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Il giorno della verità: Nessun uomo è mai sceso sulla Luna

Il giorno della verità: Nessun uomo è mai sceso sulla Luna

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Il giorno della verità: Nessun uomo è mai sceso sulla Luna

Lunghezza:
548 pagine
7 ore
Editore:
Pubblicato:
6 feb 2017
ISBN:
9788826017075
Formato:
Libro

Descrizione

A molti sembrava strano che dal lontano 1972 l’uomo non fosse più tornato sulla Luna. Le perplessità riguardo al materiale fotografico scattato sul suolo lunare erano emerse soprattutto grazie a internet e numerosi esperti avanzavano seri dubbi sull’autenticità delle missioni Apollo. La clamorosa notizia che i nastri originali del primo sbarco lunare erano stati cancellati per errore aveva spinto il presidente Barack Obama ad annunciare agli americani che sarebbero ritornati sulla luna nel 2019 fugando così ogni possibile dubbio sulle precedenti missioni. Era stata un’abile mossa mediatica ma il presidente americano non poteva immaginare che nel frattempo una brillante giornalista italiana, Sara De Blasi, era venuta in possesso di una lettera inviata da un ingegnere aerospaziale scomparso misteriosamente pochi mesi prima che lei nascesse. Quell’ingegnere era suo padre e la lettera l’avrebbe condotta sulle tracce di una sconvolgente verità. Tra New York e Miami, Roma e Venezia i protagonisti ripercorrono le tappe di un emozionante viaggio che inizia con la promessa di John Kennedy di arrivare sulla Luna e si conclude ai giorni nostri rivelando tutto ciò che la Nasa ha sempre cercato di occultare.
Editore:
Pubblicato:
6 feb 2017
ISBN:
9788826017075
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Il giorno della verità - Guido Travan

Einstein

PARTE I - Sogni di gloria

Una targa dorata era stata fissata

proprio alla base della scaletta del LEM.

C’erano incise queste solenni parole:

Qui uomini dal pianeta Terra

fecero il primo passo sulla Luna nel Luglio 1969 d.C.

Siamo venuti in pace per tutta l’umanità.

1

Miami,

giovedì 25 maggio 1961

Quel giorno di primavera Daniel lo avrebbe ricordato per sempre. I raggi del sole filtravano oltre le tende e si posavano obliquamente come lame sottili sul piccolo tavolo della cucina evidenziando ogni singolo granello di polvere. Suo padre e sua madre erano seduti in rispettoso silenzio mentre la voce inconfondibile del presidente John Kennedy usciva dalla radio con un tono così solenne che sembrava trafiggere il fumo azzurrognolo delle sigarette che aleggiava nella stanza.

Nessuna nazione che aspiri a diventare la guida delle altre può pensare di rimanere indietro nella corsa per lo spazio. Questo Paese deve impegnarsi a realizzare l’obiettivo, prima che finisca questo decennio, di far atterrare l’uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo sulla Terra.

Sua madre si alzò dalla sedia continuando a fissare incredula la grossa radio prima di spostare lo sguardo su Daniel per avere la conferma di ciò che aveva appena ascoltato. Il presidente stava concludendo il suo discorso ufficiale davanti al Congresso degli Stati Uniti d’America e la sua voce profonda scandiva lentamente le parole per sottolineare con enfasi l’ultimo passaggio.

Abbiamo scelto di andare sulla Luna e di fare altre cose non perché sono facili ma proprio perché sono difficili.

Gli applausi che si sentivano in sottofondo avevano accompagnato a lungo il suo trionfale intervento. Kennedy era dotato di un carisma straordinario: nei primi mesi dopo le elezioni era riuscito a far breccia tra la gente comune soprattutto perché aveva la capacità di pensare in grande e con la sua energia positiva trasmetteva la convinzione di poter rendere l’America il Paese guida per il mondo intero. Per poterlo fare doveva dare impulso a quel progresso tecnologico che solo il liberismo economico ed il consumismo spinto sembravano essere in grado di accelerare. Il notiziario si era appena concluso e per un attimo ritornò un silenzio quasi irreale. Daniel e sua madre incrociarono i propri sguardi ancora pieni di incredulità mentre suo padre si accese l’ennesima sigaretta aspirando profondamente la prima boccata.

Quella stessa mattina Daniel Basinsky aveva saputo di essere stato ammesso all’università di New York e adesso che tutto sembrava dipendere solo da lui non aveva più nessun dubbio. Il suo sogno era sempre stato quello di poter diventare un ingegnere aerospaziale e nulla e nessuno lo avrebbero fermato. La molla che aveva innescato la passione per lo studio dello spazio era scattata quando lui era ancora un bambino: suo padre gli aveva regalato un costoso cannocchiale con cui aveva scrutato per la prima volta le stelle più lontane e osservato la straordinaria bellezza di quelle costellazioni così misteriose. Aveva solo dodici anni e quello era stato senz’altro il più bel regalo che avesse mai ricevuto. Aveva passato intere nottate a fantasticare su galassie sperdute ai confini dello spazio infinito e ancora adesso lo conservava gelosamente all’interno della sua custodia di pelle sulla sua scrivania.

Era sempre stato ambizioso ed il suo istintivo desiderio di emergere trovava spazio soprattutto nello studio appassionato della chimica, la matematica e la fisica, cioè proprio quelle materie che alla maggior parte dei suoi compagni risultavano ostili e che a lui apparivano invece così affascinanti. Per lui lo studio rappresentava un vero piacere e quando fu premiato quale miglior studente del suo istituto si rese conto che non avrebbe mai potuto sprecare la sua straordinaria intelligenza come invece sembrava fare la maggior parte dei suoi coetanei.

