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L'ultimo secolo di Roma

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L'ultimo secolo di Roma

Lunghezza:
487 pagine
5 ore
Pubblicato:
3 nov 2016
ISBN:
9788865309148
Formato:
Libro

Descrizione

SAGGIO (367 pagine) - SAGGI - Un'indagine serrata sui momenti critici che segnarono la fine del dominio romano d'Occidente, focalizzata sulle scelte prese dalla élite dominante del tempo

L'enigma del collasso dell'Impero romano ha appassionato ben più di una generazione. Eppure gli storici non sono concordi nelle cause di questa caduta, nemmeno in quelle più accreditate. Non soddisfa la teoria che accolla le maggiori responsabilità del crollo ai cosiddetti barbari, nè quella di chi, all'opposto, indica nella crisi delle istituzioni imperiali il principale colpevole. L'autore prende in esame gli ultimi cent'anni di storia della romanità, dalla morte di Valentiniano I sino alla deposizione di Romolo Augusto: un'indagine serrata sui momenti critici che punteggiarono la fine del dominio romano in Occidente, focalizzata sulle scelte prese dalla élite dominante del tempo. I vertici romani agirono guidati da un conservatorismo ottuso, incapaci di adattarsi a un mondo in radicale mutamento e di riconoscerne i pericoli, oppure affrontarono con coraggio e realismo le sfide che gli si paravano dinnanzi? Un'impostazione imperniata sulla consapevolezza dell'importanza dei "bivi" negli accadimenti storici e di come persino un ragionamento basato sull'ucronia, la storia alternativa, possa risultare utile.

CLAUDIO CORDELLA è nato a Milano il 13 luglio del 1974. Si è trasferito a Padova dove si è laureato in Filosofia, con una tesi dedicata all'utopismo di Aldous Huxley, e in seguito in Storia, con un lavoro imperniato sulla regalità femminile in età carolingia. Nel 2009 ha conseguito un master in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale dopo aver svolto uno studio incentrato su di un canapificio storico; situato a Crocetta del Montello (Treviso), compiuto assieme a Carmelina Amico. Scrive narrativa e saggistica; ha partecipato a diversi progetti antologici e ha collaborato con alcune riviste. È stato il vice direttore del web magazine "Fantasy Planet" (La Corte Editore). Nel 2012 ha partecipato all'ottavo Congreso Internacional de Molinologia, che si è svolto a Tui (Galizia), con un intervento intitolato "Il mulino di Villa Bozza, la conservazione possibile, attraverso un progetto imprenditoriale", dedicato alla storia di un mulino padovano e scritto in collaborazione con Camilla Di Mauro. Recentemente, per La Case Books, è uscito "Fantabiologia. Dai mondi perduti a Prometheus", un saggio di storia della cultura popolare da Jules Verne a Sir Ridley Scott.
Pubblicato:
3 nov 2016
ISBN:
9788865309148
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Libro

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Anteprima del libro

L'ultimo secolo di Roma - Claudio Cordella

a cura di Diego Bortolozzo

Claudio Cordella

L'ultimo secolo di Roma

Saggio

ISBN 9788865309148

Edizione ebook ©

Piazza Bonomelli 6/6 20139 Milano

Versione: 1.1

TUTTI I DIRITTI RISERVATI

Sono vietate la copia e la diffusione non autorizzate.

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Indice

Il libro

L'autore

L'ultimo secolo di Roma

Introduzione

1. La morte di Valentiniano I

2. La battaglia di Adrianopoli

3. Teodosio e l'editto di Tessalonica

4. La tempesta perfetta

5. Il saccheggio di un impero

6. Galla Placidia e i suoi generali

7. Attila e Onoria

8. Gli ultimi anni dell'Occidente

Conclusioni

Delos Digital e il DRM

In questa collana

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Il libro

Un’indagine serrata sui momenti critici che segnarono la fine del dominio romano d’Occidente, focalizzata sulle scelte prese dalla élite dominante del tempo

L'enigma del collasso dell'Impero romano ha appassionato ben più di una generazione. Eppure gli storici non sono concordi nelle cause di questa caduta, nemmeno in quelle più accreditate. Non soddisfa la teoria che accolla le maggiori responsabilità del crollo ai cosiddetti barbari, nè quella di chi, all'opposto, indica nella crisi delle istituzioni imperiali il principale colpevole. L’autore prende in esame gli ultimi cent'anni di storia della romanità, dalla morte di Valentiniano I sino alla deposizione di Romolo Augusto: un'indagine serrata sui momenti critici che punteggiarono la fine del dominio romano in Occidente, focalizzata sulle scelte prese dalla élite dominante del tempo. I vertici romani agirono guidati da un conservatorismo ottuso, incapaci di adattarsi a un mondo in radicale mutamento e di riconoscerne i pericoli, oppure affrontarono con coraggio e realismo le sfide che gli si paravano dinnanzi? Un'impostazione imperniata sulla consapevolezza dell'importanza dei bivi negli accadimenti storici e di come persino un ragionamento basato sull'ucronia, la storia alternativa, possa risultare utile.

