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Robot 77

Robot 77

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Robot 77

Lunghezza:
345 pagine
4 ore
Pubblicato:
Apr 18, 2016
ISBN:
9788865306857
Formato:
Libro

Descrizione

RIVISTA (192 pagine) - Elizabeth Bear - Amal El-Mohtar - Alda Teodorani - Emanuela Valentini - Alain Voudì - Valentino Peyrano - Robot 40 anni - Star Wars amore e odio - Luigi Capuana

Quanto percepiamo realmente la realtà? Se dobbiamo fare affidamento su quella che è oggi l'informazione non saremmo molto ottimisti. Ma in un futuro non lontano i nostri stessi sensi potrebbero essere filtrati. E ne saremmo anche felici, pur di vedere un mondo migliore – almeno finché siamo in grado di pagare per averlo. Elizabeth Bear, due premi Hugo e un John Campbell all'attivo, ci racconta il brusco risveglio dall'illusione in "La mano è più veloce". E della dura realtà parla anche il racconto "La verità sui gufi", premio Locus 2015, di Amal El-Mohar, autrice canadese di origini medio-orientali che affronta il difficile tema della fuga dal proprio paese e della vita da rifugiati. Un'altra donna, prima a vincere il premio Robot nella nuova serie, è Emanuela Valentini con un racconto che vi ricorderà Hayao Miyazaki. Mentre la regina nera, Alda Teodorani, torna ai giorni più bui della nostra democrazia.   "Robot" compie 40 anni, festeggiamo questo traguardo con un'intervista di qualche anno fa col nostro Vittorio Curtoni.    Copertina di Franco Brambilla. "«La buona fantascienza è scientificamente interessante non perché parla di prodigi tecnologici ma perché si propone come gioco narrativo sulla essenza stessa di ogni scienza, ""e cioè sulla sua congetturalità» Umberto Eco" 

Fondata da Vittorio Curtoni, dal 2011 Robot è curata da Silvio Sosio, giornalista, curatore di diverse collane Delos Books e Delos Digital.
Pubblicato:
Apr 18, 2016
ISBN:
9788865306857
Formato:
Libro

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Anteprima del libro

Robot 77 - Silvio Sosio

Bear

EDITORIALE

Anniversari

Silvio Sosio

Cari amici lettori, benvenuti al cinquantesimo anniversario di Robot.

È sempre un piacere ritrovarci insieme, numero dopo numero, ma gli anniversari belli tondi come questo fanno piacere ancora di più. Fanno piacere soprattutto perché resistiamo, io e voi due lettori, e tenere alta la bandiera della fantascienza scritta.

Spesso ci chiedono perché lo facciamo. Perché ci ostiniamo a lavorare tanto per una rivista – non ce lo chiedono in questi termini perché di solito non conoscono il termine rivista. Ormai sono anni che quasi nessuno legge più, almeno nei paesi sviluppati (in Italia, poi, già in passato i lettori erano pochi). La tecnologia ha reso la lettura una cosa sorpassata, i social network hanno reso i concetti complessi, come quelli che possono essere elaborati tramite la scrittura, inadatti alla comprensione dell’essere umano medio, che già una decina d’anni fa si era ormai abituato a leggere solo i titoli e a guardare le figure. Da anni ormai i titoli vengono letti a voce dal software, e l’uso della scrittura sta scivolando nel passato. Certo, le statistiche ce lo ricordano sempre, almeno la metà della popolazione sa (saprebbe) ancora leggere. Ma altre statistiche ricordano quanti sono quelli in grado anche di capire quello che leggono, e sono sconfortanti.

Ma noi siamo qui. Robot compie cinquant’anni, anche se, è vero, è un po’ come se fosse entrata in criostasi quando aveva due anni, nel 1978, per riemergere nel 2003 quando partì la nuova serie. Quindi oggi, nel 2026, l’età, come dire, biologica?, di Robot è di ventisei anni. Un giovanotto!

