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L'ultimo romano - Il generale Bonifacio e la crisi dell'impero d'Occidente

L'ultimo romano - Il generale Bonifacio e la crisi dell'impero d'Occidente

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L'ultimo romano - Il generale Bonifacio e la crisi dell'impero d'Occidente

Lunghezza:
381 pagine
5 ore
Editore:
Pubblicato:
22 feb 2017
ISBN:
9788899470197
Formato:
Libro

Descrizione

Biografia del generale romano Bonifacio, governatore dell’Africa
e potente signore della guerra alla corte dell’impero romano
d’Occidente. Rivale del generale Ezio, con il quale si troverà a
combattere una sfortunata decisiva guerra civile per la supremazia
sul morente impero romano, Bonifacio è un personaggio chiave
della storia romana del quinto secolo.
Editore:
Pubblicato:
22 feb 2017
ISBN:
9788899470197
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

L'ultimo romano - Il generale Bonifacio e la crisi dell'impero d'Occidente - Jeroen W.P. Wijnendaele

CEI.]

Ringraziamenti

La genesi di questo lavoro risale a quasi un decennio fa, quando ero studente all’Università di Gand. All’epoca, l’‘esplosione’ degli studi sulla caduta dell’impero romano d’Occidente era di là da venire. Con notevole lungimiranza, Frederik Vervaet, che oggi insegna all’Università di Melbourne, mi ha suggerito l’opportunità di studiare la carriera di Bonifacio per la mia tesi magistrale, sostenuta nel settembre 2007 sotto la direzione di Giusto Traina (Paris-Sorbonne) e Koen Verboven (Ghent), che ringrazio per il loro grande aiuto. Il lavoro è stato svolto essenzialmente durante l’anno accademico 2006-2007, trascorso presso l’Università di Bologna grazie a una borsa di scambio Erasmus, dove ho potuto approfondire lo studio della tarda antichità romana. Nel corso di questo meraviglioso soggiorno italiano ho beneficiato della straordinaria guida di Valerio Neri e Antonio Baldini (purtroppo recentemente scomparso), e inoltre di Umberto Roberto dell’Università Europea di Roma.

Alcuni anni dopo, un nuovo impulso a questo lavoro è stato dato ancora una volta da Frederik Vervaet, che mi ha convinto a trasformare la dissertazione magistrale in un libro vero e proprio, anziché disperdere la ricerca originaria in vari articoli, e ha sostenuto la mia candidatura per una visiting fellowship dell’Università di Melbourne per l’anno accademico 2011-2012. Il soggiorno australiano mi ha permesso di rivedere il mio lavoro con un certo distacco, non solo nel tempo ma anche nello spazio, integrandolo grazie ai numerosi studi sull’epoca tardoantica che erano stati pubblicati nel frattempo. Non sarei mai riuscito a portare a compimento questa impresa senza l’inestimabile supporto di molti illustri studiosi e colleghi, a cui sono infinitamente grato: in primo luogo Ronald T. Ridley, che ha letto meticolosamente una prima bozza del manoscritto, individuando diversi errori e imperfezioni. Versioni preliminari di vari capitoli sono state lette da David Woods (supervisore della mia tesi di dottorato all’University College di Cork), Michael Kulikowski (Pennsylvania State University) e Mark Heblewhite (Macquarie): le loro preziose osservazioni mi sono state utilissime. Da Chicago, il mio ‘fratello d’armi accademico’ Bart Van Wassenhove mi ha procurato innumerevoli articoli e capitoli di libri per me inaccessibili. Sono particolarmente in debito con Julian Barr (Queensland), che ha rivisto con grande cura l’ultima versione del manoscritto, ripulendola di molte imperfezioni. Senza alcun dubbio, molti aspiranti scrittori potrebbero senz’altro far tesoro del suo rigore esemplare.

