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L'attimo ruggente: Il mondo affascinante delle auto storiche

L'attimo ruggente: Il mondo affascinante delle auto storiche

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L'attimo ruggente: Il mondo affascinante delle auto storiche

Lunghezza:
152 pagine
1 ora
Pubblicato:
Oct 31, 2016
ISBN:
9788822860927
Formato:
Libro

Descrizione

Un libro decisamente fuori dagli schemi. Racconta la storia di un gioco, quello delle auto storiche ( da corsa o da collezione), dalla cabina di regia del mensile che l’ha inventato: AutoCapital. Sogni a motore e motori da sogno, che hanno cambiato weekend e vacanze di intere generazioni. “L’attimo ruggente” è il racconto di un popolo, quello italico, che non si rassegna al grigiore di anni bui o addirittura “di piombo”, ma cerca sempre l’evasione, il divertimento, il gioco. Come terapia contro la vecchiaia, la depressione, il guardarsi allo specchio e non sapere cosa fare. L’autore, Roberto Denti, giornalista e scrittore, è uno degli artefici del “movimento” degli appassionati di auto storiche, fan di rally senza respiro come il Sanremo o la Targa Florio o di tranquille gare di regolarità come la Coppa delle Dolomiti o la Mille Miglia. Contagiato dal virus dei motori storici, non solo ha rifiutato le cure mediche del caso … ma ha guidato vetture di ogni tipo in giro per il mondo, ha demolito in gara bielle, pistoni e semiassi, ha ricostruito con infinito amore cofani e carrozzerie "d'autore", ha raccontato con taglio da investigatore i segreti di quasi tutte le auto da collezione. Lo ha fatto soprattutto divertendosi e divertendo alcune decine di migliaia di appassionati, tutti i fedelissimi lettori di AutoCapital. “L’attimo ruggente” è una raccolta di gare storiche diventate ormai leggendarie, raccontate in modo partecipe e appassionato, sempre con una vena di sottile ironia. Ben si accompagna a “Cavallino rampante”, un altro volume tutto dedicato ai segreti del marchio Ferrari. Buon divertimento!
Pubblicato:
Oct 31, 2016
ISBN:
9788822860927
Formato:
Libro

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L'attimo ruggente - Roberto Denti

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L'attimo ruggente

Inseguendo la giovinezza su auto storiche, fuori dal tempo: come è nato in Italia il mondo dei motori da sogno e da collezione

di Roberto Denti

Un famoso economista poneva tempo fa in relazione la qualità della vita, la voglia di investire, l’euforia del mondo borsistico con la lunghezza delle gonne delle ragazze. Un po’ scherzava, ma pure qualcosa di vero evidenziava. Un identico discorso si potrebbe tentare con le auto storiche: le più belle e dall’anima corsaiola, le più divertenti hanno coinciso con la seconda metà degli anni ’60. C’erano gli scontri di piazza, si agitava il maggio francese, si avvertiva la rivoluzione dietro l’angolo, ma quante minigonne, quante buone canzoni... C’era, in tutto quanto si faceva, entusiasmo. Entusiasmo e passione. Si giocava con la vita e la vita giocava con noi.

Invece il momento che viviamo oggi (e in effetti girano per la strada più pantaloni che gonne, l’avete notato?) è grigio, massificato, omologato. Sono spariti gli ideali, i grandi ideali, la politica si è fatta confusa, insieme al muro di Berlino sono addirittura franati dei partiti, degli Stati che pure parevano più forti del granito. In apparenza stiamo tutti un gran bene, ci telefoniamo ogni momento, ma non ci parliamo veramente, ci rechiamo tutti insieme (e quasi dandoci appuntamento) negli stessi posti di vacanza, mangiamo e beviamo a casa quel che poi ritroviamo al ristorante (così ci andiamo sempre meno), corriamo come matti in autostrada o appena vediamo trecento metri di asfalto libero davanti a noi, ma non sappiamo bene cosa faremo una volta arrivati a destinazione. Abbiamo tutto eppure ci manca qualcosa di importante, di vitale. Cosa? Ci manca il gioco, ci manca la fantasia e la curiosità che il gioco scatena. E che c’entra tutto questo con le adorate auto storiche? Tiriamole fuori dal garage perché sono la nostra salvezza, perché daranno un senso ai nostri insipidi weekend, perché ci porteranno in luoghi nuovi, a incontrare gente nuova che è in sintonia con noi. Gente che ha la nostra stessa passione. Il gioco, diceva Alfred Adler, il grande psicanalista, è un’azione che risveglia la vita. E, come annotava la scrittrice Katherine Mansfield, ci vuole vita per amare la vita.