E quest’anno ricorre anche il centesimo anniversario della fantascienza. Cento, sì, cento anni: noi lo sappiamo, è anche per questo che ci dà tanto fastidio quando leggiamo i dibattiti sui social che discutono se la fantascienza sia stata inventata nel 1966 da Star Trek o nel 1977 da Star Wars. Ogni tanto proviamo a intervenire facendo presente che nel 1926 un certo Hugo Gernsback fondò la prima rivista di fantascienza, e che persino prima di allora erano stati pubblicati numerosi romanzi ascrivibili al genere. Dopodiché la discussione si disperde cercando di spiegare il termine rivista, e c’è sempre qualcuno che ci insulta perché nel 1926 non esisteva nemmeno internet e quindi non era possibile pubblicare niente, e ci passa la voglia.

A proposito di internet… quest’anno ricorrerebbe anche il trentesimo anniversario di Fantascienza.com. Ve la ricordate? Era una rivista anch’essa, ma sul web; ogni giorno pubblicava notizie, c’erano i titoli e oltre ai titoli c’erano anche gli articoli. Com’era bello ogni giorno dopo il caffè farsi un giro su Fantascienza.com e vedere quali erano le novità dal mondo della science fiction.

A quell’epoca c’erano tanti giornali, magazine, quotidiani su internet. Ma già alla metà degli anni Dieci era iniziato il declino, la gente smetteva di leggere, la pubblicità non bastava più per coprire le spese. Alla fine l’informazione confluì nei social network, com’è oggi. C’è chi dice che in realtà l’informazione è morta, che è per questo che ci troviamo nel mondo disastrato in cui ci troviamo, che è per questo che Renzi è al governo da più di un decennio e nessuno si lamenta. Ma perché preoccuparsi di tutto ciò quando ci sono quelle foto di gattini così carini?

Non è che si possa proprio parlare di delitto, nei confronti dell’informazione. È stato, certo, in buona parte un suicidio. Una banalità: ricordo per esempio un critico cinematografico di primissimo piano del più venduto quotidiano italiano che recensì Batman v Superman, una decina d’anni fa, parlando di supereroi Marvel. I giornali erano pieni di svarioni così. E li beccavi quando parlavano di cose che conoscevi bene, chiedendoti quanto ci fosse di vero quando leggevi articoli che parlavano di cose che non conoscevi.

Il fatto è che con l’arrivo di internet l’informazione era rimasta spiazzata. C’era chi faceva pagare per leggere i propri contenuti, perdendo così tutto il proprio pubblico a favore di siti gratuiti. E c’era chi puntava solo sulla pubblicità, cercando in tutti i modi di aumentare il proprio traffico. Scrivendo gli articoli in modo da aumentare il traffico, scegliendo gli argomenti, distorcendo i titoli per avere un clic in più. Gli articoli non servivano quasi più, ormai contavano solo i titoli e le foto. E i clic comunque diminuivano ogni giorno, perché ogni giorno la gente leggeva di meno, o trovava contenuti che la divertivano di più altrove.

Non tutti si rendono conto che il progressivo degrado della politica ne era un conseguenza. Forse avrete visto sui social un video che gira da molti anni, un talk show in cui una ragazza chiede a un giornalista perché gli Stati Uniti sono la nazione più grande del mondo. Non è un talk show vero, in realtà sono le scene iniziali di una serie tv, The Newsroom, molti credono sia accaduto nella realtà, ma ha poca importanza. Il giornalista rispondeva innanzitutto elencando i motivi per i quali gli Stati Uniti non erano affatto la nazione più grande del mondo. Con la ragazza che aveva fatto la domanda quasi in lacrime, poi, proseguiva dicendo che un tempo lo erano stati, e lo erano stati perché avevano un’informazione di qualità, fatta da giornalisti che facevano il loro lavoro ed erano apprezzati per questo.

Me lo rivedo, ogni tanto, quel video. Perché ormai non c’è più niente da imparare da esso, ormai la frittata è fatta, ma magari una dozzina d’anni fa, quando cominciò a circolare, sarebbe stato ancora possibile invertire la tendenza. O no, difficile dirlo. La gente stava già dando lo stesso credito a siti finti che pubblicavano notizie inventate apposta per confermare le paure e i pregiudizi dei lettori. L’attenzione era così poca che quasi nessuno notava che i nomi delle fonti erano Il Giomale e non Il Giornale, Rebubblica e non Repubblica. E del resto, i quotidiani veri erano ogni giorno sempre meno credibili.