Mi sono inoltre avvalso dei suggerimenti ricevuti in occasione di diversi convegni e seminari in Irlanda, negli Stati Uniti, in Australia e in Nuova Zelanda, dove ho potuto presentare in fase preliminare molte importanti questioni trattate in questo libro. Ringrazio in particolare Ian Wood (Leeds), Walter Kaegi e Clifford Ando (Chicago), Roger Scott (Melbourne), John Moorhead e Amelia Brown (Queensland), Andrew Gillett (Macquarie), Peter Brennan (Sydney), Meaghan McEvoy (Oxford) e Jeremy Armstrong (Auckland), che hanno esaminato accuratamente i miei argomenti, fornendomi utili consigli e aiutandomi a correggere diversi errori. Ovviamente, ogni altra eventuale mancanza riscontrabile nel testo è solo mia.

Michael Greenwood mi è stato di grande aiuto durante la delicata fase della pubblicazione della mia ricerca. Mi considero molto fortunato di avere avuto un editore prestigioso come Bloomsbury Academic, e lavorare con le redattrici Charlotte Loveridge e Anna MacDiarmid è stato un vero piacere; naturalmente, ringrazio i referee anonimi per i loro preziosi consigli e suggerimenti.

Sono molto grato a Giusto Traina per aver infuso nuova vita e dato nuovo slancio al ‘progetto Bonifacio’ un decennio dopo l’inizio della mia ricerca, con la proposta di quest’edizione italiana; e sono altrettanto grato a Massimo Torregrossa per averla resa possibile. Ricorderò sempre con grande piacere le settimane trascorse a Roma nella primavera del 2016, quando ho avuto di nuovo la possibilità di risiedere all’Accademia Belgica grazie a una generosa borsa di studio dell’Istituto Storico Belga. Durante questo periodo, Giacomo Traina ha fatto uno splendido lavoro sia nel tradurre la presente ricerca sia nel mostrarmi gli angoli e i segreti più nascosti e ben custoditi dell’Urbs. Anche Umberto Roberto si è rivelato un signore altrettanto magnanimo, degno di Antemio.

Infine, vorrei dedicare questa nuova edizione ad Antonio Baldini. Quella che, sotto la sua supervisione, era cominciata come una semplice tesi di ricerca, si è trasformata infine in uno dei capitoli più importanti di questa monografia. Conserverò sempre con orgoglio il ricordo del sostegno e dei consigli ricevuti da Antonio. La sua perdita è stata un duro colpo per tutta la comunità; tutti noi abbiamo e avremo sempre un grosso debito nei confronti del suo lavoro e del suo prezioso e inestimabile contributo agli studi sulla tarda antichità. Sit tibi terra levis.