Auto storiche quindi come terapia, come medicina alternativa. In fondo si tratta di ripetere quanto è accaduto giusto una trentina di anni fa: allora ci si ritrovava un po’ di nascosto, si prendeva per un pomeriggio un autodromo dividendosi le spese e poi si cominciava a correre. Lo si faceva con le auto che si aveva, rimesse a posto alla bell’e meglio, con assetti un po’ così così ( li chiamavamo assetti camoscio perché si saltava anche nel bel mezzo di una curva...) e alla fine si andava tutti insieme a brindare e a mangiare qualcosa. Niente classifiche, niente reclami di nessun genere (l’unico ammesso era con l’oste, se portava poco vino in tavola), chi ne sapeva di più di corse insegnava agli altri, spiegava le traiettorie e l’uso del gas, i segreti del controsterzo. Tutti bravi e tutti campioni, ad ogni modo: a volte si tornava a casa con un piccolo ricordo dell’incontro, a volte no, solo con una nuova data da segnare sul calendario. Ecco, a volte per andare avanti bisogna voltarsi indietro...e allora una proposta semplice semplice: una gara di regolarità sprint che sia davvero un gioco, in cui non servano nemmeno i cronometri. Bastano solo dei tratti a una media oraria imposta in cui porre dei rilevamenti segreti e ogni tanto, a qualche incrocio, dire ai concorrenti di andare a nord-ovest oppure di deviare, al tal chilometro, di 55 gradi sulla destra. Impareremmo tutti insieme anche a usare la bussola, ma soprattutto, guardandoci intorno con occhi nuovi, rideremmo. Di noi e del mondo, guidando ogni tipo di macchina...

Casella del via, inizia il gioco

La fortuna (e per certi versi la condanna) è stata di trovarmi nel momento giusto al posto giusto, nella redazione di AutoCapital. Perché il mondo delle autostoriche nasce allora, nel 1981. Il giornale esce ogni due mesi, poi, a fine 1984, diventa mensile. Io, con Gilberto Milano, ho il compito di curare una rubrica da nulla, quasi un fastidio per gli altri redattori, dedicata solo ai club. Notiziole striminzite, sino a quel momento scritte senza calore, giusto per riempire spazi tra pagine di pubblicità. Ma Vita di Club prenderà in poco tempo sempre più corpo, diventerà un vero giornale nel giornale, in un filo diretto fra appassionati. Il direttore, Luca Grandori, è un personaggio unico: lascia la massima libertà a tutti. La regola è una sola, semplice e impegnativa, scrivere solo di cose viste, sentite, provate. Mai riportare chiacchiere di altri. Si deve giudicare un’auto? Che arrivi nel parcheggio del giornale, che resti in prova anche per mesi. Mi faccio così prendere dalla passione per i motori, per le gare e invento una strana figura professionale, di giornalista-pilota-navigatore. Il risultato? Che finisco in giro per il mondo e mia moglie me lo rinfaccia ancora, in trasferta anche per 200 giorni l’anno, soprattutto che confondo il lavoro con la passione…Ma questo girovagare mi permette di valutare il settore con occhi particolari, di diventare (non lo dico per vanteria) una figura di riferimento per molti appassionati: cosa facciamo, mi chiedono i fan ogni giorno, anticipa solo a noi cosa bolle in pentola, che ne dici di questo o di quello? Il mio telefono frigge, spesso scrivo e lavoro mentre parlo ininterrottamente al telefono …

Ma il merito non è mio, è tutto della redazione, che inventa servizi fantasiosi, crea eventi, momenti di aggregazione, fa discutere, è di stimolo all’intero settore. Luca Grandori ogni tanto vola in Inghilterra, dove ritrova amici importanti, fiuta l’aria, registra ogni novità. E decide: è tempo di osare.