È stato così che è finita l’informazione, un po’ per volta, giorno dopo giorno. Quasi non ce ne siamo accorti, e a un tratto, un brutto giorno, non c’era più.

Tutta colpa di internet, quindi? Ma neanche per sogno. Piuttosto, colpa di chi si vide mettere in mano lo strumento per diffondere conoscenza e informazione e non lo seppe usare nel modo giusto: colpa nostra, in definitiva. Degli esseri umani.

Anzi, internet ha rappresentato un’ancora di salvezza per chi ancora leggeva. Quando nel 2019 l’intera industria della stampa crollò definitivamente, e la carta divenne in poco tempo costosissima essendo venute a mancare le economie di scala, i libri stampati cessarono di esistere praticamente da un giorno all’altro, e fu solo grazie a internet e in particolare agli ebook se nuovi titoli continuarono a uscire, ancora per un po’ di tempo. Da molti anni ormai sono semplici supporti che vengono letti da software vocali, perché nessuno vuole più sforzarsi a capire cosa significano quei segnetti stampati sullo schermo, e sono così semplificati da sembrare albi per bambini. Ma almeno qualcosa che assomiglia a quelli che una volta erano i libri esiste ancora.

Una cosa un po’ ci consola: all’alba del suo centesimo compleanno, la fantascienza è ancora la regina dell’immaginario collettivo. Proprio da poco Marvel e DC Comics hanno annunciato il loro programma per il prossimo decennio, avremo praticamente un nuovo film di supereroi ogni mese. In attesa del grande crossover che è annunciato per il 2035, Avengers v Justice League. Della quarta trilogia di Star Wars, che partirà l’anno prossimo con Star Wars Episode XIII sappiamo già praticamente tutto, e sarà divertente il crossover con Guardians of the Galaxy previsto per questo natale. Sì, qualcuno si lamenta di questa nuova moda dei crossover, ma via, ci siamo tutti entusiasmati l’anno scorso con la miniserie Star Trek: the Fate of the Twelve Colonies in cui l’Enterprise entrava nell’universo di Battlestar Galactica.

Illustrazione di Luca Vergerio

NARRATIVA

La verità sui gufi

Amal El-Mohtar

Traduzione di Marco Crosa

Amal El-Mohtar, è nata a Ottawa nel 1984 da immigrati libanesi, ha studiato nelle Università di Ottawa dove attualmente sta completando il dottorato alla Carlton University. Scrive principalmente poesia e fantasy e, come curatrice, ha pensato bene di occuparsi di Goblin Fruit, un trimestrale web dedicato appunto alla fantastical poetry. Ha pubblicato The Honey Month, un’antologia che raccoglie ventotto variazioni sul tema del miele e una quindicina di storie diverse. La verità sui gufi ha vinto il premio Locus 2015 per il miglior racconto breve. (FL)

per Tessa Kum

I gufi hanno occhi intonati ai cieli in cui cacciano. I gufi dagli occhi color ambra cacciano all’alba o al crepuscolo; i gufi dagli occhi dorati cacciano di giorno; i gufi dagli occhi neri cacciano di notte.

Nessuno sa perché.

Gli occhi di Anisa sono neri e lei non li odia più. Una volta voleva che avessero il colore di quelli di suo padre, il bel verde-azzurro pallido che la gente si stupiva sempre di vedere in un volto bruno. Ma ora le piace avere occhi e capelli di un colore che quelle stesse persone trovano inquietante.

Ha scoperto che anche i suoi insegnanti sono sconcertati: non tentano di irreggimentarla come fanno con gli altri studenti. Li vede lanciarle sguardi incerti prima accompagnare il loro gruppo da una esposizione di gufi all’altra, seguendo la guida. Lei si volta per andare nella direzione opposta.