Jeroen W.P. Wijnendaele

Ghent

Prefazione

Bonifacio: storia di un soldato e di un mediatore in un’epoca di crisi

Bonifacio è senza dubbio un protagonista della storia politica nei primi decenni del quinto secolo. Al suo destino si intrecciano altre grandi personalità dell’epoca, da Agostino ad Aezio, da Genserico ad Aspar. Con impegno e rigore, J. Wijnendaele ha scavato in profondità le fonti e ha individuato le tradizioni; tuttavia, questo libro non è una biografia; e neppure potrebbe esserlo. Tranne poche eccezioni, per gli uomini dell’antichità non è possibile la ricostruzione esatta della vita, tanto meno del carattere o della psicologia. Mancano le fonti e le notizie, manca perfino una cronologia sicura degli eventi. Di Bonifacio, in particolare, sfugge moltissimo. La sua parabola si sviluppa sullo sfondo di un’epoca di profonda crisi per l’impero d’Occidente. Dopo la morte di Teodosio nel gennaio 395, le due parti dell’impero romano si governavano in autonomia, alternando la collaborazione a momenti di reciproca indifferenza o, perfino, di ostilità. Questa situazione aggravò drasticamente le emergenze innescate da una nuova stagione di pressione alle frontiere. Come nei momenti più cupi della crisi di terzo secolo, anche nei primi anni del quinto il sistema di controllo negli spazi di confine del Reno e del Danubio salta. A partire dal 407, masse di popoli alla ricerca di nuova sistemazione sciamano nei territori della Gallia. In attesa di soddisfare il loro desiderio di pace e sicurezza si aprono la strada combattendo e devastando. Contemporaneamente, il governo d’Oriente aveva spinto verso Occidente anche i goti, che a partire dal 376 avevano lasciato le loro terre per sfuggire agli unni ed erano entrati nell’impero. Nell’arco di circa trentacinque anni, ai goti era riuscita una doppia impresa: avevano sbaragliato l’esercito romano nella piana davanti Adrianopoli, uccidendo l’imperatore Valente (9 agosto 378); e avevano preso alcune tra le più importanti città dell’impero: Atene, Corinto, Roma (396-410). Nel mezzo v’erano stati anni di intesa con Teodosio il Grande, amator pacis generisque Gothorum, e una situazione di pace e amicizia. Ancora negli ultimi mesi di vita di Teodosio, i goti avevano confermato la loro fedeltà ai patti e all’imperatore, versando molto sangue nella battaglia del Frigido contro l’usurpatore Eugenio. Ma dopo la morte dell’augusto, l’amicizia tra goti e romani terminò e scoppiò la rivolta dei barbari. Dopo una lunga peregrinazione, Alarico, il loro capo, entrò in trattative con la corte di Ravenna, per individuare una nuova sistemazione in Occidente. Sul finire dell’agosto 408, la morte di Stilicone, abile mediatore e generale capace di intimorire i Goti, scatenò una nuova spirale di violenza, che culminò nel sacco di Roma alla fine di agosto del 410. Nonostante la scelta della guerra e il trionfo, Alarico e i suoi sapevano che, senza un accordo con il governo imperiale, la loro situazione era destinata a restare precaria. Alarico morì verso la fine del 410 presso Cosenza, mentre risaliva la Calabria. I goti avevano appena tentato il passaggio in una terra felice, la Sicilia; ma un naufragio aveva reso vano il loro sforzo¹. Sotto la guida di Ataulfo, nuovo capo, si mossero allora dall’Italia verso la Gallia, carichi di un grande bottino: ricchezze, schiavi, prigionieri. A Roma avevano infatti catturato la figlia di Teodosio il Grande, e sorellastra di Onorio, Galla Placidia. Era l’unico membro della famiglia imperiale presente a Roma; era destinata a rimanere ancora a lungo presso i barbari. I visigoti e Galla Placidia: sono questi i due punti di riferimento, ed anzi le coordinate storiche, per ricostruire, almeno a grandi linee, la vita pubblica e la carriera di Bonifacio².

Di Bonifacio ignoriamo completamente le origini. Sappiamo, invece, come seppe farsi strada. Si servì del suo talento nel mestiere che aveva scelto. Bonifacio fu per tutta la sua vita un ottimo soldato. Come in altre circostanze – per esempio, nella drammatica situazione a metà del terzo secolo – uomini capaci, che pure non provenivano dai ceti superiori, erano in grado di sfruttare la crisi militare e politica per emergere. Bonifacio fu uomo di coraggio e d’ambizione. Il vescovo Agostino, che ebbe Bonifacio tra i suoi corrispondenti, conferma in un’importante lettera (ep. 220) questo tratto del carattere. Ambizione che fu bilanciata e temperata, tuttavia, da un servizio costante e da un movimento lento di ascesa. Nel secolo precedente, lo storico Ammiano Marcellino condannava i personaggi saliti alle vette del potere attraverso un colpo inaspettato di fortuna (immodicus saltus) o senza vere capacità. E l’osservazione di quanto più rovinosamente cadessero quelli che erano saliti più rapidamente alle vette del potere è un motivo diffuso nella storiografia e nella letteratura dell’epoca. A Bonifacio non toccarono privilegi. Il suo nome compare per la prima volta menzionato per meriti di guerra, nel corso di un assedio. Nel 413, il re dei goti, Ataulfo, prese d’assalto il fiorente porto di Marsiglia. Bonifacio era nella guarnigione della città. Si distinse per aver ferito personalmente il re durante un combattimento. Olimpiodoro, storico molto favorevole a Bonifacio, lo menziona in questa circostanza per la prima volta: «Là (Ataulfo) fu battuto dal valorosissimo Bonifacio e a stento sfuggì alla morte. Si ritirò nel proprio campo e lasciò la città in festa a celebrare Bonifacio»³. A giudicare dalla sua successiva destinazione, la frontiera meridionale della Numidia, l’impresa di Bonifacio fu ricompensata con un avanzamento di carriera e un trasferimento. Ma, di nuovo, nessuno scatto eclatante: per lunghi anni, Bonifacio svolse il suo compito di sorveglianza in terre remote, all’estremo confine dell’impero. Almeno fino al 416-417 fu tribuno al comando di cinquecento o mille uomini, forse nella fortezza di Tubunae. Trattava con i mauri: ne sorvegliava i percorsi della transumanza e i movimenti; e sicuramente si batté insieme alla sua unità contro bande di predoni o di pericolosi incursori. Vita di guarnigione, dunque: una routine regolare scandita da pericoli e violenza. Tra i compiti di Bonifacio v’era pure il mantenimento dell’ordine nel territorio sotto la sua competenza. Una lettera di Agostino (ep. 185) indica che il tribuno gli aveva scritto per chiedergli la differenza tra donatisti e ariani. Possiamo pensare che Bonifacio ricevesse e applicasse gli ordini imperiali. E, spesso, si trattava di colpire e arrestare i donatisti eretici. La lettera di Agostino getta uno spiraglio di luce su una coscienza inquieta: Bonifacio obbediva ai comandi superiori, ma chiedeva spiegazioni sui motivi della persecuzione a chi poteva illuminarlo. Questi turbamenti sono la ragione di un’altra epistola inviata da Agostino (ep. 189): Bonifacio è un cristiano ortodosso devoto, e probabilmente scrisse chiedendo come fosse possibile conciliare la sua fede con il mestiere di soldato, di uomo destinato a infliggere sofferenza e morte ai nemici dell’impero, mauri o donatisti che fossero. Ancora attraverso Agostino (ep. 220, 3), conosciamo un altro frammento di storia personale: alla morte della moglie, Bonifacio ha una crisi profonda. Di nuovo si rivolge ad Agostino, prospetta di abbandonare il mondo e votarsi alla vita monastica. Agostino affronta un viaggio per incontrarlo e lo convince a restare al suo posto. Gli chiede, in cambio, di legarsi più fortemente all’osservanza della fede. Resterà soldato, ma sarà un uomo casto. Bonifacio obbedisce, almeno per il momento, al vescovo⁴.

