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La guerra dei mondi

La guerra dei mondi

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La guerra dei mondi

Lunghezza:
353 pagine
3 ore
Pubblicato:
1 gen 2017
ISBN:
9788899739133
Formato:
Libro

Descrizione

In questa nuova traduzione si rende disponibile uno dei più grandi classici della letteratura a cavallo tra il diciannovesimo e il ventesimo secolo, un vero caposaldo della fantascienza moderna reso famoso prima dalla versione radiofonica di Orson Welles, poi dai diversi film che da questo libro hanno preso spunto. Un testo di sicuro interesse, tuttora godibile e dai tratti visionari, che preannuncia alcuni tratti poi sviluppati dal filone fantascientifico quali l'influenza dello spirito selvaggio di sopravvivenza, i tratti ispirati all'horror di alcuni passaggi e il sollievo della ricostruzione possibile dell'umanità su basi diverse. E, su tutto, l'amore.
Pubblicato:
1 gen 2017
ISBN:
9788899739133
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore

Herbert George Wells; (21 September 1866 – 13 August 1946) was an English writer. Prolific in many genres, he wrote dozens of novels, short stories, and works of social commentary, history, satire, biography and autobiography. His work also included two books on recreational war games. Wells is now best remembered for his science fiction novels and is often called the "father of science fiction", along with Jules Verne and the publisher Hugo Gernsback.


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Anteprima del libro

La guerra dei mondi - H. G. Wells

Herbert George Wells

LA GUERRA DEI MONDI

The War of the Worlds, 1898

traduzione di Andrea Tralli

Edizioni Giorgione

ISBN 9788899739133

©2017 Edizioni Giorgione

edizioni.giorgione@gmail.com

www.edizionigiorgione.com

E che dunque, tu mi dirai, se vi sono in cielo globi simili alla nostra Terra, forse che stiamo per venire in gara con essi, per sapere chi tenga il posto migliore dell'Universo? Se, infatti, i globi di quei pianeti sono più nobili, non siamo noi le più nobili di tutte le creature razionali. Come possono essere allora tutte le cose per l'uomo? E come possiamo essere noi i signori delle opere di Dio?

G. Keplero, Dissertatio cum Nuncio Sidereo

LIBRO PRIMO: L'ARRIVO DEI MARZIANI

CAPITOLO 1.

LA VIGILIA DELLA GUERRA

Nessuno avrebbe creduto, negli ultimi anni del diciannovesimo secolo, che questo pianeta fosse sotto attenta e vicina osservazione da parte di intelligenze superiori a quelle degli uomini e tuttavia anch'esse mortali; che mentre gli uomini erano intenti alle proprie varie faccende venissero scrutati e studiati, forse quasi con lo stesso acume con cui un uomo potrebbe scrutare al microscopio le creature effimere che brulicano e si moltiplicano in una goccia d'acqua. Con infinito compiacimento gli uomini andavano avanti e indietro su questa Terra per i loro piccoli affari, sereni nella loro certezza d'esser padroni della materia. È possibile che i microrganismi sotto il microscopio facciano lo stesso. Nessuno pensava ai pianeti più antichi nello spazio come a una fonte di pericolo per gli uomini, o pensava ad essi solo per respingere l'idea che la vita su di essi fosse impossibile o improbabile. È curioso ricordare alcune abitudini mentali di quei giorni andati. Al massimo gli uomini della Terra immaginavano che su Marte potessero vivere altri esseri, però inferiori a loro e pronti a dare il benvenuto a una missione civilizzatrice. Eppure, attraverso gli abissi dello spazio, menti che stanno alle nostre come le nostre stanno a quelle delle bestie, intelletti vasti, freddi e spietati, guardavano questa Terra con occhi invidiosi, e con calma e sicurezza progettavano contro di noi. E agli inizi del ventesimo secolo venne il grande disinganno.

Il pianeta Marte, non ho quasi bisogno di ricordarlo al lettore, gira intorno al Sole a una distanza media di centoquaranta milioni di miglia, e la luce e il calore che riceve dal Sole è appena la metà di quella che riceve la Terra. Può darsi che, se l'ipotesi nebulare è vera, quel pianeta sia più vecchio del nostro; e molto prima che questa Terra cessasse di essere fusa, la vita sulla sua superficie deve aver iniziato il suo corso. Il fatto che il suo volume sia appena un settimo di quello della Terra deve avere accelerato il suo raffreddamento fino alla temperatura in cui la vita può iniziare. Esso possiede aria e acqua, e tutto ciò che è necessario al mantenimento di creature animate.

