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La fine dell'Invecchiamento: Come la scienza potrà esaudire il sogno dell'Eterna Giovinezza

La fine dell'Invecchiamento: Come la scienza potrà esaudire il sogno dell'Eterna Giovinezza

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La fine dell'Invecchiamento: Come la scienza potrà esaudire il sogno dell'Eterna Giovinezza

Lunghezza:
550 pagine
8 ore
Editore:
Pubblicato:
24 nov 2016
ISBN:
9788894830019
Formato:
Libro

Descrizione

Quello che avete tra le mani in questo momento non è un semplice libro: è un manifesto, una chiamata alle armi, una controversa disamina sullo stato dell’arte della lotta all’invecchiamento. Nel 2007, quando questo testo venne pubblicato per la prima volta in inglese dalla St. Martin’s Press di New York, con il titolo Ending Aging, le reazioni furono decisamente polarizzate: da un lato, le voci contrarie si opposero alle idee contenute in questo testo con tale violenza da stimolare addirittura l’interesse della politica nazionale degli Stati Uniti. Dall’altra, però, riuscì ad avvicinare centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo al dibattito legato alle possibilità che la scienza sembra poter offrire al genere umano. Al tempo, Aubrey de Grey presentò ad un pubblico generalista una tesi allo stesso tempo semplice e sconcertante: il nostro corpo non ha una data di scadenza, e, attraverso determinate terapie, può virtualmente essere mantenuto in funzione per sempre. Non solo: la vecchiaia è una malattia che, proprio come la poliomielite, può essere sconfitta. L’elisir di eterna giovinezza potrebbe trovarsi, tra qualche anno, tra le mani di qualche scienziato...
Editore:
Pubblicato:
24 nov 2016
ISBN:
9788894830019
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Libro

Informazioni sull'autore


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Anteprima del libro

La fine dell'Invecchiamento - Aubrey de Grey

Aubrey de Grey, Michael Rae

La fine dell'invecchiamento

La fine dell'Invecchiamento

Come la scienza potrà esaudire il sogno dell’eterna giovinezza

Di Aubrey de Grey e Michael Rae

Edizione a cura di Emmanuele Jonathan Pilia

Traduzione di Alberto Mazzocato e Longevity Alliance Italia

Revisione di Associazione Italiana Transumanisti (Luca Bevilacqua, Riccardo Campa, Cristina Palmeri), Italian Institute for the Future (Roberto Paura), Longevity Alliance Italia (Alberto Arbuschi, David De Biasi, Michele Gianella, Bruno Lenzi, Fabrizio Lucente, Massimiliano Maidano, Stefano Pischiutta), Open Biomedical Initiative (Bruno Lenzi), Davide Allocca.

Comitato Scientifico

Vitaldo Conte – Accademia di Belle Arti, Roma

Michel Kowalewicz – Universita Jagellonica, Cracovia

Roberto Manzocco – City University, New York

Luciano Pellicani – LUISS Guido Carli, Roma

Salvatore Rampone – Universita del Sannio, Benevento

Daniele Stasi – Università di Rzeszów

Piotr Zielonka – Università Leon Kozminski, Varsavia

Immagine di copertina

Atelier Crilo (www.ateliercrilo.com)

Copyright D Editore © 2016. Tutti i diritti sono riservati. Nessuna parte di questa pubblicazione puo essere fotocopiata, riprodotta, archiviata memorizzata o trasmessa in qualsiasi forma o mezzo – elettronico, meccanico, reprografico, digitale – se non nei termini previsti dalla legge che tutela il diritto d’autore.

D Editore

Roma

Contatti:

Telefono: +39 320 8036613

www.deditore.cominfo@deditore.com

ISBN: 9788894830019

Questo libro è stato realizzato con StreetLib Write (http://write.streetlib.com)

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Indice dei contenuti

Nota del Curatore, di Emmanuele Jonathan Pilia

Prefazione, di Riccardo Campa

Introduzione

Parte prima

Capitolo 1

Capitolo 2

Capitolo 3

Capitolo 4

Parte seconda

Capitolo 5

Capitolo 6

Capitolo 7

Capitolo 8

Capitolo 9

Capitolo 10

Capitolo 11

Capitolo 12

Parte terza

Capitolo 13

Capitolo 14

Capitolo 15

Note

Ringraziamenti

Nota del Curatore, di Emmanuele Jonathan Pilia

Un motivo per cui lottare

Quello che avete tra le mani in questo momento non è un semplice libro: è un manifesto, una chiamata alle armi, una controversa disamina sullo stato dell’arte della lotta all’invecchiamento. Nel 2007, quando questo testo venne pubblicato per la prima volta in inglese dalla St. Martin’s Press di New York, con il titolo Ending Aging , le reazioni furono decisamente polarizzate: da un lato, le voci contrarie si opposero alle idee contenute in questo testo con tale violenza da stimolare addirittura l’interesse della politica nazionale degli Stati Uniti. Dall’altra, però, riuscì ad avvicinare centinaia di migliaia di persone in tutto il mondo al dibattito legato alle possibilità che la scienza sembra poter offrire al genere umano. Al tempo, Aubrey de Grey presentò ad un pubblico generalista una tesi allo stesso tempo semplice e sconcertante: il nostro corpo non ha una data di scadenza, e, attraverso determinate terapie, può virtualmente essere mantenuto in funzione per sempre. Non solo: la vecchiaia è una malattia che, proprio come la poliomielite, può essere sconfitta. L’ elisir di eterna giovinezza potrebbe trovarsi, tra qualche anno, tra le mani di qualche scienziato...