L’ambizione, tratto del carattere che Agostino aveva ben compreso, impedirà a Bonifacio di rispettare il suo voto. A poca distanza da questi eventi, nel 422, l’imperatrice Galla Placidia richiama il tribuno Bonifacio in Italia e lo affianca al magister militum Flavio Castino. Questi è in procinto di partire con un esercito per la Baetica, in Spagna. Obiettivo della spedizione era l’eliminazione dei vandali. Anche Bonifacio doveva partecipare, subordinato a Castino. Nonostante la mancanza di informazioni sicure, si comprende che avvenne uno scontro tra i due: Bonifacio non partecipò alla campagna, al contrario abbandonò Castino e tornò in Africa. Nel libro di J. Wijnendaele questi eventi sono seguiti con grande attenzione: al di là delle congetture che spesso è costretto a formulare per mancanza di notizie, l’autore cerca di ricostruire almeno a grandi linee la vicenda. C’è da capire, soprattutto, quale ruolo avesse ottenuto Bonifacio al suo arrivo in Italia. L’ipotesi che abbia ricevuto il comando di unità della guardia imperiale, come tribuno delle scholae palatinae, ci sembra plausibile⁵. È infatti coerente con una visione complessiva della carriera di Bonifacio a più riprese affermata dall’autore e sicuramente condivisibile. In sintesi: grazie ai fatti di Marsiglia, Bonifacio si era fatto conoscere dal magister Costanzo, divenuto augusto per volontà di Onorio nel febbraio 421. Nonostante la morte di Costanzo pochi mesi dopo (2 settembre 421), Placidia continuò a ritenere Bonifacio un uomo su cui poter contare. E presto, l’Augusta se ne servì per assecondare le sue strategie politiche. Questo avvenne in particolare negli anni tra la morte di suo marito Costanzo e la supremazia di Aezio, allorché Placidia si ritrovò donna sola, vedova e responsabile di un bambino che era l’unico erede dello zio Onorio. L’imperatrice cercò di controllare il potere militare contrapponendo tra loro le ambizioni degli ufficiali superiori. Per garantire la posizione di suo figlio Valentiniano, Placidia doveva evitare che a qualcuno riuscisse quanto già realizzato da Costanzo. Nessun magister militum doveva imporre la sua supremazia a corte; nessuno di loro poteva aspirare a un matrimonio con lei per rafforzare la sua influenza. In questa dinamica politica di contrapposizione a un potere militare che si auspicava diviso si può collocare il rapporto burrascoso tra Castino e Bonifacio. Quando l’Augusta ebbe bisogno di affiancare al potente magister Castino personaggi di sua fiducia richiamò Bonifacio, che lasciò la sua guarnigione di Tubunae e l’Africa. Da qui la possibilità che a Bonifacio fosse assegnato il comando di una parte delle scholae palatinae, direttamente legata alla custodia della famiglia imperiale. Ancora una volta, la carriera di Bonifacio proseguì senza salti eccessivi; ma Placidia teneva all’uomo e pensò di rafforzarne ulteriormente l’autorità. A questo scopo si servì di una strategia caratteristica della politica di Teodosio il Grande e della sua famiglia: un matrimonio misto. Senza dubbio, esisteva una legge che, ripresa poi nel codice teo­dosiano (CTh 3, 14, 1), sembrava impedire i matrimoni tra barbari e romani. Tuttavia, come è stato da lungo tempo dimostrato, nella circostanza della sua promulgazione la legge aveva valore locale, per le aree di frontiera dell’Africa. Anche se ad alti livelli era necessaria l’approvazione imperiale, i matrimoni misti erano frequenti, soprattutto alla corte di Teodosio⁶. Ed anzi, nella visione di questo imperatore, e di Placidia sua figlia, questi matrimoni erano la via più sicura per creare una pacifica integrazione tra romani e barbari nel territorio dell’impero. Servivano soprattutto a creare dei potenti mediatori. Questi uomini erano in grado di stemperare le tensioni e i motivi di conflittualità tra il governo imperiale e le genti barbariche. D’altra parte, non v’era solo un piano di interesse complessivo dell’impero. Come dimostrarono anche altri eventi nel corso del V secolo, le alleanze romano-barbariche erano strumenti per garantire alla famiglia imperiale, soprattutto nel caso di emergenza militare o usurpazioni, l’appoggio di potenti gruppi barbarici. La decisione di Galla Placidia di unire l’ambizioso e capace Bonifacio a Pelagia, una principessa della stirpe di Vallia, re dei visigoti, dunque di lignaggio reale, rientra in questo schema politico. Per Bonifacio fu un avanzamento sociale di grande importanza: grazie a Placidia entrava a contatto con una delle più importanti famiglie della corte visigota⁷. Il matrimonio non realizzò solamente una strategia di alleanza con una parte importante dell’aristocrazia gota, in un momento in cui le sorti della Gallia apparivano precarie. Pelagia portò con sé un gruppo importante di guerrieri che andarono a costituire l’esercito privato – i cosiddetti buccellarii – di Bonifacio. In questo modo, il tribuno poteva garantire a Placidia sia le truppe sottoposte al suo comando nelle scholae palatinae, sia i guerrieri goti del suo seguito privato. Giustamente, l’autore spiega in questo modo l’impunità di Bonifacio: non avendo accompagnato Castino, negli ultimi mesi del 422 Bonifacio decise a suo arbitrio di non partecipare alla campagna in Baetica e di partire per l’Africa.

