col nonno. Le mani grandi e rugose, anche se fredde, danno tanta sicurezza. Gli occhi fissi e lucidi. Posso giocarci per ore, e non si stufa mai, il nonno.

    Quando parlo di lui con le mie amiche però, non mi capiscono. Loro vogliono bene ai nonni solo per il gelato o la bambola nuova. Pure io la vorrei, la bambola, ma la mamma mi ha lasciato il nonno, per giocare, e ho l’ago e il filo, mi ci diverto proprio un sacco.

    Oggi per fortuna non sono dovuta andare a scuola: è finalmente tornato papà. Lui non aveva capito la storia del nonno, gli serviva solo tempo, ci scommetto.

    Lo dicevo che tornava, anche se mamma non ci credeva. Era sempre così arrabbiata e un giorno ha detto che se lui non tornava avrebbe cominciato a giocare con me.

    Però ora è sopra con lui, a festeggiare. Li sento attraverso il pavimento. Papà grida forte forte. Dopo la mamma si inventerà qualche scusa su quello che è successo. Come se ce ne fosse bisogno, io sono grande! di quelle cose lì, so già tutto.

    Papà grida il mio nome. Che stupidino che è. Mica posso partecipare. A queste cose ci pensa la mamma, è lei quella brava. Una volta mi ha mostrato come si fa, però dice che sono ancora piccola e devo avere pazienza. Intanto posso cucire quel che resta, ma un giorno anch’io farò gridare un uomo come sa fare lei.

    Il nonno mi fissa dalla sedia. Credo non gli piaccia tanto la gonna corta che ho oggi. Però ho messo le scarpette laccate. Mi ci specchio, tanto le ho pulite.

    Di sopra papà urla proprio. Nemmeno il nonno era così. Chissà che cosa gli sta facendo la mamma, speriamo me lo racconti quando torna.

    Io intanto ho deciso: oggi si gioca alla sarta.

    Ago e filo sono già nel taschino del nonno. Che bravo che è, sempre fermo e disponibile.

    Ricomincio da dove ho lasciato, sistemati gli occhi ora cucio la bocca, che aperta gli stava proprio male. Ricordava troppo il giorno in cui alla fine ha smesso di gridare.

    Come papà, ora, al piano di sopra.

    Fame chimica

    I ricordi del giorno precedente possono essere racchiusi in una delle bustine per la polimescalina di Jeremya, di quelle gialle, dimenticate in giro per casa.

    Detesto la droga. Odio lo shift temporale, lo straniamento e il distacco che provoca. E dopo il viaggio quegli urlanti residui di bisogno, orme roventi della visione perduta.

    Detesto la droga, ma amo Jeremya. Per lui mi sono spinto a fondo nello stomaco pulsante dello sprawl devastato, risalendone l’intestino tra tossici, cannibali e puttane ricoperte di scaglie, fino alle rovine divorate dalla ruggine dell’alveare. Ho sfidato vecchie bioluci di sicurezza ridotte a killer psicotici, ombre viscide tra monolitiche infestazioni di gastriti e ulcere meccaniche, dove vengono digeriti carne e metallo. In quella che lui ama chiamare casa.

    Jeremya, i capelli bianchi intrecciati e la cicatrice sull’occhio elettromeccanico, guasto come il mondo che fissa.

    Jeremya, un ricordo, un inebriante cocktail di sesso, innesti luccicanti e polimescalina.

    Seguo Jeremya. Accarezzo le pareti per ritrovare il suo odore, sbirciando nei cessi alla ricerca di tracce del suo passaggio.

    Conosco le sue abitudini. Lui dipende dai miscugli di additivi chimici prodotti con piante delle subculture.

    Io dipendo da lui.

    Scivolo tra lapidi di carne, col vuoto e la fame che quelle distese di solitudine umida che chiama orgasmi mi lasciano dentro.

    Ne esco vivo, ancora alla sua ricerca.

    Mi alzo dal letto, chiedendo un po’ di pietà alla luce che filtra verdastra. Ma l’alba radioattiva non soddisfa mai i miei desideri.

    Un passo e subito barcollo, trottola in avvitamento su un asse incerto.

    Evito quello che resta di Jeremya. C’è ormai davvero poco del suo essere stato un uomo, seppure non completamente e soprattutto non nei suoi migliori venerdì sera. E quel poco è tutto nella frattaglia rimasta a terra. Masticato e sputato, più di una volta, forse perché indigesto.

    Jeremya, un indecifrabile origami di carne e metallo.

    L’osservo tenendo il collo piegato, per la silenziosa poesia di quel dipinto, o solo per l’emicrania che sento pulsare nelle tempie.

    Ancora due passi, evitando satelliti organici che orbitano nel suo spazio di morte, e vedo il cesso. Appoggio le mani, ne afferro i bordi come un timoniere che si assicura alla sua nave, prima dell’onda finale.

    Socchiudo gli occhi. Riassaporo le increspature di una devastante fame chimica, vomitando i pezzi di Jeremya che, come quella sua passione per la droga, non sono proprio riuscito a digerire.

    Il giorno sbagliato

    C’era solo silenzio qui, prima. Ora invece Mattia grida il tuo nome, l’unico suono nell’assolato pomeriggio. Non devi nemmeno girarti, senti che è ancora lontano, e rimani impassibile al tuo posto, seduto sul gretto del torrente ormai asciutto, lanciando sassi nella poca acqua che gorgoglia e sparisce nel folto dei cespugli alla tua sinistra. Quando l’eco del tuo nome si spegne la coperta di silenzio torna a coprire ogni cosa.