L'autore

Claudio Cordella è nato a Milano il 13 luglio del 1974. Si è trasferito a Padova dove si è laureato in Filosofia, con una tesi dedicata all'utopismo di Aldous Huxley, e in seguito in Storia, con un lavoro imperniato sulla regalità femminile in età carolingia. Nel 2009 ha conseguito un master in Conservazione, gestione e valorizzazione del patrimonio industriale dopo aver svolto uno studio incentrato su di un canapificio storico; situato a Crocetta del Montello (Treviso), compiuto assieme a Carmelina Amico.

Scrive narrativa e saggistica; ha partecipato a diversi progetti antologici e ha collaborato con alcune riviste. È stato il vice direttore del web magazine Fantasy Planet (La Corte Editore). Nel 2012 ha partecipato all'ottavo Congreso Internacional de Molinologia, che si è svolto a Tui (Galizia), con un intervento intitolato Il mulino di Villa Bozza, la conservazione possibile, attraverso un progetto imprenditoriale, dedicato alla storia di un mulino padovano e scritto in collaborazione con Camilla Di Mauro.

Recentemente, per La Case Books, è uscito Fantabiologia. Dai mondi perduti a Prometheus, un saggio di storia della cultura popolare da Jules Verne a Sir Ridley Scott.

Dello stesso autore

Claudio Cordella, Inanna Imperium ISBN: 9788865308073 Claudio Cordella, Ludosfera Imperium ISBN: 9788865308127 Claudio Cordella, Sarara Imperium ISBN: 9788865308219

Introduzione

Poco a poco, il crepuscolo di Roma finì con l'apparire, a molti degli storici fra il 1920 e il 1930, quasi una pagina di storia contemporanea. Il richiamo, allora frequentissimo, alle vicende del nostro tempo rimane un sottinteso da cui ancor oggi riusciamo difficilmente a liberarci. Ciò non può meravigliare; l'idea di decadenza ha avuto sempre, più o meno, un riferimento attuale.

Santo Mazzarino, La fine del mondo antico. Le cause della caduta dell'impero romano, Rizzoli, Milano 1995, p. 178

L'immaginazione umana pare essere attirata da tutto quello che è gigantesco, una sorta di oscura fascinazione per i titani e per le catastrofi che da sempre accompagnano il momento della loro caduta. Nel campo della storia naturale, per esempio, esercita una potente attrazione, sia presso gli studiosi che tra i non addetti ai lavori, il mistero della scomparsa dei dinosauri. Certo, è vero che nel corso degli ultimi milioni di anni non son stati l'unica specie a sparire dalla faccia della Terra, eppure il destino di queste grandi creature ha saputo attirare su di sé l'attenzione di più di un intelletto brillante e di una gran quantità di curiosi. In ambito storico, credo che la caduta dell'Impero romano d'Occidente costituisca quello che l'estinzione di massa del Mesozoico rappresenta per i naturalisti. In entrambi i casi un dominio durato per un lungo periodo, a causa di numerosi fattori avversi, tramontò definitivamente per lasciar il campo libero ad altre realtà. L'idea che una specie possa scomparire, uno dei corollari dell'evoluzionismo darwiniano, ci ricorda la caducità della nostra esistenza. Un tremendo memento mori di carattere universale che ci coinvolge non solo come individui ma anche come appartenenti a una ben determinata famiglia di esseri viventi, destinata pure lei ad abbandonare presto o tardi il palcoscenico dell'esistenza. Analogamente, l'immagine del crollo di una grande civiltà come quella romana ci coinvolge tutti con un cupo presentimento perché ci fa pensare alla possibilità che anche la nostra possa un giorno tramontare allo stesso modo. Secondo lo storico inglese Bryan Ward-Perkins, tutti gli europei provano una sorta di ansia per il futuro quando pensano alla caduta di Roma: «[…] l'Europa conserva nel fondo della sua psiche la paura che, se è potuta crollare Roma, lo stesso può accadere alle più superbe civiltà moderne». The Fall of Rome and the End of Civilization, 2005, tr. it. La caduta di Roma e la fine della civiltà, Laterza, Roma – Bari 2010, p. 3.

Ritroviamo un giudizio similare pure in un lavoro del medievista tedesco Karl Ferdinand Werner (1924-2008), un'ambiziosa opera storiografica imperniata sui legami esistenti tra nobiltà medievale e aristocrazia senatoria: «La fine dell'Impero romano e della sua civiltà affascina l'Europa contemporanea sia che si tratti dell'Europa di fine secolo, con Nietzche, o di quella delle crisi seguite alla Grande Guerra, con il successo che Il tramonto dell'Occidente di Oswald Spengler dovette anche al suo titolo sensazionalistico. La fine dei grandi imperi e delle grandi civiltà è d'attualità alle soglie del terzo millennio, data l'ossessione di una grave crisi. Ne ritroviamo gli echi nelle pubblicazioni dotte, in cui sono peraltro una tradizione visto che, dall'Umanesimo in poi, l'Occidente porta il lutto per l'Impero romano discettando sulle cause della sua scomparsa». Karl Ferdinand Werner, Naissance de la noblesse. L’essor des élites politiques en Europe, 1998; tr. it. Nascita della nobiltà. Lo sviluppo delle élite politiche in Europa, Einaudi, Torino 2000, p. 9.

