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Il Doge
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E-book439 pagine6 ore

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Cosa spinge un uomo a tradire la propria nazione? Perché un militare, che ha giurato fedeltà alla propria patria, vende documenti top secret? 
Il Doge, un romanzo che parla di vicende sempre attuali.

Gli farò incidere l’ubicazione del tesoro, così che Venezia possa trovare la strada per la libertà anche senza di noi.
Queste furono le parole dell'ultimo Doge...
In cambio della mappa per il tesoro di Venezia scomparso nel 1797 e mai ritrovato, il ministro della Difesa italiano trucca l'appalto per la fornitura di venti aerei da caccia. L'UCI, Unità di Crisi Interna, un organismo militare non ufficiale, incarica delle indagini il tenente di vascello Brando Lanteri e Stella De Vicaris, un’agente alle dipendenze della Difesa.
I due scoprono un collegamento tra il vincitore dell'appalto, un magnate americano dall’oscuro passato, e una società informatica specializzata in giochi virtuali. Nell’indagine li aiuta un geniale programmatore, ideatore di un sistema intelligente in grado di decriptare qualunque codice e passare da un sistema operativo all'altro.
La posta in gioco vale centinaia di milioni di dollari, ogni esitazione equivale alla morte. Tra Venezia, Lisbona e New York, la vicenda si svolge in un crescendo di suspense e di tensione, fino a che, in un antico palazzo affacciato sul Canal Grande, tutto si conclude. Ma rimane ancora qualcosa in sospeso…
 
 
LinguaItaliano
Data di uscita18 ott 2016
ISBN9788894806007
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    Il Doge - Raffaella Bossi

    RAFFAELLA BOSSI

    IL DOGE

    EDIZIONI IL VENTO ANTICO

    PAGINA DI BENVENUTO

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    Indice

    ABOUT THE BOOK

    In cambio della mappa per il tesoro di Venezia scomparso nel 1797 e mai ritrovato, il ministro della Difesa italiano trucca l'appalto per la fornitura di venti aerei da caccia. L'UCI, Unità di Crisi Interna, un organismo militare non ufficiale, incarica delle indagini il tenente di vascello Brando Lanteri e Stella De Vicaris, un’agente alle dipendenze della Difesa.

    I due scoprono un collegamento tra il vincitore dell'appalto, un magnate americano dall’oscuro passato, e una società informatica specializzata in giochi virtuali. Nell’indagine li aiuta un geniale programmatore, ideatore di un sistema intelligente in grado di decriptare qualunque codice e passare da un sistema operativo all'altro.

    La posta in gioco vale centinaia di milioni di dollari, ogni esitazione equivale alla morte. Tra Venezia, Lisbona e New York, la vicenda si svolge in un crescendo di suspense e di tensione, fino a che, in un antico palazzo affacciato sul Canal Grande, tutto si conclude. Ma rimane ancora qualcosa in sospeso…

    Una coppia d'azione che non dimenticherete, nel miglior stile dei maestri dell'avventura.

    Un libro che non può mancare nella biblioteca degli amanti dell'avventura.

    Serie

    I Romanzi

    I fatti e i personaggi rappresentati nella seguente opera e i nomi e i dialoghi ivi contenuti sono unicamente frutto dell’immaginazione e della libera espressione artistica dell’autore. Ogni similitudine, riferimento o identificazione con fatti, persone, nomi o luoghi reali è puramente casuale e non intenzionale.

    A Luca,

    con tutto il mio amore

    PROLOGO

    10 maggio 1797

    La notte era tiepida e profumava di salsedine. Da Dorsoduro un uccello lanciò un grido roco che rotolò nel silenzio fino a spegnersi. Nessun rumore dalle banchine, solo lo sciabordio dell’acqua contro le fondamenta che giungeva smorzato agli uomini in attesa sulle barche.

    A Palazzo Ducale le torce ardevano vivaci nelle sale deserte. Erano rimasti solo alcuni soldati di guardia alla scala che conduceva agli appartamenti del Doge. Un ufficiale si congedò e si allontanò. Il rumore dei suoi passi e il fruscio delle code della giacca rossa contro le gambe inguainate nei pantaloni bianchi lo seguirono lungo i corridoi. L’uomo scese la Scala dei Giganti senza degnare di uno sguardo le statue marmoree di Marte e Nettuno, passò sotto l’Arco Foscari e uscì dalla Porta della Carta nel porticato della piazzetta di San Marco. La luce tremolante dei lampioni si raccoglieva sul selciato in immaginarie pozze d’acqua che riverberavano i colonnati di Palazzo Ducale e della Biblioteca Marciana. L’ufficiale rimase un momento in ascolto. In lontananza udì la risata di una donna, più vicino un gatto in amore e degli ubriachi che cantavano. Si lasciò la basilica alle spalle e proseguì verso il molo, oltrepassò le Colonne di San Giorgio e San Teodoro con un gesto di scongiuro. Lì era eretto il patibolo per le esecuzioni capitali, un luogo maledetto e nessun veneziano lo avrebbe oltrepassato. Si allontanò e raggiunse la banchina. Un pontile di legno si allungava come una propaggine di Venezia nella laguna. Nell’oscurità una figura solitaria si stagliava in un bagliore incerto.