Tuttavia l'uomo è così accecato dalla propria vanità che nessuno scrittore, sino alla fine del diciannovesimo secolo, espresse mai l'ipotesi che la vita intelligente si fosse potuta sviluppare molto oltre il livello terrestre, o almeno altrettanto. E nemmeno fu generalmente compreso che dato che Marte è più vecchio della nostra Terra, e con appena un quarto della sua superficie, e più lontano dal Sole, ne segue necessariamente che esso non solo è più lontano dalle sue origini, ma è anche più vicino alla sua fine.

Il raffreddamento secolare che colpirà un giorno o l'altro il nostro pianeta è iniziato molto prima nel nostro vicino. Le sue condizioni fisiche sono ancora largamente misteriose, ma sappiamo ora che anche nella sua regione equatoriale la temperatura media raggiunge appena quella dei nostri inverni più freddi. La sua atmosfera è molto più rarefatta della nostra, i suoi oceani si sono ritirati sino a coprire un terzo della sua superficie, e seguendo il lento cambiamento delle sue stagioni, enormi cumuli di neve si accumulano e si sciolgono intorno ai due poli inondando periodicamente le sue zone temperate. Quest'ultimo stato di esaurimento, che per noi è ancora incredibilmente remoto, è diventato un problema attuale per gli abitanti di Marte. L'urgenza della necessità ha stimolato i loro intelletti, aumentato le loro facoltà, e indurito i loro cuori. Guardando attraverso lo spazio, con strumenti e intelligenze che noi a malapena abbiamo sognato, essi vedono, quando è alla sua minima distanza, ad appena trentacinque milioni di miglia verso il Sole, una stella mattutina di speranza, il nostro più caldo pianeta, con verde vegetazione e grigio d'acqua, con un'atmosfera nuvolosa indice eloquente di fertilità, e s'intravedono tra ciuffi di nuvole vaganti larghe estensioni di popolosi paesi e stretti mari solcati da delle navi.

E noi uomini, le creature che abitano questa terra, dobbiamo essere per loro tanto alieni ed inferiori come per noi lo sono le scimmie e i lemuri. L'intelletto dell'uomo già ammette che la vita è una lotta incessante per l'esistenza, e si direbbe che sia la stessa opinione delle intelligenze su Marte. Il loro mondo è molto avanti nel suo raffreddamento, e questo mondo è ancora affollato di vita, ma affollato soltanto di quelli che essi vedono come animali inferiori. Portare guerra in direzione del Sole è, perciò, la loro unica via di salvezza dalla distruzione che, generazione dopo generazione, avanza su di loro.

E prima di giudicarli troppo severamente, dobbiamo ricordare quale spietata e completa distruzione la nostra specie ha compiuto non solo verso gli animali, come lo scomparso bisonte e il dodo, ma verso le stesse razze umane inferiori. I tasmaniani, nonostante le loro sembianze umane, furono completamente annientati in una guerra di sterminio condotta dagli immigrati europei, nell'arco di cinquant'anni. Siamo dunque apostoli di misericordia tanto da lamentarci se i marziani combatterono con lo stesso spirito?

Sembra che i marziani avessero calcolato la loro discesa con incredibile precisione − le loro conoscenze matematiche sono evidentemente molto superiori alle nostre − e che abbiano effettuato i loro preparativi con una pressoché perfetta unanimità. Se i nostri strumenti lo avessero permesso, avremmo potuto vedere la tragedia che si preparava molto prima della fine del diciannovesimo secolo. Uomini come Schiaparelli tenevano sotto osservazione il pianeta rosso − è strano, fra parentesi, che per innumerevoli secoli Marte sia stato l'astro della guerra − ma fallirono nell'interpretare le mutevoli apparenze dei segni che pure sapevano mappare così bene. In tutto quel tempo i marziani devono essersi preparati.