— Annie-sa! Annie, da questa parte!

Lei si gira, a denti stretti. La signorina Roberts, la cui pallida faccia incipriata, i capelli biondi pettinati all’insù e le labbra di un rosso brillante ricordano ad Anisa una torta paradiso, sorride con fare incoraggiante.

— Veramente mi chiamo A_NI_-sa — risponde lei, e sente il potere guizzarle fuori dal petto alle braccia, che incrocia in fretta, e nelle mani, che chiude a pugno piantandosi le unghie nei palmi. Il potere si ritrae, ma lei può ancora sentirlo emanare dagli occhi come uno sciame d’api mentre la signorina Roberts la osserva con perplessa confusione. Gli occhi della signorina Roberts sono di un tono di azzurro delicato come ceramica.

Anisa guarda un’altra insegnante, la signora Grewar, chinarsi a dire qualcosa all’orecchio della signorina Roberts. La signorina Roberts sembra solo più confusa, ma rinnova incerta il suo sorriso, annuisce e ritorna al suo gruppo. Anisa chiude gli occhi, fa un profondo respiro e conta fino a dieci prima di allontanarsi.

I gufi sono predatori. Ci sono gufi che possono farti a pezzi se gliene dai mezza possibilità.

Lo Scottish Owl Centre è una meta popolare per le gite scolastiche: la breve distanza in autobus da Glasgow, l’argomento didattico, un mucchio di opportunità di scattare foto da mostrare ai genitori, e poi oggi a chi non piacciono i gufi? Anisa si è ritrovata più di una volta a guardare borse e magliette con immagini di gufi, orecchini e fibbie a forma di gufo, gufi di peluche e figure di filo metallico di ferro dai colori brillanti e gradevoli. Trova tutto questo disperatamente bizzarro.

Anisa ricorda la prima volta che vide un gufo. Aveva sette anni. Viveva a Riyaq con suo padre e i suoi nonni, e quella mattina aveva fatto una scenata perché doveva dar da mangiare alle galline; cosa che detestava perché puzzavano e la beccavano quando andava a raccogliere le uova, e anche per via del gallo, aggressivo e dagli speroni aguzzi. Odiava le galline, gridò; perché non le facevano in brodo e basta?

Le diedero altri lavori da fare, che sbrigò, schiumante di rabbia, pestando i piedi, sbattendo le ante degli armadi e di tanto in tanto piagnucolando che era ingiusto. — Sei triste per le galline — scherzava suo padre, cercando di farla ridere, il che la rendeva solo più furiosa, perché voleva ridere ma non voleva che lui pensasse che non era più arrabbiata, perché lo era eccome.

Per l’ora di pranzo si era calmata e a ora di cena aveva dimenticato tutto. Ma mentre aiutava la nonna a lavare i piatti, sentì un grido venire dal cortile. Sua nonna corse fuori e Anisa la seguì, le mani gocciolanti di acqua saponata.

Un gufo – enorme, alto come un agnello, più alto di ogni uccello che avesse mai visto – era appollaiato sull’albero d’arance, il gallo ridotto a un ammasso di penne e sangue tra i suoi artigli. Mentre Anisa lo fissava, il gufo chinò il capo sulla gola del gallo e ne strappò una lunga striscia di carne.

Quando Anisa ripensa a questo episodio – e lo fa spesso, ogni volta che ha le mani bagnate e insaponate a dovere, con i polpastrelli sul punto di raggrinzirsi – ricorda il senso di colpa. Ricorda di aver visto sua nonna farsi il segno della croce e pronunciare i suoi scongiuri contro il male, per allontanare la morte dalla famiglia, contro i tempi pericolosi. Ricorda la paura mentre guardava il rosso, il rosa e il verde del gallo, la sua testa penzolante sul collo spezzato.

Ma non riesce a ricordare – anche se spesso ci prova – se sentì allora per la prima volta nel petto lo spaventoso formicolio elettrico del potere, che le si riversava nei palmi delle mani.