    «Vostra Eccellenza, le gondole sono state caricate.»

    «Avete preso tutto?»

    «Sì, Vostra Eccellenza, abbiamo lasciato solo le statue meno preziose e quelle impossibili da spostare.»

    «Molto bene capitano, dia l’ordine di salpare» e il Doge si allontanò. I membri del Consiglio dei Dieci lo attesero al termine della passerella ansiosi di sapere, ma Ludovico Manin fece solo un cenno e si spostò a poppa sotto il baldacchino protetto da pesanti tendaggi e si lasciò cadere sul seggio di legno intarsiato. Chiuse gli occhi sperando che i pensieri svanissero, invece le lacrime traboccarono gonfie di tutto il dolore che lo opprimeva e lo avrebbe portato alla pazzia. A prua accesero una lampada e per tre volte ne schermarono la luce con un drappo nero. Pochi attimi dopo, dal rio del Palazzo uscirono dieci gondole da trasporto, tanto cariche da sprofondare fino all’orlo delle battagliole. Gli uomini seduti a coppie sulle panche di legno si piegarono in avanti e iniziarono a vogare faticosamente. La laguna era tranquilla, solcata da piccole onde pigre che si richiudevano sulla loro scia per proseguire la corsa verso terra. Arrivarono alla punta della Dogana, sulla destra la maestosa cupola della chiesa della Salute sorvegliò la piccola flotta procedere dietro al Bucintoro attraverso il canale della Grazia, tra la Giudecca e San Giorgio Maggiore. Proseguirono nello stretto braccio di mare incrociando una barca di pescatori. Quegli uomini erano usciti in mare in piena notte per tutta la vita e mai avrebbero immaginato di incontrare il Bucintoro seguito da una decina di gondole da carico. Si fermarono con i remi al cielo in segno di saluto e lo guardarono sfilare superbo come un re. Rimasero così, finché non scomparve nell’oscurità poi, sbigottiti da un senso di sciagura imminente, ripresero a remare.

    Non c’era la luna e le stelle delineavano appena ombre vaghe. Navigarono nel silenzio rotto solo dal frusciare del mare sulle carene e dal tuffo dei remi in acqua fino a che una luce apparve e scomparve per tre volte nella notte. Il segnale fu ripreso dal Bucintoro che seguì la rotta indicata da quel minuscolo faro fino al molo di un’insenatura. I vogatori di babordo smisero di remare tenendo i remi paralleli all’acqua, quelli di tribordo immersero i loro deviando l’abbrivio della grande nave che accostò al pontile. Una gondola da carico attraccò dal lato opposto dell’approdo, le altre attesero nella baia. I soldati della guardia dogale sbarcarono dal Bucintoro schierandosi in quattro file ordinate sul molo dove attendevano un vecchio frate e un novizio, quasi irreali nella fievole luce di una lanterna.