Gli stessi Romani, se si pensa ai foschi presentimenti del generale Cornelio Scipione l'Emiliano dopo aver distrutto Cartagine nel 146 a. C.¹ per riconquistare la nostra penisola. Il suo obiettivo era quello di riportarla sotto il controllo imperiale. Già in precedenza, tra il 533 e il 534, l'imperatore bizantino era riuscito a riprendersi l'Africa settentrionale dai Vandali. Dal suo punto di vista anche gli Ostrogoti che si erano sistemati in Italia, esattamente come qualsiasi altra coalizione etnica barbarica che avesse eretto un proprio regno sulle macerie di una provincia romana, erano sostanzialmente degli occupanti abusivi da scacciare.

Non è qui il posto per indagare sulle complesse relazioni che vennero a instaurarsi tra Romani e Barbari, quel che mi preme sottolineare è come l'ideale della romanità fosse altro da quello della necessità di venire a patti e di riconoscere fastidiose situazioni di indipendenza de facto all'interno della Romania.² Indubbiamente Teodorico il Grande (454-526), re degli Ostrogoti, si era recato in Italia con la benedizione di un predecessore di Giustiniano, tale Zenone, il quale era anch'egli sotto molti aspetti un barbaro,³ perché sconfiggesse Odoacre (433-493), colui che aveva deposto l'ultimo imperatore occidentale. Eppure questa era solo la sgradevole pratica politica, portata avanti per necessità in un mondo che sembrava voler ignorare ogni giorno sempre di più i sogni dei Romani. In realtà, l'idea della romanità andava in un senso completamente opposto. Lo stesso periodo giustinianeo ci ha tramandato alcune splendide opere d'arte, come l'avorio Barberini conservato al museo del Louvre di Parigi, che ben rappresenta l'idea che i nostri antenati dovevano avere dell'ordine mondiale: «[…] imperatore a cavallo raffigurato sul grande dittico a cinque scomparti che si trova al Louvre, e che viene identificato generalmente con Anastasio I (491-518) o Giustiniano (527-565). Questo avorio Barberini come lo si chiama per tradizione, è un capolavoro di quest'arte. Il rilievo rappresenta un trionfatore dei Barbari: uno Scita gli tiene la lancia, mentre Sciti e Indiani gli portano il tributo, e un generale romano lo onora presentandogli la statuetta della Vittoria. La Terra personificata sorregge il piede dell'eroe, per mostrare che il suo potere si estende alla terra intera, e il Cristo stesso, dall'alto del cielo, benedice il suo luogotenente fedele». André Grabar, L'âge d'or de Justinien , 1966; tr. it. L'età d'oro di Giustiniano. Dalla morte di Teodosio all'Islam , Rizzoli, Milano 1980, p. 278, fig. 319 e 322.

Quantomeno così come avrebbe dovuto essere secondo le loro aspirazioni: l'imperatore in trionfo, circondato da popolazioni tributarie adoranti, vincitore dei barbari, popoli incivili che meritavano solo di essere schiacciati. La storia del Mediterraneo e dell'Europa, in particolare dal momento della morte di Giustiniano nel 565, non andò mai nella direzione voluta dai Rhomaioi che continuarono inutilmente a sperare in una riconquista che non si sarebbe mai realizzata. In realtà, nonostante tutti i progetti e le idealità utopistiche, l'impero bizantino da realtà multi-etnica che era ancora nel V-VI secolo si restrinse ben presto alle dimensioni di un regno greco circondato da una moltitudine di nemici.⁴ Seppur ufficialmente l'inizio del medioevo viene fissato con il 476, in realtà anche il secolo successivo è annoverato all'interno di quello che il Brown chiama tardo antico. Secondo la definizione di questo studioso, questa singolare epoca di transizione avrebbe il suo inizio con la morte dell'imperatore-filosofo Marco Aurelio (121-180) per terminare solo con l'avvento del profeta Maometto (570 circa – 632) e delle conquiste islamiche della prima metà del VII secolo, andando quindi a sovrapporsi parzialmente con l'alto medioevo. Una simile periodizzazione, che definisce una sorta di epoca di interfaccia tra l'evo antico e quello medievale, ha preso sempre più piede, individuando un periodo storico dotato di una sua ben precisa fisionomia.

Il lasso di tempo da noi preso in considerazione, gli ultimi cent'anni dell'Impero romano d'Occidente, va dagli anni '70 del IV secolo agli anni '70 del V. Simbolicamente esse racchiudono un segmento importante del tardo antico, comprendendo gli ultimi convulsi avvenimenti della romanità occidentale. Naturalmente non si deve esagerare riguardo alla loro importanza, Roma aveva già perso delle battaglie prima della battaglia di Adrianopoli del 378 e già prima del 476 diverse province romane erano state sottratte de facto al controllo del governo centrale. Se mi è consentita questa metafora, in Italia non sarebbe spirato il vento del medioevo se non dopo la guerra greco-gotica e la successiva migrazione nel nostro paese dei Longobardi. Al contrario, la sostituzione di un imperatore – fantoccio come Romolo Augusto con dei sovrani d'origine barbara non cambiò granché le cose. Lo fecero piuttosto vent'anni di guerra, combattuta proprio in nome di un utopistico ideale di romanità, associati alla successiva invasione longobarda. Furono questi avvenimenti a porre un taglio netto con il passato. Come ci ricorda lo storico Alessandro Barbaro, nell'introduzione di una sua monografia dedicata proprio alla battaglia di Adrianopoli, non si deve esagerare l'importanza degli avvenimenti del 476, i quali però ci indicano comunque la conclusione definitiva di processi da tempo in atto: «Ma in realtà quello fu solo il punto d’arrivo d’un processo che era cominciato molto tempo prima, e in quel momento i giochi erano già fatti da un pezzo. L’imperatore era un fantoccio senza nessun potere effettivo; l’impero si era già disgregato e perdeva i pezzi uno dopo l’altro, i barbari la facevano da padroni in Gallia, in Spagna, in Africa, e perfino in Italia; c’era già stato il sacco di Roma, anzi ce n’erano stati due, ad opera dei Goti nel 410 e poi dei Vandali nel 455, e insomma la dissoluzione dell’impero era già così avanzata che perfino la deposizione dell’ultimo imperatore d’Occidente non faceva più notizia». Alessandro Barbero, 9 agosto 378.Il giorno dei barbari, Laterza, Roma – Bari, p. 3.