Ci sono gufi che si librano nell’aria come grandi navi. Ci sono gufi che volteggiano come passeri di ramo in ramo. Ci sono gufi che ti guardano con disprezzo e gufi che si dondolano sul trespolo del tuo braccio come una canna al vento.

Anisa non ha paura dei gufi. Pensa che siano abbastanza interessanti, quando la gente non gli sta davanti in adorazione o li ricama sui cuscini. Aggirandosi per la riserva, pensa che quello visto da bambina era probabilmente un gufo reale.

Vaga da una gabbia all’altra, da un habitat all’altro, guardando gufi che non hanno alcuna somiglianza con i bei disegni che adornano gli orli di gonne e vestiti: gufi senza il disco facciale, gufi con occhi sporgenti e teste pelose, gufi grandi come il palmo della sua mano.

Alcuni gufi hanno nomi diversi a seconda della specie: Hosking, Broo, Sarabi. Anisa si ferma davanti a un barbagianni e corruga la fronte leggendo il nome. Blodeuwedd?

— Blou-diu-ued — sillaba sottovoce mentre il barbagianni la osserva.

— Si pronuncia Blodàuet, in realtà — dice una voce amichevole alle sue spalle. Anisa si volta e vede una degli addetti a far volare i gufi, una nera di nome Izzy dai capelli raccolti sotto un foulard dai colori sgargianti, entrare in una delle voliere reggendo nelle mani guantate un secchio pieno di mangime. — In gallese significa faccia di fiori.

Anisa arrossisce. Guarda di nuovo il barbagianni. Non ne ha mai visto uno da vicino e non pensa che assomigli a dei fiori; pensa, allo stesso tempo, che la faccia a forma di cuore sia aliena, inquietante e bellissima, come quando si vede la luna mentre il sole tramonta, e che ci dovrebbe essere una parola per il colore delle ali, che è come lo splendore di una perla ma non come la perla stessa.

— È un lui o una lei? — chiede.

— Non conosci la storia di Blodeuwedd? — sorride Izzy. — Era una donna bellissima, fatta di fiori, che fu trasformata in gufo.

Anisa si acciglia. — Questo non ha senso.

— Viene da un libro di fiabe chiamato Mabinogion… non proprio il massimo per trovarci un senso. — ridacchia Izzy. — Non credo piaccia nemmeno a lei, a dire il vero. È una delle nostre ospiti più difficili. Ma ci è arrivata dal Galles, perciò le abbiamo dato un nome gallese.

Anisa guarda Blodeuwedd negli occhi. Sono più neri dei suoi.

— Mi piace — dichiara.

Uno stormo di gufi in inglese si dice parliament.

I gufi portano sfortuna.

L’estate che Anisa vide il gufo uccidere il gallo fu l’estate che Israele bombardò il paese. Lei ci ripensa sempre così, non come a una guerra… non ricorda una guerra. Non ha mai visto nessuno combattere. Ricorda un rumore più percepito che udito, un tonfo che scuoteva la terra e le risuonava nelle ossa… poi un altro… poi un odore come di gesso, prima di essere trascinata nelle braccia di suo padre e portata giù nel rifugio.

Ricorda di aver avuto freddo; ricorda, più tardi, rabbia, pianti, frasi smozzicate sentite dal suo letto, la voce di sua madre che arrivava a singhiozzo da Londra, robotica e strozzata dalla pessima connessione internet, un misto di inglese e arabo, accenti che si scambiavano posto. La voce di suo padre sempre calma, misurata ma attraversata da una tensione, come quando suo cugino aveva infilato un cavo elettrico nella zampa di una rana morta per farla contrarre.

Ricorda di aver chiesto alla nonna se Israele aveva attaccato a causa del gufo. La nonna aveva riso in un modo che aveva fatto sentire Anisa vuota e smarrita.

— Zitta, zitta, non dirlo a Israele! Un gufo ha ucciso un gallo; una ragione di più per attaccare! Un gufo ha ucciso un gallo nel Libano e il governo lo ha permesso! Presto, allontanarsi dai ponti!

Tutta la famiglia aveva riso. Anisa era terrorizzata e non lo disse a nessuno.

Nella notte due fanali

gialli, tondi, uguali uguali.