Aveva solo diciott’anni e se tutto fosse andato per il verso giusto era ancora in tempo per realizzare il suo sogno più grande, quel sogno talmente ambizioso da non aver trovato il coraggio di confidarlo nemmeno a sua madre. Il discorso di John Kennedy che aveva appena ascoltato gli appariva un segno del destino perché aveva sempre desiderato di poter lavorare alla NASA e diventare così uno degli artefici della prima missione spaziale che avrebbe portato l’uomo sulla Luna. In alcuni momenti di lucidità si rendeva conto che era una follia solo pensarci ma Daniel sapeva che quello sarebbe stato il modo migliore per rendere orgogliosi i suoi genitori e ricompensarli per tutti i sacrifici che avevano fatto in quegli anni di ristrettezze economiche. Inspirò profondamente per assaporare quella sensazione di euforica eccitazione e si guardò attorno felice. Non aveva nessun dubbio sul fatto che ci sarebbe riuscito ed era sempre più impaziente di potersi finalmente trasferire a New York City, la grande mela, la città delle infinite opportunità.

* * *

Daniel Basinsky era uscito dal college con il massimo dei voti e questo gli aveva garantito una borsa di studio per frequentare regolarmente la New York University e l’accesso gratuito alle residenze universitarie situate in un moderno edificio di Washington Square. Rispetto allo squallido alloggio di periferia dove aveva vissuto fino ad ora quella sistemazione gli era apparsa subito straordinariamente accogliente. Le camere spaziose erano ben illuminate, gli spazi comuni della cucina e del soggiorno erano arredati con tutti i comfort e c’era persino una televisione a colori. Mai come allora si era sentito così orgoglioso di essere un cittadino americano e ringraziava Dio di aver concesso al suo Paese un presidente come John Kennedy.

L’America in quegli ultimi due anni aveva vissuto giorni molto difficili e quando i sovietici avevano posizionato i propri missili sulle basi militari di Cuba si erano trovati ad un passo dalla guerra nucleare. In quell’occasione l’America aveva obbligato la potenza sovietica a rinunciare alla sua minaccia missilistica solo grazie alla sicurezza e alla determinazione con cui Kennedy aveva affrontato la crisi ma era evidente a tutti che il progresso tecnologico dei sovietici era ormai in grado di poter competere con quello degli Stati Uniti. La guerra fredda si era trasferita anche nel campo aerospaziale e negli ultimi tempi le missioni sovietiche avevano conseguito entusiasmanti risultati tanto che il 12 aprile 1961 i russi avevano celebrato trionfalmente il successo di Yuri Gagarin, l’uomo che a bordo della famosa navicella Vostok 1 fuil primo astronauta ad andare in orbita nello spazio.

L’improvviso predominio spaziale dei russi era stato vissuto dagli americani come uno smacco difficile da accettare e per poter recuperare il tempo perduto il governo aveva reagito destinando alla NASA fondi quasi illimitati. L’annuncio di Kennedy di voler andare sulla Luna per primi appariva agli occhi di tutti come una sfida nei confronti dell’Unione Sovietica, l’unica potenza in grado di contrastare il predominio americano nel mondo, ma allo stesso tempo costituiva anche una prova di forza per poter riaffermare il prestigio e l’immagine politica e militare dell’America.

Daniel era fermamente convinto che nessun americano avrebbe facilmente accettato l’idea che quei dannati comunisti russi potessero avere la meglio e per questo riteneva giusto che il governo stanziasse tutta quella montagna di soldi anche se questo significava distogliere molte risorse dai progetti sociali per la tutela dei più deboli. Non ci potevano essere alternative dato che la Russia continuava a realizzare imprese sempre più straordinarie, l’ultima delle quali era avvenuta il 16 giugno 1963 quando, a bordo della navicella Vostok 6, Valentina Tereshkova divenne la prima cosmonauta donna a sorvolare la Terra da quello spazio infinito che gli americani potevano solo osservare con i propri telescopi.

* * *

Il 22 novembre di quell’anno Daniel aveva superato con il massimo dei voti un altro importante esame e si sentiva più che mai soddisfatto essendo l’unico studente del suo corso a risultare in anticipo di sei mesi sul programma di studi convenzionale. Le materie che alla maggior parte dei suoi compagni di università risultavano complesse per lui erano quasi elementari e sembrava possedere il dono naturale di assimilare facilmente anche i concetti più astrusi. Daniel inoltre poteva contare su una memoria formidabile in grado di immagazzinare ogni tipo di formula e di farla ricomparire come per magia al momento opportuno. Alcuni docenti lo avevano notato da tempo e lo trattavano con il rispetto e l’ammirazione che concedevano solo a poche persone.

Quel giorno era intento a seguire la lezione di fisica applicata nell’aula magna della facoltà di ingegneria aerospaziale e come al solito prendeva rapidi e metodici appunti con la sua grafia minuta e ordinata. Il brusio iniziale che lo aveva distratto si trasformò ben presto in qualcosa di diverso. Sollevando la testa si accorse che quasi tutti si erano alzati dai propri posti e dopo aver raggiunto il corridoio centrale si stavano dirigendo verso l’uscita principale. Lui era rimasto seduto al suo posto un po’ infastidito perché quel contrattempo inatteso aveva interrotto la lezione di fisica proprio nel momento in cui doveva essere chiarito il passaggio più importante delle complesse equazioni multiple.