Del resto già Arnoldo Momigliano (1908-1987), in un suo saggio del 1980 (La caduta senza rumore di un impero), aveva espresso un giudizio similare.⁵ Ci ritorneremo sopra più avanti a tempo debito. È bene però tenere a mente sin da adesso come il resto d'Europa si fosse già aperta una nuova parentesi storica ben prima del 476. La Britannia, per esempio, quando venne abbandonata a sé stessa nel 410 d. C. Quel che avvenne nel V-VI secolo nell'isola lo possiamo dedurre da scarse fonti documentarie e da una ricca messe di materiale archeologico variamente interpretabile. Solo una cosa è sicura, nella seconda metà del V secolo qualsivoglia traccia di romanizzazione, anche nella Britannia meridionale, venne spazzata completamente via. Quando Romolo Augustolo venne incoronato, molti degli ex-sudditi dell'impero vivevano da tempo in una dimensione assai diversa di quella in cui era immerso l'ultimo imperatore o il suo collega di Costantinopoli. Già dal saccheggio di Roma del 410, per opera delle truppe di Alarico, per molti cittadini romani era iniziato il conto alla rovescia per la fine dei giorni. Il mito nazionale voleva Roma eterna e sempre vincente, l'abbiamo visto, eppure la realtà andava sempre più in direzione opposta; alcuni intellettuali cristiani come Paolo Orosio (375-420) e Aurelio Agostino di Ippona (345-430), provarono a fornire delle risposte per conciliare questa bruciante aporia e cercare di consolare i propri contemporanei. Questa romanità perenne iniziò ad assumere connotati sempre più spirituali piuttosto che materiali, data la preoccupante assenza di imperatori trionfanti. Insomma, che la rovina fosse imminente, o quantomeno possibile, doveva essere un'idea che si stava diffondendo tra la popolazione. Anzi, a seconda di dove si vivesse quest'ultima poteva essere già un fatto inevitabile. Sempre Brown ci ricorda di come un santo come san Severino predicasse sia a romani che a barbari, laddove le frontiere fortificate dell'impero erano ormai state annientate e dove lo stesso imperatore non poteva che essere una figura mitica, lontana e semi-leggendaria sin dagli anni '50 del V secolo. Quantomeno per gli sfortunati abitanti del Norico, l'attuale Austria occidentale, che stavano sperimentando sulla loro pelle quello che i britanni avevano avuto già il discutibile onore di provare qualche decennio prima: «Severino fu un santo delle frontiere aperte. Misterioso straniero, arrivò nel Norico come eremita verso il 454 d. C. Alcuni pensano che fosse uno schiavo fuggitivo; ma parlava il buon latino di un Romanus di classe elevata. Fino alla morte, nel 482, continuò a spostarsi lungo il Danubio, da una cittadina difesa da mura a un'altra, predicando la penitenza collettiva, organizzando collette per l'aiuto ai poveri, denunciando accaparramenti di grano nei periodi di carestia». The Rise of Western Christendom , 1995; tr. it. La formazione dell’Europa cristiana. Universalismo e diversità 200-1000 d. C. , Rcs su licenza Laterza, Milano 2004, p. 93. Dunque il sant'uomo si muoveva in una regione dove i reucci barbari e il briganti la facevano da padroni mentre l'impero, nel migliore dei casi, era una sorta di remota eredità, un lacerto del passato.

In definitiva, l'Europa non entrò compatta, spaccando il secondo di qualche immaginario cronometro della Storia, nell'evo di mezzo ma al contrario ciascuna provincia della pars Occidentis dell'impero vi fece il suo ingresso con modalità e tempi diversi. Tutto questo testimonia una volta di più il disfarsi della compagine romana, le diverse regioni dell'impero non marciarono unite verso un ignoto futuro, quanto piuttosto ciascuna di esse andò incontro a modo suo al suo peculiare destino. Quel che si tenterà di descrivere è l'importanza degli avvenimenti circoscritti tra gli anni '70 del IV secolo e gli anni '70 del V secolo, tra antichità e medioevo, all'interno di uno dei periodi più interessanti e terribili della storia occidentale.


¹. È lo storico greco Polibio (206 a. C. – 124 a. C.) a raccontarlo: «Ma lo stesso conquistatore di Cartagine, Cornelio Scipione Emiliano, fu preso dall'oscuro presentimento di una morte, vicina o lontana, di Roma. Polibio, il grande storico del circolo degli Scipioni, si trovava allora, nel 146 a. C., vicino a lui, e colse quell'attimo di tristezza nel condottiero». Mazzarino, La fine del mondo antico , p. 23.