    Ludovico Manin strinse la mano del religioso con affetto. Il vecchio era stato uno dei suoi precettori. Si fidava di lui perché era integro e totalmente devoto a Dio e alla Serenissima. Due sere prima gli aveva fatto recapitare un messaggio che esigeva una risposta immediata. Lui aveva aspettato a palazzo Ducale, passeggiando nelle sale e nei corridori deserti con il cuore pesante, dando l’addio a quelle mura che avevano conosciuto una storia che volgeva al termine. I fantasmi dei suoi predecessori lo avevano accompagnato. Aveva sentito su di sé il loro sguardo accusatore e si era giustificato, ancora una volta, per la decisione presa. Nessun Doge si era trovato con il nemico alle porte, mai prima del suo governo Venezia era stata costretta alla resa. I pensieri gli erano turbinati nella mente, il peso della sconfitta si era fatto tanto insopportabile da scatenare nel suo animo una tempesta che lo aveva segnato per sempre. Il messaggero lo aveva trovato seduto tra Marte e Nettuno sulla Scala dei Giganti, dove era stato incoronato con la zogia, aveva lo sguardo perso nel vuoto, come quello di un uomo finito. Nemmeno la conferma della disponibilità del frate lo aveva ravvivato, Venezia era perduta e qualcosa dentro di lui era morto. Ludovico Manin aveva radunato gli uomini della sua scorta, orgoglioso dei suoi soldati e fiducioso che sarebbero riusciti a compiere un miracolo. Aveva atteso che il brusio cessasse, poi aveva raccontato loro la situazione in cui versava Venezia, spiegando quello che avrebbero dovuto fare. Gli uomini lo avevano ascoltato in silenzio, ma lo sguardo fiero si era spento e le spalle si erano incurvate, come se l’invasore avesse già levato loro libertà e dignità. Nondimeno si erano profusi con energia e zelo, imballando e riponendo tutto quello che si poteva trasportare e sottrarre agli occhi e alle mani di Napoleone. Lavorando giorno e notte, fedeli alla consegna del silenzio, non avevano lasciato trapelare il motivo di tanto movimento che nel clima di paura che regnava in quei giorni a Venezia era passato inosservato.

    Quegli stessi soldati, sfiniti nel corpo dalla fatica e fiaccati nello spirito dalla resa da vigliacchi cui sarebbero dovuti soccombere, attendevano l'ordine di scaricare le barche. A un cenno del Doge la gondola ormeggiata si animò, i marinai passarono ai soldati a terra le casse chiuse da pesanti lucchetti. Terminarono e si rimisero ai remi allontanando la barca per lasciar posto a un’altra, mentre i forzieri già ammassati sul pontile erano trasportati lungo un sentiero che spariva nel buio. Il frate indicò ai militari la strada con la lanterna che disegnava ombre grottesche. Salirono dei gradini ricavati nella pietra e si trovarono su un pianoro. L'ombra di una chiesa si stagliava più nera del buio circostante. L’aria era calda e umida e gli uomini sudavano copiosamente nelle divise d’ordinanza. Raggiunsero una massiccia porta di legno, il frate tolse dal saio una chiave e l'aprì. Il cigolio risuonò sinistro nella notte. Era un ambiente austero e spoglio, diviso in due da panche di legno grezzo con un pavimento di terra battuta e bagnata per non sollevare polvere. Dall’unica finestra dietro l’altare entrava un grigiore spettrale che a mala pena rischiarava il soffitto di travi. Alle pareti imbiancate a calce erano appese le quattordici stazioni della Via Crucis intagliate nel legno. Tutto lì dentro era semplice, non c’era nulla di prezioso. Gli uomini si fermarono davanti all'altare. Una voce li guidò dietro il tabernacolo. Una stuoia intrecciata giaceva in un angolo e scopriva una botola rudimentale di assi di legno inchiodate. Il vecchio li precedette lungo una scala che scendeva per una dozzina di metri nella terra. I soldati calarono le casse con difficoltà nello stretto passaggio, boccheggiando per l’aria viziata e con il cuore martellante contro le costole per lo sforzo. Immagazzinarono il carico in un locale e cui dimensioni si perdevano nelle tenebre e, infine, risalirono con sollievo dai meandri scavati nella terra umida e odorante di muffa. Sulla via del ritorno incontrarono un'altra squadra guidata dal novizio che con la lanterna appesa al braccio illuminava solo il suo saio e i piedi nei sandali.

    Il terreno disconnesso rendeva difficile camminare, ancor più portando un carico pesante e ci volle il resto della notte perché forzieri, statue e quadri fossero trasportati fino alla camera sotterranea. Solo Ludovico Manin e un ristretto numero di persone conoscevano l’esatta ubicazione del tesoro, gli altri partecipanti avrebbero potuto, al massimo, individuare la localizzazione dell’isola. Ma la notte era troppo buia e dall’oscurità non emergeva né si notava nulla che potesse identificarla senza errore.

    Mancava un’ora al sorgere del sole quando il Doge e il vecchio frate tornarono al pontile, si scambiarono qualche parola e un abbraccio. Il Bucintoro si staccò dal molo, si allontanò in acque fonde, poi virò a nord est. Nella mente di Ludovico Manin il fallimento era un macigno che rotolava sulla sua coscienza già gravata dal senso di colpa per non essere riuscito a evitare la disfatta.