In breve tempo Bonifacio prese il controllo della regione, impadronendosi del titolo di comes Africae. Era una posizione di potere enorme e formidabile, che rispondeva alle ambizioni di Bonifacio, ma pure agli auspici di Galla Placidia. Come aveva dimostrato la storia degli ultimi secoli, chi controllava l’Africa, controllava Roma e l’Italia. Dall’Africa, infatti, partivano le navi cariche di grano per sfamare gli abitanti dell’Urbe e dell’intera Italia; in Africa si trovavano i possedimenti che garantivano prosperità e ricchezza ai senatori di Roma e d’Italia; e pure la res privata dell’imperatore aveva grandi interessi nella regione. E ancora: chi governava sull’Africa era in grado di controllare i movimenti e le comunicazioni tra Occidente e Oriente. Con la sua iniziativa, Bonifacio salì a questo altissimo grado di potere e di influenza. E tuttavia, dietro la sua ardita decisione vi sono evidentemente l’approvazione e la protezione di Placidia. Per questa ragione, né Onorio né tanto meno Castino punirono Bonifacio; e per questa ragione, non è possibile giudicare Bonifacio come un usurpatore, al pari di Gildone o Eracliano. Dietro la sua occupazione dell’Africa non c’è, infatti, l’aspirazione al potere imperiale. Al contrario: come dimostrarono i fatti successivi, Bonifacio agì in piena coerenza da suddito della famiglia imperiale teodosiana, e in particolare da uomo fedele a Galla Placidia. C’è anche un altro punto da considerare, come sottolinea J. Wijnendaele. Come abbiamo detto, attraverso il matrimonio Bonifacio ottenne il controllo di una schiera di guerrieri visigoti, suoi buccellarii. Giustamente l’autore segnala che questa schiera di soldati privati rappresentava senza dubbio un segno di potere e influenza; ma era anche una fonte di preoccupazione costante. I buccellarii, infatti, andavano pagati e mantenuti fedeli al capo attraverso doni e ricompense. Bonifacio non aveva le risorse economiche personali per garantirsi una schiera di buccellarii; doveva dunque trovare occasione di bottino e di soddisfazione per i suoi uomini. Anche questa valutazione di carattere personale incise, secondo l’autore, nella scelta drastica di tornare in Africa, assumendone il controllo⁸.

