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Ricordi di Natale
Ricordi di Natale
Ricordi di Natale
E-book39 pagine34 minuti

Ricordi di Natale

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«Il ricordo è un modo di incontrarsi» affermava Gibran e questa frase è molto più vera a Natale, quando i momenti delle feste passate tornano a galla e riempiono il cuore. I testi di questo quarto libretto della collana Natale ieri e oggi vogliono proprio ricordare (cioè ridare al cuore) il senso della festa.

Con Matilde Serao compiamo un viaggio dove tutto è iniziato: con il suo piglio giornalistico, infatti, Serao descrive Betlemme, la grotta del presepe e il villaggio di Ain Kerem. Le rimembranze di un suo viaggio in Palestina diventano per noi testimonianza di un Natale che non c’è più.

Ne «L’orango» Giulio Laurenti ci guida in un viaggio più intimo in cui nel presepe, come tipica rappresentazione che allestiamo nelle nostre case, figura anche un orango, personaggio insolito, che rappresenta lo spartiacque tra l’infanzia e l’età adulta.

I due racconti sono introdotti dalla poesia «Febbre» di Vittoria Aganoor Pompilj che, ancora una volta, si muove nel vasto orizzonte dei ricordi natalizi.
LinguaItaliano
EditoreGraphe.it
Data di uscita23 nov 2016
ISBN9788893720069
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    Ricordi di Natale - Matilde Serao

    L’orango

    FEBBRE

    Ecco, la porta si spalanca ed entra

    mio padre coi bei doni. A stento ei tutti

    li regge (oh quanti!) e ride… Io dal mio letto

    tendo le braccia, e la gioia è nel sole

    che allaga la mia camera: è nel suono

    delle campane dindondanti a festa,

    nell’allegro vocìo che di fuor s’ode…

    — È nato! è nato! — esclamano le genti

    e per le vie s’abbracciano.

    La febbre

    questi sogni mi dà? sia benedetta!

    Vero; è Natale, ma mio padre immoto

    dorme laggiù presso la villa immersa

    tra gli abeti. È Natale… oh ma i fratelli

    non s’abbraccian per via!…

    Donami ancora

    un altro sogno, amica febbre! io veda

    svanir come ombra, al divampar d’un grande

    foco d’amore, l’indigenza, e il mondo

    finalmente placato in una fede

    sicura e forte come l’universo,

    in ogni terra, e per ognuno il sasso

    delle tombe non sia più che la porta

    dell’infinito.

    A quella soglia io forse

    m’approssimo?… chi sa? Forse il mio sogno

    s’avvera, e lieto il padre mio dischiude

    il valico per me, recando il vivo

    dono di luce?…

    Dagli oscuri abissi

    della vita, assorgiamo, anima! albeggia

    l’erta, che attinge il vertice del vero.

    VITTORIA AGANOOR POMPILJ (1855-1910)

    MATILDE SERAO

    Nell’idillio

    I. EPHRATA…

    Chiedo perdono di aver adoperato una parola ebraica nel titolo: essa è così significante, ed esprime con tanta verità quello che è Betlemme, terra di Giuda! Ephrata è il nome ebraico di Betlemme e vuol dire la fruttuosa. Ora, se così soave non fosse alla nostra favella la parola Betlemme, se essa non ci fosse infinitamente cara nel titolo perché nostra madre ce la insegnò, perché i nostri figli la impararono da noi, forse noi l’abbandoneremmo per l’antico motto, dove pare raccolta tutta la virtù e tutta la forza dell’umile paese della Natività. La fruttuosa, dunque: cioè il posto dove, per una benedizione del cielo, qualche cosa di grande e d’insperato si è compiuto, e da quel giorno felice, il grano dei campi come l’erba dei prati, l’ingegno degli uomini come la bontà delle donne, la florida bellezza dei bimbi come la venerata vecchiaia degli anziani, tutto, tutto ha fruttificato e fruttifica, al calore benefico di un sole materiale e spirituale. Certo, solo qualcuno o niuno rammenta l’antico nome, per cui il carattere della semplice e bella terra di Giuda è così impresso nel suo senso simbolico: ma tutti ricordano le profezie e le invocazioni a questa cara povera terra, da cui doveva uscire il Salvatore delle anime. Dicevano le profezie che non sarebbe stata l’ultima, Betlemme, ma che si rallegrasse, perché era dal suo seno che sarebbe uscita la novella luce del mondo: e il gran frutto, veramente, in una notte gelida di dicembre sotto lo scintillio delle altissime e pure stelle, in un khan dove erano raccolti, sotto la parete di roccia, anche degli animali domestici, il frutto divino era nato

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