Stava ancora riordinando i suoi appunti quando gli si avvicinò il docente di fisica con uno sguardo indecifrabile e gli occhi lucidi. Daniel lo guardò con aria perplessa.

«Sa dirmi cosa sta succedendo?»

«Hanno sparato al presidente… lo stanno portando all’ospedale adesso…»

Due ore e otto minuti dopo quei drammatici eventi il vicepresidente Lyndon Baines Johnson giurò fedeltà alla costituzione degli Stati Uniti d’America sullo stesso aereo presidenziale che riportò a Washington il corpo esanime di John Kennedy accanto alla moglie Jackie completamente distrutta dal dolore.

Le sue prime parole pubbliche, riprese dalle televisioni di tutto il mondo, furono tanto impacciate quanto improvvisate eppure risultarono così profondamente sincere da arrivare al cuore di ogni americano.

«Questo è un momento triste per ogni persona. Abbiamo sofferto una perdita che non può essere quantificata. Per me si tratta di una profonda tragedia personale. So che il mondo condivide il dolore della signora Kennedy e della sua famiglia. Farò del mio meglio. Questo è tutto quello che posso fare. Chiedo il vostro aiuto e quello di Dio.»

L’America intera quel giorno si era fermata e aveva pianto. Tra tutta questa gente c’era anche Daniel Basinsky.

2

Wernher von Braun li aveva convocati di primo mattino e ora che li aveva di fronte li stava fissando con i suoi gelidi occhi chiari. Era stato nominato direttore della NASA nel 1950 e dopo sedici anni era ancora l’unico responsabile del Marshall Space Flight Center di Huntsville in Alabama. Aveva mantenuto intatto l’atteggiamento dell’uomo abituato a dare ordini e a pretendere cieca obbedienza, esattamente come avveniva quando era un ufficiale delle S.S. naziste.

A quel tempo i missili V2 da lui progettati sorvolavano la Manica e distruggevano Londra per la gloria del suo Führer ma lui non aveva mai sentito il bisogno di chiedersi se questo fosse giusto o sbagliato. C’era la guerra e sapeva che in tutti i conflitti non bisognava mai fare domande ma solo obbedire ciecamente. Non sembrava essere cambiato molto da allora, a parte il fatto che a beneficiare della sua straordinaria competenza aerospaziale adesso fossero gli americani e non i tedeschi.

Simon Brighton e Daniel Basinsky stavano in piedi di fronte a lui in rispettoso silenzio, completamente soggiogati dalla presenza di quella figura così leggendaria e carismatica. Il volto era asciutto ed i folti capelli brizzolati sembravano aver accresciuto ancor di più il fascino di quello scienziato geniale che due decenni prima aveva rappresentato l’ultima speranza di Adolf Hitler di poter ancora vincere la guerra.

«Buongiorno signori, non c’è tempo da perdere per cui vengo subito al dunque.»

Daniel e Simon si guardarono in silenzio senza osare interromperlo.

«Siamo dannatamente in ritardo sui nostri programmi e se vogliamo mantenere intatta la speranza di portare un uomo sulla Luna prima dei russi dobbiamo intensificare e rendere più concreti i nostri studi. Abbiamo un’infinità di problemi da risolvere e spero che voi sappiate dimostrarvi all’altezza delle nostre aspettative.»

«Faremo del nostro meglio signor direttore.»

Daniel appariva a disagio nel sostenere quello sguardo così gelido ed indecifrabile. Il suo stato d’animo era combattuto perché se da un lato si sentiva orgoglioso di essere al cospetto del più grande ingegnere aerospaziale al mondo allo stesso tempo non poteva fare a meno di pensare che quell’uomo era stato uno dei responsabili della deportazione di molti civili polacchi nei campi di sterminio in Germania. Tra questi c’erano i due fratelli di suo padre, quegli zii che non aveva mai potuto conoscere e che erano morti perché si erano rifiutati di lasciare la loro patria quando ne avevano avuto ancora la possibilità.

«Il responsabile delle nuove assunzioni mi ha parlato in termini molto lusinghieri delle vostre credenziali e sembra che i test di ammissione relativi al vostro quoziente intellettivo lo confermino. Poiché la NASA si dimostra molto generosa con il personale più capace, ritengo che sarete certamente soddisfatti della vostra retribuzione mensile. Detto questo vi devo però avvertire che da oggi in poi non avrete molte occasioni per spendere tutti quei soldi, né tantomeno per divertirvi.»

Probabilmente aveva cercato di dirlo in tono leggero ma nel dubbio sia Daniel che Simon non avevano sorriso ed erano rimasti impassibili.

«L’Unione Sovietica è molto più avanti di noi e se vogliamo raggiungerla e poi superarla dobbiamo aumentare i nostri sforzi molto più di quello che abbiamo fatto fino ad ora. Avete qualche domanda?»

Wernher von Braun non aveva distolto un attimo il suo sguardo dai due nuovi ingegneri cercando di cogliere ogni piccolo segnale.

«Bene, direi che è tutto. Da oggi in poi lavorerete al dodicesimo settore, quello che appare più indietro sulla mia tabella di marcia. Ogni lunedì mattina si terrà un aggiornamento con il capo settore per la valutazione dei progressi, mentre per qualsiasi problema durante la settimana non abbiate timore di disturbarmi. Buona giornata.»