Sopra il pino non c’è un ufo

ma soltanto un grosso gufo.

Scruta attento il buio intorno,

vede meglio che di giorno.

E se passa un topolino

si fa un ottimo spuntino.

– Cos’è che la rende difficile? — chiede Anisa, osservando Blodeuwedd dondolare sul suo trespolo. Izzy guarda con affetto il barbagianni.

— Be’, in teoria l’abbiamo acquistata come uccello da esposizione, ma non le piace molto essere addestrata; quando si avvicinano, sibila a quasi tutti gli ammaestratori e cerca di beccarli. È anche molto territoriale e non sopporta la presenza di uccelli maschi, così non possiamo usarla per la riproduzione. — Izzy offre un pezzo di pollo crudo a Blodeuwedd, che lo trangugia serenamente.

— Ma tu le piaci — osserva Anisa. Izzy fa un sorriso mesto.

— Non sono uno dei suoi ammaestratori. È facile affezionarsi alle persone che non vogliono nulla da te. — Izzy si interrompe, guarda Blodeuwedd con esagerata attenzione. — O per lo meno è facile non odiarle.

Prima che Anisa se ne vada con gli altri della sua classe, Izzy scrive per lei Mabinogion su un pezzo di carta, fra uno schizzo piuttosto buono del muso di un gufo dentro un fiore a cinque petali e un invito a tornare di nuovo.

Quasi tutti i gufi presentano dimorfismo sessuale: la femmina è generalmente più grossa, più forte e ha una colorazione più vivace del maschio.

La madre di Anisa è alta e di pelle chiara, e Anisa non le somiglia per nulla. I capelli castani di sua madre sono chiari, sottili e lisci; la carnagione di sua madre è pallida. Anisa è abituata alle supposizioni della gente – sei stata adottata? È la tua matrigna? – quando le vedono insieme, ma il nuovo lavoro di sua madre all’università ha reso sporadiche le loro uscite. In effetti, da quando si sono trasferite a Glasgow, Anisa non la vede quasi più a casa, dato che ha le classi serali e ha delle responsabilità al dipartimento.

— Cosa leggi? — chiede sua madre contorcendosi nel cappotto dopo una frettolosa cena insieme.

Anisa, le gambe raccolte sotto di sé sul divano, solleva una copia del Mabinogion presa in biblioteca. Sua madre sembra confusa, ma annuisce, le augura buona notte e se ne va.

Anisa legge di come Math, figlio di Mathonwy, raccolse germogli di quercia, ginestra e ulmaria e le modellò creando una donna. Si chiede oziosamente che tipo di fiori si potrebbero mescolare per creare lei.

Ci sono gufi in tutti i continenti nel mondo eccetto l’Antartide.

La cosiddetta guerra durò appena un mese; Anisa imparò l’espressione cessate il fuoco in agosto. Suo padre la mise su un aereo per Londra nel momento stesso in cui gli aeroporti furono riaperti.

Prima che iniziasse ad andare a scuola, la madre di Anisa la prese in disparte. — Quando ti chiedono da dove vieni — le disse — tu rispondi Inghilterra, capito? Tu sei nata qui. Hai non meno diritto di stare qui di chiunque altro.

— Baba non è nato qui. — Sentì un bruciore nella gola e negli occhi, il dolore del non è giusto. — È per questo che lui non c’è? Non ha il permesso di venire?

Anisa non ricorda la risposta di sua madre. Deve averle detto qualcosa. Qualsiasi cosa fosse, di certo non era che non avrebbe rivisto suo padre in carne e ossa per tre anni.

La parola gallese per gufo un tempo significava faccia di fiori.

Quando Izzy disse che Blodeuwedd era fatta di fiori, Anisa aveva immaginato rose e lillà, fiori di cui era obbligata a leggere di continuo nei libri di letteratura inglese. Ma leggendo scopre che persino i nomi dei fiori di Blodeuwedd le appaiono strani – che specie di fiore è una ginestra? – e questo le piace, le piace che nessuna parte di Blodeuwedd sia familiare o

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