². «Il romano medio sentiva in maniera più viva di prima che era solo e doveva unirsi contro un mondo esterno minaccioso; ognuno dentro l'impero poteva essere calcolato un romanus , e l'impero stesso veniva ora chiamato Romania». Brown, Il mondo tardo antico, p. 32. Si veda anche: Lellia Cracco Ruggini, I barbari in Italia nei secoli dell'impero, in Magistra barbaritas: i barbari in Italia, a cura di Giovanni Pugliese Carratelli, Garzanti/Scheiwiller, Milano 1990, pp. 3-51; Peter Heather, Goths and Romans 332-489 , Clarendon Press, Oxford 1992; Stefano Gasparri, Prima delle nazioni: popoli, etnie e regni fra antichità e Medioevo , Carocci, Roma 1998; Walter Pohl, Le origini etniche dell'Europa: barbari e romani tra antichità e medioevo , Viella, Roma 2000.

³. Zenone (425 circa – 491) apparteneva al popolo degli Isauri, montanari dell'Anatolia (attuale Turchia) considerati come barbari e dediti al brigantaggio: Georg Ostrogorsky, Geschichte des Byzantinischen Staates, 1963; Storia dell’impero bizantino , Einaudi, Torino 1993, pp. 53-54.

⁴. Una cesura fondamentale è rappresentata dal regno dell'imperatore d'Oriente Eraclio (575-641), costui pose le basi per la riorganizzazione di quel che rimaneva dello stato romano, combatté una guerra ventennale contro l'Impero persiano solo per vedersi strappare i sudati frutti delle sue conquiste da una nuova potenza emergente rappresentata dai conquistatori Arabi convertiti all'Islam (battaglia dello Yarmuk in Siria, 636). Dopo lui la pars Orientis iniziò a sviluppare caratteri propri e a diventare un autentico regno medievale: «Nel gennaio del 641 muore Eraclio, facendo a tempo a vedere azzerati i risultati di una lotta durata vent'anni. Lascia una successione ibrida e divisa, giacché ha da poco incoronato, nel 638, il proprio figlio di secondo letto Eracleona, auspicando nel proprio testamento che quest'ultimo condivida il potere alla pari con il proprio fratellastro Eraclio Costantino, sotto l'autorità dell'imperatrice Martina. I conflitti familiari non cesseranno di affliggere la dinastia fino alla fine del secolo, prima che si stabilisca la pratica di una sorta di primogenitura. Malgrado questo handicap politico, gli imperatori successivi proseguiranno la riorganizzazione incominciata un po' alla volta sotto il suo regno -giacché non c'è una vera e propria riforma di Eraclio, come certi storici hanno un tempo creduto-e assicureranno la sopravvivenza di un Impero dal territorio e dalle risorse ridotte, sempre più lontano dall'eredità romana. È l'inizio dello Stato medio – bizantino». CÉcile Morrison, Gli avvenimenti: una prospettiva cronologica , in Il mondo bizantino. L'impero romano d'Oriente (330-641) , Vol.1, edizione italiana a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini, Einaudi, Torino 2007, pp. 31-51). Una guida fondamentale per la storia dell'Impero d'Oriente nel medioevo è ancora oggi rappresentata dalla Storia dell'impero bizantino dello storico d'origine russa Georg Ostrogorsky (1902-1976), inquadra nel regno di Eraclio e dei suoi successori un'epoca di cesura, rappresentando per Costantinopoli il VII secolo e non il V il momento di passaggio all'età di mezzo: Storia dell'impero bizantino , pp. 85-125.

⁵. Arnaldo Momigliano, La caduta senza rumore di un Impero nel 476 d.C. , in Concetto, storia, miti e immagini del Medio Evo , a cura di V. Branca, Firenze 1973, pp. 409-428. Si veda anche il lavoro dello storico francese Henri – Irénée Marrou (1907-1977): Décadence romaine ou antiquité tardive? III-IV siècle , 1977; tr. it. Decadenza romana o tarda antichità? III-IV secolo, Jaca Book, Milano 1979.

1. La morte di Valentiniano I

Dal 364 al 375, un austero uomo della Pannonia, Valentiniano I, resse con fermezza l'Occidente dai confini settentrionali. Il senato odiava e temeva gli amministratori di carriera imposti dall'imperatore, e questi pur essendo cristiano sistematicamente combatté la crescente intolleranza dei vescovi cattolici. Fu l'ultimo grande imperatore che regnò in Occidente.

Brown, Il mondo tardo antico, p. 94

C'è molta verità, oltre a un pizzico di esagerazione, in questa descrizione di Valentiniano I (321-375); fu senz'altro uno degli ultimi sovrani degni di nota della romanità ma forse non fu lui l'ultimo dei grandi. Sicuramente fu il fondatore di una potente dinastia che regnò sia sull'Impero romano d'Occidente, che su quello d'Oriente tra il IV e il V secolo: il casato Valentiniano, il quale finì ben presto per unire i propri destini con quello Teodosiano. Il mondo in cui Valentiniano visse, aveva subito radicali quanto sconvolgenti mutamenti, non solo era molto diverso da quello della Repubblica, le cui antiche magistrature rimanevano in vigore quale mera reliquia del passato, ma persino da quello di Cesare Ottaviano Augusto, il fondatore dell'impero.