Fino a quel momento tutto accade più o meno così, lo si è detto, un gruppo di amici prende in affitto un autodromo e si porta lì, un po’ di nascosto, delle auto storiche. Restaurate a volte con discreta cura, ma prive di assetto, pure le gomme a volte sono spaiate. E poi, presi dei tempi di qualifica per creare una griglia di partenza, si corre in pista, pur ignorando le regole della pista…però ci si diverte, ci si abbraccia e, dopo aver sgasato ben bene, la sera, tutti a tavola. Con un piccolo premio, un ricordo dell’incontro, della serie quel giorno c’ero anch’io. Alcuni club, ricordo quello dell’Abarth, facevano così: tutti a Varano De’ Melegari con la variopinta gamma delle Fiat maggiorate, dalla 595 Ss sino ai prototipi da tre litri. Erano in prima fila Giuseppe Giuffrè con in veste di segretario Giandavide Panza (di nome e di fatto)….c’erano poi gli amici dell’Hf di Loris Giorgetti (a Santarcangelo di Romagna era tutto vissuto in altra chiave, una eterna sfida tra le Lancia e le rivali rallistiche d’un tempo…), c’era il Porsche Club, la Motorjolly dei veronesi Bevilacqua Brothers, c’era il MiniCooper Club di Bortesi e Arbizzani, il Lancia Club che organizzava raduni itineranti ed elegantissimi per l’Europa e poi gruppi di gasati qua e là, che si incontravano come carbonari, collezionisti sparsi di cui si raccontavano leggende di garage pieni zeppi di sogni a motore…

Non c’era per il resto granché, nemmeno la Mille Miglia al tempo faceva faville. Correva l’anno 1984…Eccomi così a Varano, al raduno Abarth, ecco il resoconto che scrivo, il primo di una lunga serie…

Grande successo del raduno Abarth

Francesi, rosso fuoco, belle da impazzire, hanno cattura­to più ammiratori devoti di Rosa Fumetto o delle stelle parigine del Crazy Horse. Al secondo raduno Abarth, sul­la pista dell'autodromo par­mense di Varano, una 3000, una 3000 Osella e una 2000 Sp hanno fatto praticamente corsa a sé nella categoria sport scatenando l'entusia­smo di un pubblico da gran­di occasioni: tre bolidi di proprietà di Michel Pont, presidente del Club Abarth francese. Monsieur Pont per un week-end interamente nel segno dello Scorpione ha la­sciato ben volentieri i suoi vi­gneti e l'avito castello di Sa­vigny-lès-Beaune nella Côte d'Or.

Anzi, per non far torto al mi­nore dei suoi tre rampolli, se lo è portato al seguito con una quarta vettura, una 1300 OT. Gran successo di pubblico, ma anche una pia­cevole sorpresa: le Abarth italiane sono sempre di più ed escono dai garage più im­pensati. L'anno scorso erano 30 al via, quest'anno più del doppio. Tante da creare per­sine qualche problema orga­nizzativo. Sinceramente non ci aspettavamo tanto en­tusiasmo, confida il presidente del Registro storico Abarth Giuseppe Giuffrè, ma vale la pena di non dormire anche per una settimana se si rie­sce a mettere assieme tante Abarth così belle. Ma quan­te ne esistono ancora? Diffi­cile dirlo. Tanto per fare un esempio, fino a ieri conosce­vamo l’esistenza di tre OT. Beh, qui a Varano ne sono arrivate cinque. Ora le foto­grafiamo ben bene e ci fac­ciamo raccontare la loro sto­ria. Per un registro storico