    La nave costeggiò il Cannareggio. Le prime luci illuminavano le finestre del sestiere del popolo. Il profumo del pane fresco usciva dai forni già aperti e i pescatori rientravano con le barche cariche di pesce, seguiti da uno stormo di gabbiani in attesa degli scarti che sarebbero riusciti a arraffare. All’imbocco del canale delle Galeazze, il sole spuntò da dietro l’isola di Burano e illuminò il Bucintoro. Il Doge alzò lo sguardo sul vessillo rosso che sventolava dall’alto dell’asta.

    La Leonessa non poteva essere distrutta.

    «Appena a Palazzo chiamate un mastro falegname», ordinò con una fermezza che richiamò l’attenzione dei suoi dieci consiglieri. «Gli farò incidere l’ubicazione del tesoro, così che Venezia possa trovare la strada per la libertà anche senza di noi.»

    «Andiamo incontro a tempi bui», profetizzò Marcantonio Michiel, il più anziano. «Se a coloro che sono qui succedesse il peggio, Venezia sarebbe costretta a soccombere senza più un sostentamento monetario.»

    Fece una pausa per riprendere fiato passandosi una mano sul severo abito nero. Si asciugò con un fazzoletto candido una lacrima che seguitava a spuntargli dall’occhio destro, e proseguì indicando gli altri membri del Consiglio, addossati alla battagliola e impauriti come un branco di conigli.

    «Vostra Eccellenza, dovete divulgare a gente sicura la posizione della mappa. La resistenza deve incominciare fin da subito, non dobbiamo far acquietare gli animi.»

    Il Doge assentì un’unica volta e un brivido gelido gli corse lungo la schiena. Ebbe la sensazione che Dio ridesse dei suoi progetti perché ne avesse di ben diversi.

    Il Bucintoro attraccò all’Arsenale per non uscirne mai più come ammiraglia della flotta veneziana.

    Ludovico Manin sbarcò seguito dalla sua scorta e rifiutò la portantina che lo stava aspettando. Sapeva che la fine era vicina e lui voleva camminare per le calli di Venezia un'ultima volta, da uomo libero. Tenne con sé solo due uomini, si avviò verso il sestiere del Castello e si dileguò tra le sue fondamenta.

    In seguito i soldati raccontarono che si comportò come avesse perduto la ragione. Camminò per delle ore conversando a voce alta della tragica situazione, ponendo domande e ascoltando risposte come se fosse in compagnia di qualcuno che loro non potevano vedere. Gli spettri che perseguitavano il Doge avevano superato la sottile linea della follia e lo avevano intrappolato nel loro incubo. Tornò all’Arsenale a notte fonda, si diresse verso il Bucintoro dove lo aspettava un mastro intagliatore. Ludovico Manin prese una spada dal fodero al fianco di una delle sue guardie e incise sulle assi del ponte quattro riquadri e all’interno di ognuno di essi tracciò dei segni. Infine, ordinò all’artigiano di intagliarli sull’asta della bandiera del Bucintoro. L’uomo eseguì il lavoro con maestria, inserendo i simboli in una fascia alta tre centimetri, tra il leone che faceva da emblema alla Repubblica e una battaglia navale vittoriosa tra cinque galere veneziane e una flotta nemica. Quando terminò, l’asta della bandiera fu riposta nella costruzione in mattoni destinata a rimessaggio del Bucintoro.

    Due giorni dopo Ludovico Manin depose le insegne dogali davanti a un decimato Maggior Consiglio e il 14 maggio lasciò il Palazzo Ducale, mentre in città entravano le truppe francesi. Napoleone minacciò di radere al suolo quella città insolente e orgogliosa, poi la sua furia trovò un obiettivo. L’Arsenale. Il cuore pulsante della potenza marinara fu devastato, i moli e le darsene incendiate insieme alle galere che avevano fatto la gloria della Serenissima.

    Il Bucintoro fu risparmiato solo per fare una fine indegna della sua storia. La nave rappresentava l’orgoglio della città che con essa affermava il diritto a essere la regina dell’Adriatico. Napoleone voleva umiliare Venezia e lo fece con la sua ammiraglia. La depredò di tutto l’oro che la ricopriva e lasciò solo lo scafo di legno scrostato dai rabbiosi scalpelli francesi. Bruciò il seggio del Doge e, quando prese ufficialmente possesso della città, mise in catene i soldati veneziani e li costrinse ai remi del Bucintoro, facendoli risalire e ridiscendere il Canal Grande in una pantomima di sfilata. Venezia ammutolì. Davanti ai suoi occhi c’era l’ombra evanescente del suo passato, i giorni di gloria erano finiti. Napoleone osservò la folla assiepata sulle rive e sui ponti, fissò le espressioni dei volti e ascoltò le esclamazioni addolorate, poi sorrise e si rivolse ai suoi generali indicando la gente.