Li aveva congedati senza nemmeno fare il gesto di porgere la mano. Daniel si avviò alla porta in silenzio seguito subito dopo da Simon e dal responsabile del dodicesimo settore. La struttura organizzativa della NASA seguiva rigidamente lo schema piramidale tipico delle strutture militari e di questo sia Daniel che Simon si erano resi conto appena arrivati. C’erano procedure di sicurezza rigidissime sia all’entrata che all’uscita, vigeva il divieto assoluto di parlare del proprio lavoro con persone che non fossero loro superiori e soprattutto non potevano eseguire fotografie o copie di documenti se non espressamente autorizzati come indispensabili al proprio lavoro.

Gli uffici erano disposti all’interno di una moderna ma asettica costruzione bianca di quattro piani, caratterizzata dal tetto piano e da una serie di grandi finestre a nastro. Da quelle aperture si potevano vedere i giganteschi hangar metallici perfettamente allineati che erano sorti ai lati della strada di accesso e collegata all’ingresso principale. Centinaia di altissime palme verdi erano posizionate a distanza regolare e sottolineavano il percorso asfaltato su entrambi i lati. Quella nota di colore sembrava quasi fuori luogo rispetto al paesaggio circostante disseminato di capannoni di cemento al cui interno si lavorava a ritmi frenetici e con turni di lavoro continui.

In quella distesa di capannoni venivano infatti assemblati e sperimentati tutti i vari componenti del gigantesco razzo Saturno che secondo i programmi della NASA avrebbe dovuto essere lanciato in orbita il 21 febbraio del 1967.

A quella data mancavano ancora cinque mesi eppure nell’aria si respirava già il clima della grande attesa e ogni settore aveva intensificato gli sforzi per riuscire a completare tutte le fasi operative previste dal programma di lancio. La tragica morte di John Kennedy non solo non aveva interrotto sul nascere il sogno americano di poter mandare l’uomo sulla Luna ma al contrario sembrava aver incrementato il desiderio di poter raggiungere quell’ambizioso obiettivo. L’ente nazionale per le attività spaziali e aeronautiche in quel settembre del 1966 poteva già contare su oltre trentaseimila addetti e questi apparivano un’enormità se confrontati con quelli presenti nel 1958, l’anno in cui la NASA era stata costituita. Inoltre bisognava considerare che l’ente spaziale faceva ricorso abitualmente a numerosi contratti con società private localizzate soprattutto in California, Texas e Florida e la somma complessiva degli appalti dava ogni giorno lavoro a quasi trecentosettantasettemila persone.

Questa straordinaria e frenetica attività produttiva si era sviluppata soprattutto nei nuovi centri di ricerca del John Kennedy Space Center che erano sorti a Houston e Cape Canaveral grazie all’erogazione di un finanziamento pubblico di oltre cinque miliardi di dollari. A questi si sarebbero gradualmente aggiunti altri venticinque miliardi di dollari per completare l’intero programma spaziale finalizzato a portare il primo uomo sulla Luna. Tutto questo fiume di denaro sembrava scorrere senza fine ma non senza qualche feroce polemica. Il governo infatti veniva spesso accusato di sottrarre le risorse destinate ai servizi sociali solo per poter soddisfare il sogno della Luna mentre nel frattempo anche in politica estera si andavano delineando preoccupanti scenari, il più controverso dei quali era senza dubbio la guerra nel Vietnam.

Quei combattimenti in posti così lontani dall’America continuavano a dividere l’opinione pubblica e man mano che il tempo passava si formavano comitati sempre più numerosi di persone che si battevano contro l’invio delle truppe americane in quella giungla sperduta. La televisione oramai era presente in quasi tutte le case degli americani e ogni giorno le notizie riguardanti l’atrocità di quei combattimenti giungevano assieme alle immagini delle devastazioni causate dai bombardamenti aerei con il napalm, la micidiale miscela infiammabile che bruciava in maniera indistinta sia la fitta vegetazione che tutti i villaggi disseminati all’interno.

Il Vietnam era diventato un argomento sempre più scottante e contro l’intervento armato si era espresso apertamente anche Cassius Clay, il pugile dei pesi massimi più famoso al mondo che si era dichiarato obiettore di coscienza. Lui ormai era diventato una figura leggendaria non solo per i neri e quando fu condannato a cinque anni di reclusione per essersi rifiutato di andare a combattere contro i Vietcong si registrarono incidenti e sommosse in tutto il Paese.

In quel periodo tutti i movimenti pacifisti avevano trovato terreno fertile nei primi grandi concerti di musica rock che attiravano migliaia di giovani hippies da ogni parte dell’America. Le manifestazioni spontanee contro la guerra nel Vietnam e contro tutte le discriminazioni razziali erano sostenute da nobili ideali ma spesso il consumo di droghe leggere come l’hashish e la marijuana rappresentavano per le forze dell’ordine un valido pretesto per utilizzare la forza. In realtà al governo interessava solo tenere sotto controllo quella massa di giovani pacifisti irresponsabili che contestavano la politica estera dei democratici guidati dal presidente Lyndon Johnson. Per questo motivo molto spesso i servizi che la televisione mandava in onda descrivevano questi movimenti giovanili come gruppi di anarchici violenti di ispirazione comunista che avevano il solo obiettivo di mettere in discussione Dio, la Patria e la Famiglia, cioè le tre principali fondamenta su cui era basata la costituzione americana.