Questa è la speranza che milioni di individui in tutto il mondo stanno riponendo nello sviluppo scientifico: se pensate che le idee contenute in questo libro siano il frutto dei deliri di un pazzo, vi sbagliate di grosso. La lotta all’invecchiamento è uno dei cardini di un movimento di pensiero che conta milioni tra esponenti e simpatizzanti in tutto il mondo. Un movimento così forte da riuscire ad esprimere, per le elezioni presidenziali degli USA del 2016, un candidato alla casa bianca, Zoltan Istvan. Stiamo parlando del transumanesimo, una filosofia di pensiero che può essere riassunta nell’idea che sia auspicabile sostenere l’uso della tecnologia per aumentare le capacità fisiche e cognitive dell’uomo, anche al fine di migliorare quegli aspetti della condizione umana che sono considerati indesiderabili, come la malattia e, appunto, l’invecchiamento[1]. Il transumanista non è un semplice fanatico di fantascienza tecno-entusiasta, ma un individuo che cerca di analizzare fin da ora quali saranno i futuri problemi che l’evoluzione tecnologica porterà con sé, attraverso il metodo dell’analisi di scenario, al fine di cercare oggi soluzioni ai problemi del futuro.

Nello specifico: come verrà gestito l’aumento demografico in un mondo post-invecchiamento? Come verrà trasformato il modello pensionistico attuale? In che modo percepiremo la nostra esistenza al mondo, i nostri affetti, le nostre relazioni, se la nostra vita sarà estesa in modo indefinito? Che valore avrà la stessa vita umana nel mondo che ci aspetta? Le verrà assegnata più valore, in quanto la certezza della morte biologica renderà la morte come un evento ancora più traumatico? O meno valore, a causa di un’eternità capace di inghiottire l’identità di un’esistenza infinitamente ripetitiva? Cosa cambierà nello sviluppo delle arti e delle scienze? Come cambierà il nostro approccio allo studio della storia? Queste sono alcune domande a cui dovremo cercare di dare una risposta il prima possibile, cercando di lavorare attivamente affinché l’incubo di una distopia tecnofascista non prenda forma. O più semplicemente, affinché si possa avverare lo scenario più auspicabile possibile.

Dopotutto, esiste già un precedente illustre da cui prendere spunto. All’inizio del ‘900, ingegneri dei trasporti ed urbanisti di tutto il mondo erano ossessionati da quella che sembrava allora una vera e propria catastrofe pronta ad esplodere da un momento all’altro: lo sterco di cavallo. Leggendo le cronache del tempo, si potevano scorrere stime catastrofiche sull’allora prossimo futuro. Calcoli effettuati da stimati ingegneri, e illustrati nel 1898 in un importante convegno internazionale di urbanistica tenutosi a New York, affermavano senza mezzi termini che, qualora il traffico di carrozze fosse continuato ad aumentare a quel ritmo, entro il 1930 lo sterco di cavallo avrebbe raggiunto il terzo piano degli edifici che costeggiavano le strade. Queste stime, però, non tenevano conto di un elemento inedito che si stava affacciando nel mondo dei trasporti: il mercato dell’automobile continuava a crescere, ed il pericolo di essere sepolti da quel particolare tipo di inquinante morì sul nascere. Eppure, questo ha portato altre conseguenze: la viabilità stradale era disegnata per supportare carrozze e omnibus e tutt’oggi si fanno sentire nelle nostre città le conseguenze di scelte strategiche che non avevano attentamente preso in considerazione la possibilità che il futuro del trasporto sarebbe stato su gomma, e non su zoccoli. Ma allora, l’idea che l’umanità, o parte di essa, si stesse preparando a muoversi con mezzi meccanici privati non era stata presa in considerazione.

L’idea che l’umanità, o parte di essa, stia andando incontro ad un allungamento della vita radicale non deve essere rifiutata in blocco: al di là delle posizioni personali che ognuno di noi ha sulla questione, prima o poi potrebbero essere disponibili delle terapie capaci di far regredire l’invecchiamento biologico dei nostri corpi. È importante, anzi cruciale, riflettere fin da oggi su quale scenario sia verosimile che si manifesti, e quali potrebbero essere gli eventuali anticorpi capaci di sventare ogni scenario non auspicabile.

Questo libro non si occupa di questo: La fine dell’Invecchiamento cerca di spiegare perché è auspicabile che l’invecchiamento biologico, e la morte, vengano sconfitte al più presto. Io sono d’accordo con l’autore. Mentre scrivo questa nota, sto vivendo la particolare condizione di vivere vicino ad un uomo malato: mio padre. La sopravvivenza della persona che mi ha allevato, che mi ha protetto, che mi ha nutrito, ora è legata alla mia possibilità di accudirlo, di nutrirlo, di proteggerlo. La Malattia di Alzheimer si sta nutrendo, uno dopo l’altro, dei suoi ricordi, delle sue abilità, della sua capacità di orientarsi, dei suoi affetti, del suo passato, della sua storia. Di ciò che realmente è. I suoi occhi brillano ancora: sa chi sono, ha memoria di suo figlio mentre stendo queste ultime righe che chiudono, con estremo ritardo, il processo che porterà alla stampa questo testo. Ma mentre il tipografo con cui lavoro è intento a programmare i propri macchinari per dare vita alle pagine che per ora sono contenute solo sul mio computer, mi rendo conto che brillano ogni volta un po’ meno, che ogni volta deve faticare un po’ di più per riconoscere ciò che lo circonda, o per ricordarsi come effettuare un determinato movimento. Non fosse abbastanza, mio padre è anche diabetico, malattia la cui gestione è spesso sottovalutata. Ogni giorno, mentre leggevo e rileggevo il testo che ora voi avete in mano, ho avuto la non fortunosa possibilità di vivere il dramma che questo libro cerca di denunciare: l’invecchiamento è malattia e morte. Dedico il lavoro di questo anno e mezzo a mio padre, sperando che, quando la stampa sarà finalmente pronta, potrà riuscire a capire che la memoria della sua esistenza non andrà persa nell’oblio.