Da comes Africae Bonifacio confermò pienamente la sua fedeltà a Galla Placidia. Al ritorno di Castino dalla Spagna, dove la guerra si era risolta in una disfatta, la tensione tra il magister e l’Augusta divenne molto forte. Vi furono scontri nelle strade tra partigiani delle due fazioni e l’uccisione di filosofi pagani vicini a Castino. Questo clima di contrapposizione sfociò nella decisione di Onorio di esiliare la sorella Placidia e suo nipote, Valentiniano. L’Augusta si ritirò a Costantinopoli e vi rimase a lungo. Alla morte di Onorio, nell’agosto del 423, Teodosio II non assegnò l’impero d’Occidente a Valentiniano e si accordò invece con Castino, evidentemente per prendere tempo e decidere con più calma sulle sorti dell’Occidente. In questo periodo di gravi difficoltà per Placidia, Bonifacio agì con lealtà nei confronti dell’imperatrice e del suo partito in Italia. Pur non avendo ricevuto alcun riconoscimento ufficiale del suo potere in Africa, Bonifacio non avviò iniziative ostili contro l’Italia e Roma. Le navi cariche di grano e viveri continuarono, infatti, a viaggiare. E il comes Africae versò a Placidia tutti i proventi delle sue ricche proprietà in Africa. Fu un sostegno importante per l’Augusta che manovrava per tornare al più presto in Italia⁹. La situazione si complicò quando Castino decise di appoggiare l’usurpazione del primicerius Giovanni. Il 20 novembre del 423, una parte del senato, tra cui la potente famiglia degli Anici, salutò il burocrate Giovanni come nuovo imperatore d’Occidente. A ragione l’autore si sofferma sulla scelta della data. Alla fine di novembre, il traffico navale nel Mediterraneo era chiuso per la stagione invernale. Agire prima di questa data sarebbe stato pericoloso: Bonifacio avrebbe potuto interrompere i flussi annonari e commerciali tra Africa e Italia. D’altra parte, nel periodo tra novembre 423 e primavera 424, l’usurpatore aveva tutto il tempo per organizzare una spedizione contro Bonifacio e strappargli il vitale controllo dell’Africa. Già a marzo del 424, infatti, una flotta salpò dall’Italia. Siamo d’accordo con l’ipotesi dell’autore: al comando della spedizione v’era Castino in persona; ed anzi, siamo propensi a credere che la partecipazione di Castino all’usurpazione fosse molto più forte di quanto l’autore ritenga. A suo giudizio, infatti, Castino fu travolto dagli eventi. L’usurpatore Giovanni si sarebbe imposto, forse aiutato dal gruppo di potere militare rappresentato da Gaudenzio e suo figlio Aezio. In realtà, non crediamo che Castino si sia limitato a prendere atto della situazione. Al contrario. Come già ritiene Prospero (1282 s.a. 423), è più verosimile pensare che il magister si impegnò in prima persona nell’organizzazione dell’usurpazione: è impensabile ritenere che Giovanni avesse potuto prendere il potere senza l’appoggio incondizionato di Castino¹⁰. Ma in Africa le cose andarono male per Castino. Come poi avverrà per altre quattro volte, Bonifacio riuscì a organizzare la difesa: bloccò Castino e i suoi, costretti probabilmente ad assedi e a una campagna di logoramento. A tal punto fu efficace la difesa di Bonifacio che le truppe dell’esercito comitatense d’Italia si trovarono ancora bloccate in Africa quando un esercito venne dall’Oriente in Italia al comando di Ardabur e di suo figlio Aspar. L’usurpatore Giovanni non ebbe modo di opporre resistenza e fu schiacciato. Nel volgere di qualche mese, Valentiniano III divenne un imperatore bambino e sua madre tornò da Augusta a Ravenna. Con il suo comportamento, Bonifacio s’era tenuto fedele alla dinastia, contrapponendosi brillantemente all’usurpatore¹¹.