    «La Leonessa è domata.»

    Per i veneziani, abituati da sempre alla libertà di pensiero, di parola e, talvolta, anche di costumi, furono anni duri quelli che seguirono la caduta della Repubblica Marinara nel 1797.

    Ludovico Manin si ritirò nel suo palazzo di San Stae alternando momenti di lucidità ad altri di follia, in cui vaneggiava di un tesoro. Nessuno prestò attenzione alle sue parole e giorno dopo giorno si alienò completamente dalla realtà. Morì in solitudine cinque anni più tardi, portandosi nella tomba il suo segreto. Fu sepolto con poche cerimonie nella chiesa degli Scalzi e la storia girò definitivamente pagina su Venezia.

    Solo la pazzia salvò l’ultimo Doge dal trattamento che i vincitori riservarono ai loro avversari. Tutti gli uomini che avevano fatto parte dell’élite del potere furono sottoposti a una rigida sorveglianza. I dieci che un tempo erano stati rispettati e onorati diventarono dei fantasmi, causa di problemi alla loro stessa città. I francesi li schernirono e la gente incominciò a evitarli, fino a che la loro vita diventò un incubo.

    Antonio Grimani, membro del Consiglio dei Dieci, era a bordo del Bucintoro la notte in cui buona parte delle ricchezze di Venezia scomparvero. Fu l’unico che, perdendo la speranza di riacquistare la libertà a breve, intuì la necessità di tramandare ai posteri una storia di coraggio dettata dalle avversità. Si nascose come meglio poté alle vessazioni dei francesi e con una grafia elegante, su pagine di carta pesante che il tempo avrebbe ingiallito, raccontò di come la paura per le sorti della Repubblica si fosse diffusa per i corridoi di Palazzo Ducale e, come un’epidemia incontrollabile, si fosse insinuata negli uomini prosciugando il loro coraggio. Ludovico Manin fu l’unico che ebbe la forza di reagire prendendo la decisione che sottrasse a Napoleone i migliori tesori della Serenissima.

    La storia, tuttavia, seguì altre strade. Nulla di quello che era stato programmato fu realizzato, nessuno organizzò una resistenza, l’ubicazione del tesoro non fu tramandata, rimase soltanto una chiacchiera da taverna messa in giro dai soldati troppo spesso ubriachi dopo l’arrivo dei francesi e la perdita della patria. Venezia non si liberò dal giogo francese, anzi, fu ceduta da Napoleone come bottino di guerra e rimase nelle mani austro ungariche fino all’indipendenza d’Italia.

    CAPITOLO 1

    Il San Giusto dondolava alla fine del Canal Grande trattenuto dalle pesanti ancore filate a poppa e a prua. Dal ponte della nave si aveva una vista mozzafiato di Venezia. Era una bella notte di metà ottobre, l’aria aveva ancora il calore dell’estate appena finita e la luna quasi piena inargentava l’acqua. L’imbarcadero del Vallaresso affollato da decine di gondole appariva un essere di legno nero e lucente. Il Palazzo Ducale splendeva illuminato a giorno, solo la loggia al primo piano con i settanta archi intarsiati nel marmo bianco rimaneva nell’ombra. La basilica di San Marco lo sovrastava con le sue cupole d’oro luccicanti nella notte. Un motoscafo della Polizia passò a babordo allontanandosi verso Santa Maria della Salute. Il tenente di vascello Brando Lanteri lo seguì con lo sguardo ripensando a quello che era accaduto poche ore prima.

    Una donna sconosciuta lo aveva avvicinato prima che lui salisse a bordo al seguito dell’ammiraglio Damonte, capo di stato maggiore della Marina. Si era fermato perché emanava un profumo seducente, ma soprattutto perché non era mai riuscito a resistere a una bella donna. Lei lo aveva preso sottobraccio con confidenza.

    «Fingi di conoscermi e ascolta», gli aveva sussurrato all’orecchio. «Non c’è stato modo di agire in maniera diversa perché è successo tutto troppo rapidamente, quindi devi fidarti di me. Il tuo capo fa il doppio gioco con la Marimax Corporation e coprirà i risultati disastrosi dei test del caccia che sarà presentato questa sera. L’ammiraglio Foscarini è convinto che non lo deluderai. Per non farti dubitare che la richiesta venga direttamente da lui mi ha detto di mostrarti questa.»