Il lavoro di traduzione e cura dell’edizione italiana di La fine dell’invecchiamento è stato lungo e difficoltoso, data la natura di un libro così complesso. Inoltre, è stato da subito chiaro che un testo così fondante per il transumanesimo non poteva essere relegato agli uffici della nostra casa editrice, senza tentare di coinvolgere quanti, tra i promotori in Italia di questa corrente di pensiero, avessero voluto dare il suo contributo. Nel nostro paese, infatti, esiste un arcipelago di realtà legate al movimento transumanista: un evento come la pubblicazione in italiano di questo libro si presentava come una meravigliosa occasione per poter collaborare assieme. Per rendere ancora più inclusivo questo testo, abbiamo scelto di affidare la copertina al risultato di un contest, vinto dall’Atelier Crilo (www.ateliercrilo.com), giovane duo di designer da sempre interessati alle tematiche transumaniste. Questa scelta, alla fine, ci ha premiati, perché oltre ad avere ora una splendida illustrazione per la nostra cover, abbiamo anche ottenuto l’insperato risultato di creare un vasto dibattito nella comunità dei designer legato ai temi di questo libro. Noi di D Editore siamo orgogliosi di aver dato vita a questa avventura. Speriamo che voi lettori possiate continuare il dibattito con noi.

Emmanuele Jonathan Pilia

Prefazione, di Riccardo Campa

Eterna giovinezza. Un’idea che viene da lontano

Gli storici delle idee sono, per missione e vocazione, dei guastafeste. Non appena uno scienziato contemporaneo grida «Eureka!», iniziano a tracciare la storia di quella geniale idea, mostrando il più delle volte che le sue origini affondano nella notte dei tempi. Arthur Lovejoy, uno dei fondatori di questa disciplina, arrivò a sostenere una tesi dal sapore platonico: le idee non si inventano, così come non si inventano gli elementi chimici. Al più si creano nuove combinazioni di idee, così come si sintetizzano nuove molecole. Una tesi che è stata, poi, fortemente criticata e che non intendiamo difendere qui. È però vero che chi ha la pazienza e la passione di scartabellare tra vecchi manoscritti, in archivi ammuffiti, può facilmente constatare l’eterno ritorno di certe idee fondamentali. Una di queste idee ricorrenti è la fine dell’invecchiamento o, per usare un’espressione più radicata nella storia letteraria, l’eterna giovinezza. Si tratta di due concetti non esattamente equivalenti, ma che tendono a coincidere se intendiamo l’aggettivo eterna in senso iperbolico. Corollario del ringiovanimento non è, infatti, l’immortalità terrena, ma la vita illimitata – una vita della quale non si può stabilire con precisione e certezza la data di scadenza, ma che resta potenzialmente soggetta a morte. Si tratta di un concetto che può anche essere reso, più modestamente, con l’espressione aumento radicale della longevità. Nella letteratura in lingua latina si parla più spesso di instauratio juventutis e prolongatione vitae.

Mi fregio di appartenere alla categoria degli storici delle idee e, in questo breve saggio, composto come prefazione all’edizione italiana di Ending Aging di Aubrey De Grey, presenterò alcune tappe storiche di questa straordinaria idea. Vorrei però tranquillizzare i biogerontologi sulle mie intenzioni. Nutro grande ammirazione per il loro lavoro e mostrare che le loro idee vengono da lontano non è, affatto, un modo per sminuirle. Anche perché quello che conta veramente non è avere idee, ma realizzarle. Quello che sta facendo Aubrey De Grey, ovvero cercare di sconfiggere l’invecchiamento trattandolo come una malattia curabile, è sul piano pratico senz’altro più importante per l’umanità che non spostare indietro nel tempo l’origine di questa idea.

Tuttavia, nel mondo accademico ognuno ha il proprio lavoro ed io svolgerò diligentemente il mio. Il motivo per cui reputo utile ricostruire la dimensione genealogica dell’instauratio juventutis è presto detto. Come sottolinea De Grey, «la maggior parte delle persone non pensa all’invecchiamento allo stesso modo con cui pensa al cancro o al diabete o alle malattie cardiache. Si è favorevoli a sconfiggere tali malattie il più presto possibile, ma l’idea di eliminare l’invecchiamento, mantenendo indeterminatamente l’organismo in condizioni fisiche e mentali di giovinezza, evoca paure ed incertezze»[2].

Paure, incertezze e – aggiungerei – ostracismi. Chi, oggi, parla di fine dell’invecchiamento viene in genere visto come un apprendista stregone che si è svegliato con una strana idea in testa. E, perciò, viene da molti considerato folle e improvvido, se non addirittura criminale. Il che è assolutamente sorprendente, se si considera che l’elisir di eterna giovinezza rappresenta uno dei sogni più antichi dell’umanità. Chi non ha cercato la soluzione del problema della morte nella medicina o nell’alchimia, lo ha cercato nelle dottrine religiose. Ha riposto fede nell’immortalità dell’anima, nella reincarnazione, o nella resurrezione del corpo. Oggi, invece, persino chi afferma di appartenere a una confessione religiosa, non di rado, manifesta incredulità e persino disaffezione nei confronti dell’idea di eternità del proprio essere.

Lo ha sottolineato anche papa Benedetto XVI nell’enciclica Spe salvi: «Vogliamo noi davvero questo – vivere eternamente? Forse oggi molte persone rifiutano la fede semplicemente perché la vita eterna non sembra loro una cosa desiderabile. Non vogliono affatto la vita eterna, ma quella presente, e la fede nella vita eterna sembra, per questo scopo, piuttosto un ostacolo. Continuare a vivere in eterno – senza fine – appare più una condanna che un dono. La morte, certamente, si vorrebbe rimandare il più possibile. Ma vivere sempre, senza un termine – questo, tutto sommato, può essere solo noioso e alla fine insopportabile»[3].

La promessa di vita illimitata dei biogerontologi non coincide, naturalmente, con la promessa di vita eterna dei teologi. Parliamo di cose diverse, anche se – come ha più volte sottolineato lo stesso De Grey nelle sue conferenze – non necessariamente incompatibili. Si può sperare di prolungare, per quanto possibile, la vita terrena e, nel contempo, nutrire una speranza nella vita ultraterrena. Non entreremo in questa diatriba. Al di là del suo significato teologico, l’osservazione del pontefice resta sociologicamente molto interessante. Si è perso un desiderio antico come l’uomo. Il che significa che la nostra società è forse affetta da un male profondo. Viviamo in un mondo dominato dal nichilismo, dal desiderio del nulla, dalla speranza di non essere. È scomparso il gioioso desiderio di eternità che troviamo in tanti scritti del passato. Ed è proprio sul motivo di questo cambiamento nella coscienza collettiva che dovremmo davvero interrogarci. Mostrare che l’idea rilanciata da De Grey ha una lunga storia significa, dunque, chiarire che non sono i biogerontologi transumanisti ad essere pazzi. Sono, piuttosto, i nichilisti (consapevoli e inconsapevoli) che hanno perso la rotta.