Nonostante i suoi preziosi servizi e il suo coraggio, Bonifacio non ottenne un riconoscimento adeguato. Fu certamente confermato come comes Africae; e il suo legame con l’entourage imperiale venne amplificato con la nomina a comes domesticorum. Ma, contro le sue aspettative, non fu richiamato in Italia. Al posto di Castino venne infatti nominato magister Felice; e Aezio, uno degli ufficiali dell’usurpatore Giovanni, ottenne l’incarico di comes. Troppo forti e potenzialmente preziosi erano i suoi legami con gli unni. Aezio era infatti tornato con un esercito di mercenari dalla missione affidatagli da Giovanni. Ma era arrivato troppo tardi: l’usurpatore era stato già ucciso. In conclusione, nel riassetto del potere dopo la parentesi di Giovanni e Castino, Bonifacio fu tenuto lontano dall’Italia e dai supremi comandi. Forse la scelta di Felice fu presa direttamente da Galla Placidia per evitare un’eventuale supremazia sull’impero d’Occidente delle due personalità più potenti, appunto Aezio e Bonifacio. E tuttavia, Bonifacio reagì all’ascesa di Felice scegliendo di staccarsi dal controllo del governo d’Occidente. La questione è interessante. Infatti, con la sua decisione Bonifacio anticipa significativamente dinamiche di secessione locale che caratterizzano l’ultima fase dell’impero d’Occidente. Come poi Marcellino in Dalmazia ed Egidio nella Gallia settentrionale, Bonifacio non accetta la supremazia di Felice, pur non ribellandosi esplicitamente al potere imperiale. È importante sottolineare la capacità di Bonifacio di ottenere consenso da parte dei provinciali d’Africa. Il suo carisma di comandante gli assicura la fedeltà delle truppe; la sua capacità di garantire ordine e sicurezza contro i pericoli esterni – in particolare i mauri – favorisce l’appoggio delle aristocrazie locali e dei ceti urbani. Inoltre, ancora una volta non abbiamo notizie di blocco dei rifornimenti o di viveri da parte di Bonifacio. Evidentemente, il suo atto di secessione era direttamente giustificato dall’ostilità di Felice e di una parte dell’aristocrazia italiana. Il ruolo dell’aristocrazia senatoria di Roma e dell’Italia è fondamentale per comprendere i rivolgimenti di questo periodo, e più in generale di tutto il V secolo. Nella contrapposizione tra Bonifacio e Felice, quest’ultimo fece un passo molto grave. Con decisione del senato – probabilmente sollecitata dagli Anici e dai loro amici, che già avevano sostenuto l’usurpatore Giovanni e Castino – Felice dichiarò Bonifacio nemico pubblico (hostis publicus). Come tale, la sua eliminazione era un’azione legittima e necessaria. Felice agì come Stilicone contro Gildone nel 397. Quale fu l’atteggiamento di Galla Placidia? Perché lasciò che un uomo a lei fedele venisse condannato come nemico pubblico? L’autore non approfondisce la questione. Rimane, a mio parere, ancora valida l’intuizione di Ernst Stein. Bonifacio fece perdere la pazienza anche a Sant’Agostino, che in precedenza lo aveva tanto apprezzato: perché si era risposato dopo la morte della prima moglie, per giunta con una principessa visigota (dunque costretta ad abiurare la sua fede ariana); e perché concesse che sua figlia, nata da questa unione, venisse battezzata ariana, come voleva sua madre. Agostino scrisse una lettera durissima contro Bonifacio, che ci è rimasta (ep. 220). Evidentemente, Agostino non era il solo a biasimare la politica religiosa del potente comes Africae. Anche le gerarchie ecclesiastiche vicine alla corte, e tanto influenti su Placidia che era una devota ortodossa, si spesero per mettere in cattiva luce Bonifacio. Del resto, abbiamo altri segnali: anche secondo Wijnendaele, gli Anici, la fazione più legata al cristianesimo nel senato, si schierò per la condanna di Bonifacio come nemico dello Stato (publico nomine, dice Prospero); d’altra parte, colpisce l’apprezzamento costante di Olimpiodoro, intellettuale pagano e ambasciatore d’Oriente alla corte d’Occidente, per l’azione di Bonifacio. Evidentemente, la sua politica religiosa in Africa era orientata a equilibrio e tolleranza, anche verso coloro che non aderivano alla fede ortodossa. Se si accetta questa ipotesi, suggerita da E. Stein, si comprende che Galla Placidia subì la condanna del suo fedele servitore, ma non la sollecitò. La sua devozione ostentata alla fede ortodossa non le consentì di intervenire in quest’abile e spietata iniziativa contro il comes Africae¹².

