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John & Jackie
John & Jackie
John & Jackie
E-book127 pagine1 ora

John & Jackie

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Info su questo ebook

John e Jackie si incontrano da bambini. Ora, settantuno anni dopo, Jack si prepara a dare a suo marito l’ultima immensa prova d’amore. Aspettando il tramonto, durante un intero pomeriggio, John e Jackie faranno rivivere cinque momenti chiave della loro vita insieme. Dal primo bacio alla violenza di un padre alcolizzato. Dall'insidia delle tentazioni del mondo alle difficoltà della maturità. Esperienze che hanno determinato quel che sono diventati e definito la  profondità del sentimento che li unisce. Mentre il sole declina, se fin dal primo giorno John non ha voluto altri che Jackie, nel loro ultimo Jackie dovrà farsi forza, vincendo ogni egoismo e remora, per concedere a John la morte decorosa che desidera.
LinguaItaliano
Data di uscita30 mar 2017
ISBN9788899344986
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    Anteprima del libro

    John & Jackie - T. J. Klune

    John & Jackie

    Titolo: John & Jackie

    Autore: T.J. Klune

    Traduzione: Amneris Di Cesare

    Questo romanzo è un’opera di fantasia: nomi, personaggi, luoghi e avvenimenti sono il prodotto dell’immaginazione dell’autore o sono usati in modo fittizio. Qualsiasi riferimento a fatti, luoghi o persone è puramente casuale.

    Tutti i diritti di traduzione, riproduzione e adattamento, totali o parziali, con qualsiasi mezzo, anche copie fotostatiche e microfilm, sono riservati.

    © 2017 Amarganta

    www.amarganta.eu  info@amarganta.eu

    ISBN  978-88-99344-98-6

    PROPRIETÀ LETTERARIA RISERVATA

    Copyright 2017 Amarganta

    Stampato per conto dell’Associazione Culturale Amarganta nel mese di marzo 2017

    T. J. Klune

    John & Jackie

    Questa breve storia è per coloro

    che hanno sempre amato con tutto il cuore.

    Amarganta

    Sentire un po’ quelle tue ossa

    John mi guarda da sopra la telecamera e pronuncia le parole che io muoio dalla voglia di sentirmi dire.

    «E ti amo.» La sua voce è rauca. «Lo sai, questo, vero?»

    Annuisco, cercando di evitare che l’apparecchio traballi.

    «Lo so» gli rispondo con voce quasi piatta. Avrò tempo per abbattermi più tardi. In questo momento, lui ha bisogno della mia forza.

    «È tutto? Tutto quello che vuoi dire?»

    «Sì, Jackie. È tutto.» Sembra esausto, più del solito. Ecchimosi scure sulla pelle olivastra. Volto scarno. Occhi come carbone bruciato. Parlare per venti minuti, senza interruzioni, come ha fatto, è, con ogni probabilità, molto di più di quanto riesca a sopportare di solito.

    «Metti giù la telecamera e vieni qui. Ho bisogno di sentire un po’ quelle tue ossa.» Faccio come mi dice, come ho sempre fatto. Forse mi ci vuole un po’ di più per avvicinarmi a lui in questo periodo, ma va bene. Non siamo più giovani come un tempo. E il tempo non è qualcosa che puoi combattere, per quanto uno lo possa desiderare. Non ho mai pensato che saremmo arrivati fin qui, comunque. Non ho mai creduto saremmo potuti arrivare fino a ottant’anni. Ottantatré, per la precisione. Abbiamo avuto una buona vita. Una vita lunga. Una vita piena di gioia e di risate. Lacrime e sofferenza. Festeggiamenti e paure, felicità e tristezza.

    Una buona vita. Una lunga vita.

    Ma non lunga abbastanza. Assolutamente no. Per niente al mondo. Sarebbe potuta andare avanti per sempre e non sarebbe stata comunque durata a sufficienza, per quanto mi riguarda.

    Sistemo la telecamera a un’estremità del tavolo e spingo la sedia vicino al suo letto. Ignoro quelle dannate macchine, i loro odiosi bip. Quel fischiare animalesco. Come si accendono, il modo in cui gli indicatori turbinano. Non so nemmeno a cosa serva la metà di essi, eppure so che non hanno fatto abbastanza. Viviamo in un’epoca che, quand’ero giovane, non avrei mai pensato potesse realizzarsi, e queste macchine continuano a non fare abbastanza. Possiamo far atterrare gli uomini su Marte, ma non possiamo fare nulla per aiutare lui. Per aiutare John. Non ci arrivo. Non capisco. Come siamo giunti a questo?

    Brontolo mentre faccio scivolare la sedia il più vicino possibile, pur lasciando spazio per accomodarmi. Le mie ginocchia sbattono contro i bordi del letto quando si muovono, ma faccio in modo di ignorarne il dolore. È flebile, quasi trascurabile. Quando arrivi alla nostra età, ti fai male comunque, in un modo o nell’altro, per cui questa pena non mi è affatto nuova.

    John osserva ogni mossa che faccio, gli occhi leggermente vitrei ma attenti. Mi guarda con una tale consapevolezza. È sempre stato così. L’intera nostra vita. Tutto quello che ho fatto, John lo ha visto. Nessuno mi ha mai guardato come fa lui. Nessuno mi ha mai visto completamente, come lui.

    Nessun altro ne ha mai avuta la possibilità.

