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Il principio dell'Ormai

Il principio dell'Ormai

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Il principio dell'Ormai

Lunghezza:
186 pagine
2 ore
Pubblicato:
Nov 23, 2016
ISBN:
9788893690270
Formato:
Libro

Descrizione

Un marinaio, un'avvocatessa, un questore, una feudataria dei tempi moderni, due gatti e uno zio un po' sui generis. Il questore detesta l'avvocatessa, quest’ultima lo stuzzica deliberatamente, la feudataria non vuole avere intralci mentre si occupa dei propri discutibili investimenti; lo zio riempie tutti di ramanzine e commenti di sorta, tanto nessuno lo ascolta mai, e il marinaio cerca di salvare il salvabile. Il tutto in una Pisa pittoresca e surreale, dove paradossalmente tutti si conoscono, che ne siano consapevoli o meno. Fra traffici di droga, yachts privati e scene improbabili in tribunale, il ritratto di una città che si nasconde e si maschera seguendo delle leggi tutte proprie.
Pubblicato:
Nov 23, 2016
ISBN:
9788893690270
Formato:
Libro

Informazioni sull'autore


Anteprima del libro

Il principio dell'Ormai - Carla Fidecaro

978-88-9369-027-0

Parte prima

Per piacere, tutti, ma Coligny no

1.

Non c’è niente di meglio della soddisfazione che si prova nell’aver portato a termine un lavoro.

 Si resta a guardare l’opera, catturati dal suo fascino, come se non credessimo davvero alle nostre capacità.

 Può capitare che resti maggiormente stupito il pittore di coloro che vedono il quadro, perché non si aspettava un tale successo; poi, però, finisce che l’artista trova il suo capolavoro sempre più bello e, pensando di aver raggiunto l’eccellenza, si adagia sugli allori.

 Errore grave, a cui talvolta non si può rimediare.

 Pregustando già l’ozio del fine settimana, il questore Pierluigi Serafini si stravaccò sulla sedia, appoggiando i piedi sul ripiano della scrivania e stiracchiandosi. Dopo aver sudato tanto per acciuffare il truffatore che aveva venduto a tre famiglie la stessa villetta inesistente e averlo consegnato alla giustizia, tutte le denunce di furti di biciclette che riceveva potevano tranquillamente aspettare il lunedì successivo. Guardò l’ora sullo schermo del pc e chiamò la moglie per avvertirla che sarebbe riuscito a tornare a casa a un’ora decente. Proprio mentre riattaccava la cornetta del telefono dell’ufficio, udì un timido colpo alla porta e un poliziotto tanto giovane quanto curvo entrò senza riuscire a nascondere il timore. Serafini lo accolse con un gran sorriso soddisfatto: «Edoardo Ricci ti manda a dirmi quanto gli piace la sua nuova cella?»

 «Ecco, signor questore, signore, a questo proposito dovrei dirle che, ecco, lo hanno rilasciato.»

 Tra un balbettio e l’altro, il ragazzotto storto riuscì ad arrivare al punto, mentre Serafini sentì gli occhi uscirgli dalle orbite.

 «Rilasciato?»

 «Sì, al processo è venuto fuori che l’agenzia immobiliare deve rimborsare sia le famiglie che il truffatore. Non mi chieda come sia successo.»

 Serafini rimise i piedi per terra e prese a giocare con un antistress di gomma verde a forma di pistola. Un raggiratore del calibro di Ricci di nuovo a piede libero era la peggiore notizia con cui cominciare il weekend, specialmente dopo i mesi, se non gli anni, di lavoro che aveva impiegato per trovare le prove a suo carico. Aveva pagato il giudice, i testimoni, doveva aver pagato per forza qualcuno, oltre al proprio avvocato, sempre se ne aveva chiamato uno.

 Già, l’avvocato.

 Il pensiero del legale al quale Ricci poteva essersi rivolto fece saltare i nervi a Serafini.

 «Senti un po’: chi era il suo avvocato?»

 Il poliziotto si ingobbì ancora di più nel pensarci, quindi rispose: «Il nome non era italiano, non me lo ricordo.»

 Serafini si morse la lingua, l’interno delle guance, si mangiò la faccia da dentro.

 «Coligny?» grugnì.

 L’altro si illuminò.

 «Sì, esatto, quello.»

 Il questore, divorato ormai il volto, prese a rosicchiarsi le unghie, salendo lungo le falangi e arrivando infine al polso. Cacciò il giovinastro che aveva davanti e cercò un oggetto contundente da darsi in testa, mentre continuava a ripetersi, come un matto: «Coligny, ti odio, accidenti a te, sei sempre in mezzo... metà dei delinquenti pisani sono liberi a causa tua... tiri fuori le prove per scagionarli solo perché li conosci tutti... ah, ma quando troverò il modo di sbattere dentro anche te...»

 Quella notte, invece che dormire sugli allori come aveva previsto, sognò solo biciclette e la pila di denunce di furti che aveva sulla scrivania.

 «Fraschi, il signor Sorrentino vuole parlarti nel suo ufficio. Ora.»