Qualifico questo tipo di biogerontologia con l’aggettivo transumanista, perché l’idea di vita illimitata è stata fatta propria da un movimento che ha assunto proprio questa denominazione. Ho incontrato la prima volta di persona Aubrey De Grey nel luglio del 2006, prima che Ending Aging vedesse la luce. Eravamo a Helsinki, per partecipare alla conferenza Transvision: Emerging Technologies of Human Enhancement. In quell’occasione, lo studioso inglese disse di non avere nulla contro l’etichetta transumanista, se per transumanesimo si intende la filosofia messa in forma da Julian Huxley. La definizione huxleyana alla quale De Grey alludeva è la seguente: «Abbiamo bisogno di un nome per questa nuova consapevolezza. Forse il termine transumanesimo andrà bene: l’uomo che rimane umano, ma che trascende se stesso, realizzando le nuove potenzialità della sua natura umana, per la sua natura umana. Io credo nel transumanesimo: quando saremo in numero sufficiente ad affermare ciò con convinzione, la specie umana sarà sulla soglia di nuovo genere di esistenza, tanto diverso dal nostro quanto il nostro è diverso da quello dell’Uomo di Pechino. È allora che vedremo la cosciente realizzazione del nostro reale destino»[4].

La specificità di questa definizione, rispetto a quella proposta da altri filoni del transumanesimo, è che l’enfasi è sull’uomo in quanto essere biologico. Vi sono altri transumanisti che sognano la sconfitta della morte non attraverso la modifica del sostrato biologico umano, ma attraverso la sostituzione dell’uomo con una macchina perfetta, grazie agli sviluppi della robotica e dell’intelligenza artificiale. Perciò si parla di un transumanesimo wet, bagnato, che vede l’uomo del futuro non dissimile dall’uomo odierno, ma eternamente giovane e immune alle malattie, e un transumanesimo dry, asciutto, che vede l’uomo soppiantato da una macchina intelligente nella quale le coscienze umane verrebbero caricate, come oggi si trasferisce un file da un computer a un altro.

Il transumanesimo, pur entrando spesso in conflitto con le religioni monoteiste per ragioni bioetiche, è da alcuni considerato una religione esso stesso. In effetti, se qualche diatriba (in particolare con la bioetica cattolica) è nata in rapporto ai mezzi moralmente leciti, sul piano dei fini il transumanesimo condivide con le religioni il desiderio di eternità, l’amore per l’essere, la sete di vita. Opposta è la relazione con la cosiddetta bioetica laica, con la quale si nota una convergenza sull’atteggiamento libertario, ossia sulla valutazione etica dei mezzi, ma non necessariamente sulle finalità generali. I laici tendono a dare enfasi a tutte le pratiche che contrastano con l’espansione della vita (contraccezione, aborto, controllo delle nascite, eutanasia, ecc.), e tra l’altro in una dimensione individualistica, ossia incentrata sul caso singolo, mentre pochissima attenzione è da essi dedicata all’evoluzione biologica delle comunità umane e dell’intera specie. Perciò, i loro avversari li accusano di essere portatori di una cultura di morte, o promotori di una visione nichilistica della vita.

La bioetica transumanista, che sottende anche il libro di De Grey, rappresenta dunque una terza via, una bioetica sui generis, ove non c’è spazio per il nichilismo, ma neppure per sensi di colpa legati al proprio potenziamento. Domina il discorso la speranza di vita, ma questo sentimento resta legato a una concezione scientifica del mondo. È un atteggiamento che, come vedremo tra poco, i transumanisti ereditano dal passato e proiettano verso il futuro.

L’Epopea di Gilgamesh

Fece grande scalpore, nell’Ottocento, la scoperta di quella che ancora oggi è considerata l’opera letteraria più antica prodotta dall’uomo: L’Epopea di Gilgamesh. Correva l’anno 1853 quando un archeologo assiro, Hormuzd Rassam, trovò dodici tavolette d’argilla, scritte in caratteri cuneiformi, nella biblioteca di Assurbanipal, a Ninive. Il testo era stato scritto, tra il 1300 e il 1000 a. C., in lingua accadica da un sacerdote esorcista di nome Sîn-lēqi-unninni. Fu tradotto in inglese e fatto conoscere in Occidente dall’assirologo britannico George Smith, nel 1870. Poi si scoprì che l’opera accadica era in realtà una rielaborazione di testi molto più antichi. Vennero, infatti, successivamente ritrovate tavolette scritte in lingua sumerica, che parlavano delle gesta di Gilgamesh e risalivano ad almeno 4500 anni orsono.

Che cosa c’era di così sconvolgente in quella scoperta archeologica? Fino ad allora si era pensato che il libro più antico al mondo fosse la Bibbia, insidiata in questa gara dalla sola letteratura greca antica. Tanto che Isaac Newton, il padre della fisica moderna, aveva datato la creazione del mondo nel 4000 a.C., sulla scorta della Torah, mentre James Husser, basandosi sul racconto biblico, aveva leggermente corretto la datazione, fissando l’inizio della creazione in un giorno ben preciso: domenica 23 ottobre 4004 a. C., al tramonto.

Ora si scopriva un testo che non solo era antecedente, ma parlava anche di fatti presenti nella Bibbia. Veniva così a cadere una narrativa millenaria che voleva i testi religiosi non rientranti nella tradizione giudeo-cristiana essere prodotti di fantasia di popoli culturalmente arretrati. Per la vulgata, prima c’erano i pagani, che adoravano dèi falsi e bugiardi, si prostravano davanti a idoli di pietra, si gingillavano con miti inventati, e soprattutto non avevano capito che Dio è uno. Poi arrivarono ebrei e cristiani, con libri sacri che parlavano di verità storiche: la rivelazione del Dio Padre e del Dio Figlio.