Durante l'opposizione planetaria del 1894 una grande luce fu vista nella parte illuminata del disco, prima dall'Osservatorio di Lick, poi da Perrotin a Nizza, e poi da altri astronomi. I lettori inglesi ne sentirono parlare nel numero di Nature del 2 agosto. Sono propenso a credere che quell'emissione di luce sia stata provocata dalla fusione dell'immensa arma, dentro il vasto pozzo scavato dentro il loro pianeta, dalla quale i loro colpi furono sparati contro di noi. Particolari tracce, mai spiegate, furono osservate nelle vicinanze del luogo dove era avvenuta quell'esplosione durante le due successive opposizioni.

La tempesta si abbatté su di noi sei anni or sono. Mentre Marte si avvicinava all'opposizione, Lavelle di Giava fece tremare i fili trasmittenti delle comunicazioni astronomiche con la straordinaria notizia di un'immensa esplosione di gas incandescente sul pianeta. Era accaduto verso la mezzanotte del dodici, e lo spettroscopio, che aveva subito acceso, indicava una massa di gas infiammati, soprattutto idrogeno, che si dirigeva a velocità impressionante verso la Terra. Quel getto di fuoco era scomparso alla vista circa a mezzanotte e un quarto. Egli lo paragonò a una colossale vampata di fiamma sprigionatasi dal pianeta improvvisamente e violentemente, come i gas infuocati che escono da un'arma.

La frase si dimostrò singolarmente appropriata. Tuttavia il giorno seguente non se fece cenno sui giornali, eccetto una piccola nota sul Daily Telegraph, e il mondo ignorò uno dei più gravi pericoli che abbiano mai minacciato la razza umana. Io stesso non avrei potuto sapere nulla dell'eruzione se non avessi incontrato Ogilvy, il famoso astronomo, a Ottershaw. Era immensamente eccitato dalla notizia, e nel pieno del suo entusiasmo mi invitò per a un turno di osservazione quella notte per scrutare il pianeta rosso.

Nonostante tutto ciò che è successo da allora, ricordo ancora quella veglia molto distintamente: l'osservatorio buio e silenzioso, la lanterna schermata, che gettava un debole riflesso all'angolo del pavimento, lo scatto regolare del meccanismo del telescopio, la piccola fessura sulla cupola − una profondità oblunga attraversata dalla polvere delle stelle. Ogilvy vi si muoveva intorno, invisibile ma udibile. Guardando attraverso il telescopio, si scorgeva un cerchio di colore blu profondo, e il piccolo pianeta rotondo che nuotava nel campo visivo. Sembrava una cosa così piccola, luminosa, minuscola e tranquilla, appena segnata da strisce trasversali, e leggermente appiattita rispetto a un cerchio perfetto. Ma era così piccola, di un caldo colore argenteo, una luminosa capocchia di spillo! Era come tremolante, ma in realtà era il telescopio a vibrare per via del meccanismo che manteneva il pianeta visibile.

Mentre osservavo, il pianeta sembrava diventare ora più grande, ora più piccolo, sembrava che si avvicinasse e si allontanasse, ma ciò era semplicemente un'impressione dovuta alla stanchezza dei miei occhi. Quaranta milioni di miglia ci separavano − più di quaranta milioni di miglia di vuoto. Poche persone realizzano l'immensità del nulla nel quale nuota la polvere dell'universo materiale.

Ricordo che accanto ad esso nel campo visivo, vi erano tre deboli punti luminosi, tre minuscole stelle infinitamente lontane, e tutt'intorno le impenetrabili tenebre del vuoto spaziale. Sapete come l'oscurità si manifesti nelle gelide notti stellate. Attraverso un telescopio sembra ancora più profonda. E invisibile ai miei occhi, perché così lontana e piccola, volando rapida e regolare verso di me attraverso quell'incredibile distanza, divenendo a ogni minuto più vicina di molte migliaia di miglia, giungeva la Cosa che essi ci avevano mandato, la Cosa che stava per portare lotte, calamità e morti sulla Terra. Non me la sarei mai nemmeno sognata, mentre la osservavo; nessuno al mondo si sarebbe mai sognato quel proiettile infallibile.

Anche quella notte si verificò un'esplosione di gas sul lontano pianeta. Io la vidi: una fiammata rossa all'inizio, la leggera proiezione dei dei contorni, mentre il cronometro segnava la mezzanotte; al che avvertii Ogilvy ed egli prese il mio posto. La notte era calda e avevo sete, e stiracchiai le gambe nel buio, verso il tavolino dove c'era un sifone, mentre Ogilvy prorompeva in esclamazioni dirette verso la scia di gas che avanzava verso di noi.