Come conseguenza della condanna, vennero organizzate due spedizioni militari dall’Italia contro l’Africa. La prima, nel 426-427, si risolse in un grave fallimento. La seconda, nel 428, non riuscì a eliminare Bonifacio. È bene ribadire questo aspetto di storia militare. Come già in occasione dell’attacco di Castino, anche nella circostanza delle due spedizioni volute da Felice emerge la capacità di Bonifacio di organizzare un’efficace resistenza. Siamo d’accordo con l’autore che ritiene come l’esercito d’Africa si fosse ormai trasformato in una sorta di esercito personale del comes Africae. E gli uomini si persuasero non solo per questioni di catena di comando, di coercizione militare o di vantaggio derivante da donativi e ricompense. La volontà di battersi e di resistere agli attacchi contro Bonifacio indica che gli ufficiali e le truppe al suo servizio ne riconoscevano le doti personali di coraggio e competenza militare. Bonifacio fu soprattutto un brillante comandante e rimase sempre un soldato dotato di carisma. I suoi uomini testimoniavano l’obbedienza con il loro rispetto e la fedelt๳.

La resistenza di Bonifacio costrinse Felice alla ricerca di un’intesa. E di nuovo, a sostegno del comes Africae agirono gruppi aristocratici a corte e in senato che propiziarono la riconciliazione con Placidia. Da parte sua, Bonifacio aveva tenuto un comportamento prudente e lungimirante. Infatti, non aveva mai esasperato la situazione in Italia, procedendo come altri usurpatori in passato al blocco dei viveri e dei traffici. Quali gruppi agirono in favore di Bonifacio? Procopio e Teofane parlano di amici del comes Africae che viaggiarono tra Ravenna e Cartagine per ristabilire la pace. Considerando l’ostilità degli Anici, l’autore suggerisce che tra gli amici di Bonifacio vi fossero senatori dei Ceioni-Decii. Tradizionalmente, questa famiglia, con i gruppi a essa collegati, era fortemente legata alla dinastia e alla legittimità imperiale. Ma risolvere la questione conveniva a tutti. La guerra nella ricca provincia d’Africa non giovava a nessuno; soprattutto, preoccupava grandemente i senatori: sia perché avevano ricchi possedimenti in quelle terre; sia perché l’evoluzione della guerra poteva portare a un blocco dei rifornimenti o alla loro distruzione: a quel punto si sarebbero verificate gravi rivolte a Roma e in Italia¹⁴.

Tuttavia, la pace in Africa fu di breve durata. Nel 429 il re Genserico attraversò lo stretto di Gibilterra con il suo popolo e avanzò lentamente verso la Numidia e Cartagine,

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