Daniel Basinsky non era mai stato favorevole all’intervento militare nel Vietnam ma allo stesso tempo non condivideva affatto la filosofia di questi movimenti anarchici. Per lui il disordine era sinonimo di incertezza e quindi lo metteva a disagio accentuando la sua insicurezza. Per quanto riguardava l’amore libero a cui si ispiravano i cosiddetti figli dei fiori, non poteva che disapprovare: aveva alle spalle una famiglia cattolica tradizionale ed era stato educato con tutti quei sani princìpi che non lasciavano molto spazio ad argomenti imbarazzanti e controversi come il sesso.

Ancora adesso per lui era difficile parlare liberamente di quei temi così intimi e la sua timidezza prendeva sempre il sopravvento quando si trovava di fronte alle ragazze più disinibite che ostentavano con sfacciata disinvoltura minigonne vertiginose e provocanti. Nonostante all’università avesse avuto le sue buone occasioni in genere appariva sempre troppo impacciato ed inadeguato per destare l’interesse delle ragazze. Un paio di volte si era innamorato perdutamente ma non era stato corrisposto nella maniera in cui aveva sperato e tutto si era concluso rapidamente senza troppi rimpianti.

Considerato che nella sua facoltà le ragazze erano piuttosto rare e che in genere non lo degnavano di uno sguardo, trovò del tutto naturale dedicare la maggior parte del suo tempo libero allo studio. Non aveva dei veri amici e l’unico modo per socializzare era rappresentato dalle partite dei New York Knicks, la famosa e sfortunata squadra di basket che seguiva in televisione fin da bambino e che era riuscita nell’incredibile impresa di perdere ben tre finali consecutive del NBA. Ogni volta non era riuscito a trattenere le lacrime per l’enorme delusione e ancora adesso si vergognava e si malediceva quando qualcuno gli ricordava quella stupida ed infantile reazione.

Negli anni seguenti i risultati sportivi erano stati così deludenti che la sua squadra del cuore non era nemmeno riuscita a classificarsi per i play-off e forse da un certo punto di vista per lui era stato meglio così.

Il tempo poi era passato veloce e senza grandi scossoni fino al giorno del funerale di suo padre. Era morto di cancro ai polmoni due mesi prima della laurea ed il suo rammarico più grande era stato proprio quello di non aver potuto condividere con lui la gioia di quel memorabile giorno. Aveva ottenuto il massimo dei voti ma la sua soddisfazione era stata oscurata da quell’assenza così dolorosa e così ingiusta.

Suo padre sarebbe stato orgoglioso di lui e Daniel avrebbe dato qualsiasi cosa per averlo avuto accanto a sé durante la cerimonia della consegna dei diplomi con le fotografie di rito. Lui aveva fatto enormi sacrifici per farlo studiare eppure non era riuscito a dirgli nemmeno un semplice grazie. Aveva pianto a lungo ed in quelle lacrime amare c’era tutto il rimpianto per le cose che non era mai riuscito a dirgli mentre era ancora in vita.

Adesso era troppo tardi e la consapevolezza che non ci sarebbero state altre occasioni lo faceva stare male perché doveva accettare l’idea che non lo avrebbe rivisto mai più.

A sua madre bastò uno sguardo per intuire ciò che stava provando e senza dire nemmeno una parola lo aveva abbracciato stringendolo forte. Poi erano rimasti in silenzio per un tempo indefinito ad ascoltare solo i battiti del proprio cuore.

3

Daniel e Simon alloggiavano all’interno del grande perimetro che delimitava la base missilistica fin da quando avevano iniziato a lavorare alla missione Saturn. La struttura era stata ideata per mantenere tutti i dipendenti al proprio interno ed i permessi che autorizzavano l’uscita dalla base venivano rilasciati solo in rare occasioni.

Tutte le strutture della NASA erano configurate come basi militari e la disciplina al suo interno seguiva le stesse direttive che vigevano nelle forze speciali dell’esercito. I contatti con l’esterno erano limitati all’essenziale e l’obbligo della segretezza impediva ad ogni dipendente di parlare di lavoro perfino con i propri familiari. La sicurezza interna era garantita dalle pattuglie armate che si alternavano giorno e notte a ridosso della doppia recintazione con filo spinato che delimitava il perimetro della base mentre una serie di telecamere a circuito chiuso erano collegate direttamente all’unità di crisi equipaggiata per ogni tipo di evenienza.

L’amicizia che legava Simon e Daniel era iniziata il giorno stesso in cui erano stati assunti. Essendo stati assegnati allo stesso progetto dovevano lavorare fianco a fianco ed integrando le rispettive conoscenze avevano trovato subito un naturale affiatamento.

In realtà avevano caratteri opposti ma fondamentalmente andavano d’accordo proprio perché risultavano complementari l’un l’altro. Simon si era laureato nella prestigiosa università di Harvard situata a Cambridge, un piccolo centro nei sobborghi dell’area metropolitana di Boston, nello stato del Massachusetts. Aveva conseguito il massimo dei voti con una tesi molto articolata riguardante le radiazioni cosmiche denominate fasce di radiazione di van Allen o più semplicemente cinture di van Allen. La sua tesi dimostrava che i risultati di calcolo lineare ottenuti con modalità sperimentali molto innovative differivano da quelli ottenuti sulla base delle procedure convenzionali. I diagrammi di sintesi confermavano la pericolosità mortale che quelle radiazioni rappresentavano per l’uomo e per le future missioni spaziali. Assieme a Daniel faceva parte di un’élite di dieci super tecnici che avevano il compito di cercare nuove soluzioni per contrastare nella maniera più efficace quelle micidiali radiazioni cosmiche.