 La peggiore frase che Daniele Fraschi, avvocato dello studio legale Ezio Sorrentino, potesse sentire di venerdì pomeriggio. La segretaria del suo capo gli annunciava, con la sua solita faccia arcigna da persona con disturbi di stomaco, che la sua domenica sarebbe stata inevitabilmente rovinata. Il più lentamente possibile, si alzò dalla scrivania e raggiunse a piccoli passi la porta di legno scuro del secondo avvocato più rinomato della città. Bussò una volta e sentì i cardini cigolare mentre una zaffata di odore di fumo usciva dalla porta socchiusa: era aperto, appositamente per lui. Appena entrò, due occhi gelidi, del colore del ghiaccio, lo invitarono a sedersi sulla poltrona che fronteggiava la scrivania in stile marina, il cui piano era illuminato da una lampada di ottone, con un paralume di vetro verde speranza.

 Ezio Sorrentino, vestito rigorosamente con un completo nero gessato, aveva i gomiti appoggiati sullo scrittoio di cuoio e le mani giunte, le dita che toccavano le labbra sottili e irrigidite dall’età. Scrutava Fraschi come se fosse stato una zanzara da seguire con lo sguardo per trovare il momento adatto a schiacciarla tra i palmi. Il suo dipendente rimase in silenzio, aspettando con una certa ansia la strapazzata che si meritava per aver perso l’ennesima causa.

 «Avvocato Fraschi, lei si è dimostrato incapace di svolgere il proprio lavoro per tre volte consecutive» esordì Sorrentino, con voce piatta e assolutamente inespressiva.

 «Lo so, ma vede...» Fraschi tentò di arrabattare una scusa, ma gli venne fatto cenno di tacere.

 «L’unica cosa che vedo è che lei è un ottimo legale, con una perfetta conoscenza di leggi e decreti, ma le manca la capacità di insinuare.»

 L’altro tacque, perplesso.

 «Quello che voglio dire è che se lei non insinua, non vincerà mai alcun processo. Le insinuazioni servono a far venire dei dubbi, e nel dubbio giudice e giurati scagionano i clienti. Meglio un innocente dentro o un colpevole fuori?»

 Ancora silenzio.

 «Deve imparare a fare insinuazioni, Fraschi. Deve farsi insegnare da qualcuno.»

 L’avvocato si insospettì e avanzò un’ipotesi nella propria mente. Solo notando che Sorrentino non aggiungeva altro, si azzardò a domandare: «Mi vuole affiancare qualcun altro dello studio?»

 «Era un po’ che ci pensavo, ma lei ha fatto cadere così in basso la mia reputazione, che sarà difficile trovare un collega sufficientemente preparato da recuperare tutti i chilometri – per non parlare dei soldi – che mi ha fatto perdere. L’unica persona a cui potrà fare da tirocinante e da cui può imparare qualcosa è Coligny.»

 Fraschi si sentì ferito nell’orgoglio e prese a supplicare come un bambino che non vuole andare a letto presto: «No, per piacere, tutti, ma Coligny no.»

 Ezio Sorrentino non sembrò gradire affatto il rifiuto, sollevò un sopracciglio brizzolato e sospirò: «Allora mi vedo costretto a licenziarla.»

 «Signor Sorrentino, non posso lavorare con Coligny.»

 Ci fu qualche secondo di silenzio, durante i quali i due avvocati si valutarono a vicenda.

 «Si sente umiliato dalla mia scelta, per caso?» domandò Sorrentino candidamente.

 Fraschi abbassò lo sguardo.

 «Se vuole restare in questo studio, deve mettere da parte i suoi preconcetti. Non può rifiutarsi di collaborare con qualcuno solo perché questo qualcuno ha... quanto? Quindici, vent’anni meno di lei?»

 Al porto di Marina di Pisa, la gente che passeggiava lungo la banchina e alla luce dei lampioni si fermò all’improvviso, attirata da uno spettacolo a cui si assisteva abbastanza di rado. In mezzo alle due luci, verde e rossa, dell’ingresso del porto, passò uno sloop di poco meno di venticinque metri, dallo scafo interamente in legno, bianco sull’opera morta e nero sull’opera viva. Seguendo con andatura pacata un gommoncino con sopra due uomini barbuti e dalla faccia esausta, lo sloop andò a ormeggiarsi accanto a un enorme yacht a tre piani, sovrastandolo comunque con il suo albero in fibra di carbonio.

 I camminatori serali restarono a guardare, attoniti, la barca da regata Wild Horses, costruita nel 1998 sulla base del progetto di Joel White. Il suo arrivo era stato annunciato sul quotidiano locale Il Tirreno; lo sloop aveva appena partecipato alle Régates Royales di Cannes e il proprietario, lasciatosi convincere dal suo skipper a visitare la Toscana e un altro pezzetto d’Italia, si era recato al porto di Pisa. Lì il Wild Horses avrebbe sostato per qualche settimana, per poi ripartire verso la Normandia con un equipaggio meno numeroso, adibito solo alla conduzione della barca e non alle regate.