    Fa troppo caldo oggi, troppo per gli animali, troppo per gli uomini. Solo i grilli friniscono in lontananza, ma è un suono talmente continuo da confondersi con lo stesso silenzio.

    Mattia corre più forte, puoi sentire lo sfregare delle scarpe consunte che affondano nella ghiaia da questa parte del torrente. Ormai è a pochi metri da te. Ti alzi di colpo e mentre lui è in bilico, sulla traiettoria verso il punto dov’eri prima, lo afferri e rotolate insieme per terra.

    – Sei ancora qui eh, deficiente?

    La sua voce è acuta, freme di rabbia per la sorpresa di essere caduto quando si aspettava di affondare il piede nel tuo fianco. Tu sei quello lento, da prendere in giro. Lui è quello che picchia quelli come te.

    – Cosa fai, ti ribelli? Sai che più ti agiti e più le prendi vero? Ti avevo già detto di non venire più al fiume, questo non è posto per quelli come te

    Lo ribadisce a voce alta. Quelli come te, quelli sbagliati, quelli che vengono cercati e picchiati e spesso portati via senza tornare, di questi tempi. È facile per un ragazzo riassumerlo con poche parole sentite dai grandi. Quelli, quelli come te.

    Ti difendi dai suoi pugni, cerchi di colpirlo. Avverti una gioia selvaggia nel vedere il suo labbro che sanguina, per una volta forse tornerai a casa senza lividi. Lo pensi, mentre lui balza indietro schivando un pugno e inizi a esultare quando abbassa la guardia.

    – Pensavi fossi solo… deficiente…

    Due braccia ti afferrano e stringono come una morsa. Odore rancido di sudore e sigarette. Quel bastardo di Grugno, non c’è dubbio, lui che va sempre dietro a Mattia, un animale incapace di pensare da solo.

    E come cerchi di sgusciare da quella presa tutto si fa buio.

    Un sacco ruvido che puzza di cipolle che ti gratta la faccia, mentre senti levarsi la voce del Benussi, quel gran figlio di una puttana, di un ingegnere e di una puttana.

    Scalci e meni pugni in ogni direzione. Ti avvolgono con delle corde, sei la versione ebrea di un salame, trasportato a braccia come un trofeo da esibire. I tuoi aguzzini ridacchiano parlando tra loro dello scherzo che stanno per fare. Li senti contare, mentre oscilli nel buio, e un fiotto di bile ti sale dallo stomaco, bruciandoti la gola. Per qualche secondo rimani sospeso in aria. Per qualche secondo voli.

    Atterri su un pianale rigido col respiro bloccato. Rotoli fino a sbattere contro qualcosa che ferma la tua corsa. Sei sul carretto del padre di Grugno.

    Mentre il rumore tonsillitico del vecchio motore riempie le orecchie, tenti ancora di liberarti. Le corde ti tagliano la pelle, l’aria è pesante, il pianale metallico scotta attraverso i vestiti e brucia contro la pelle dei polpacci scoperti. Ti arrendi e aspetti.

    Passano dei minuti, il suono del motore è tutto il tuo mondo. Ripensi a come avresti dovuto difenderti, ma sai che è solo illusione, non avresti potuto fare molto e non rimane che attendere la prossima occasione.

    Una brusca frenata ti fa rotolare di nuovo su te stesso, finché la testa non sbatte su un fianco del ripiano metallico. La nausea torna ad assalirti, respiri più velocemente, senti che stai per vomitare e ti trattieni. Le lacrime che rifiutavi ti scivolano sulle guance sporche, mentre strizzi gli occhi fino a farti male, per non rigettare il pranzo nel sacco chiuso.

    Qualcuno di grosso, Grugno probabilmente, ti afferra e ti issa sulla sua spalla. Sussulti, le sue ossa piantate nel ventre, e non riesci a smettere di piangere. Speri che muoiano, speri che arrivi qualcuno dal paese e li faccia fuori. Non t’importa se ammazza anche te, vuoi solo saperli morti.

    Quando la stanchezza ti assale è passato un altro lasso di tempo che non sapresti misurare, forse dieci minuti, forse di più. Grugno ti scarica senza tanti pensieri a terra, mentre gli altri due parlottano troppo lontani per capirli.

    – Qui va bene?

    La voce impastata del ragazzone imbecille è fastidiosa, cerchi di allungare una gamba e sferrargli un calcio, d’istinto, per rabbia, ma colpisci qualcosa di molto più duro. Il dolore sale lungo l’arto sciogliendosi nel tuo corpo come veleno.

    Mattia e il Benussi ridono più forte ora, devono essere a pochi metri da te.

    – Lasciamolo qui, le corde vanno bene, vediamo se ce la fa a tornare a casa oppure rimane nel posto giusto per quelli come lui. Taglia le corde alle gambe, Grugno, così corre come il coniglio che è.

    Grugno borbotta qualcosa di incomprensibile. Lo senti afferrarti le caviglie e mollare la corda, poi sfila il pesante sacco.

    La luce del pomeriggio ti riempie gli occhi umidi; li sbatti e i profili annebbiati dei tre si delineano meglio contro il muro di pietre grigie. Il luogo lo riconosci facilmente. Ti hanno portato fino all’angolo estremo del cimitero di Cimasassi, a molti chilometri da casa. In paese dicono sia un posto stregato dove alcune tombe sono state aperte, da ladri o disperati in cerca di qualche braccialetto da rivendere.

    Mattia si avvicina, il mento alzato, lo

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