    Aveva allungato una mano affusolata tenendo tra le dita un’istantanea che lo ritraeva aspirante guardiamarina sul ponte di coperta dell’Amerigo Vespucci insieme all’allora capitano di vascello Foscarini.

    «Perché proprio io?», le aveva chiesto incuriosito.

    «Abbiamo appena saputo che questa sera avverrà il pagamento e tu sei quello con lo stato di servizio più adatto. Diciamo l’uomo giusto al momento giusto.»

    Poi aveva tolto gli occhiali da sole e lo aveva fissato negli occhi, uno sguardo diretto che lo aveva scrutato dentro.

    «Allora, sei dei nostri?»

    Lanteri aveva già deciso, convinto dal nome di Foscarini e dalla determinazione che emanavano quegli occhi verdi, ma non aveva saputo resistere alla tentazione di fingersi titubante.

    «Cosa ci guadagno?», aveva chiesto solo per vedere la sua reazione.

    Lei aveva scosso la testa e dal foulard che le copriva i capelli era sfuggita una ciocca rossa. Nel suo sguardo era passato un lampo di disillusione.

    «Una promozione e la mia eterna riconoscenza, d’accordo?»

    «D’accordo.»

    Salutandolo gli aveva infilato in tasca una minuscola macchina fotografica.

    «Seguilo e fotografa il momento in cui gli consegnano i soldi. Ti troverò io.»

    Senza aggiungere altro si era dileguata passando tra i poliziotti che contenevano la gente assiepata sul molo di San Marco. Lui era rimasto a osservare il punto dove la sconosciuta era stata inghiottita dalla folla di curiosi, poi si era imbarcato.

    I capi di stato maggiore della Marina e dell’Aeronautica e i relativi seguiti affollavano i cento metri del ponte di volo del San Giusto. Di lì a poco, l’ammiraglio Damonte, incaricato dal ministro della Difesa, onorevole Paronelli, avrebbe comunicato la società vincitrice dell’appalto per i dieci caccia da assegnare alle due Forze Armate. Una commessa di quattrocento milioni di dollari. Oltre ai vertici dell’Aeronautica e della Marina, a bordo erano presenti anche gli amministratori delegati delle due società finaliste all’appalto, Corey Stone della Marimax Corporation e Sir Francis J. Sidewind della British Aerospace.

    Il tuo capo fa il doppio gioco con quelli della Marimax. Lanteri li osservò pensando alle parole della sconosciuta.

    Stone era esente da qualunque pensiero, abbracciava una bruna inguainata in un abito di strass più aderente della pelle. Sir Sidewind, al contrario, era l’esempio dell’aplomb anglosassone, dal suo viso non trapelava alcuna emozione, né ansia, né tensione.

    La Torre dell’Orologio in Piazza San Marco batté ventidue tocchi, Damonte salì sul piccolo palco allestito a poppa e si apprestò a mettere fine alle attese.

    «Signore e signori, benvenuti a bordo del San Giusto», esordì cerimonioso. «Di certo siete tutti informati sul motivo della nostra riunione: sapere chi sarà il nuovo fornitore di caccia dell’Aeronautica e della Marina. Avete già avuto modo di studiare i dati che l’ufficio del segretario della Difesa ha sottoposto alla vostra attenzione, cercherò quindi d’essere breve, senza annoiarvi con un’infinità di particolari tecnici.»

    L’ammiraglio, un uomo basso, corpulento e con il volto deformato dalla passione per il cibo, fissava la platea che pendeva dalle sue labbra. Natio in una regione dove la carriera militare era l’unica opportunità concessa ai giovani, si era arruolato subito dopo la fine del liceo con grandi sogni e ideali. Aveva scalato la gerarchia militare con determinazione e costanza, distinguendosi per meriti e capacità. A quarantasette anni, chiamato a Roma col grado di capitano di vascello e in piena crisi di mezza età, era entrato al quartier generale della Marina militare. In poco tempo il suo sguardo aveva perso la franchezza di quello dei marinai. Era diventato sospettoso quando aveva scoperto gli intrallazzi legati al potere, e infine avido, quando anche l’ultimo barlume di onestà era affogato in un bagno di denaro. A sessantacinque anni, del bel giovane atletico, idealista e ambizioso che aveva firmato per arruolarsi in Marina non era rimasto più nulla.

    «Ebbene signori», la voce di Damonte salì di volume, «confrontando i test dei due velivoli, gli staff congiunti della Marina e dell’Aeronautica sono stati concordi nello scegliere il BZ9C Harry II della Marimax Corporation.»