Quella notte un altro missile invisibile lanciato da Marte iniziava il suo viaggio verso la Terra, a quasi ventiquattr'ore esatte dal primo. Ricordo come mi sono seduto sul tavolo, lì nell'ombra, mentre mi vedevo oscillare davanti agli occhi delle macchie verdi e rosse. Avrei voluto che ci fosse un fuoco per mettermi a fumare vicino a esso, sospettando un po' il significato del piccolo bagliore che avevo visto, e tutto quello che mi avrebbe portato a breve. Ogilvy restò ad osservare fino all'una, e poi smise; accendemmo la lanterna e ci dirigemmo verso casa sua. Sotto di noi, nell'oscurità, c'erano Ottershaw e Chertsey, e le loro centinaia di abitanti che dormivano in pace.

Lui quella notte elaborò infinite teorie sulle condizioni di Marte, e rideva dell'idea stupida secondo cui i suoi abitanti ci stavano facendo delle segnalazioni. La sua opinione era che sul pianeta dei meteoriti si stessero scaricando in una pioggia pesante, o che stesse accadendo un'enorme esplosione vulcanica. Mi spiegò quanto fosse difficile che l'evoluzione organica avesse preso la stessa direzione nei due pianeti adiacenti.

Le probabilità contro l'esistenza di esseri simili agli uomini, su Marte, sono un milione a una, disse.

Centinaia di osservatori videro la fiamma quella notte e la notte seguente, verso mezzanotte, e ancora la notte dopo; e così per dieci notti, una fiammata ogni notte. Perché quei colpi cessarono dopo il decimo, nessuno sulla Terra ha tentato di spiegarlo. Può darsi che i gas delle esplosioni causassero inconvenienti ai marziani. Dense nuvole di fumo o polvere, visibili attraverso il telescopio più potente della Terra come macchie grigie e fluttuanti, si allargarono attraverso la limpidezza dell'atmosfera planetaria e oscurarono i suoi tratti più noti.

Perfino i quotidiani si occuparono di quei fenomeni, e ovunque apparvero articoli popolari sui vulcani di Marte. Il settimanale semicomico Punch, ricordo, ne fece un uso felice nella vignetta politica. E, del tutto insospettati, quei proiettili che i marziani avevano lanciato contro di noi procedevano verso la Terra volando alla velocità di molte miglia al secondo attraverso il vuoto abisso dello spazio, ora dopo ora e giorno dopo giorno, sempre più vicini. Mi sembra ora quasi incredibilmente prodigioso che, con quel rapido fato sospeso su di noi, gli uomini potessero continuare a occuparsi delle loro minuscole attività. Ricordo come giubilava Markham quando riuscì ad assicurarsi una nuova fotografia del pianeta per il giornale illustrato che dirigeva a quell'epoca. La gente in questi ultimi tempi realizza a malapena l'abbondanza e l'iniziativa dei nostri giornali del diciannovesimo secolo. Quanto a me, ero molto occupato a imparare ad andare in bicicletta, e assorbito da una serie di articoli che discutevano i probabili sviluppi delle idee morali al progredire della civiltà.

Una sera (il primo proiettile poteva trovarsi a quel tempo ad appena dieci milioni di miglia) uscii a passeggiare con mia moglie. Il cielo era stellato, e io le illustrai i segni dello Zodiaco, e le indicai Marte, un brillante punto luminoso nei pressi dello zenit, verso il quale tanti telescopi erano puntati. Era una notte calda. Tornando a casa, un gruppo di gitanti che venivano da Chertsey o da Isleworth ci passò accanto cantando e suonando. C'erano delle luci nelle finestre dei piani superiori delle case, mentre la gente andava a letto. Dalla lontana stazione ferroviaria arrivava il rumore dei treni in manovra, fischiando e rumoreggiando, e quasi parevano diventare una melodia, attutiti dalla distanza. Mia moglie m'indicò il fulgore delle luci segnaletiche rosse, verdi e gialle sospese in una cornice contro il cielo. Tutto sembrava tranquillo e sicuro.