Era una ricerca affascinante e relativamente recente visto che la sua scoperta risaliva al 1958, l’anno in cui era stato messo in orbita il satellite americano Explorer 1 con a bordo un contatore Geiger molto rudimentale ma estremamente efficace, che era stato in grado di rilevare i livelli di radiazione dell’atmosfera alle diverse altitudini. Era stato costruito e messo a punto dallo scienziato americano James Alfred van Allen e aveva potuto riscontrare la presenza di un’enorme quantità di particelle di energia, una specie di cintura di radiazioni cosmiche formata da due fasce che circondavano la Terra da un polo all’altro.

Nella fascia interna le particelle cariche erano costituite da protoni mentre in quella esterna erano costituite principalmente da elettroni e da numerosi ioni. Prima di allora si pensava che ioni ed elettroni potessero essere racchiusi nel campo magnetico terrestre ma si riteneva che questo blocco fosse di carattere temporaneo e che quindi si verificasse solo in occasione di forti tempeste magnetiche per poi cessare subito dopo. A causa della loro elevata concentrazione in determinate zone dello spazio, le fasce di van Allen si dimostravano in grado di creare uno scudo radioattivo intorno alla Terra e di deviare buona parte delle radiazioni nocive che provenivano dal Sole e dallo spazio cosmico.

Il problema che si era subito evidenziato dall’analisi dei dati rilevati dal satellite riguardava il fatto che queste radiazioni potevano essere assimilabili a quelle prodotte dalle sostanze radioattive e visti i suoi effetti rappresentavano quindi il più grave pericolo esistente nello spazio.

Tutti gli studi fino allora eseguiti avevano dimostrato che queste radiazioni potevano penetrare facilmente all’interno di una navicella spaziale e nel caso di un’esposizione prolungata avrebbero causato danni mortali per gli astronauti e provocato guasti irreparabili agli strumenti di bordo. Nel momento in cui la navicella avrebbe attraversato le fasce sarebbe infatti stata investita dalle scariche di energia elettrostatica e si era riscontrato che tali scariche potevano facilmente superare anche il milione di ampere. In queste condizioni si sarebbe verificato un deterioramento dei pannelli solari con conseguente perdita di potenza della navicella spaziale. Le particelle penetrate all’interno della navicella avrebbero inoltre provocato malfunzionamenti a tutte le componenti elettroniche e ai programmi installati nei computer di bordo.

Una volta compresa la gravità del problema la NASA aveva selezionato i migliori esperti e studiosi del settore per superare questo ostacolo imprevisto e complesso che rischiava di compromettere la promessa fatta da John Kennedy, quella di mandare un uomo sulla Luna e di farlo tornare sano e salvo entro quel decennio.

Era diventata ormai una corsa contro il tempo anche perché nel frattempo i russi si erano dati da fare. Il 4 ottobre 1957 infatti avevano lanciato in orbita con successo lo Sputnik 1, un piccolo satellite del diametro di soli 60 centimetri che pesava appena 84 chilogrammi. Era stato il primo satellite della storia ad orbitare intorno alla Terra e si disintegrò al momento di rientrare nell’atmosfera terrestre dopo circa tre mesi di funzionamento. Solo un mese dopo, esattamente il 3 novembre 1957, venne lanciato lo Sputnik 2, una navicella che fece parlare il mondo intero perché al suo interno era stata alloggiata la cagnetta Laika, il primo essere vivente ad entrare in orbita intorno alla Terra.

Infine fu la volta dello Sputnik 3 che fu lanciato con successo il 15 maggio 1958 e rimase in orbita quasi due anni anche se per un problema tecnico non fu in grado di inviare i dati sulle radiazioni cosmiche rilevate invece dall’ Explorer 1. Alla NASA sospettarono invece che i russi avessero fornito questa versione dei fatti solo per non dover comunicare quei dati preziosi agli americani, evitando quindi di favorirli nella corsa per la conquista dello spazio.

Questa era la storia recente e comunque fossero andate le cose non si potevano certo cambiare.

Daniel si alzò in piedi per poter stiracchiare un po’ le gambe dopo tre ore filate passate ad esaminare le ultime simulazioni di calcolo. Mancavano solo tre giorni alla consegna della relazione mensile che Simon avrebbe dovuto presentare quel lunedì e non potevano certo dire di aver compiuto grandi progressi.

L’analisi era abbastanza dettagliata ma mancava quasi completamente la formulazione di un’ipotesi concreta per una possibile soluzione. Aveva la sensazione di aver imboccato l’ennesimo vicolo cieco e quella sensazione gli appariva ancora più frustrante perché si rendeva conto che il tempo stringeva.

«Sembri perplesso, a cosa stai pensando?»

«A nulla, solo che...»

Daniel aveva sbuffato con un tono esasperato.

«Sai che di me ti puoi fidare… allora cosa c’è che non va?»

«Vuoi la verità?»

«Certo, altrimenti non te l’avrei chiesto.»

«Ok, quello che penso veramente è che siamo nella merda fino al collo.»

Daniel lo guardò dritto negli occhi quasi per avere la conferma dei suoi timori. Simon aveva perfettamente ragione ed era inutile fingere. Avrebbero anche potuto ammorbidire la relazione per renderla meno brutale ma il nocciolo della questione era che non avevano fatto nessun passo avanti per la soluzione di quel problema.