    Corey Stone strinse la bruna rischiando di farla esplodere nel vestito troppo attillato. Sir Francis J. Sidewind incassò il colpo senza battere ciglio, fece un cenno al suo segretario e questo prontamente gli aprì la strada verso Stone. I due amministratori delegati si fissarono per un attimo e la loro diversità non poté che essere più manifesta di così.

    La Marimax aveva come paladino un americano dall’istruzione nebulosa e con un curriculum fatto di speculazioni colossali e torbide quanto il suo passato. Nonostante indossasse un elegante completo blu scuro di sartoria e avesse i capelli castani tagliati impeccabilmente, dagli occhi azzurri traspariva una natura spietata che lui sfoggiava con sfacciataggine. La British Aerospace, invece, era rappresentata da un modello dell’establishment britannico. Sir Sidewind vantava nel suo curriculum Oxford, un master a Harvard, e una brillante carriera presso lo studio Sidewind and Waterhouse, nella city di Londra, dove per trent’anni si era fatto le ossa per l’attuale incarico: la dirigenza della più grande società produttrice di veicoli aerospaziali al mondo. Se fosse stato sorpreso dall’essere battuto con un aereo che, secondo le sue fonti, non era altro che un prototipo da perfezionare, non lo diede minimamente a vedere.

    «Complimenti mister Stone», si congratulò porgendo la destra. «Abbiamo sottovalutato la Marimax e la sua tecnologia, ma evidentemente ci siamo sbagliati. La British Aerospace ha un nuovo concorrente sul mercato. Ancora congratulazioni.»

    Stone non replicò, gli stritolò la mano nella morsa della sua e sorrise. Sir Sidewind si congedò con la scusa di dover rientrare a Londra.

    Damonte aveva atteso che l’eccitazione generale si calmasse, poi era sceso dal palco e per andare a stringere la mano del vincitore.

    Lanteri li osservò. Doveva scoprire quando l’ammiraglio avrebbe lasciato la nave. Cercò con lo sguardo il capitano di fregata Fabio Brizzolara dello staff particolare dell’ammiraglio. Si erano conosciuti qualche anno prima e, ogni volta che si erano incontrati, non avevano perso l’occasione per quattro chiacchiere davanti a un bicchiere. Lo individuò dall’altro lato del ponte impegnato in una conversazione con un tenente dell’Aeronautica e lo raggiunse.

    «Fabio, sapevo che saresti stato a bordo del San Giusto.»

    «Brando!» Brizzolara si girò e lo accolse con evidente piacere. «Quanto tempo! Vieni, vieni, andiamo a bere un goccio.»

    Si congedò dal suo interlocutore e lo condusse verso il tavolo dei rinfreschi, prese due bicchieri di prosecco e gliene porse uno.

    «Grazie. Come sta Simona?»

    «Sempre indaffarata con i figli.» Brizzolara roteò gli occhi e rise. «I bambini sono pestiferi. Tu piuttosto, come te la passi con il nuovo incarico?»

    Lanteri, laureato in Economia alla Bocconi, sei mesi prima era entrato a far parte dell’Ufficio Affari Generali e Relazioni Esterne - UAGRE - che Damonte aveva trasformato nell’ufficio marketing della Marina.

    «Un incubo, mi sembra di stare in ufficio con mio padre.»

    Risero entrambi pensando al cavalier Filiberto Lanteri, congedato dalla Marina militare italiana con il grado di capitano di corvetta e saldamente a capo della società creata dal suo bisnonno centoventi anni prima, i Cantieri Navali Augusto Lanteri. Brizzolara rispose con un cenno all’invito del suo attendente e si rivolse a Brando.

    «Mi chiamano, ma questa sera Damonte si ritirerà presto. Deve avere qualche pollastrella tra le mani perché ha ordinato che una gondola venga a prenderlo a mezzanotte e vuole solo il suo lacchè. Se non sei troppo vecchio, possiamo vederci più tardi a terra per continuare la nostra conversazione.»

    Brando scosse la testa.

    «Grazie Fabio, ma ho un appuntamento con una rossa che è molto meglio di te.»

    Si separarono con la promessa di incontrarsi una volta tornati a Roma. Lanteri si accordò per un passaggio alle undici e mezza con il guardiamarina addetto al trasferimento a terra. Avrebbe avuto tutto il tempo di arrivare all’imbarcadero, trovare un motoscafo e tornare indietro a aspettare nell’ombra.

