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Lo schiavo di Hitler: Una storia vera
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E-book127 pagine1 ora

Lo schiavo di Hitler: Una storia vera

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Info su questo ebook

Hagerwelle, per quasi cinquant'anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato un fantasma. La Germania ne negava l’esistenza, non ve ne era traccia su cartine geografiche, né documenti ufficiali. Solamente negli occhi, nella testa e nel cuore di 10 persone nel mondo, quei pochi sopravvissuti all’inferno, restava nitido il ricordo dei soprusi, della fame, del dolore, della morte che aveva rappresentato quel campo. Antonio Marenzi, il protagonista di questa storia, è l’unico italiano tornato vivo da quel posto e anche l’unico fortemente determinato a testimoniarne l’esistenza e a raccontarne le atrocità. Ha sopportato una battaglia legale durata più di venti anni, ma ha ottenuto che la verità venisse a galla. E la verità, è che Hagerwelle è stato un campo di prigionia dei più terribili che la Germania avesse creato. Lo schiavo di Hitler è la sua storia. Una terribile storia vera.
LinguaItaliano
Data di uscita1 dic 2016
ISBN9788899531164
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    Anteprima del libro

    Lo schiavo di Hitler - Lucilla Granata

    AUTRICE

    Lucilla Granata

    Giornalista professionista. Laureata in lettere moderne, inizia la carriera giornalistica a Cremona . Nel 1998 il salto di qualità con l’approdo alla Rai di Milano dove rimane fino al 2003 lavorando come inviata per le trasmissioni La domenica sportiva, Sport sera, Dribbling, I miti. Nell’estate 2003 lascia la RAI per approdare alla nascente SKY ITALIA . Per l’emittente di Rupert Murdoch è inviata sui campi di calcio di serie A, ai Mondiali di Germania 2006, a diverse edizioni dei Campionati Europei e all’Olimpiade di Atene e Torino. Nel 2008 esce il suo primo libro edito da Sperling and Kupfer: Alberto Tomba, prima e seconda manche.

    Nel 2009 lascia SKY per accettare l’incarico alla direzione broadcasting dei Mondiali di sci Fiemme 2013.

    Attualmente è direttore responsabile di CRHomeTV e co-founder di Crash Media Events.

    lL LIBRO

    Il libro

    Hagerwelle, per quasi cinquant’anni dopo la fine della seconda guerra mondiale, è stato un fantasma. La Germania ne negava l’esistenza, non ve ne era traccia su cartine geografiche, né documenti ufficiali. Solamente negli occhi, nella testa e nel cuore di 10 persone nel mondo, quei pochi sopravvissuti all’inferno, restava nitido il ricordo dei soprusi, della fame, del dolore, della morte che aveva rappresentato quel campo. Antonio Marenzi, il protagonista di questa storia, è l’unico italiano tornato vivo da quel posto e anche l’unico fortemente determinato a testimoniarne l’esistenza e a raccontarne le atrocità. Ha sopportato una battaglia legale durata più di venti anni, ma ha ottenuto che la verità venisse a galla. E la verità, è che Hagerwelle è stato un campo di prigionia dei più terribili che la Germania avesse creato. Lo schiavo di Hitler è la sua storia. Una terribile storia vera.

    IN QUEGLI ANNI

    In quegli anni

    Il programma politico militare di Adolf Hitler aveva come obiettivo ultimo, una semplice cosa: la conquista e il dominio mondiale.

    Il piano strategico per la realizzazione di questo obiettivo prevedeva due fasi. La prima riguardava la creazione di un impero continentale tedesco attraverso una guerra europea finalizzata alla conquista di uno spazio vitale ad est. Così facendo, avrebbe reso indipendente il paese nell’importazione delle materie prime e lo avrebbe fatto divenire meno vulnerabile in caso di un conflitto di lunga durata. Una volta ascesa al rango di potenza mondiale, al pari degli Stati Uniti, del Giappone e dell’Inghilterra, la Germania avrebbe così potuto affrontare, nella seconda fase, la lotta tra i grandi imperi per la supremazia a livello planetario…