«I risultati che abbiamo ottenuto confermano tutto quello che avevamo già evidenziato lo scorso mese. I dati delle radiazioni rilevate dall’ Explorer 1 sono stati applicati in tutte le possibili simulazioni e comparati con tutti i sistemi di scudi spaziali oggi a disposizione. Allo stato attuale delle nostre conoscenze sembra che le fasce di van Allen siano ancora una barriera insuperabile per l’uomo.»

«Qualcuno lassù in alto non sarà molto soddisfatto dei nostri risultati…»

«Già. Mi immagino la faccia che farà il nostro simpatico nazi

«Pensi che von Braun la prenderà male?»

«Non ho nessun dubbio in proposito. Lui sognava già di veder camminare l’uomo sulla Luna a 400.000 chilometri di distanza dalla Terra ed invece sembra che il limite massimo consentito prima che le radiazioni diventino letali sia quello della termosfera, lo strato dell’atmosfera situato tra i 300 ed i 400 chilometri di distanza dalla Terra. C’è una bella differenza, no?»

«Il rapporto è esattamente di uno a mille. Secondo te non ci sono altre vie d’uscita?»

«Al momento pare proprio di no e non possiamo scherzare con la vita degli astronauti. Sai meglio di me che le particelle cariche possono produrre dosi di radiazione centinaia di volte superiori a quelle tollerate dall’organismo umano e queste possono provocare non solo tumori ma anche alterazioni genetiche e danni devastanti al sistema nervoso. La quantità di radiazioni a cui un essere umano può esporsi durante tutto l’arco della sua vita non dovrebbe mai essere superiore a 50 REM mentre lassù le radiazioni arrivano oltre i 1.500 REM…»

Daniel inarcò le sopraciglia pensieroso.

«Pazzesco vero? Pensa che i medici consigliano di non fare mai più di due o tre radiografie nel corso di un anno e che una radiografia produce una dose di radiazioni pari a 0,004 REM. Un’inezia al confronto.»

«Quindi cosa si può fare?»

«Quindi niente. Questi dati sono certi e definitivi. L’unica cosa che possiamo fare è trovare un modo per attenuare questi effetti mettendo a frutto le nostre conoscenze tecnologiche. Possiamo migliorare e rendere più efficaci le protezioni contro il bombardamento di particelle anche se purtroppo non abbiamo abbastanza tempo per riuscirci. Se ci lasciassero...»

Daniel lo interruppe come se fosse stato colto da un’improvvisa ispirazione.

«C’è però anche un’altra possibilità, quella che non abbiamo ancora mai sviluppato in maniera approfondita.»

«Di cosa stai parlando?»

«Parlo della possibilità di pianificare una rotta diversa per ridurre al minimo l’esposizione alle radiazioni. È una possibilità che comporta sempre rischi elevati ma penso che al punto in cui siamo adesso questa sia davvero l’unica strada percorribile, a meno che non si decida di rinunciare alla Luna.»

«Figurati se il nostro amico von Nibelungen intende rinunciare.»

«Allora non abbiamo altre possibilità. Per poter uscire dall’orbita terrestre e raggiungere l’orbita lunare sarà necessario riuscire a potenziare la velocità del razzo Saturno approssimativamente fino a 40.000 chilometri orari. Secondo i miei calcoli il tempo di attraversamento delle fasce di van Allen si potrebbe ridurre a non più di quindici minuti. Per fare questo pensavo di poter utilizzare la traiettoria di trasferimento di Hohmann e di sfruttare così l’anomalia sud-atlantica delle fasce di van Allen, il punto in cui le radiazioni risultano meno intense. Dovremo incominciare ad elaborare le prime simulazioni di calcolo anche se, in verità, non sono del tutto convinto che possa funzionare davvero.»

Simon si aggiustò i suoi occhiali dalla sottile montatura metallica e le parole che gli uscirono di bocca erano appena un sussurro.

«In realtà non lo sono nemmeno io.»

4

Wernher von Braun appariva teso come una corda di violino ma non aveva voluto sentire ragioni nonostante le carenze tecniche evidenziate ed i numerosi contrattempi che avevano caratterizzato gli ultimi quattro mesi. Il programma prestabilito non avrebbe subito variazioni e per il 27 gennaio 1967 era stata confermata un’importante esercitazione. Al Padiglione 34 di Cape Canaveral il razzo Saturno IB 204 aveva infatti il compito di testare il primo volo in orbita intorno alla Terra con a bordo un equipaggio di tre persone alloggiate nell’innovativo modulo di comando e di servizio CSM-012. Questi moduli erano stati sviluppati e realizzati interamente dalla North American Aviation (NAA), l’ente militare nazionale che fino ad allora si era sempre dimostrato affidabile e rigoroso in tutti i test preliminari eseguiti durante le complesse operazioni di assemblaggio.

Gli obiettivi dell’esercitazione erano principalmente quelli di testare l’accelerazione durante le operazioni di lancio, nonché verificare le telemetrie a terra e la gestione del controllo attraverso i nuovi calcolatori elettronici. Ognuno di questi aspetti era ritenuto essenziale per avere le necessarie conferme prima di procedere con la messa a punto della fase successiva delle missioni Apollo.