Nel corso del secolo precedente la compagine romana aveva rischiato seriamente il collasso: anarchia militare, effimeri imperatori che continuavano a sgozzarsi tra loro, problemi ai confini sia con i Persiani in Oriente, governati dalla dinastia Sassanide, e con le sempre più agguerrite confederazioni tribali germaniche. Lo stesso imperatore-filosofo Marco Aurelio, nel II secolo d. C., venne costretto a combattere a lungo Quadi e Marcomanni. In seguito, nel corso del caotico III secolo e poi nel IV-V secolo, il problema non fece altro che peggiorare e a richiedere una sempre crescente attenzione da parte delle autorità romane. Per farlo l'impero dovette letteralmente mutare pelle, come un serpente che abbandona il suo vecchio involucro per quello nuovo o come un insetto che compie una metamorfosi (GÉza Alföldy, Römische Sozialgeschichte, 1984; tr. it. Storia sociale dell'antica Roma, Il Mulino, Bologna 2000, pp. 227-260).

Durante il III secolo la crisi economica, la debolezza delle istituzioni e i nemici esterni assommati erano diventati un cocktail letale; si giunse persino a un punto di rottura in cui diverse parti dell'impero tentarono di andarsene per la loro strada cercando di cavarsela da soli. Si ebbe un Imperium Galliarum (Impero delle Gallie), comprendente Gallia, Britannia e Spagna per opera di Marco Cassiano Latinio Postumo, mentre l'Oriente finì per alcuni anni sotto l'influenza della famiglia reale di Palmira, città situata nell'attuale Siria. La risposta a tutti questi gravi problemi, economici, sociali, politici e strategici, fu risolta da un pugno di riformatori senza i quali, molto probabilmente, Roma sarebbe caduta con abbondante anticipo e la stessa storia medievale sarebbe stata molto diversa da quella che conosciamo. Sul lungo periodo però tali rimedi, che avrebbero dovuto risanare la romanità dal cancro che la stava divorando dall'interno così come da renderla capace di affrontare i propri nemici interni, non furono sufficienti. Persino Brown, il quale parla senza mezzi di termini di quanto si fosse rinvigorito e rinnovato lo stato romano durante il IV secolo, non poté fare a meno di notare come i nipoti di questa età della restaurazione, nonostante i titanici sforzi compiuti dai loro nonni, non fossero più cittadini romani ma sudditi di sovrani locali, re che comandavano su entità regionali romano-germaniche (Brown, Il mondo tardo antico, p. 94). Non vorremmo comunque peccare di un eccesso di criticismo, grazie a loro l'impero, pur se rivoltato come un guanto, sopravvisse per altre due generazioni. Diocleziano (244-311), pur non godendo della simpatia di scrittori cristiani a lui contemporanei come Lattanzio (205-317), essendo stato responsabile di alcune persecuzioni anti cristiane, cercò di fortificare in ogni modo e in ogni suo aspetto la struttura della compagine statale (André Chastagnol, L'accentrarsi del sistema: la tetrarchia e Costantino, in Storia di Roma. Volume terzo. L'età tardoantica I: Crisi e trasformazioni, a cura di A. Carandini & L. C. Ruggini & A. Giardina, Einaudi, Torino 1993). Inoltre Diocleziano diede una svolta in un senso ancor più assolutistico all'impero. Dopo di lui l'Augusto in carica divenne un despota che ricordava i sovrani orientali, eppure al tempo stesso il sistema tetrarchico da lui introdotto fece del lavoro del sovrano una magistratura collegiale. Proprio per questo l'archeologo e storico francese Paul Veyne, uno dei più insigni antichisti viventi, giunse a interrogarsi sulla reale natura della carica di imperatore, sulle sue contraddizioni relative al suo essere al tempo stesso sia un sovrano, non privo di attributi divini, che un magistrato, nominato quale espressione della volontà collettiva.