Se, di primo acchito, la scoperta sembrava rafforzare questa convinzione, perché si possedeva finalmente una fonte indipendente in grado di confermare i racconti dell’Eden e del diluvio universale, un dubbio atroce iniziava a insidiarsi nelle menti dei credenti più eruditi. Come si potrà ancora sostenere che la Bibbia è un testo sacro ispirato da Dio – e dunque parola di Dio –, mentre i libri pagani sono null’altro che favole, quando è ormai evidente che proprio i testi pagani sono la fonte primaria alla quale gli stessi compilatori della Bibbia hanno attinto? Su che base, se non un arbitrario atto di fede, si potrà ancora affermare la realtà storica di Yawheh, Abramo e Mosè, e negare quella di Enki, Enlil, o dello stesso Gilgamesh? O sono tutte leggende o sono tutte verità, o – più probabilmente – vi sono leggende e verità mischiate insieme, in entrambi i racconti.

Anche se la questione resta controversa, non pochi storici sono ormai convinti che Gilgamesh, re di Uruk, sia un personaggio realmente esistito. Ma sono, altresì, convinti che le gesta eroiche narrate nell’Epopea siano da prendere con il beneficio del dubbio, o da interpretare in termini simbolici.

Raccontare l’intera storia ci porterebbe ora fuori strada. Andiamo, dunque, subito alle vicende relative all’eterna giovinezza. Gilgamesh è odiato dal popolo per la sua prepotenza. Invocata dal popolo di Uruk, una dea crea Enkidu, uomo-bestia dalla forza sovrumana, allo scopo di fermarlo. Tuttavia, al termine del combattimento, i due avversari diventano amici e intraprendono un lungo viaggio insieme. Dopo una serie di tumultuose vicissitudini, Enkidu muore. Il re di Uruk grida disperato al cielo il suo dolore: «L’amico mio che io amo sopra ogni cosa, che ha condiviso con me ogni sorta di avventure (…) ha seguito il destino dell’umanità»[5]. La sua morte stupisce e addolora particolarmente Gilgamesh. Enkidu si era incivilito, umanizzato, grazie a Sahmat, una sacerdotessa-prostituta. Ora la morte ne rivela l’intima natura umana e mortale.

Gilgamesh, che pure è figlio di una dea, e ha perciò l’eternità scritta nel cuore, inizia a preoccuparsi della propria sorte. Nel profondo del suo animo, forse a causa di quel frammento di seme divino, prima si sentiva immortale. Ora, improvvisamente, scopre la morte: «Per sei giorni e sette notti io ho pianto su di lui,né ho permesso che fosse seppellito, fino a che un verme non è uscito fuori dalle sue narici. Io ho avuto paura della morte, ho cominciato a tremaree ho vagato nella steppa. L’amico mio che amo è diventato argilla;Enkidu, l’amico mio che amo, è diventato argilla. Ed io non sono come lui? Non dovrò giacere pure ioe non alzarmi mai più per sempre?».

Gilgamesh prosegue in solitudine il lungo viaggio, in preda all’angoscia, ma senza abbandonare la speranza. Cerca e trova Utnapishtim, colui che ha salvato il genere umano e le altre creature terrestri dal diluvio universale, costruendo un’arca. Se ne parla come di un immortale e il re di Uruk vuole conoscere il segreto della sua longevità sovrumana. Le parole di Utnapishtim non sono però rassicuranti: «Perché, o Gilgamesh, vuoi prolungare il tuo dolore?Tu, che gli dei hanno creato con la carne degli dei e di uomini;tu, che gli dei hanno fatto simile a tuo padre e a tua madre, proprio tu, Gilgamesh, ti sei ridotto come un vagabondo! Eppure, per te un trono è stato deciso nell’assemblea degli dei…».

Avendo anche carne di uomini, Gilgamesh è mortale. E il patriarca gli rammenta la sorte di questa stirpe: «L’umanità è recisa come canne in un canneto. Sia il giovane nobile, come la giovane nobile sono preda della morte. Eppure nessuno vede la morte,nessuno vede la faccia della morte,nessuno sente la voce della morte»[6].

Quello della morte è un pensiero rimosso dai più, ma Gilgamesh non può liberarsene. Ha avvertito nel suo intimo la vertigine della non esistenza. Che cosa sono pochi anni di vita, pur vissuti intensamente, di fronte all’abisso dell’eternità che precede e segue la misera esistenza di un uomo? Ma la speranza del re è ancora viva, a maggior ragione, per il fatto che ha di fronte un uomo estremamente longevo e forse immortale. Lo interroga: «Guardo a te, Utnapishtim,le tue fattezze non sono diverse, tu sei uguale a me,sì, tu non sei diverso, uguale a me sei tu! Perciò dimmi: come sei entrato nella schiera degli dei,ottenendo la vita?»[7].

A questo punto, Utnapishtim racconta la storia del diluvio universale, la costruzione dell’arca, la distruzione dell’umanità, l’arca che si incaglia sul Monte Nisir, la liberazione della colomba che torna, della rondine che torna, del corvo che non torna. Una storia che conosciamo, sebbene da altra fonte. L’uomo svela infine che è stato Enlil a dargli l’immortalità. Dopo il diluvio, il dio è salito sull’arca, ha toccato la sua fronte e quella di sua moglie, e li ha benedetti dicendo: «Prima Utnapishtim era uomo,ora Utnapishtim e sua moglie siano simili a noi dei».

Gilgamesh precipita nello sconforto, perché comprende l’eccezionalità del dono. Sconfitto, si prepara a tornare nella sua città. Il patriarca chiede a Urshanabi, il battelliere che dovrà traghettarlo, di lavare e vestire l’ospite, affinché il suo popolo non lo veda ridotto in quello stato. A causa del lungo viaggio e delle disavventure, «il suo corpo è pieno di sporcizia»; le pelli che indossa hanno rovinato «la bellezza del suo corpo». Il battelliere conduce Gilgamesh al lavatoio, getta le pelli in mare, lo lava con acqua fino a farlo diventare «bianco come la neve», strofina il suo corpo fino a farlo tornare bello, pone sul suo capo un turbante nuovo e lo aiuta a indossare un vestito che ne rinobilita l’aspetto.