    Per raggiungere il primo obiettivo, la conquista dello spazio vitale, Hitler sapeva bene di dover evitare l’errore commesso nella prima guerra mondiale, cioè di essere schiacciato contemporaneamente su due fronti, ad est e ad ovest e perciò programmò una serie di guerre lampo distinte e su teatri limitati, prima in occidente contro la Francia per garantirsi la sicurezza alle spalle, poi ad oriente contro l’Urss. Una volta neutralizzata la Francia, principale alleato continentale dell’Inghilterra, secondo il piano hitleriano, gli inglesi avrebbero accettato il compromesso con Berlino, basato sul riconoscimento dell’egemonia tedesca sul continente in cambio della promessa di non insidiare, almeno all’inizio, gli interessi coloniali britannici. A questo punto, Hitler avrebbe potuto concentrare tutte le sue forze sul fronte orientale contro l’Urss per la conquista dello spazio vitale. La previsione si rivelerà però errata, Il fuhrer infatti sottovalutò il fatto che gli USA difficilmente avrebbero lasciato sole Inghilterra e Francia.

    In Italia, i primi successi militari tedeschi, spinsero Mussolini a decidere l’ingresso in guerra del paese dopo mesi di titubanza, nella convinzione che il conflitto sarebbe durato poco e soprattutto, nel timore di essere escluso dal tavolo della pace, cioè della spartizione dei territori. L’Italia però, aveva principalmente un enorme difetto, non aveva piani militari precisi e come dimostrerà la fallimentare campagna di Grecia, un esercito assolutamente impreparato ad affrontare un conflitto che in poco tempo sarebbe diventato globale. La Guerra parallela, autonoma rispetto a quella condotta dalla Germania, lanciata da Mussolini alla Grecia, si rivelerà in poco tempo un disastro completo, costringendo i tedeschi ad intervenire nei Balcani e segnando così le sorti del regime fascista.

    PROLOGO

    Prologo

    Del campo di prigionia di Hagerwelle, per quasi cinquant’anni dopo la fine della guerra non si è saputo nulla. La Germania ne negava l’esistenza, non ve ne era traccia su cartine geografiche, né documenti ufficiali. Solo io e altre nove persone nel mondo, unici sopravvissuti di quell’inferno dopo il bombardamento che lo rase al suolo, potevamo sapere, potevamo spiegare i soprusi, la fame, il dolore, la morte che avevamo respirato ogni giorno in quel campo. Io ero l’unico italiano tornato vivo da quel posto e anche l’unico fortemente determinato a testimoniarne l’esistenza e a raccontarne le atrocità. Ho ingaggiato una battaglia legale durata più di venti anni, ma ho ottenuto che la verità venisse a galla. Hagerwelle non era un fantasma, frutto della mente disturbata di un reduce di guerra, Hagerwelle era un campo di prigionia dei più terribili che la Germania avesse creato. Volevo che tutti sapessero, e adesso tutti sapranno. Io sono Antonio Marenzi e questa è la mia storia.

    1.

    Una passione per le grandi navi

    Avevo 8 anni nel 1935, quando morì mio padre e ci accolse mio nonno Ligio nella sua casa di via Dante 61, a Cremona. Mi ritrovai a vivere con tre sorelle di mia madre, mentre mio fratello maggiore fu mandato in un collegio-orfanotrofio. Sei anni dopo, anche il nonno mancò e ci trasferimmo di nuovo, questa volta a casa della zia Ines. La zia, anche lei sorella di mamma, era rimasta vedova da poco e suo figlio Mario, chiamato alle armi. Il nostro arrivo in casa, così, anche se non c’erano soldi e pativamo la fame, ci faceva sentire tutti meno soli, in famiglia. Erano anni duri quelli, anni di guerra, in cui non c’erano fondi per nulla. Non per mangiare, non per vestirsi, meno che mai per studiare, la cosa che desideravo di più. A quell’epoca si andava a fare la spesa con una carta annonaria. Si staccavano delle specie di ticket che si davano al negoziante per averne in cambio del cibo. Ad ogni famiglia non spettavano più di 300 grammi di pane al giorno. La nostra alimentazione era fatta prevalentemente di quel poco pane, di qualche uovo, di un pezzetto di formaggio. Carne non se

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