    Questa cosa a proposito di Jackie

    Ricordo bene il momento in cui ho sentito, per la prima volta, i suoi occhi su di me. Avevamo dodici anni. Seduto al mio banco, mi voltai e guardai il nuovo ragazzino, giusto per scoprire che mi stava osservando. Era più grosso di me, più grosso di quasi tutti in classe. Capelli e occhi scuri. Pelle scura. Messicano, forse. Almeno in parte. Quel tanto per cui la gente avrebbe potuto dargli il tormento, fosse stato anche solo un po’ più minuto. Aveva dei bei peli sulle braccia e mi chiesi come fossero al tatto, se fossero soffici. Vicino a lui, io sembravo un fantasma, così pallido e biondo.

    Io ero la luce nella sua oscurità.

    Risposi al suo sguardo prima di mostrargli i denti con un cupo grugnito. Non sapevo cosa volesse e pensai fosse strano che mi osservasse tanto attentamente. Di rimando mi sorrise con quel sorriso lieve che avrei imparato a conoscere così bene. All’ora di pranzo, prima che potessi anche solo uscire dalla classe, mi afferrò per un gomito e mi fece voltare, mentre i nostri compagni se ne andavano. Quegli occhi mi ritrovarono.

    «Sono John» disse, con voce profonda per uno della sua età. Torreggiava su di me.

    «Non me ne frega niente» replicai, a disagio per essere stato avvicinato in maniera rude.

    «Sì, invece. Come ti chiami?»

    «Perché?»

    «Perché lo voglio sapere.»

    Il suo sguardo non si era mai staccato dal mio e io non potei guardare altrove.

    «Non ti riguarda.»

    «Per favore.»

    Mi accigliai, ma non durò a lungo. Aveva detto per favore, una frase che non mi sarei aspettato conoscesse, men che meno che usasse, data la sua statura. Le sue dita erano calde sulla mia pelle, premute quel tanto da farmele percepire, ma non così forte da lasciarmi un livido.

    «Jack» dissi alla fine, solo perché non sapevo cos’altro rispondere.

    «Jack. Jack.» Sembrava gli piacesse gustare il mio nome sulla lingua. «Jackie.»

    Lo guardai in cagnesco.

    «No, nessuno mi chiama così.» E non lo facevano. Potevo essere piccolo, ma ero dannatamente manesco. Non che la mia spavalderia fosse chissà cosa, ma per lo meno ci provavo.

    «Jackie» disse di nuovo. «Tutti gli altri ti chiamano Jack, non è così?»

    Annuii, incapace di ignorare il modo in cui strofinava il pollice sulla pelle del mio braccio.

    «Allora non ti chiamerò così» disse serio. «Voglio chiamarti in un modo che sia fra te e me. Qualcosa tra di noi, tipo un segreto. Qualcosa che solo io e te conosciamo.»

    «Perché?» Non capivo come mai volesse che ci fosse un segreto solo per noi due. Nessuno aveva mai voluto condividere segreti con me, prima.

    «Perché è come dev’essere.»

    «Tu sei strano in un modo pazzesco, lo sai vero?»

    Non scostai lo sguardo. Per la prima volta dopo tanto ero davvero incuriosito.

    Lui sorrise di nuovo.

    «Sì, Jackie, lo so.»

    «Sei nuovo.»

    «No, ma non mi dire?»

    Strinsi gli occhi a fessura.

    «Sei un cretino.»

    Lui alzò le spalle.

    «Cerco di non esserlo.»

    «Dov’è il tuo pranzo?»

    Non aveva niente in mano.

    «Non ce l’ho. Non me lo posso permettere.»

    Non sembrava imbarazzato nel dirlo, semplicemente affermava un fatto.

    «I tuoi vecchi non ti preparano un pranzo da portare?»

    Lui si strinse nelle spalle.

    «Siamo solo io e mio padre. Nulla, veramente, da preparare.»

    «Oh» dissi senza essere molto sicuro di avere il diritto di chiedergli altro. Non conoscevo molte persone con i genitori separati. I miei si amavano così tanto che era persino impossibile pensarli divisi, anche se amavano Dio e Gesù esattamente allo stesso modo in cui volevano bene a se stessi e a me. Forse persino un po’ di più. Non sapevo molto sulle case sfasciate. Non allora.

    Mi feci coraggio e, a dire la verità, stava diventando sempre più facile per me parlare con lui, anche se solo per pochi minuti. Forse era per via del modo in cui se ne stava in piedi a guardarmi. Forse perché stava aspettando che io dicessi una parola. Non lo so. Qualsiasi cosa fosse, capii che potevo fargli qualunque domanda e lui mi avrebbe risposto. Una tale consapevolezza mi suscitò uno strano brivido di potere e l’idea di avere la possibilità di fare lo stesso con qualcun altro, se solo lui me lo avesse permesso.

    «Dov’è tua madre?» domandai di fretta, quasi gettare fuori le parole le rendesse meno sgradevoli.

    John non fece una piega.

    «Se n’è andata» rispose come se non gliene importasse poi molto. «Un giorno è sparita e non è mai più tornata. Non la ricordo. Ero solo un bambino quando è successo.»

    Non mi presi la briga di correggere il fatto che lui fosse ancora un bambino, perché ero scioccato dall’idea che una donna, una madre potesse fare un’azione così orripilante. Lasciarsi la propria famiglia alle spalle senza neppure dire arrivederci, senza tornare, a un certo punto, strisciando e chiedendo perdono. Mia madre non sarebbe stata capace di fare qualcosa di così cinico e crudele.

    «Non l’hai più vista da allora?»

    La sua mascella si irrigidì leggermente.

    «Non m’importa molto, Jackie.»

    «Non mi chiamo

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