Nonostante abbia riacquistato la sua bellezza, Gilgamesh è visibilmente triste. La moglie del patriarca chiede, perciò, al marito di dare all’ospite almeno un dono. Utnapishtim decide allora di rivelargli una verità nascosta, nientemeno che il segreto degli dei. Gli svela l’esistenza di una pianta in grado di ridargli vigore e giovinezza. Ha radici simili a un rovo e spine simili a quelle di una rosa. Per impadronirsene, dovrà afferrarla, pungendosi le mani.

Il resto della storia lo facciamo raccontare a Sîn-lēqi-unninni: «Appena Gilgamesh udì ciò, egli aprì un foro,si legò ai piedi grandi pietre,e si immerse nell’Apsu, la dimora di Enki;egli prese la pianta sebbene questa pungesse le sue mani, slegò quindi le grandi pietre che aveva ai piedi, e così il mare lo fece risalire fino alla sponda. Gilgamesh parlò a lui, ad Urshanabi il battelliere: Urshanabi, questa pianta è la pianta dell’irrequietezza;grazie ad essa l’uomo ottiene la vita. Voglio portarla ad Uruk, e voglio darla da mangiare ai vecchi e così provare la pianta. Il suo nome sarà: ‘Un uomo vecchio si trasforma in uomo nella sua piena virilità’. Anch’io voglio mangiare la pianta e così ritornerò giovane»[8].

Si tratta, come si può vedere, di un rimedio per ottenere l’instauratio juventutis, il ringiovanimento, e dunque la vita illimitata. La storia non è, però, a lieto fine. Dopo essere venuto in possesso della pianta della vita, Gilgamesh vede un pozzo dalle fresche acque. Vi si tuffa, per lavarsi. A quel punto, un serpente avverte il profumo della pianta, si avvicina silenziosamente, attirato dalla fragranza, e porta via il prezioso dono. Il rettile, nell’istante in cui tocca la pianta miracolosa, perde la vecchia pelle e ringiovanisce. E a Gilgamesh non resta che piangere.

Il giardino dell’Eden

Diversi concetti che troviamo nella letteratura sumero-accadica li ritroviamo nell’Antico Testamento. È possibile che il travaso di idee sia avvenuto quando il popolo ebraico era schiavo a Babilonia. Di nuovo, sottolineare il debito intellettuale non significa sminuire l’importanza storica della Bibbia, perché è attraverso libro sacro degli ebrei che quelle idee sono giunte fino a noi. Sappiamo, però, che si tratta di un argomento delicato, perché è in atto da millenni una guerra esegetica. Per i credenti tradizionali (ebrei, cristiani, musulmani) l’Antico Testamento rappresenta un racconto attendibile che, opportunamente interpretato, rivela il rapporto di creazione e alleanza tra Dio e l’uomo. Per gli spiriti esoterici (mistici, gnostici, cabalisti, ecc.) la Bibbia è un libro che contiene messaggi segreti che vanno decifrati per accedere a una sapienza originale. Per gli atei si tratta invece di una raccolta di leggende e favole, non dissimili da quelle che affollano i testi di altre religioni antiche, che non hanno particolare significato per il mondo contemporaneo. Per i letteralisti non confessionali, infine, la Bibbia è un libro che non parla di Dio, ma di gruppi di esseri di provenienza ignota (Elohim, Malachim, Nephilim), particolarmente potenti, che coinvolgono gli esseri umani in terribili guerre, massacri e crudeli pratiche rituali.

Sarà sicuramente irritante per tutti i gruppi esegetici in lotta, ma per uno storico delle idee è tutto sommato secondario, se non proprio irrilevante, sapere chi ha ragione. Per lo storico delle idee conta soprattutto sapere da dove vengono e dove vanno a finire le idee contenute in un documento. Più che la verità delle idee, interessa il percorso delle idee. E sempre con la consapevolezza che un’idea non corrisponde necessariamente a un fatto.

È chiaro che interpretazioni diverse costituiscono idee diverse. Tuttavia, quale che sia la prospettiva interpretativa adottata, è innegabile che nella Genesi si trovi l’idea di una vita sovrumana, ossia eterna o molto lunga (a seconda di come viene tradotto il termine ebraico olam). Si badi: non c’è ancora l’idea di una vita post mortem, o l’idea della resurrezione cristiana, ma l’idea di una vita sovrumana che precede la morte. Richiamiamo alla memoria il testo che contiene questa idea. La Bibbia è forse il libro più diffuso al mondo, ma è anche uno dei meno letti. Perciò, molti credono di ricordare che al centro del giardino dell’Eden ci sia l’albero della conoscenza del bene e del male. In realtà, gli alberi che contano sono due, non uno. E, in mezzo al giardino, c’è l’albero della vita.

«Il Signore Dio fece germogliare dal suolo ogni sorta di alberi graditi alla vista e buoni da mangiare, tra cui l’albero della vita in mezzo al giardino e l’albero della conoscenza del bene e del male. […] Il Signore Dio prese l’uomo e lo pose nel giardino di Eden, perché lo coltivasse e lo custodisse. Il Signore Dio diede questo comando all’uomo: ‘Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti’»[9].Innanzitutto, all’uomo è vietato mangiare dall’albero della conoscenza del bene e del male, non da quello della vita. Il frutto proibito è dunque la conoscenza, la capacità di discernimento morale, non la vita. Eppure, c’è un legame inscindibile tra vita e conoscenza. Dopo che Adamo ed Eva – tentati dal serpente – disobbediscono all’ordine, il divieto viene esteso anche al frutto dell’albero della vita: «Ecco, l’uomo è diventato come uno di noi, per la conoscenza del bene e del male. Ora, egli non stenda più la mano e non prenda anche dall’albero della vita, ne mangi e viva per sempre!»[10].