    La serata, intanto, era entrata nel vivo e il comandante del San Giusto si prodigò perché fosse memorabile. File e file di lampadine rosse, bianche e verdi illuminavano il ponte di volo sgombrato dai tre elicotteri SH-3D in dotazione all’unità. Al loro posto era stata allestita un’ampia pista da ballo al momento affollata da ufficiali in alta uniforme, borghesi in smoking e signore in colorati abiti da sera che completavano la trasformazione della nave da guerra in uno yacht in festa. Un quintetto swing si esibiva in un repertorio brillante, mentre i marinai di prima e seconda classe erano impiegati come camerieri.

    Brando prese un altro bicchiere di vino e, serpeggiando tra la folla, trovò un posto solitario a prua dove poter riflettere. Poco prima delle undici e trenta tornò al punto dove una scala scendeva verso la gondola che fungeva da navetta.

    Raggiunto l’imbarcadero del Vallaresso camminò lungo i pontili di legno fino a un motoscafo adibito al servizio taxi. Noleggiò un motoscafo e tornò verso il San Giusto, in tempo per vedere Damonte salire su una gondola insieme all’attendente e dirigersi verso riva degli Schiavoni. Davanti al pontile dell’Hotel Danieli, voltarono la prua e puntarono verso il Canal Grande, costeggiando le case fino al rio di Santa Maria del Giglio. La gondola attraversò il canale e andò a ormeggiare nei pressi di Cà Dario.

    Lanteri approfittò dello scompiglio causato dalla goffaggine dell’ammiraglio nello scendere a terra e li seguì sull’altro lato. Attese che Damonte e l’attendente si muovessero e, non appena fu nascosto alla loro vista, spense il motore e d’abbrivio imboccò silenziosamente il rio parallelo, ne percorse una ventina di metri, superò un ponticello e accostò alla banchina. Ormeggiò il motoscafo a una bitta e tolse la chiave, poi scese a terra. Un attimo dopo era appoggiato a una porta e spiava nella calle addormentata dove il rumore dei passi echeggiava sinistro. Seguì i due uomini rasentando i muri delle case. Appiattito contro una rientranza, a una decina di metri dai suoi obiettivi, attese che il cuore si calmasse quando, all’improvviso, tutto fu silenzio.

    Nessun rumore dal canale, nemmeno le barche ormeggiate sotto il ponticello emettevano un lieve scricchiolio. Trattenne il respiro e si maledisse per non aver portato una pistola. Ci fu un bisbigliare sommesso, poi la voce dell’ammiraglio.

    «Il negozio di vetri è questo, dobbiamo girare a sinistra e ci siamo.»

    Lanteri si sporse quel tanto che bastava per veder le due figure dileguarsi. Le seguì dietro l’angolo, ma un cigolio lo mise in allerta. Sbirciò nella calle e l’anta di un cancello di ferro battuto si richiuse.

    Seduta a un tavolino del Caffè Florian in piazza San Marco, Stella aspettava che l’uomo messo alle costole di Stone le comunicasse il luogo dell’incontro. Nell’attesa analizzò il piano, ma soprattutto pensò a Brando Lanteri. La sua scheda personale lo descriveva come un uomo dotato di un’intelligenza acuta, di sangue freddo e naturalmente portato al comando Un cameriere le consegnò il biglietto che aspettava e un brivido di adrenalina le corse lungo la schiena. Sperò che il tenente di vascello fosse all’altezza del compito e che l’ammiraglio Foscarini non si sbagliasse sul suo conto.

    Lasciò una banconota da dieci euro per il conto e raggiunse l’ala napoleonica, dal lato opposto della basilica di San Marco. Appena superato il colonnato, corse verso rio San Moisè. I tacchi risuonarono veloci sul selciato. Un motoscafo aspettava, salì a bordo e comunicò al pilota l’indirizzo. Imboccato il Canal Grande, la donna rabbrividì per l’aria della notte, si strinse nello spolverino di seta nera. Costeggiarono le antiche residenze signorili, le ultime vestigia di un passato perduto. La barca accostò all’ingresso di un bel palazzo dalla facciata sbilenca per far scendere la passeggera, poi si allontanò di nuovo sul canale silenzioso. L’edificio rivestito di marmi oltre all’entrata dal canale ne aveva una da terra, dove un muro alto un paio di metri cintava un giardino rigoglioso. Stella provò ad aprire il cancello dell’approdo privato, ma quello non si mosse. Si arrampicò e s’insinuò nell’esiguo spazio tra il soffitto dell’androne e il ferro, poi si lasciò scivolare a terra. Attese un secondo per accertarsi di essere sola, estrasse la pistola dalla borsa

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