la documentazione è tutto e Giuffrè & C. si dannano come ghostbusters. I problemi però sono tanti. L’Abarth, da tempo assorbita dalla Fiat, è diventata (stando a quanto giurano quattro abarthisti su cinque) un pianeta lontano e misterioso. Niente punti di riferimento, informazioni, quasi niente ricambi. Anzi, per ironia della sorte, l'unico libro sulla Casa torinese, una specie di Bibbia ormai esaurita per l’Italia, è scritto addirittura in giapponese e in inglese. C’è una spiegazione logica a tutto questo? No. Ma va detto che, pur nel grande revival delle auto storiche, il Registro italiano Abarth ha solo tre anni (con un centinaio di soci, molti dei quali non posseggono un'auto) ed è l'ultimo arrivato sulla scena mondiale: negli Stati Uniti, in Giappone, in Francia e in Germania organizzazioni del genere esistono da tempo, E sono, a detta di tutti, potenti e danarose.

Ma qual è l'identikit dell'abarthista 1985? Età tra i 35 e i 45 anni, è in prevalenza un piccolo imprenditore o un libero professionista. Un comun denominatore è che l'auto che guida (sempre di seconda o terza mano, un ri­trovamento raccontato come una fiaba) è l'auto dei sogni. Quelli della gioventù. I problemi maggiori? Non tanto nell'assemblare o ela­borare un motore quanto nel dover spesso reinventare pez­zi o un'intera carrozzeria. Piccola indagine tra i piloti: oltre al vicentino Trivellato e ai torinesi Volta, gli indirizzi giusti sono quelli di Cappa e Lionetti a Milano, di Bottini a Legnano, di Terzi a Treviglio (ha appena rifatto bielle del 1000), Ognibene a Brescia (ha rimesso insieme cop­pe, vetri, pantografi, lunette e fari con l'aiuto di ottimi ar­tigiani). E i nomi dei mecca­nici-carrozzieri forniscono anche una mappa abbastan­za precisa dell'area di diffusione e quindi della prove­nienza delle Abarth: Brescìa, il Veneto interno, la cintura torinese. Davvero è così? L'anno prossimo, per saggia­re la realtà Abarth dell'Ita­lia centromeridionale, il ra­duno cambierà autodromo. Probabilmente Magione, sul lago Trasimeno. Al campionato italiano di auto storìche la squadra Abarth conterà su tre piloti: Luigi Fossati (su Abarth 1000 bialbero), Giuseppe Giuffrè e Giuseppe Bazzano (entrambi su Simca Abarth 1300). Dopo le prove, l'an­nuncio ufficiale. Sul circuito molte auto d'eccezione, per­sine una 1000 Le Mans. E con questa fanno quattro, finalmente! La caccia si chiu­de, dice Silvio Ferri e mo­stra il bolide con orgoglio. È lui lo storico del Ria e le quattro Le Mans ora sono tutte sotto registro. E sotto controllo.

Ma veniamo alle gare. Nella categoria turismo si sono classificati ai primi tre posti Uberto Pietra, Antonio Vedovello e Luigi Andreutti. Nella gran turismo Maurizio Pinchetti, Roberto Vesco e Giuseppe Bazzano. Nella ca­tegoria sport la premiata dit­ta Michel Pont & ses enfants. Alla gara finale di re­golarità il primo posto asso­luto l'ha ottenuto Uberto Pietra (su Abarth 850 Allemano) davanti a Maurizio Pinchetti (Abarth OT 1300) e Antonio Vedovello (Abarth 1000 radiale). Un riconosci­mento finale anche per l'au­to arrivata a Varano dalla località più lontana d'Italia, una 1000 monoalbero del ro­mano Renzo Michetti. E una coppa all'Abarth più vecchia, una 750 Zagato

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