Secondo i progetti dioclezianei ci sarebbero dovuti essere due Augusti, uno per l'Occidente e uno per l'Oriente, i quali avrebbero dovuto scegliere un proprio successore, chiamato Cesare. Ciascuno di loro avrebbe avuto una propria capitale e un territorio di competenza da amministrare. Roma, che già da tempo aveva dovuto accogliere degli imperatori eletti altrove nelle province, venne declassata al rango di capitale nominale e non più effettiva dello stato. Rimaneva un luogo unico, il fulcro della romanitas, nonché la sede del Senato, ma il potere risiedeva ormai altrove e nelle province occidentali, data la sua relativa vicinanza alle frontiere settentrionali, la capitale prescelta divenne Milano. Le province furono ridimensionate, riunite in circoscrizioni più ampie dette diocesi che a loro volte venivano riunite in prefetture. Per esempio, la Prefettura del pretorio d'Italia comprendeva la Diocesi dell'Italia Annonaria (estesa sino al Danubio e alla Dalmazia), oltre a quella dell'Italia suburbicaria e a quella dell'Africa: «L'ordinamento dell'impero è divenuto piramidale: alla base sono le singole province, unità territoriali più ridotte delle precedenti, che quindi aumentano di numero, raggiungendo quasi la novantina. In questo processo di frazionamento esse perdonola propria individualità geografica, culturale e storica. […] Il secondo gradino della piramide è rappresentato dalle 13 diocesi, rette da vicarii, alle quali le nuove province fanno capo; le diocesi, poi, dipendono dalle 4 prefetture del pretorio. Le responsabilità, salvo per i vicarii – i quali rispondono direttamente all'imperatore – seguono l'ordine gerarchico. I governatori, privati del potere militare, sono divenuti ormai funzionari soggetti in ogni momento al controllo da parte dei superiori». Cinzia Vismara, Il funzionamento dell'Impero, Edizioni Latium, Roma 1989, p. 28. A parte il fatto che le truppe troveranno sempre e comunque il modo di far sentire la loro voce, seguendo questo o quell'usurpatore, sino al tracollo finale della compagine militare, con questa riforma amministrativa l'Italia perde per sempre le sue antiche immunità fiscali.⁷ Lo stato post-dioclezianeo, pur con tutte le differenze del caso che si devono fare, inizia ad assomigliare maggiormente a un'amministrazione statale così come la concepiamo oggi. Se non altro per la presenza di funzionari professionisti, che esercitano a tempo pieno il loro mestiere (Vismara, Il funzionamento dell'Impero , p. 29) anche se, non bisogna dimenticarlo, la burocrazia tardo romanaappare comunque come decisamente leggera se paragonata agli standard degli Stati-nazione contemporanei. Brown, che pure sottolinea questa natura semplificata dell'apparato statale imperiale, parla chiaramente di un'autentica aristocrazia dei servizi, consolidatasi durante l'impero di Costantino tra il 324 e il 337. Una classe di regolari funzionari pubblici che venivano pagati con la nuova moneta d'oro del IV secolo, il solidus aureo, il quale avrà lungo corso attraverso tutto il medioevo come un autentico dollaro ante litteram ( Il mondo tardo antico , p. 22). È logico pensare che al contrario, per i Romani del IV secolo, le riforme iniziate da Diocleziano e portate avanti dai suoi successori, ridisegnassero ai loro occhi uno stato che era al tempo stesso sofisticato, eccessivamente complicato e a volte decisamente soffocante. I problemi in effetti non tardarono a far capolino.

Purtroppo per il suo creatore, il macchinoso sistema tetrarchico, ideato proprio per garantire la successione senza che ci fossero guerre civili, si inceppò sin dall'inizio provocando tutta una serie di lotte fratricide all'interno della Romania. Si trattò di una situazione non certo semplice, che rischiò di frammentare nuovamente quell'impero che era stato appena riorganizzato con così tanta fatica: «[…] Diocleziano aveva creduto di regolare automaticamente la trasmissione del potere, così come la partecipazione al potere. Così, il primo maggio 305, Costanzo, primo Cesare, diviene primo Augusto e Galerio, secondo Cesare, diviene secondo Augusto; sono sostituiti rispettivamente da Severo e da Massimino Daia, nuovi Cesari e futuri Augusti. Ma il meccanismo è alterato dal carattere eterogeneo dei principi sui quali riposa». Roger RÉmondon, La crisi de l'empire romain, de Marc Aurèle à Anastase, 1964; tr. it. La crisi dell'Impero romano. Da Marco Aurelio ad Anastasio, Mursia, Milano 1975, p. 105. In poche parole, queste complesse regole di successione, causa immediata di sanguinosi conflitti nel IV secolo e di non poche emicranie agli studenti contemporanei, con tutti i suoi Augusti e i suoi Cesari, con i primati d'anzianità destinati a essere ignorati e modelli di scelta di un sovrano irrealistici, era destinato a fallire sin dall'inizio. Nella misura in cui l'imperator era un magistrato eletto da qualcuno, non un rex vero e proprio, erano le truppe a essere nella condizione di elevare un semplice cittadino al rango imperiale. Gli eserciti di Costanzo Cloro, infischiandosene altamente delle cervellotiche regole di Diocleaziano, che prevedevano una cooptazione dall'alto per mezzo di una filiazione adottiva, scelsero il figlio del loro comandante: Costantino. Un esempio da manuale di come le utopie costruite a tavolino vadano inevitabilmente a scontrarsi con gli spiacevoli dati di fatto della realtà. I convulsi eventi successivi, fatti di lotte e alleanze tra i tetrarchi, sono assai difficili da seguire. Anche se credo che gli odierni fans dell'interminabile saga fantasy Song of Ice and Fire (Cronache del ghiaccio e del fuoco) dello statunitense George R. R. Martin, nonché del relativo serial di successo Game of Thrones (Il trono di spade), troverebbero nelle dispute tardo romane quegli stessi elementi che amano così tanto nella finzione: ovverosia intrighi, sesso e violenza. Alla fine il vincitore di questo gioco dei troni fu un altro grande riformatore, il sopracitato Costantino I (274-337), il quale diede così vita a un proprio casato. Il modello tetrarchico finì sostanzialmente con l'essere abbandonato ma due importanti intuizioni a esso associato furono conservate: ovverosia che dovessero esserci due Augusti e due capitali, un elemento caratterizzante dell'impero romano che permarrà sino a che una delle due partes imperii non cesserà di esistere. A costui dobbiamo anche il Concilio di Nicea del 325⁸ da cui deriva il credo che viene tutt'oggi recitato nelle Chiese cattoliche, presieduto dall'imperatore. Certo, Costantino al tempo non era stato nemmeno battezzato, il che non era per nulla strano poiché nel IV secolo si credeva che il rito battesimale cancellasse tutti i peccati e che quindi fosse meglio che gli adulti lo rinviassero il più tardi possibile. Non a caso il celebre monarca, con le mani sporche di sangue dei propri famigliari e con non poche macchie sulla coscienza, si fece battezzare solo in punto di morte. Il che però, sin dall'evo tardo antico, non contribuì a mettere sotto una luce migliore un concilio frutto di mille compromessi, influenzato per di più da un uomo che era molte cose ma di sicuro non un profeta, un messia o un santo.⁹