Il frammento può naturalmente essere interpretato in molti modi. In senso teologico, si può comprendere che l’uomo era in origine immortale, proprio perché creato a immagine e somiglianza di un essere eterno, ma ha perso questa caratteristica a causa del peccato originale. Sicché, solo da Dio può ricevere di nuovo la vita eterna. In senso magico-alchemico, si può inferire che davvero il frutto dell’albero della vita era miracoloso e chi se ne nutriva viveva per sempre. Il che significa che l’uomo potrebbe riconquistare l’eternità con le proprie forze, qualora ritrovasse quell’albero (o la pietra filosofale). In senso antropologico, si può pensare che si tratti semplicemente di un’allegoria per dire che, acquisendo conoscenza, gli uomini acquistano anche l’amara consapevolezza di esseri mortali. In senso letterale, non è Dio (al singolare) a parlare, ma un gruppo di esseri (Elohim, plurale di Eloah), tanto è vero che la voce narrante non afferma l’uomo è diventato come me, ma l’uomo è diventato come uno di noi. E, dunque, tutte le interpretazioni teologiche monoteiste andrebbero gambe all’aria, se solo si traducesse correttamente il testo.

Come abbiamo chiarito sopra, nel momento in cui assumiamo il ruolo di storici delle idee, a noi non interessa sapere qual è l’interpretazione vera, semmai qualcuno la conosca. Ci interessa constatare che, nelle versioni moderne di quell’antico testo, Adamo passa da una condizione edenica in cui vive per sempre, ad una condizione punitiva in cui vive soltanto – si fa per dire – novecentrotrenta anni, superato in longevità da Noè (l’ater ego di Utnapishtim), che muore all’età di novecentocinquanta anni, e naturalmente da Matusalemme, che superò tutti raggiungendo i novecentosessantanove anni di vita.

L’idea biblica di longevità estrema continua ad essere feconda, tanto che Aubrey De Gray, nel 2003, ha deciso di chiamare la sua fondazione Metuselah Foundation.

L’Età dell’oro

Racconti simili si trovano nei miti greci. Anche in essi si narra del diluvio universale e di un uomo anziano (Deucalione) che, avvertito da Prometeo, salva se stesso e la moglie Pirra dalla catastrofe, costruendo un’arca, per garantire la rinascita del genere umano. Si narra anche di un primordiale giardino delle delizie o, più precisamente, di una mitica Età dell’oro, alla quale sarebbero seguite solo epoche di progressiva decadenza (l’età dell’argento, l’età del bronzo, l’età degli eroi e l’età del ferro). Una progressiva caduta dovuta alla disobbedienza degli uomini, all’influsso nefasto di una donna (Pandora), e ad una punizione del Dio Padre (Zeus).

È in un poema di Esiodo, Le opere e i giorni, che si trova la concezione di un’aurea aetas in cui gli uomini, per essendo soggetti a morte, hanno perlomeno il dono dell’eterna giovinezza. Scrive Esiodo: «Se vuoi, un altro racconto ti esporrò in breve, bene e sapientemente, e tu tieni bene a mente che da una stessa origine vengono dei e mortali. D’oro primamente fecero la stirpe degli uomini mortali gli immortali che abitano le dimore olimpie. Questi furono al tempo di Crono, quando egli regnava in cielo. Come dei vivevano, il cuore sgombro da pena, distanti ed esenti da fatica e pianto, né la misera vecchiezza li sovrastava, ma sempre ugualmente (vigorosi) nei piedi e nelle mani, si allietavano nelle feste, scevri da tutti quanti i mali»[11].

Gli uomini d’oro morivano, ma il loro trapasso avveniva nel sonno e, dunque, anche la morte era dolce. Disponevano di tutto ciò che desideravano. La terra dava loro ogni frutto, spontaneamente e in grande quantità. Molte erano le greggi a loro disposizione. Vivevano sani, benevoli, pacifici, ricchi, e amati anche dagli dei felici.

Il tema dell’eterna giovinezza è presente anche nel mito di Prometeo. Del titano parlano molti autori antichi. In primis Eschilo, nelle sue tragedie, e Platone, nel dialogo Protagora. Sulla scorta di queste letture, tutti ricordiamo i fatti essenziali della storia. Guidati dal loro creatore Prometeo, gli uomini lanciano una sfida agli dèi olimpici, soggetti all’autorità di Zeus. Prometeo, allo scopo di favorire il genere umano, inganna Zeus. Gli offre il grasso e le ossa di un bue, mentre tiene per gli uomini la carne. A causa del raggiro, gli uomini vengono puniti dal Padre celeste e perdono l’immortalità, che rimane una prerogativa divina. La sfida, tuttavia, prosegue. Per compensare la perdita, Prometeo ruba il fuoco agli dèi e ne fa dono agli uomini. Il fuoco è la tecnica primordiale che rende possibili ulteriori progressi tecnici, come la lavorazione dei metalli. Per punizione, il titano viene incatenato ad una roccia del Caucaso, ove un rapace gli divora il fegato durante il giorno. Il tormento è infinito perché l’organo gli ricresce di notte. Alla fine, con il consenso di Zeus, Eracle provvederà a liberarlo.

La storia, però, non finisce qui. In altre versioni del racconto, irriconoscenti per il dono ricevuto, gli uomini avrebbero denunciato Prometeo a Zeus. E il re degli Olimpi, a sua volta, avrebbe premiato il genere umano con un nuovo dono. Il prosieguo lo lasciamo raccontare ad Apollodoro: «Ma è strano ciò che Eliano sulla scorta di Sofocle, d’Ibisco e d’altri aggiunge: cioè, che Giove per ricompensare gli uomini, i quali gli avevano rivelato il furto del fuoco fatto a Vulcano, loro diede un secreto per preservarsi dalla vecchiaia. Essi posero questo rimedio addosso ad un asino. Era allora la stagione estiva: l’asino, che si moriva di sete, giunse presso una fontana per bere; ma essa era custodita da un serpente, che non gliel permise. L’asino venne a patteggiare, offrendo al serpente quel rimedio, perché lo lasciasse bere. Il serpente acconsentì; e da quel tempo in poi ebbe la virtù di ringiovanire»[12].