Daniel e Simon, assieme a tutta la loro équipe, erano stati aggregati alla base logistica di Cape Canaveral per seguire più da vicino l’intero sviluppo delle varie missioni in programma e questo era avvenuto proprio su ordine diretto di Wernher von Braun in persona.

Nonostante il sentimento di iniziale antipatia nei suoi confronti, Daniel doveva riconoscere che quest’uomo era animato da una determinazione incredibile e non aveva vacillato nemmeno dopo aver preso atto dei risultati sconfortanti evidenziati nella loro ultima relazione. Non aveva mai compreso davvero per quale ragione von Braun volesse vincere questa sfida così impegnativa. Era sicuro che non lo facesse solo per l’ingente quantità di denaro con cui la NASA lo ricompensava dopo avergli affidato l’incarico di direttore generale e all’inizio aveva pensato che questa opportunità gli consentisse solo di poter appagare la sua smisurata ambizione personale. Un po’ alla volta si era convinto che von Braun desiderasse invece portare a termine il compito che Hitler non era riuscito a terminare, ossia quello di sconfiggere i russi assieme alla loro insensata ideologia comunista. Daniel conosceva bene la sua storia personale e non aveva potuto fare a meno di trovarla affascinante.

Wernher von Braun era entrato nel partito nazista nel 1937 quando aveva solo venticinque anni e nel maggio del 1940 venne nominato ufficiale delle S.S. agli ordini di Himmler.

Il suo nome cominciò a circolare spesso nel 1942 quando Hitler in persona approvò la produzione di quei missili di distruzione di massa modificati per le grandi distanze che Joseph Goebbels aveva battezzato come " Vergeltungswaffe 2", cioè " arma di rappresaglia 2" e che tutti chiamarono semplicemente V2. Questi terrificanti razzi da 14 tonnellate erano dotati di cariche esplosive da 1.000 chilogrammi e avevano una gittata di oltre 300 chilometri. Per realizzare quei missili i tedeschi non esitarono ad utilizzare i prigionieri del campo di concentramento di Mittelbau-Dora per scavare nella dura roccia della montagna di Herz tutti gli spazi necessari alla produzione in maniera da essere al riparo dai temuti bombardamenti degli alleati. I turni massacranti a cui furono sottoposti dalle S.S. tutti i lavoratori di quella fabbrica di armi provocarono almeno ventimila morti, un numero molto simile a quello dei civili innocenti dilaniati dalle esplosioni durante i bombardamenti con i famigerati V2 nelle città di Londra e di Anversa nel 1944.

Quando nella primavera del 1945 l’armata rossa era giunta a soli 160 chilometri da Berlino ed il destino della guerra sembrava ormai segnato, Wernher von Braun riuscì a procurarsi dei documenti falsi e assieme ad altre 500 persone poté attraversare gran parte della Germania distrutta dalla guerra per consegnarsi spontaneamente agli americani.

Quelli erano stati giorni drammatici perché lui era ricercato non solo dai temuti russi e dagli inglesi, che lo consideravano un criminale di guerra, ma anche dagli stessi ufficiali delle S.S. che avevano ricevuto l’ordine da Hitler di uccidere tutti gli ingegneri tedeschi che cercavano di consegnarsi in mani nemiche. Gli americani capirono molto presto l’opportunità che si stava presentando loro e mandarono immediatamente l’esercito fino a Nordhausen e così, poco prima dell’arrivo dei russi, riuscirono a catturare tutti quegli ingegneri di primissimo livello assieme a ciò che restava delle V2.

In America c’era un clima molto ostile verso tutti gli ex nazisti che cercavano rifugio sotto falso nome ma questo tuttavia non impedì ad Alles Dulles, capo della CIA, di organizzare la spregiudicata operazione segreta denominata Paperclip. Grazie a questa rocambolesca azione di guerra l’intero gruppo dei centoventisei specialisti facenti capo a Wernher von Braun fu segretamente trasferito in America.

Dopo l’arrivo a Willmington, nel Delaware, il 20 settembre 1945 il gruppo raggiunse Fort Bliss, una piccola roccaforte militare a nord di El Paso nel Texas. I tedeschi furono costretti a vivere in squallide baracche completamente prive di servizi e a lavorare sotto la stretta sorveglianza armata. Solo dopo cinque lunghi anni von Braun ed il suo staff furono trasferiti ad Huntsville in Alabama, il luogo scelto dalla NASA per realizzare il nuovo modernissimo centro spaziale denominato Marshall Space Flight Center. Questo venne inaugurato nel 1960 e fu affidato proprio alla direzione di von Braun, lo scienziato che in quegli anni aveva dimostrato grandi intuizioni scientifiche assieme ad una straordinaria capacità organizzativa.

Daniel era completamente assorto nei suoi pensieri ed in quei momenti il suo inconscio lasciava affiorare in superficie tutte quelle considerazioni che la sua innata razionalità invece cercava di tenere a freno. Anche se non voleva ammetterlo, provava una forte ammirazione per Wernher von Braun e questo sentimento non era dovuto solo al fatto di condividere lo stesso disprezzo verso il regime comunista ma anche a qualcosa di indefinito che continuava a sfuggirgli.

Quest’uomo sarà stato anche un maledetto nazista ma sicuramente è un genio.

La voce allegra di Simon giunse alle sue spalle e lo riportò rapidamente alla realtà.

«Hai sentito le grandi novità?»

«Quali novità?»

«Dopo quasi tre mesi la NASA ci ha concesso un permesso di sei giorni per le feste di Natale. Incredibile

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