CAPITOLO 2.

LA STELLA CADENTE

Poi venne la notte della prima stella cadente. Fu vista passare al mattino presto su Winchester diretta verso est, una linea fiammante alta nell'atmosfera. Devono averla vista centinaia di persone, scambiandola per una normale stella cadente. Albin descrisse come si lasciasse alle spalle una scia verdastra che splendeva per qualche secondo. Denning, la nostra più grande autorità in fatto di meteoriti, affermò che l'altezza al momento del suo primo apparire era di circa novanta o cento miglia. Gli pareva che fosse caduta sulla Terra a circa cento miglia ad est da lui.

Io ero a casa a quell'ora e stavo scrivendo nel mio studio; e sebbene le mie porte-finestre guardino verso Ottershaw e le persiane fossero aperte (perché in quei giorni mi piaceva guardare il cielo notturno), non vidi nulla. Tuttavia questa cosa, fra le più strane che mai giunsero sulla terra dallo spazio, deve essere caduta mentre io sedevo lì, perfettamente visibile ai miei occhi, se soltanto li avessi alzati mentre passava. Molti di coloro che videro il suo volo dicono che era accompagnata da un rumore sibilante. Io non udii niente di ciò. Molta gente nel Berkshire, nel Surrey e nel Middlesex deve averla vista cadere, e tutt'al più avrà pensato alla caduta di un altro meteorite. Nessuno si curò, quella notte, di andare a cercare il masso caduto.

Ma di buon mattino il povero Ogilvy, il quale aveva visto la stella cadente ed era convinto che un meteorite giacesse da qualche parte nella zona tra Horsell, Ottershaw e Woking, si alzò presto con l'idea di trovarlo. Lo trovò davvero, subito dopo l'alba, non lontano dalle cave di sabbia. Un'enorme buca era stata lasciata dall'impatto del proiettile, e la sabbia e la ghiaia erano state violentemente lanciate in ogni direzione sulla brughiera, formando cumuli visibili a un miglio e mezzo di distanza. L'erica, verso est, stava bruciando, e un sottile fumo azzurro saliva contro le luci dell'alba.

La Cosa era quasi completamente affondata nella sabbia, tra le schegge sparse di un abete che si era frantumato cadendo. La parte scoperta aveva l'aspetto di un enorme cilindro compatto, con i contorni addolciti da un'incrostazione spessa, scagliosa, di colore scuro. Aveva un diametro di circa trenta iarde. Egli si avvicinò a quella massa, sorpreso dalle sue dimensioni e più ancora dalla sua forma, perché la maggior parte dei meteoriti sono più o meno completamente arrotondati. Era comunque ancora così calda per il suo volo attraverso l'atmosfera da non consentirgli di avvicinarsi di più. Attribuiva il rumore insistente che si udiva dentro al cilindro al raffreddamento ineguale della sua superficie, perché ancora non gli era venuto in mente che potesse esser cavo.

Rimase lì in piedi sull'orlo della buca che la Cosa si era scavata, fissando il suo strano aspetto, stupito soprattutto dalla forma e dal colore inconsueti, e anche allora rilevando solo in modo confuso qualche indizio che il suo arrivo avrebbe potuto non essere casuale. Il mattino era meravigliosamente tranquillo, e il sole, che si alzava sui pini verso Weybridge, era già caldo. Egli non ricordò di aver udito alcun canto di uccelli; quel mattino, certo, non c'era alito di vento, e gli unici rumori erano i lievi cigolii che venivano dall'interno del cilindro cinerino. Egli era assolutamente solo nella landa.

Poi improvvisamente si accorse con un brivido che una parte di quella vernice grigia, di quell'incrostazione cinerina che copriva il meteorite, si stava staccando dal bordo circolare dell'estremità. Si sbriciolava via in scaglie che cadevano sulla sabbia. D'improvviso un grosso pezzo se ne staccò e cadde con un rumore violento che gli fece saltare il cuore in gola.

Per un momento non riuscì a capire che cosa questo significasse, e, sebbene il calore fosse eccessivo, si calò nella buca vicino alla massa per vedere più chiaramente la Cosa. Pensò anche allora che il raffreddamento del corpo potesse spiegare quel fatto, ma ciò che non rendeva plausibile quell'idea

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