 Bambini eccitati fissavano a bocca aperta i marinai mentre assicuravano le cime d’ormeggio alle bitte e posizionavano i parabordi nel silenzio più assoluto. Dopo circa venti minuti, qualcuno cominciò a scendere, diretto al ristorante al centro del porto; alcuni si salutarono e si strinsero la mano, per poi separarsi; alcuni si sedettero sulla banchina a fumare una sigaretta, per poi raggiungere gli altri al ristorante. Erano le nove e stavano tutti morendo di fame. Gli ultimi a scendere dallo sloop furono due uomini intenti a conversare; uno era il proprietario del Wild Horses, l’altro lo skipper. Il primo non era molto alto, ma di corporatura piuttosto imponente, aveva circa sessant’anni e un grande faccione rosso bruciato dal sole; il secondo, neanche trentenne, magro, abbronzato e con i capelli castani e in disordine che gli cadevano sugli occhi, portava sulla spalla una grossa sacca stagna rossa.

 Erano entrambi vestiti, come gli altri del resto, con l’uniforme dell’equipaggio: pantaloni lunghi stagni e multitasche blu scuro, maglia bianca e felpa blu, entrambe con due grandi lettere ricamate sulla schiena e intrecciate tra di loro: WH. Sopra all’uniforme, tutti avevano addosso un giaccone di tessuto stagno, marca Helly Hansen, anch’esso con le iniziali del Wild Horses sopra, stavolta sulla manica.

 I due si congedarono e il proprietario dello sloop raggiunse il resto del proprio equipaggio al ristorante del porto; l’altro, con la sacca a tracolla e la mano in tasca, si guardò intorno alla ricerca di qualcuno.

 In mezzo alla gente che ancora ammirava il Wild Horses ormeggiato ondeggiare placidamente sull’acqua nera come il cielo, riconobbe una figura che si distingueva dalle altre unicamente perché aveva in testa il suo cappello preferito. Quello che credeva di aver perso in mare l’anno precedente, attraversando la Manica, e da cui ora uscivano dei lunghi capelli lisci dal colore incerto, specialmente alla luce giallognola dei lampioni.

 Si avvicinò alla ladra di cappelli, avvolta in una giacca nera quasi identica a quella che aveva lui.

 «Da dove spunta quello?» chiese con la fronte aggrottata.

 La giovane donna si strinse nelle spalle.

 «L’ha portato un narvalo che veniva da Plymouth.»

 Con un cenno del capo, Alessia indicò a Samuel la Smart gialla e nera parcheggiata a pochi metri da loro: «Era nella tua borsa North Sails» aggiunse con un sorriso canzonatorio.

 Andarono a casa, dove lo zio di Samuel, Bernardo Mocenigo, li aspettava con la tavola apparecchiata e con un pentolone pieno di risotto ai funghi e zafferano, sicuro che il nipote lo avrebbe divorato senza pensarci due volte e senza farne avanzare neanche un po’ per i gatti.

 Ignari del fatto che il loro padrone li avrebbe lasciati a bocca asciutta, Victoria e Munkustrap lo accolsero con miagolii e fusa di gioia e presero a strofinarsi sui suoi pantaloni prima ancora che Samuel si fosse tolto la giacca.

 Dopo cena, il marinaio e la sua dama di porto scapparono in camera prima ancora che il loro padre adottivo avesse finito di sparecchiare, con i gatti che corsero su per le scale insieme a loro ed ebbero la brutta sorpresa di trovarsi la porta chiusa sul muso. Munkustrap, micione grigio striato di nero e con dei grandi occhi verdi, miagolò un paio di volte e si sedette con la coda sinuosa intorno alle zampe, mentre Victoria, dal morbido manto candido, si offese profondamente e balzò sul davanzale di una finestra aperta, da cui contemplò Barbaricina notturna e da cui uscì per sparire attraverso i giardini.

2.

 Nel fine settimana, viste le previsioni del tempo, Alessia e Samuel caricarono le tavole e le vele da windsurf sulla Volkswagen California di lui, per poi sfrecciare al mare, dove imperversava il libeccio. Il vento sfiorava i trenta nodi e la sabbia formava piccoli turbini nelle raffiche, il mare sbiancava, le onde e la corrente sembravano accentuate dai riflessi del sole invernale, basso e tenue. I due erano in buona compagnia: in mare con loro c’erano altri amici del centro velico dove erano cresciuti e dove da sempre trascorrevano gran parte del loro tempo libero, da quando erano semplici allievi fino a diventare entrambi istruttori.

 Non tornarono a casa se non al tramonto, dopo aver esaurito tutte le energie in strambate sottovela, virate a elicottero e salti sulle onde. Misero a posto l’attrezzatura con la lunga e pesante muta invernale ancora indosso e si rifugiarono negli spogliatoi, sotto l’acqua calda, mentre fuori il vento si placava e cominciavano a cadere le prime gocce di pioggia. Il libeccio e lo scirocco erano

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