Gli uomini persero così, stupidamente, il dono divino dell’eterna giovinezza. Quello che più colpisce è, tuttavia, la presenza di simboli ricorrenti, di archetipi, intorno alla questione della vita illimitata, come la fonte d’acqua fresca (nei racconti sumero-accadici e greci), dell’albero della vita (nei racconti sumero-accadici e in quello biblico), e del serpente (in tutti e tre i racconti).

L’uovo filosofico di Ruggero Bacone

Nel Basso Medioevo le principali fonti di conoscenza erano le Scritture giudeo-cristiane e le opere di Aristotele. Non bisogna, però, dimenticare che godeva allora di particolare prestigio anche una scienza sperimentale di origine araba e cinese: l’alchimia. Spesso si pensa all’alchimista come a un ciarlatano o a un sognatore, intento a gingillarsi con l’uovo filosofico, dimenticando che dai laboratori degli alchimisti sono uscite invenzioni come la polvere da sparo e gli occhiali. Certamente, in epoca moderna, è apparsa come una chimera la missione prima di questa disciplina: la scoperta della pietra filosofale. A questo leggendario oggetto, da alcuni cristiani identificato con il Sacro Graal, erano attribuite proprietà straordinarie. La più nota è la capacità di trasformare i metalli vili in oro – metallo lucente, eterno, incorruttibile. La seconda la capacità di garantire è l’onniscienza, ossia tanto la conoscenza morale (del bene e del male) quanto la conoscenza dei fatti (passati e futuri). Di qui, il riferimento alla filosofia – allora sinonimo di scienza – nel nome della pietra. Infine, il lapis philosophorum doveva fornire all’umanità – o a parte di essa – l’elisir di lunga vita, la panacea capace di guarire ogni male, se non addirittura garantire l’immortalità terrena, frenando la corruzione e l’invecchiamento dei corpi.

Questa ricerca ha molte sfaccettature e molti protagonisti. Oltre al leggendario Ermete Trismegistus, che conosciamo tramite le traduzioni di Marsilio Ficino, possiamo menzionare il greco Zosimo e gli arabi Rhazes, Geber, Avicenna e Averroè. In Europa, i nomi più celebri sono quelli di Alberto Magno, Ruggero Bacone, Raimondo Lullo, Nicolas Flamel, Giorgio Agricola, Basilio Valentino e Paracelso. Per esemplificare la prospettiva alchemica, ci limiteremo a qualche cenno sul francescano Ruggero Bacone.

In una lettera a papa Clemente IV, il monaco giustifica la scienza sperimentale sulla base dell’idea di longevità estrema. «Questa disciplina [la scienza sperimentale] ha anche una seconda caratteristica che riguarda profondissime verità che possono essere ottenute... Tale è il prolungamento della vita attraverso opportuni rimedi che correggono il regime di salute seguito fin dall’infanzia e la debolezza della complessione ereditata dai genitori, che non hanno seguito un opportuno regime di vita. Questo prolungamento della vita è ottenibile ben oltre la consueta lunghezza della vita... Ma gli uomini, proprio per aver trascurato il corretto regime di vita, si affrettano verso la vecchiaia in maniera innaturale e muoiono assai prima di quanto Dio consentirebbe loro»[13].

Sebbene l’alchimia sia sempre stata in odore di eresia, per supportare le proprie idee, Bacone si appoggia all’autorità delle Sacre Scritture. Ne La scienza sperimentale sottolinea che Adamo «restò atto a conseguire l’immortalità purché avesse continuato a mangiare il frutto dell’albero della vita. Si ritiene che questo frutto sia costituito di elementi abbastanza equilibrati e che perciò avrebbe potuto perfezionare l’incorruttibilità che già c’era in Adamo, il che sarebbe avvenuto se non avesse peccato»[14].

Abbiamo dunque un’esegesi letteralista, non simbolista, delle Scritture. L’uomo è potenzialmente immortale, ma per realizzare questa potenzialità ha bisogno del frutto dell’Eden. Non solo il peccato originale, ma anche una serie di errori nello stile di vita e nell’alimentazione hanno condotto l’uomo all’attuale condizione, che lo vede morire dopo pochi decenni. Il filosofo oxoniense osserva, del resto, che anche senza albero della vita Adamo e i suoi primi discendenti godono di vite millenarie.

Basandosi anche sulla teoria della corruzione dei corpi di Aristotele, il monaco oxoniense arriva alla conclusione che il problema della longevità estrema è un problema sperimentale, non teologico. Ovvero, un problema che si può risolvere, sintetizzando l’elisir di lunga vita. Bacone è pure convinto che la formula sia già nota. I sapienti dell’Antichità dovevano conoscerla, ma purtroppo non l’hanno resa pubblica, o forse non è ancora stato trovato il documento in cui è stata pubblicata. Scrive Bacone: «Coloro che riuscirono a protrarre la loro vita per centinaia di anni, dei quali si è fatta menzione, erano in possesso di questa medicina preparata in modo più o meno conveniente. Infatti Artefio, del quale si legge che sia vissuto 1025 anni, era in possesso di una medicina migliore di quella del vecchio bifolco che vide rinnovare la sua giovinezza solo per 60 anni»[15].

Non si tratta di un’osservazione occasionale. Il francescano è davvero convinto che si possa vivere almeno fino a mille anni, come i profeti biblici, e ribadisce questa convinzione anche in altre opere. Per esempio, ne I segreti dell’arte e della natura, afferma che «l’ultimo gradino al quale può pervenire l’arte, servendosi di ogni potere naturale, è il prolungamento per un lungo periodo della vita umana; ci sono molte prove concrete che ciò sia possibile»[16].

Non la preghiera e il miracolo, ma l’arte e la natura sono chiamate a risolvere il problema, perché alla base della brevità della nostra vita non c’è un castigo divino. Bacone parte sempre dal presupposto che l’uomo sia per sua natura immortale, cioè non soggetto a morte, tanto è vero che «anche dopo il peccato originale poteva vivere circa mille anni». Il problema è che «da allora la lunghezza della vita è andata accorciandosi un po’ alla volta, è dunque evidente che l’attuale brevità della vita è accidentale e che può essere, in parte o in tutto, ripristinata. Se poi andiamo a cercare la causa accidentale

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