L'intervento del potere imperiale in questioni di carattere religioso, delineò un'inedita alleanza tra trono e altare, con la relativa tendenza dell'autorità centrale a voler definire che cosa fosse il credo autorizzato (ortodossia) e che cosa al contrario non lo fosse (eresia). Si trattò di un modus operandi gravido di conseguenze. L'infuocato dibattito teologico e l'unione di un potere dispotico con una fede monoteista (ben poco tollerante nei confronti delle altre religioni, in primis con il politeismo), unito al desiderio dei sovrani di appoggiare di volta in volta questa o quella visione del divino, supportando questa o quella fazione oppure cercando disperatamente una composizione pacifica tra le parti, rese ancor più il IV-V secolo un'autentica polveriera pronta ad esplodere. Costantino, responsabile della cristianizzazione della Romania con quello che viene tradizionalmente chiamato Editto di Milano del 313, fondò una nuova città, edificata sul sito dell'antica colonia greca di Bisanzio. In realtà, più che un editto vero e proprio si trattò di una serie di misure applicative e integrative di un precedente provvedimento legislativo di Galerio.¹⁰ Il processo in questione, indipendentemente dai desideri degli apologeti del cristianesimo di ieri e di oggi, era ancora agli inizi e i culti pagani erano tutt'altro che scomparsi o proibiti. La città di Costantino così non ospitò solo un palatium imperiale, un senato, delle terme ma anche tre chiese e un tradizionale tempio capitolino (Cécile Morrison, La capitale , in Il mondo bizantino. L'impero romano d'Oriente (330-641) , Vol. 1, edizione italiana a cura di Silvia Ronchey e Tommaso Braccini, Einaudi, Torino 2007, pp. 197-206). La politica religiosa tardo romana e le credenze delle persone dell'epoca erano infinitamente più complesse, ed eclettiche, di quanto comunemente si pensi, rifuggendo spesso da qualsivoglia schematismo (Paul Veyne, Quand notre monde est devenu chrétien (312-394) , 2007; tr. it. Quando l’Europa è diventata cristiana (312-394) , Garzanti, Milano, 2008). Insomma il dominio di Costantino era ancora un pluralista impero pagano e cristiano, piuttosto che un'asfissiante teocrazia monoteista e intollerante. I lavori per questa Nuova Roma vennero programmati sin dal 324 ma iniziarono effettivamente solo due anni dopo, segnando l'inizio di un'inedita civiltà millenaria che affondava le proprie radici nell'ellenismo, nella tradizione romana e della spiritualità cristiana in base alla felice definizione coniata dall'Ostrogorsky (1902-1976): «Struttura statale romana, cultura greca e religione cristiana sono le fonti culturali principali dello sviluppo dell'impero bizantino. Se si prescinde da uno di questi tre elementi, ci si preclude la comprensione della cultura bizantina. […] Questa sintesi è stata resa possibile dallo spostamento del baricentro dell'impero romano verso Oriente determinato dalla crisi del III secolo, che ebbe la sua espressione più manifesta nella cristianizzazione dell'impero romano e nella fondazione della nuova capitale sul Bosforo». Georg Ostrogorsky, Storia dell’impero bizantino , pp. 26-27.

La data di nascita ufficiale della nuova metropoli viene fissatal'11 maggio 330, all'epoca molto probabilmente questo grande evento venne festeggiato da riti sia pagani quanto cristiani (Paolo Siniscalco, Il cammino di Cristo nell'impero romano, Laterza, Roma – Bari 2004, pp. 178-179). Quando Valentiniano I assunse ai vertici dell'impero, la situazione sopra descritta era ormai la norma da alcuni decenni. L'ultimo discendente di Costantino, noto come Giuliano l'Apostata (331-363) perché aveva abbandonato il cristianesimo in favore del politeismo tradizionale, quei culti che i cristiani ora chiamavano con disprezzo paganesimo, era morto combattendo contro i Persiani. Lo storico Ammiano Marcellino (330-397), una delle fonti più importanti che abbiamo riguardo al IV secolo, fu uno dei primi grandi ammiratori di Giuliano e nei suoi Rerum gestarum libri (Le storie) ci racconta di come il giovane sovrano trentaduenne, sorpreso da una sortita persiana, si fosse gettato nella mischia privo della protezione della sua corazza. Senz'altro una dimostrazione di eroismo ma al tempo stesso di incoscienza, colpito da una lancia e morì poco dopo (Ammiano Marcellino, Rerum gestarum libri; tr. it. a cura di Antonio Selem, Le storie. Volume secondo. Libri XXIII

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